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Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni. A partire da quegli anni il modello agroalimentare può essere analizzato in tre fasi (Brunori et al., 2013).
La prima è caratterizzata dalla modernizzazione dei processi agricoli, che si è intensificato dopo la seconda guerra mondiale. La seconda fase si distingue per una maggiore attenzione verso la qualità degli alimenti, divenuto con il tempo uno strumento di marketing. La terza fase intende rispondere alle crisi economiche e alimentari degli ultimi anni, in un’ottica di sostenibilità e di integrazione multidimensionale.

La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

La Rivoluzione Verde: nascita e crisi della modernizzazione in agricoltura

Nell’Ottocento la crescita della popolazione sembrava un fenomeno inarrestabile, in grado di minare la sopravvivenza dell’umanità stessa. La questione è stata affrontata prima con la tesi di Malthus (1798), secondo cui la crescita della popolazione avrebbe costretto l’umanità a uno stato di indigenza; poi con quella di Helrich (1968), che ipotizzava gravi crisi alimentari tra gli anni Sessanta e Settanta; infine con quella di Meadows (et al., 1972) che sostenevano l’impossibilità di una crescita positiva illimitata e invocavano piuttosto la necessità di un modello di produzione e consumo stabili.
Queste tesi sono state smentite nel corso degli anni poiché non hanno tenuto conto dell’innovazione e del progresso tecnologico che, in occidente, ha portato alla modernizzazione in agricoltura dando vita alla cosiddetta Rivoluzione Verde. Tale processo è caratterizzato da tre importanti cambiamenti (Grigg, 1992): 10

1) L’utilizzo delle macchine agricole in sostituzione del lavoro, umano e animale, per ridurre i costi di produzione dei prodotti agricoli. Se prima l’agricoltura era dominata da un sistema relativamente stabile grazie alla forza dell’uomo, degli animali domestici e degli animali selvatici (soprattutto impollinatori), con l’introduzione delle macchine agricole viene inserita una nuova energia capace di essere aumentata a piacere con l’uso dei combustibili fossili. Le macchine rappresentano una tecnologia importata in grado di ridurre sensibilmente il tempo di raccolta delle derrate e il costo del lavoro, anche se richiede ingenti investimenti per l’acquisto e la manutenzione.

2) L’introduzione di sostanze chimiche in agricoltura (fertilizzanti, pesticidi e diserbanti), necessarie da un lato per eliminare i parassiti che rischiavano di deteriorare le coltivazioni causando inaspettate perdite di raccolto; dall’altro per bilanciare l’imponente sfruttamento del suolo dato dalla monocoltura, che aveva bisogno di un continuo nutrimento, non avendo il tempo adatto per rigenerarsi.

3) La diffusione di sementi ibride, chiamate anche “varietà ad alta resa”, in grado di garantire una produzione maggiore di quella parte edibile e commercializzabile della pianta, e un migliore adattamento all’uso delle macchine. Alcune di queste sementi, ancora in commercio, hanno la caratteristica di essere sterili, vanno pertanto acquistate annualmente da chi ne detiene il brevetto.
Negli Stati Uniti le multinazionali Monsanto, DuPont, Novartis e Stoneville controllano, ogni anno, il 65% delle sementi per la produzione di mais e l’84% di quelle per la produzione del cotone.

Si è trattato di un processo di modernizzazione rivolto ad aumentare la produttività agricola e ridurre la scarsità alimentare sulla base dei processi di specializzazione e intensificazione. Il grande merito e scopo dell’operazione è stato quello di ridurre la fame e la sottonutrizione di ampi strati della popolazione mondiale, tramite miglioramenti nelle rese delle coltivazioni.
In realtà gli obiettivi della modernizzazione agricola non erano solo umanitari, come dimostra la stessa origine dell’espressione “Rivoluzione Verde”. Il termine fu utilizzato per la prima volta da William Gaud dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale in un discorso alla Società per lo Sviluppo Internazionale. Nel discorso, Gaud presentò la Rivoluzione Verde come un’iniziativa mirata a evitare che l’eredità di miseria e tensione sociale del colonialismo spingesse i paesi del sud del mondo ad abbracciare la “rivoluzione rossa” comunista.

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Questo processo è stato caratterizzato da un’intensa crescita economica, i cui modelli di distribuzione e consumo hanno influito fortemente non solo sulle tecniche di produzione, ma anche sulle abitudini della popolazione mondiale (Schmidhuber e Shetty, 2009).
A partire dagli anni Sessanta si è registrato un aumento della produttività agricola costante nelle coltivazioni interessate dall’innovazione: riso, mais e grano (figura 1.1).
La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

I principi della Rivoluzione Verde sono stati estesi anche all’attività di allevamento e hanno portato, nel corso del tempo, un cambiamento radicale dei principi che fino a quel momento caratterizzavano l’attività agricola. Cambiarono anche i paesaggi rurali in virtù dell’uso delle monocolture praticate su vaste estensioni a scapito dell’agricoltura diversificata dei piccoli contadini, che non avevano mezzi e risorse per partecipare al processo di trasformazione.
In seguito, si è fatta luce sulle conseguenze dei principi della Rivoluzione Verde, in particolare è emersa la preoccupazione per gli ingenti costi economici, ambientali e sociali, riassunti nel termine “esternalità negativa”.
Un’esternalità negativa si ha quando l’attività di produzione o consumo di un soggetto influenza negativamente il benessere di un altro soggetto, senza che questo riceva una compensazione economica o di altro genere. Fonte: Tirelli M., Politca economica e fallimenti del mercato, Torino, Giappichelli, 2009.
Dal punto di vista sociale, il sistema agroalimentare modernizzato è ad alta intensità di capitale e fu impiantato in un mondo dove l’agricoltura era ancora di sussistenza e dominata già di per sé da una drammatica sovrabbondanza di lavoro. Le prime conseguenze dell’introduzione delle macchine agricole furono fenomeni quali disoccupazione di massa, fuga dalle campagne e urbanizzazione forzata. La velocità con cui si sono diffusi questi fattori fu tale da non consentire un graduale assorbimento dei nuovi arrivati, producendo gravi tensioni sociali (Venturini, 2007).

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Gli effetti demografici si possono analizzare a partire dagli USA, dove prima di altrove si è manifestata la
modernizzazione.
Infatti, tra il 1900 e il 1985, la popolazione americana è passata 30 a 5 milioni di residenti e gli occupati in agricoltura da 14 a 3,5 milioni (Molnar, 1986).
In Italia le cose hanno seguito un andamento simile: nel 1950 il numero di occupati in agricoltura era di oltre 8,5 milioni (44%); nel 1970 tale numero è sceso a 3 milioni (15%), nel 2009 a sole 874 mila unità con un’incidenza del 3,7% (Istat, 2011). Altro aspetto rilevante sul tessuto sociale sono le conseguenze nelle abitudini di consumo: il modello agroalimentare “verde” ha influito sulle abitudini della popolazione mondiale con un fenomeno denominato transizione alimentare (o nutrizionale).
Per transizione alimentare s’intende un mutamento nei livelli di assunzione media pro capite di calorie e soprattutto nella composizione della dieta.

Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
“Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

 

 

 

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