Autore: Giovanni Colombo

  • Come si gusta e riconosce un buon vino

    Come si gusta e riconosce un buon vino

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    Come si riconosce il gusto di un buon vino

    I vini sono cosi diversi l’uno dall’altro in primo luogo per le condizioni climatiche e geografiche che caratterizzano le varie zone di coltura e in secondo luogo per la qualità del terreno.
    Fino a qualche decennio fa il vino era per la maggior parte degli americani una bevanda piuttosto esotica. Benché lo Champagne fosse di prammatica ai matrimoni, il vino come componente regolare dell’alimentazione era limitato per lo più a famiglie agiate, i cui membri avevano viaggiato molto, e a famiglie di origine mediterranea o centro-europea, che avevano conservato le abitudini contratte in patria. Durante l’ultimo decennio la situazione ha cominciato a mutare e gli americani hanno cominciato a scoprire il vino. L’aumento nel consumo di vino è stato diffuso, costante e solo in parte capriccioso e non c’e alcun sintomo di inversione di tendenza.
    La generale adozione del vino è dunque relativamente recente e molti di coloro che lo bevono sono ancora incerti quando si tratta di distinguere un vino buono da uno cattivo e un grande vino da un vino semplicemente buono. La curiosità è grande ma la competenza piuttosto rara.
    Se questo è quindi normale per un americano non dovrebbe esserlo per noi Europei ed Italiani in particolare:
    In realtà per la maggior parte dei consumatori di vino rimane un mistero il fatto che i bevitori di vino esperti definiscano alcuni vini solo normali e nondimeno continuino a berli con soddisfazione mentre diventano improvvisamente attenti e pieni di rispetto quando ne assaggiano altri.
    I giudizi su un vino sono sempre un po’ soggettivi, nel senso che quasi tutti hanno i loro vini preferiti. Tali preferenze si fondano però su una base definita e oggettiva, in relazione alla quale diventano possibili le distinzioni. In quanto segue si cercherà di fissare gli elementi fondamentali che stanno alla base di alcune di tali distinzioni. Chiunque conosca i principi e abbia anche un sistema sensoriale sano e una buona memoria troverà che un vino può significare molto di più di quanto non appaia a prima vista. Le porte sono aperte. Lo stesso accade con la musica, la pittura e la letteratura.
    Consideriamo un bevitore esperto che non abbia molto interesse per vini con un retrogusto dolce. Questa è la parte soggettiva del suo giudizio. Nonostante la sua preferenza (o pregiudizio), egli è ancora in grado di riconoscere come qualche cosa di eccezionale uno dei grandi Sauternes francesi o dei trockenbeerenauslese (passiti)  i vini dolci del Burgenland austriaco : un prodotto della congiunzione unica di talune uve maturate in certe condizioni e di metodi speciali e rigorosi di preparazione. Come si gusta e riconosce un buon vinoEgli riconoscerà anche le differenze esistenti fra un tale vino e un altro « costruito » semplicemente con l’intenzione di farlo assomigliare al primo. Questo che si intende per distinzione oggettiva. I vari tipi di uva hanno tutti il nome di genere Vitis, il vocabolo latino che indica la pianta della vite.
    Il genere comprende alcune decine di specie d’uva che crescono in varie parti dell’emisfero boreale. La maggior parte di esse non ha alcuna importanza per la vinificazione, anche se alcune hanno altre proprietà importanti per la viticoltura contemporanea. Il vino che soddisfa gli standard europei viene ottenuto da una sola specie, quella eurasiatica della Vitis vinifera, e da pochi ibridi derivati dall’incrocio della Vitis vinifera con altre specie che forniscono frutti simili.
    La Vitis vinifera si suddivide in numerosi raggruppamenti, i quali sono spesso cosi diversi fra loro che molte volte e stato riproposto il problema se si tratti realmente di una specie pura.
    Se si considera la definizione di una specie come qualcosa di assoluto e non semplicemente come un’espressione puramente convenzionale dettata da ragioni di comodità, allora durante l’evoluzione delle uve da vino ci sono stati sicuramente molti incroci. Per ora e nondimeno sufficiente dire che i gruppi e gli individui abbracciati dal nome Vitis vinifera appartengono alla stessa specie generale e che le loro differenze si spiegano con l’eliminazione da parte della natura degli esemplari più deboli (selezione naturale) e con la scelta da parte dell’uomo dei tipi migliori (selezione artificiale). Considerati insieme, questi due tipi di selezione spiegano l’esistenza di vini cosi radicalmente diversi fra loro come il Retsina greco e lo Champagne o il Porto e il Beaujolais.
    Tutte le varietà di Vitis vinifera hanno taluni caratteri comuni. Esse sono decidue. Non sono in grado di resistere a taluni parassiti, e particolarmente alla fillossera e ad alcuni nematodi e sono estremamente sensibili a varie malattie fungine. Per portare a giusta maturazione i frutti hanno bisogno di molto calore e illuminazione solare. La loro resistenza ai rigori dell’inverno è limitata, cosicché  la loro sopravvivenza diventa incerta quando l’isoterma di gennaio scende molto al di sotto di un grado centigrado. Le parti del mondo in cui la vite può prosperare e produrre vino sono ristrette perché fortemente condizionate dal clima, benché l’area complessiva sia molto grande.

  • Ridere per vivere

    Ridere per vivere

    In un studio medico californiano, un dottore, dall’aria bonaria, sta scrivendo sul suo ricettario.
    La paziente, seduta un po’ curva davanti a lui, scruta dubbiosa il ritratto di Charlie Chaplin appeso alle spalle del medico, accanto alla laurea di Harvard.
    La poverina soffre di una grave forma di tendinite che le blocca ambedue le mani: la depressione in cui è prostrata ne è effetto e causa assieme.
    Sulla ricetta la donna legge, stupefatta:
    •1,5 g. al di di vitamina C per tre mesi.
    •Visione di almeno 1/2 h al giorno di “Candid Camera”.
    •1 film comico a scelta.
    •Letture umoristico-satiriche, Q.B.
    “Faccia esattamente come è scritto” dice il medico frugando distrattamente nelle tasche della donna che, sensibile al
    solletico, già ride…
    “Vedrà che la prossima volta sarà in grado di prendere da sola il portafogli per pagarmi!”

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    CORPO E MENTE PARLANO TRA LORO

    Come vi sentite dopo una sonora risata?
    Indubbiamente un po’ meglio di prima. Il corpo è più rilassato, il battito cardiaco è regolare dopo la violenta accelerazione dello scoppio di risa. I muscoli si distendono dopo il forte irrigidimento; se avete mangiato, la digestione sarà più facile e rapida. Se foste in grado di farvi un analisi del sangue sul posto, scoprireste che sono entrate in circolo sostanze clic aiutano il sistema immunitario a difenderci dalle malattie; tra queste sostanze, le endorfine, dette anche oppioidi endogeni, cioè autoprodotti.
    E’ ormai assodato clic il proverbio popolare “il Riso fa buon sangue” ha dei solidi supporti scientifici. Il prof. Susumo
    Tonegawa, premio Nobel per la medicina, riprendendo i grandi medici dell’antichità, Ippocrate e Galeno, asserisce che “Chi è musone, triste, depresso, non riesce a tener lontane le malattie”.

    Cerchiamo di comprenderne il perché.
    Si sa ormai da tempo che moltissimi malanni hanno cause nervose; sono le cosiddette malattie psicosomatiche: gastriti ulcerose da capufficio, emicranie d’origine coniugale, cancri rispecchianti vite piene solo di tristezza, sfortuna, depressione. Le emozioni negative, cioè, influenzano il sistema nervoso il quale, a sua volta, agisce malamente sugli altri organi del corpo.
    Una branca della medicina, la psico-neuro-cndocrino-immunologia (PNEI), solo da pochi anni si sta occupando di questi fenomeni; in particolare gli studiosi si pongono la domanda: se quello appena descritto è il percorso delle emozioni negative, ne esislerà uno inverso per le emozioni positive?
    In medicina è stato osservato, un fenomeno curioso, l’effetto placebo, che si origina quando – negli esperimenti clinici – un malato assume false medicine da lui credute vere.
    Molti pazienti, così trattati, migliorano e guariscono. É la fiducia nella cura che mobilita nel paziente la voglia di
    guarire?
    Certo è il sistema inmuunitario che, sotto la possente spinta dell’emozione positiva della speranza, si rafforza fino
    a sconfiggere il male.
    Dunque una via emotiva alla salute esiste; si tratta di scoprire se emozioni come l’ilarità, la gioia, la contentezza possano rappresentare un’accelerazione di questo percorso verso la salute, attraverso la valorizzazione di quell’accorgimento di natura che consiste nell’allargare la bocca, alzarne gli angoli, illuminare gli occhi, espirare a scatti l’aria ed emettere sonori vocalizzi.
    Gli studiosi hanno calcolato che ridere anche un solo minuto al giorno equivale a 45 minuti di completo relax psicofisico.Rod Martin, dell’Università dell’ Ontario meridionale, in Canada, ha fatto una scoperta chiave:il senso dell’umorismo modera gli effetti intmuno-soppressivi dello stress. il caso di Norman Cousins – guarito dalla spondilite anchilosante -è, a tutt’oggi, il più eclatante esempio di come si possa guarire anche ridendo.
    Non si tratta di aver scoperto il farmaco miracoloso, ma è assodato che alcune sostanze prodotte da un cervello ebbro di riso incidono positivamente sul garante della salute, il sistema immunitario (e in più lo fanno gratis!).
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    In Italia la terapia del sorriso si è sviluppata soprattutto nella direzione di assistenza ai bambini affetti
    da malattie gravi con la tecnica apparentemente  elementare della “Clownterapia“.
    I corsi di questa nuova discipiana sono numerosi in ogni regione ed anche le richieste di volontari
    negli ospedali.  A Cesena esiste un corso di Clownterapia di 250 ore (!) tenuto dai massimi esperti mondiali.
    La diffusione è ormai a livello internazionale.
    Le ultime ricerche confermano che Ridere fa bene alla salute: la clown terapia rende meno ansiosi i bimbi
    L’intervento congiunto di arte terapia e clown terapia riduce l’ansia preoperatoria dei bambini ed è apprezzato dai loro genitori. E’ quanto appunto emerge da una ricerca sperimentale condotta all’Ospedale Bufalini di Cesena dall’Università di Psicologia di Bologna e presentata in questi giorni a Cesena, in occasione della Settimana del Buon Vivere da Ausl,  Dipartimento di Psicologia sede di Cesena, Associazione l’Aquilone di Iqbal e ArtinCounselling, con il patrocinio della Federazione Nazionale dei Clowndottori.

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    “Ridere, essere più sereni, fa bene alla nostra salute – ha detto Jacopo Fo, intervenuto come ospite d’eccezione –  E’ sempre più dimostrato che tutta la sfera emotiva – comprendente la nostra percezione del mondo, il nostro stato d’animo, il nostro umore – condiziona la nostra fisiologia: ridere fa aumentare i livelli di dopamina e di tutte quelle “droghe benefiche”, che il nostro corpo produce naturalmente. Ecco perché l’aspetto psicologico è così importante quando una persona si trova a dover affrontare una malattia”

    FONTE: Presentazione attività Associazione Ridere per vivere – Ostia – Roma
    a cura di Leonardo Spina e Sonia Fioravanti

    La clownterapia per i bimbi – cesenatoday.it