La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima diretta dal presidente Marco Müller, si conclude per la prima volta, nel suo breve e appassionato percorso di amore per il cinema, con i premi dati dal pubblico.
A loro le briglie dei risultati finali a conclusione di un festival che ha tanto diviso, a partire proprio dall’etichetta che il direttore ha deciso di affibbiargli: festa.
Una festa del cinema che sia fruibile per tutti (agevole meno per gli spostamenti con l’assenteista navetta ma concentrata nell’accesso alle sale, tutte vicine) e soprattutto intelligibile; quindi, una selezione di film più di “cassetta” e una varietà di generi più ampia (seppur di minor qualità), per un risultato complessivamente deludente, privo di picchi, con tanti film medi e anche qualche caduta di tono e di stile non indifferente (vedi Tre Tocchi e Love, Rosie).
Cosa diventerà dal prossimo anno, il decimo, questo festival del cinema più odiato che amato dai romani?
Sono tanti gli interrogativi che il pubblico e anche gli assenteisti (cassintegrati?) si pongono.
Vale davvero la pena spendere per un nuovo festival in Italia? Perché non accorparlo con quello che solitamente si svolge a settembre e che riguarda la fiction?
Tante teorie, supposizioni, pensieri.
Poca solidità e nuove sterili polemiche. Nella confusione generale, emerge lo stesso l’impegno di Müller nel cercare di amalgamare tutta una serie di richieste e di suggestioni, di certo non facile ma coraggioso, considerate anche le problematiche logistico-gestionali degli assetti amministrativi e degli impegni economici prestabiliti (il fondo della Bnl, pari al 40% del totale, è stato a rischio per diverso tempo).
La scelta di aprire e di chiudere questa edizione del festival con due commedie pensate appositamente per il grande pubblico (Soap Opera e Andiamo a quel paese di e con Ficarra & Picone) ha suscitato le paternali di una frangia della critica; se questa è la nuova commedia all’italiana (di derivazione televisiva, nonché cabarettistica), allora cosa recuperare di prezioso da un festival studiato soprattutto per un processo di riavvicinamento alla settima arte di una parte di quel pubblico che ignora ma che può condividere o tornare a farlo, ripartendo da ciò che è più facilmente comprensibile?
A mancare sono stati i grandi nomi, poche stelle sfilanti sul red carpet (giusto qualche incontro speciale con vip del passato e del presente, più e meno conosciuti o apprezzati come Tomas Milian, premiato con il Marc’Aurelio alla carriera, tomas-milian
di Kevin Costner che ha partecipato ad una cinechat con il pubblico, Clive Owen, Geraldine Chaplin, Brad Anderson), molte delle quali hanno declinato l’invito con motivazioni fra le più disparate, e una selezione di film pericolosamente vicina al format di fiction televisiva (ma d’altronde è una tendenza che ha preso forma anche nelle ultime due edizioni del festival di Venezia).
ferilli-scarlett-johansson_sGli scenari futuri (si vocifera di una direzione affidata a Gianni Amelio) possono riservare più di una sorpresa, si spera gradita stavolta, più a quegli addetti ai lavori che hanno seguito l’evoluzione della storia moderna del cinema e che continuano a volerla seguire nei suoi contemporanei sviluppi, che si aspettano una caratura di maggiore livello internazionale e una rivalutazione delle presenze qualitative, pertanto molti più grandi nomi fra i grandi cineasti. Ma veniamo ai premi dati dal pubblico.
Il premio principale, Premio del Pubblico Bnl Gala, lo riceve Trash di Stephen Daldry (regista di film noti come Billy Elliott e The Hours), appassionante e rocambolesca, avvincente e vorticosa avventura ambientata nella favelas di Rio de Janeiro che scuote e commuove anche e soprattutto attraverso l’intrattenimento dato da una invidiabile riuscita dell’insieme delle componenti filmiche, data dall’ottimo contributo degli operatori e dagli addetti al montaggio, nonché dalla fresca spontaneità e dalle spiccanti doti acrobatiche dei tre piccoli protagonisti.
“Trash”, che riceve anche il Premio della Giuria di Alice nella città,  è stato girato in una favela ricostruita appositamente per il film nelle vicinanze di quelle reali presenti sul territorio brasiliano.
Il Premio del Pubblico per il Miglior Film Italiano lo riceve il regista italo-americano Roan Johnson per la vaporosa commedia universitaria Fino a qui tutto bene che evidentemente ha leggermente rinfrancato le corde emotive del giovane pubblico, immedesimatosi nelle speranze e nelle delusioni di un quartetto di giovani emergenti. Il premio per il Miglior Documentario Italiano va a Looking for Khadija di Francesco G. Raganato, interessante esperimento meta-cinematografico ambientato in Eritrea. Vincono i premi delle sezioni “Cinema d’oggi” e “Mondo genere”, rispettivamente i film 12 Citizens del regista cinese Ang Xu, ennesimo remake del capolavoro di Sidney Lumet “La parola ai giurati” del 1957, e Haider di Vishal Bardwaij, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
La sezione collaterale, “Alice nella città”, sin dal primo anno dedicata all’infanzia e all’adolescenza e che prende il nome in prestito da “Alice nelle città” film di Wim Wenders (che è stato ospite di una masterclass con il pubblico, sul docufilm Il sale della Terra realizzato col fotografo Luis Salgado e presentato all’interno dello stesso festival nella sezione Wired Next Cinema), premia invece “The Road Within”, diretto dal regista americano Gren Wells, un “road-movie” di formazione. Vince il Premio come Miglior Opera Prima, Escobar: Paradise Lost, di Andrea Di Stefano, con Benicio Del Toro a margine di un fosco melodramma sentimentale che filtra fatalità a iosa sin dalle prime battute.
Nonostante il pubblico non poteva apprezzare fino in fondo gli oscuri film di David Fincher (Gone Girl, parabola spietata sulla  morte del matrimonio e la sepoltura della privacy in pasto ai media), e dell’esordiente Dan Gilroy (Nightcrawler, incalzante noir sulla famelia umana che attraversa iconico il cinema notturno americano degli anni ’80), di gran lunga i migliori di tutta la selezione, il premio dato a “Trash” si rivela molto più sensato e stimabile rispetto a quello dato, nell’edizione dello scorso anno da un’apposita giuria, al grigio e dimenticabile documentario “Tir”. Se queste sono le premesse, allora ben venga il democratico giudizio degli spettatori, purché si aggiunga anche un premio della critica, quella non di parte che si batte da anni per una dignità stipendiata e favorevolmente accomodata, come del resto avviene persino in certi Paesi del Terzo Mondo.

a cura della redazione di romanews.it

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