Categoria: CINEMA

  • STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI

    STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI

    [corner-ad id=1]E arriviamo alla seconda guerra mondiale.
    Per la prima parte dell’articolo vedi
    Pigneto da bosco di Pini a quartiere operaio del primo Novecento
    S. Lorenzo fu colpita duramente, e per via dello scalo ferroviario ed anche perché la ‘Roma città aperta’ permise agli Americani di colpire là dove era più devastante, il nodo ferroviario appunto, ed anche lontanodal Vaticano. Ma anche il Pigneto non se la passò bene. Alcuni ancora ricordano le bombe, e poi i rastrellamenti tedeschi, e gli invii ai campi di concentramento di gente del Pigneto. E il dopoguerra fu duro, povero per tutti. ancor più per il Pigneto che viveva delle paghe operaie e dell’artigianato di sopravvivenza.
    C’è un bar, che, aperto nel 1924, ed ancora felicemente attivo, intatto nel suo bancone e con il bel giardino, é li a testimoniare una continuità che il quartiere tutto difende, oggi come ieri. Uno ieri che vede qui Pasolini fare il suo film Accattone, ed incontrare i suoi ‘Ragazzi di vita’ e forse ritrovare in questo Pigneto ancora pineta, uno degli ultimi luoghi di una Roma poverissima ma idilliaca, dove la vita é duro lavoro ma anche tramonti e sere nelle osterie ancora intatte, fuori dal tempo, forse ancora con le lucciole la cui morte lui raccontò, con angoscia. come morte della civiltà contadina.
    Mentre il Pigneto, luogo incantato nel suo essere fuori dal tempo romano, viveva una simbiosi tra vita contadina e vita operaia, con le sue piccole case e il suo tranquillo scorrere del tempo. Che però fa ora crescere Roma smisuratamente. L’immigrazione dal Sud si fa valanga, e tocca anche al Pigneto assorbire, vicino come è a Porta Maggiore, i nuovi arrivi.
    Negli anni ’60 il quartiere appare, sostanzialmente, come è ora. Via del Pigneto, la sua dorsale, curva ed elegante, divide in due il quartiere. L’origine, l’angolo acuto del triangolo, là dove Casilina e Prenestina si biforcano, é diventato sede di un grande mercato che serve tutta la zona, ormai molto urbanizzata. Lo chiamano l’isola, ed è un’isola felicemente pedonalizzata, interrazziale, popolare, studentile e di artisti di oggi.
    La zona di via Malatesta, da Piazza dei Condottieri a via dell’Acqua Bullicante e stradine limitrofe, è abitata per lo più da impiegati, liberi professionisti. insomma, da una middle-class all’italiana. Quasi uno spaccato dell’Italia, se volete.La parte nord del quartiere è operaia ormai da decenni. E come in S. Lorenzo si è radicata una visione proletaria della vita, ed anche una cadenza quotidiana legata a quei ritmi di vita delle industrie: la Serono tra via Casilina, subito dopo il ponte e l’Isola Pedonale restano l’insediamento più antico e più forte.
    Ma sono arrivate anche l’Algida, la Pantanella, nel primissimo tratto di via Casilina a ridosso di Porta Maggiore, una fabbrica di gazosa tra via del Pigneto e via Casilina a rafforzarne la vocazione industriale, sicuramente diversa, e lontana, dalla Roma del centro, borghese e ministeriale. Ora il Pigneto è fittamente popolato, il mercato dell’isola pedonale é rimpicciolito. I suoi locali serali ne sono la sua vera anima, fatta di un tessuto fittissimo di relazioni e di attività e di vita di strada. Di giorno c’era un enorme mercato che occupava tutta l’attuale area pedonale più un pezzo di via del Pigneto fino alla Circonvallazione Casilina e molte delle stradine limitrofe.
    Attorno a quello nacquero e si svilupparono numerosissime botteghe di tutti i tipi, vestiario, accessori per la casa, mercerie. Anche un fiorente artigianato che sempre aiuta l’autosufficienza dei quartieri operai: falegnami, arrotini, stagnai, carpentieri, muratori e ovviamente idraulici. Insomma tutto quello di cui il quartiere ha bisogno e non vuole andare a prendere fuori, né a S. Lorenzo vicina, né dentro le mura Aureliane, considerate lontanissime.
    Ma siamo già arrivati alle memorie orali.
    Tutti i vecchi residenti del quartiere ricordano con nostalgia quel periodo, forse il più vitale e prospero nella storia del Pigneto. Uno di loro. Gianfranco Bini (” B-I-N-I! non Fini!” ci tiene a sottolineare) che ci ha dedicato molto tempo con i suoi ricordi, descrive quegli anni in maniera folgorante: “Negli anni’60 ar Pigneto se sturato più osterie che portoni!” La proliferazione di botteghe e attività artigianali commerciali di tutti i tipi e tutti i possibili negozi della zona erano aperti e funzionanti era possibile a causa dell’alta densità abitativa di quegli anni.
    Un altro residente storico, Peppe Pietrolucci, proprietario dell’omonima bottega di pasta all’uovo del numero 32, aperta dal ’51, nel cuore dell’isola. ci racconta che all’epoca “la gente viveva addirittura nelle cantine, perché gli appartamenti erano tutti pieni”. Poi, nei primi anni ’70 arrivarono gli esuli Cileni, in fuga dal golpe fascista, e Argentini, in fuga anche loro dalla dittatura dei militari.
    Il Pigneto, quartiere proletario, da sempre schierato a sinistra, fu all’altezza della sua storia: trovarono accoglienza. L’integrazione, si direbbe oggi, fu perfetta. Comparirono anche alcune botteghe di artigianato sudamericano.
    E non fu che l’inizio di una serie di arrivi che si sarebbero infittiti nelle decadi successive, sino a inglobare poveri di ogni parte del mondo approdati qui e qui accettati.
    Al Pigneto era anche arrivato un famoso cinema d’essai – la sede era quella dell’attuale cinema a luci rosse Avorio – che attirava spettatori da tutta Roma. Ed anche questo, insieme con il Pasolini dei film, fu l’inizio di una vocazione cinematografica di questo Village, per dirla all’americana.
    Quì veniva puntualmente la sinistra romana giovane, e tanto per far nomi oltre al canonico Pasolini, frequentava anche un giovanissimo Nanni Moretti. Presto non fu solo vocazione cinematografica. Divenne anche più estesamente artistica e troverà mille risvolti: visiva, musicale tra l’altro, si arricchiranno col tempo. Tuttavia sul finire degli anni ’70 la prosperità del quartiere -che comunque non è mai stato ricco – sparisce.
    Le fabbriche che fino a quel momento avevano dato lavoro a larga parte degli abitanti cominciano a chiudere. Gli operai si trasferiscono in cerca di lavoro. Molte attività chiudono, lo stesso mercato si riduce.
    In particolare residenti e bottegai ricordano con tristezza la chiusura dello stabilimento Serono, che dava lavoro in quel periodo a 350 operai, la maggior parte dei quali abitava le vie nei dintorni con le rispettive famiglie e ne costituiva il nucleo forte. I vuoti lasciati dagli operai degli stabilimenti chiusi non vengono colmati: il quartiere non è abbastanza attraente per la borghesietta che vuole altri luoghi ed altri appartamenti così molte attività commerciali chiudono. Ancora una volta, e questa volta non in positivo, il quartiere ha una storia tutta sua, diversa dalla Roma dentro mura. La vicina S. Lorenzo dello scalo, della Stazione Termini che ormai è lo snodo ferroviario principale italiano, regge bene, e comincia anche a diventare quartiere giovanile, studentesco. di decine di migliaia di studenti, delle nuove generazioni, quelli che vengono dalla provincia, hanno bisogno di stanze, appartamenti che le amministrazioni si guardano bene dal fare. Lentamente, molto lentamente, la marea studentesca deborda ed arriva tino al Pigneto. E con loro arrivano anche una nuova generazione romana meno affascinata dal prestigio del centro e dall’appartamento convenzionale, affascinata da un quartiere ancora a misura d’uomo. Siamo arrivati ai primi anni Novanta. Il Pigneto ha un comitato di quartiere forte, che si rende protagonista di una dura e lunga battaglia contro l’apertura di un centro commerciale nell’area dell’ex SNIA Viscosa.
    fabbrica_Snia-Viscosa
    L’opposizione vede tutto il Pigneto compatto nel dire ‘no’ al progetto imprenditoriale. Ciò porta il quartiere sui giornali. Chi può, e vuole rifiutare un supermercato? Solo chi ha un mercato antico e radicato, dove i rapporti sono umani, e dove nessuno ama una invasione commerciale. che tale è sentita dagli abitanti.
    A poche centinaia di metri da porta Maggiore, quindi dal cuore più antico di Roma, dimenticato da tutti, c’è un quartierino, dove giardini con pini mediterranei, animali (c’è chi ricorda i molti pavoni) hanno vita accettabile. come hanno vita accettabile le biciclette, e dove, a parte le terribili vie Casilina e Prenestina, come per magia molto è rimasto intatto, le vie sono silenziose, le macchine poche.
    I grandi casermoni speculativi sono solo sull’orlo delle vie consolari.
    La battaglia alla fine è vinta, il centro commerciale non verrà costruito più. In ricordo dello scontro rimane ancora l’immenso moloch di cemento armato in mezzo al laghetto del parco ex SNIA. Laghetto “creato” dagli scavi per le fondazioni del centro, che risvegliarono la falda d’acqua che dà il nome a via dell’Acqua Bullicante.
    E lì, ma è già ieri, si insedieranno, in una situazione che inevitabilmente si degraderà, molti immigrati da un lato, e un attivissimo centro sociale che ancora è al suo posto, e, guarda caso, molto si occupa di biciclette. Encomiabilmente.
    Nello stesso periodo. all’incirca, nasce “L’Infernotto”. Nel 1994. Dario e Franco, figli del quartiere, già gestori de ‘I Giacobini’, noto locale del centro storico, decidono di tornare alle origini. ed aprire il primo locale dell’isola pedonale. L’Infernotto ha il merito di portare al Pigneto la clientela del precedente locale gestito dai due proprietari: giornalisti. intellettuali, professionisti.
    Vengono qui e si accorgono che, a poche centinaia di metri dal centro di Roma sopravvive un quartiere profondamente popolare e ancora vivibile come ormai a Roma non ce ne sono più.
    Cominciano così a uscire i primi articoli (il primo è a firma di Corrado Zunino), e cominciano piano piano a ripopolarsi le case. Mutatis mutandis, succede quello che negli anni Settanta era successo a Trastevere, quartiere che era stato della mala nel dopoguerra (vedi Ladri di biciclette di De Sica), poi scoperto da alternativi, artisti e stranieri che ne seppero vedere la bellezza dei vicoli e della vita ancora antica, dove poco costavano gli affitti e poco le osterie. E per questo ci vennero ad abitare e lo resero vivo, animato, godibile finché, lentamente ma inesorabilmente, nel ventennio tra gli Ottanta e i Novanta, diventò alla moda, e poi caro, e e turistizzato a morte.
    È un fenomeno che colpisce le grandi metropoli, e che ha preso l’avvio negli anni Settanta. A Londra è Portobello Road, ora costosissima, a Parigi il Quartiere Latino, Pigalle, che hanno una storia antica di un secolo.
    pigneto_murales
    I quartieri popolari vengono animati da artisti e alternativi, e poi, quando la loro vivacità li ha resi “alla moda” vengono invasi dalla borghesia guardona, che insegue una creatività che non ha, e cerca di comprare.
    Il piccolo Pigneto, fuori dalle mura e fuori da ogni giro che conta è una specie di bella addormentata, che negli anni Novanta viene scoperto perché costa poco, perché non è invaso dalle macchine, e perché ha una magia che ormai la città dentro le mura non ha più. Alternativi di varia estrazione, ma anche nuove famiglie, pittori, musici, creatori d’ogni genere, anche del web, e poi studenti universitari, attirati dai prezzi più che convenienti e dalla vicinanza con il centro cominciano a venirci a vivere. Poco più che quindici anni fà con 100 milioni di lire si comprava un appartamento. Gli affitti erano molto più che convenienti che nelle tradizionali zone universitarie di San Lorenzo e Piazza Bologna. La sede centrale de ‘La Sapienza’ è raggiungibile con un quarto d’ora di tram. I prezzi salgono inesorabilmente. Frenati, forse, dall’arrivo di immigrati d’ogni genere e colore. Non è invasione. ma infiltrazione si, e questo dà al quartiere una pennellata di colore. di vita, inevitabilmente qualche problema, ma sicuramente una ricchezza che solo altre culture possono portare.
    Arrivano insieme, i ristorantini. i negozi d’artigianato nuovo, con le piccole immobiliari che si scatenano: salgono i prezzi delle case ed anche quelli degli affitti per gli studenti. Arrivano, puntuali, gli articoli sulle cronache romane dei giornali, il quartiere ha una sua movida unica in città.
    Il resto è storia di oggi: il Pigneto è da molti considerato uno dei quartieri più vivi e ‘trendy’ della capitale. Sempre più case e palazzi degli anni Venti dello scorso secolo vengono ristrutturati, contribuendo all’abbellimento della zona, che da sonnolenta e sgarrupata diventa un mix unico e irripetibile di palazzine e palazzetti, casine ma anche, ahinoi, palazzoni anonimi, specie nella parte che va da piazza dei Condottieri, non certo una bella piazza, giù per via Malatesta, verso via dell’Acqua Bullicante, al di la della quale c’è ancora qualche terrain vague, ultima rimasuglio quasi fuori porta.
    Mentre l’Isola, come ormai tutti la chiamano. si impreziosisce di locali e di ristoranti, e si tiene anche il suo kebab, i suoi call centre, persino il suo alimentari del Bangladesh, in un mix allegro. improbabile, imprevedibile, unico .Sicuramente non può competere con posti come Trastevere per i suoi vicoli e piazze, né con la S. Lorenzo ora esplosa e diventata quartiere rutilante. Ma, con i suoi palazzi primo ‘900, le sue casette basse, i suoi giardinetti e cortili privati, ha una dimensione più che vivibile che le altre non hanno. Ben lontano dalla cementiticazione soffocante che caratterizza molti dei quartieri romani al di fuori delle mura aureliane.Insomma, con gli ultimi ristoranti e locali, con gli articoli di giornale (si parla di degrado, il prive più osè di Roma, Vladimir Luxuria ed altri trans conosciuti ci abitano da un pezzo…) il tocco finale è una micromovida notturna dell’isola che ne fa luogo trendy, senza locali e costi turistizzati come il centro.
    Prendete la parola trendy con le molle, come fanno i vecchi abitanti, ed anche i nuovi degli ultimi dieci anni che lo hanno amato e lo amano per quel che è, e non vorrebbero si snaturasse, ovviamente. Ma nel bene e nel male, ormai, il quartiere è un village metropolitano, cosmopolita, variegato di culture e di persone. Un luogo dove lo scorrere del tempo, e la gioia del vivere quotidiano. hanno ancora importanza, significato.

    FONTE:
    Guida al Pigneto
    malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”
    George Orwell

    Pigneto e quartieri
    “La corona di spine
    che cinge la città di Dio”
    Pier Paolo Pasolini

     

  • UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA

    UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA

    La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima diretta dal presidente Marco Müller, si conclude per la prima volta, nel suo breve e appassionato percorso di amore per il cinema, con i premi dati dal pubblico.
    A loro le briglie dei risultati finali a conclusione di un festival che ha tanto diviso, a partire proprio dall’etichetta che il direttore ha deciso di affibbiargli: festa.
    Una festa del cinema che sia fruibile per tutti (agevole meno per gli spostamenti con l’assenteista navetta ma concentrata nell’accesso alle sale, tutte vicine) e soprattutto intelligibile; quindi, una selezione di film più di “cassetta” e una varietà di generi più ampia (seppur di minor qualità), per un risultato complessivamente deludente, privo di picchi, con tanti film medi e anche qualche caduta di tono e di stile non indifferente (vedi Tre Tocchi e Love, Rosie).
    Cosa diventerà dal prossimo anno, il decimo, questo festival del cinema più odiato che amato dai romani?
    Sono tanti gli interrogativi che il pubblico e anche gli assenteisti (cassintegrati?) si pongono.
    Vale davvero la pena spendere per un nuovo festival in Italia? Perché non accorparlo con quello che solitamente si svolge a settembre e che riguarda la fiction?
    Tante teorie, supposizioni, pensieri.
    Poca solidità e nuove sterili polemiche. Nella confusione generale, emerge lo stesso l’impegno di Müller nel cercare di amalgamare tutta una serie di richieste e di suggestioni, di certo non facile ma coraggioso, considerate anche le problematiche logistico-gestionali degli assetti amministrativi e degli impegni economici prestabiliti (il fondo della Bnl, pari al 40% del totale, è stato a rischio per diverso tempo).
    La scelta di aprire e di chiudere questa edizione del festival con due commedie pensate appositamente per il grande pubblico (Soap Opera e Andiamo a quel paese di e con Ficarra & Picone) ha suscitato le paternali di una frangia della critica; se questa è la nuova commedia all’italiana (di derivazione televisiva, nonché cabarettistica), allora cosa recuperare di prezioso da un festival studiato soprattutto per un processo di riavvicinamento alla settima arte di una parte di quel pubblico che ignora ma che può condividere o tornare a farlo, ripartendo da ciò che è più facilmente comprensibile?
    A mancare sono stati i grandi nomi, poche stelle sfilanti sul red carpet (giusto qualche incontro speciale con vip del passato e del presente, più e meno conosciuti o apprezzati come Tomas Milian, premiato con il Marc’Aurelio alla carriera, tomas-milian
    di Kevin Costner che ha partecipato ad una cinechat con il pubblico, Clive Owen, Geraldine Chaplin, Brad Anderson), molte delle quali hanno declinato l’invito con motivazioni fra le più disparate, e una selezione di film pericolosamente vicina al format di fiction televisiva (ma d’altronde è una tendenza che ha preso forma anche nelle ultime due edizioni del festival di Venezia).
    ferilli-scarlett-johansson_sGli scenari futuri (si vocifera di una direzione affidata a Gianni Amelio) possono riservare più di una sorpresa, si spera gradita stavolta, più a quegli addetti ai lavori che hanno seguito l’evoluzione della storia moderna del cinema e che continuano a volerla seguire nei suoi contemporanei sviluppi, che si aspettano una caratura di maggiore livello internazionale e una rivalutazione delle presenze qualitative, pertanto molti più grandi nomi fra i grandi cineasti. Ma veniamo ai premi dati dal pubblico.
    Il premio principale, Premio del Pubblico Bnl Gala, lo riceve Trash di Stephen Daldry (regista di film noti come Billy Elliott e The Hours), appassionante e rocambolesca, avvincente e vorticosa avventura ambientata nella favelas di Rio de Janeiro che scuote e commuove anche e soprattutto attraverso l’intrattenimento dato da una invidiabile riuscita dell’insieme delle componenti filmiche, data dall’ottimo contributo degli operatori e dagli addetti al montaggio, nonché dalla fresca spontaneità e dalle spiccanti doti acrobatiche dei tre piccoli protagonisti.
    “Trash”, che riceve anche il Premio della Giuria di Alice nella città,  è stato girato in una favela ricostruita appositamente per il film nelle vicinanze di quelle reali presenti sul territorio brasiliano.
    Il Premio del Pubblico per il Miglior Film Italiano lo riceve il regista italo-americano Roan Johnson per la vaporosa commedia universitaria Fino a qui tutto bene che evidentemente ha leggermente rinfrancato le corde emotive del giovane pubblico, immedesimatosi nelle speranze e nelle delusioni di un quartetto di giovani emergenti. Il premio per il Miglior Documentario Italiano va a Looking for Khadija di Francesco G. Raganato, interessante esperimento meta-cinematografico ambientato in Eritrea. Vincono i premi delle sezioni “Cinema d’oggi” e “Mondo genere”, rispettivamente i film 12 Citizens del regista cinese Ang Xu, ennesimo remake del capolavoro di Sidney Lumet “La parola ai giurati” del 1957, e Haider di Vishal Bardwaij, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
    La sezione collaterale, “Alice nella città”, sin dal primo anno dedicata all’infanzia e all’adolescenza e che prende il nome in prestito da “Alice nelle città” film di Wim Wenders (che è stato ospite di una masterclass con il pubblico, sul docufilm Il sale della Terra realizzato col fotografo Luis Salgado e presentato all’interno dello stesso festival nella sezione Wired Next Cinema), premia invece “The Road Within”, diretto dal regista americano Gren Wells, un “road-movie” di formazione. Vince il Premio come Miglior Opera Prima, Escobar: Paradise Lost, di Andrea Di Stefano, con Benicio Del Toro a margine di un fosco melodramma sentimentale che filtra fatalità a iosa sin dalle prime battute.
    Nonostante il pubblico non poteva apprezzare fino in fondo gli oscuri film di David Fincher (Gone Girl, parabola spietata sulla  morte del matrimonio e la sepoltura della privacy in pasto ai media), e dell’esordiente Dan Gilroy (Nightcrawler, incalzante noir sulla famelia umana che attraversa iconico il cinema notturno americano degli anni ’80), di gran lunga i migliori di tutta la selezione, il premio dato a “Trash” si rivela molto più sensato e stimabile rispetto a quello dato, nell’edizione dello scorso anno da un’apposita giuria, al grigio e dimenticabile documentario “Tir”. Se queste sono le premesse, allora ben venga il democratico giudizio degli spettatori, purché si aggiunga anche un premio della critica, quella non di parte che si batte da anni per una dignità stipendiata e favorevolmente accomodata, come del resto avviene persino in certi Paesi del Terzo Mondo.

    a cura della redazione di romanews.it

    Festival-Internazionale-del-Film-di-Roma_2014