[corner-ad id=1]Cosa è il morbo di Gehrig? Si tratta di una terribile patologia degenerativa che colpisce l’apparato muscolare e che prende il nome dall’ex campione di baseball americano Lou Gehrig, morto nel 1941 a soli 38 anni.
In Italia si è cercato di negare il rapporto con lo sport.
L’anno dopo la morte di Signorini, ormai segnato in maniera irrimediabile dal male, si disse: «Lo sport non c’entra».
In seguito Adriano Lombardi si è aggiunto alla lista ormai lunghissima delle vittime del morbo di Gehrig. La morte di Lombardi – avvenuta nella sua casa di Mercogliano, nell’Avellinese – segue a distanza di tre anni quella di Lauro Minghelli, ex giocatore di Arezzo, Torino e Pisa, deceduto nel 2004 a soli 31 anni dopo un altro lungo calvario.
Del morbo di Gehrig e della sua pericolosità tra gli sportivi, in particolare tra i calciatori, ci si accorse dopo le immagini di Gianluca Signorini in lacrime a Marassi sulla sedia, accompagnato dai figli, con tutto lo stadio in piedi ad applaudirlo. L’ex capitano del Genoa combattè a lungo la sua battaglia, ma nel 2002 il morbo lo stroncò ad appena 42 anni. La sua morte servì però ad aprire un filone di indagine. L’anno dopo la procura di Torino per iniziativa del pm Raffaele Guariniello avviò un’inchiesta (successivamente il pm acquisì di nuovo gli atti della morte di Lombardi), all’inizio riguardò cinque squadre professionistiche ma poi si allargò a macchia d’olio.
L’indagine accertò all’inizio oltre quaranta casi di nominativi di calciatori e tanti altri casi sospetti.
Scartabellando nella lista sempre più fitta delle morti per il morbo ci si rese conto così che il primo caso in Italia risaliva addirittura al 1973, anno in cui morì Armando Segato: ex centrocampista di Cagliari, Fiorentina e Udinese. Nel 1980 morì Ernst Ocwirk, ex giocatore austriaco della Sampdoria degli anni Sessanta. Dopo di loro furono in tanti a fare la stessa triste fine. Tra le morti sospette quella dell’ex milanista Giorgio Rognoni, morto a 40 anni, e di alcuni giocatori della Fiorentina degli anni Settanta. Tra loro Bruno Beatrice, Nello Saltutti, Ugo Ferrante e Giuseppe Longoni; il primo fu stroncato dalla leucemia, il secondo d’infarto, il terzo da un tumore alle tonsille, l’ultimo per uno vasculopatia cardiaca. Per tutti la Procura di Firenze aprì un’inchiesta su richiesta della moglie di Beatrice che parlò di sostanze dopanti.

Categoria: CULTURA E SPETTACOLO
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Cosa è il morbo di Gehrig
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IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA
[corner-ad id=1]Spesso al centro di polemiche per l’assenza di iniziative di valorizzazione, il Museo Manzù ad Ardea, ospita una ricca collezione di opere del maestro bergamasco, un nome spendibile a livello internazionale e forse un po’ trascurato dai suoi connazionali -in ciò probabilmente ha ragione la figlia Giulia, quando si dice “non soddisfatta di ciò che è stato fatto per la vitalità del museo”-.
Lo scultore Giacomo Manzoni (Bergamo 1908 – Ardea 1991), in arte Manzù, divenne piuttosto noto nel mondo dell’arte già a partire dagli anni ’30, quando si stabilì a Milano e, giovandosi anche di proficue frequentazioni con gli artisti Sassu e Birilli (poi sfociate nel movimento di Corrente tra il 1938 e il 1940), diede vita a tendenze c.d. antinovecentiste (comuni anche alla poesia di Saba, Caproni,Penna e altri di quegli anni). In particolare, Manzù in quel periodo (ma un po’ in tutta la carriera) realizzò un felice connubio tra forme tradizionali e contemporanee, influenzato anche da un certo “primitivismo”; trattò i più svariati temi, dai religiosi (Deposizioni, Crocifissioni, la serie dei Cardinali, numerose porte per chiese importanti un po’ in tutta Europa –tra cui spicca senz’altro la Porta della Morte per S. Pietro a Roma-,…)
ai profani (vari ritratti, il grande Monumento al partigiano a Bergamo,…).

Molto noto in vita, oggi sembra essere presente più sui manuali di Storia dell’arte che nella memoria degli italiani (popolo notoriamente portato per creare arte bella e sublime ma non per valorizzarla).Giacomo Manzù si trasferisce a Campo del Fico Il 15 ottobre 1964, un pianoro di tufo tra i Colli Albani ed il mare, di fronte all’antica acropoli di Ardea. Così lo scultore racconta il suo rapporto con Ardea. “Sono nato al Nord…poi scesi a Roma per la Porta di San Pietro. E lavoravo e andavo in giro, facevo le passeggiate verso il mare e sono arrivato qui ad Ardea. E’ stato come aprire una finestra sullo spazio, sulla luce…ad Ardea ho avuto una nuova nascita…non devono disturbarsi a portarmi via quando verrà il momento, perché voglio essere seppellito in questo luogo”.
La Raccolta Giacomo Manzù, nata per volontà del Comitato Amici di Manzù nel 1966 ed inaugurata nel 1969, è stata donata allo Stato nel 1979 ed aperta al pubblico nel 1981. Curatrice della Raccolta è attualmente la dott.ssa Marcella Cossu.

Il nucleo più consistente delle opere che vi sono conservate appartiene agli anni compresi tra il 1950 e il 1970, periodo della maturità dell’artista, in cui molti dei temi nati fin dagli esordi, negli anni ‘30 del secolo scorso, vengono ripresi e rielaborati. La Raccolta possiede pochi ma validi esempi del periodo iniziale, tra cui il bassorilievo in bronzo Adamo ed Eva del 1929. L’arcaismo dei primi anni viene abbandonato per un ritorno ai valori del sentimento e della vita quotidiana nella plastica soffusa delle prime testine in cera, iniziate nel 1934. Il Ritratto della signora Birolli e il David, entrambe del 1937, sono esempi del nuovo discorso che s’impernia sullo studio degli effetti della luce sulla materia.
Molto si è discusso del modo per rivitalizzare il suddetto museo, e molto si discuterà. Momentaneamente scartata l’ipotesi di trasferire la collezione a Bergamo, è stata presa in considerazione l’idea di trasferirne una parte a Roma affinché abbia una maggiore visibilità. Se possiamo permetterci un consiglio, non concordiamo molto con quest’ultima ipotesi: solitamente le maree di turisti giungono nella capitale per ammirare le opere di Raffaello e Michelangelo più che quelle del pur bravissimo Manzù (con tutta la stima e la sincera ammirazione che abbiamo per il maestro del ‘900), ed è già abbastanza sconsolante vedere la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane ed altri capolavori archittettonici del genio di Borromini desolatamente semideserti…
Nel frattempo consigliamo a tutti gli affamati di buona arte che volessero per una volta uscire dalle mura della città eterna senza allontanarsi troppo, una piacevole gita fuori porta per ammirare le opere di un grande artista come Manzù. Il museo è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, con orario continuato.Gabriele Fratini
NB: Sul sito del ministero dei beni culturali http://www.beniculturali.it, un ottima fonte di informazioni per tutti gli appassionati di arte, si può consultare una guida al museo ed eventi correlati
http://www.museomanzu.beniculturali.it/

Raccolta Manzù
Via Laurentina km. 32
00040 Ardea, Italia
Tel. 0039 06 9135022
www.museomanzu.beniculturali.it -

STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI
[corner-ad id=1]E arriviamo alla seconda guerra mondiale.
Per la prima parte dell’articolo vedi
Pigneto da bosco di Pini a quartiere operaio del primo Novecento
S. Lorenzo fu colpita duramente, e per via dello scalo ferroviario ed anche perché la ‘Roma città aperta’ permise agli Americani di colpire là dove era più devastante, il nodo ferroviario appunto, ed anche lontanodal Vaticano. Ma anche il Pigneto non se la passò bene. Alcuni ancora ricordano le bombe, e poi i rastrellamenti tedeschi, e gli invii ai campi di concentramento di gente del Pigneto. E il dopoguerra fu duro, povero per tutti. ancor più per il Pigneto che viveva delle paghe operaie e dell’artigianato di sopravvivenza.
C’è un bar, che, aperto nel 1924, ed ancora felicemente attivo, intatto nel suo bancone e con il bel giardino, é li a testimoniare una continuità che il quartiere tutto difende, oggi come ieri. Uno ieri che vede qui Pasolini fare il suo film Accattone, ed incontrare i suoi ‘Ragazzi di vita’ e forse ritrovare in questo Pigneto ancora pineta, uno degli ultimi luoghi di una Roma poverissima ma idilliaca, dove la vita é duro lavoro ma anche tramonti e sere nelle osterie ancora intatte, fuori dal tempo, forse ancora con le lucciole la cui morte lui raccontò, con angoscia. come morte della civiltà contadina.
Mentre il Pigneto, luogo incantato nel suo essere fuori dal tempo romano, viveva una simbiosi tra vita contadina e vita operaia, con le sue piccole case e il suo tranquillo scorrere del tempo. Che però fa ora crescere Roma smisuratamente. L’immigrazione dal Sud si fa valanga, e tocca anche al Pigneto assorbire, vicino come è a Porta Maggiore, i nuovi arrivi.
Negli anni ’60 il quartiere appare, sostanzialmente, come è ora. Via del Pigneto, la sua dorsale, curva ed elegante, divide in due il quartiere. L’origine, l’angolo acuto del triangolo, là dove Casilina e Prenestina si biforcano, é diventato sede di un grande mercato che serve tutta la zona, ormai molto urbanizzata. Lo chiamano l’isola, ed è un’isola felicemente pedonalizzata, interrazziale, popolare, studentile e di artisti di oggi.
La zona di via Malatesta, da Piazza dei Condottieri a via dell’Acqua Bullicante e stradine limitrofe, è abitata per lo più da impiegati, liberi professionisti. insomma, da una middle-class all’italiana. Quasi uno spaccato dell’Italia, se volete.La parte nord del quartiere è operaia ormai da decenni. E come in S. Lorenzo si è radicata una visione proletaria della vita, ed anche una cadenza quotidiana legata a quei ritmi di vita delle industrie: la Serono tra via Casilina, subito dopo il ponte e l’Isola Pedonale restano l’insediamento più antico e più forte.
Ma sono arrivate anche l’Algida, la Pantanella, nel primissimo tratto di via Casilina a ridosso di Porta Maggiore, una fabbrica di gazosa tra via del Pigneto e via Casilina a rafforzarne la vocazione industriale, sicuramente diversa, e lontana, dalla Roma del centro, borghese e ministeriale. Ora il Pigneto è fittamente popolato, il mercato dell’isola pedonale é rimpicciolito. I suoi locali serali ne sono la sua vera anima, fatta di un tessuto fittissimo di relazioni e di attività e di vita di strada. Di giorno c’era un enorme mercato che occupava tutta l’attuale area pedonale più un pezzo di via del Pigneto fino alla Circonvallazione Casilina e molte delle stradine limitrofe.
Attorno a quello nacquero e si svilupparono numerosissime botteghe di tutti i tipi, vestiario, accessori per la casa, mercerie. Anche un fiorente artigianato che sempre aiuta l’autosufficienza dei quartieri operai: falegnami, arrotini, stagnai, carpentieri, muratori e ovviamente idraulici. Insomma tutto quello di cui il quartiere ha bisogno e non vuole andare a prendere fuori, né a S. Lorenzo vicina, né dentro le mura Aureliane, considerate lontanissime.
Ma siamo già arrivati alle memorie orali.
Tutti i vecchi residenti del quartiere ricordano con nostalgia quel periodo, forse il più vitale e prospero nella storia del Pigneto. Uno di loro. Gianfranco Bini (” B-I-N-I! non Fini!” ci tiene a sottolineare) che ci ha dedicato molto tempo con i suoi ricordi, descrive quegli anni in maniera folgorante: “Negli anni’60 ar Pigneto se sturato più osterie che portoni!” La proliferazione di botteghe e attività artigianali commerciali di tutti i tipi e tutti i possibili negozi della zona erano aperti e funzionanti era possibile a causa dell’alta densità abitativa di quegli anni.
Un altro residente storico, Peppe Pietrolucci, proprietario dell’omonima bottega di pasta all’uovo del numero 32, aperta dal ’51, nel cuore dell’isola. ci racconta che all’epoca “la gente viveva addirittura nelle cantine, perché gli appartamenti erano tutti pieni”. Poi, nei primi anni ’70 arrivarono gli esuli Cileni, in fuga dal golpe fascista, e Argentini, in fuga anche loro dalla dittatura dei militari.
Il Pigneto, quartiere proletario, da sempre schierato a sinistra, fu all’altezza della sua storia: trovarono accoglienza. L’integrazione, si direbbe oggi, fu perfetta. Comparirono anche alcune botteghe di artigianato sudamericano.
E non fu che l’inizio di una serie di arrivi che si sarebbero infittiti nelle decadi successive, sino a inglobare poveri di ogni parte del mondo approdati qui e qui accettati.
Al Pigneto era anche arrivato un famoso cinema d’essai – la sede era quella dell’attuale cinema a luci rosse Avorio – che attirava spettatori da tutta Roma. Ed anche questo, insieme con il Pasolini dei film, fu l’inizio di una vocazione cinematografica di questo Village, per dirla all’americana.
Quì veniva puntualmente la sinistra romana giovane, e tanto per far nomi oltre al canonico Pasolini, frequentava anche un giovanissimo Nanni Moretti. Presto non fu solo vocazione cinematografica. Divenne anche più estesamente artistica e troverà mille risvolti: visiva, musicale tra l’altro, si arricchiranno col tempo. Tuttavia sul finire degli anni ’70 la prosperità del quartiere -che comunque non è mai stato ricco – sparisce.
Le fabbriche che fino a quel momento avevano dato lavoro a larga parte degli abitanti cominciano a chiudere. Gli operai si trasferiscono in cerca di lavoro. Molte attività chiudono, lo stesso mercato si riduce.
In particolare residenti e bottegai ricordano con tristezza la chiusura dello stabilimento Serono, che dava lavoro in quel periodo a 350 operai, la maggior parte dei quali abitava le vie nei dintorni con le rispettive famiglie e ne costituiva il nucleo forte. I vuoti lasciati dagli operai degli stabilimenti chiusi non vengono colmati: il quartiere non è abbastanza attraente per la borghesietta che vuole altri luoghi ed altri appartamenti così molte attività commerciali chiudono. Ancora una volta, e questa volta non in positivo, il quartiere ha una storia tutta sua, diversa dalla Roma dentro mura. La vicina S. Lorenzo dello scalo, della Stazione Termini che ormai è lo snodo ferroviario principale italiano, regge bene, e comincia anche a diventare quartiere giovanile, studentesco. di decine di migliaia di studenti, delle nuove generazioni, quelli che vengono dalla provincia, hanno bisogno di stanze, appartamenti che le amministrazioni si guardano bene dal fare. Lentamente, molto lentamente, la marea studentesca deborda ed arriva tino al Pigneto. E con loro arrivano anche una nuova generazione romana meno affascinata dal prestigio del centro e dall’appartamento convenzionale, affascinata da un quartiere ancora a misura d’uomo. Siamo arrivati ai primi anni Novanta. Il Pigneto ha un comitato di quartiere forte, che si rende protagonista di una dura e lunga battaglia contro l’apertura di un centro commerciale nell’area dell’ex SNIA Viscosa.

L’opposizione vede tutto il Pigneto compatto nel dire ‘no’ al progetto imprenditoriale. Ciò porta il quartiere sui giornali. Chi può, e vuole rifiutare un supermercato? Solo chi ha un mercato antico e radicato, dove i rapporti sono umani, e dove nessuno ama una invasione commerciale. che tale è sentita dagli abitanti.
A poche centinaia di metri da porta Maggiore, quindi dal cuore più antico di Roma, dimenticato da tutti, c’è un quartierino, dove giardini con pini mediterranei, animali (c’è chi ricorda i molti pavoni) hanno vita accettabile. come hanno vita accettabile le biciclette, e dove, a parte le terribili vie Casilina e Prenestina, come per magia molto è rimasto intatto, le vie sono silenziose, le macchine poche.
I grandi casermoni speculativi sono solo sull’orlo delle vie consolari.
La battaglia alla fine è vinta, il centro commerciale non verrà costruito più. In ricordo dello scontro rimane ancora l’immenso moloch di cemento armato in mezzo al laghetto del parco ex SNIA. Laghetto “creato” dagli scavi per le fondazioni del centro, che risvegliarono la falda d’acqua che dà il nome a via dell’Acqua Bullicante.
E lì, ma è già ieri, si insedieranno, in una situazione che inevitabilmente si degraderà, molti immigrati da un lato, e un attivissimo centro sociale che ancora è al suo posto, e, guarda caso, molto si occupa di biciclette. Encomiabilmente.
Nello stesso periodo. all’incirca, nasce “L’Infernotto”. Nel 1994. Dario e Franco, figli del quartiere, già gestori de ‘I Giacobini’, noto locale del centro storico, decidono di tornare alle origini. ed aprire il primo locale dell’isola pedonale. L’Infernotto ha il merito di portare al Pigneto la clientela del precedente locale gestito dai due proprietari: giornalisti. intellettuali, professionisti.
Vengono qui e si accorgono che, a poche centinaia di metri dal centro di Roma sopravvive un quartiere profondamente popolare e ancora vivibile come ormai a Roma non ce ne sono più.
Cominciano così a uscire i primi articoli (il primo è a firma di Corrado Zunino), e cominciano piano piano a ripopolarsi le case. Mutatis mutandis, succede quello che negli anni Settanta era successo a Trastevere, quartiere che era stato della mala nel dopoguerra (vedi Ladri di biciclette di De Sica), poi scoperto da alternativi, artisti e stranieri che ne seppero vedere la bellezza dei vicoli e della vita ancora antica, dove poco costavano gli affitti e poco le osterie. E per questo ci vennero ad abitare e lo resero vivo, animato, godibile finché, lentamente ma inesorabilmente, nel ventennio tra gli Ottanta e i Novanta, diventò alla moda, e poi caro, e e turistizzato a morte.
È un fenomeno che colpisce le grandi metropoli, e che ha preso l’avvio negli anni Settanta. A Londra è Portobello Road, ora costosissima, a Parigi il Quartiere Latino, Pigalle, che hanno una storia antica di un secolo.

I quartieri popolari vengono animati da artisti e alternativi, e poi, quando la loro vivacità li ha resi “alla moda” vengono invasi dalla borghesia guardona, che insegue una creatività che non ha, e cerca di comprare.
Il piccolo Pigneto, fuori dalle mura e fuori da ogni giro che conta è una specie di bella addormentata, che negli anni Novanta viene scoperto perché costa poco, perché non è invaso dalle macchine, e perché ha una magia che ormai la città dentro le mura non ha più. Alternativi di varia estrazione, ma anche nuove famiglie, pittori, musici, creatori d’ogni genere, anche del web, e poi studenti universitari, attirati dai prezzi più che convenienti e dalla vicinanza con il centro cominciano a venirci a vivere. Poco più che quindici anni fà con 100 milioni di lire si comprava un appartamento. Gli affitti erano molto più che convenienti che nelle tradizionali zone universitarie di San Lorenzo e Piazza Bologna. La sede centrale de ‘La Sapienza’ è raggiungibile con un quarto d’ora di tram. I prezzi salgono inesorabilmente. Frenati, forse, dall’arrivo di immigrati d’ogni genere e colore. Non è invasione. ma infiltrazione si, e questo dà al quartiere una pennellata di colore. di vita, inevitabilmente qualche problema, ma sicuramente una ricchezza che solo altre culture possono portare.
Arrivano insieme, i ristorantini. i negozi d’artigianato nuovo, con le piccole immobiliari che si scatenano: salgono i prezzi delle case ed anche quelli degli affitti per gli studenti. Arrivano, puntuali, gli articoli sulle cronache romane dei giornali, il quartiere ha una sua movida unica in città.
Il resto è storia di oggi: il Pigneto è da molti considerato uno dei quartieri più vivi e ‘trendy’ della capitale. Sempre più case e palazzi degli anni Venti dello scorso secolo vengono ristrutturati, contribuendo all’abbellimento della zona, che da sonnolenta e sgarrupata diventa un mix unico e irripetibile di palazzine e palazzetti, casine ma anche, ahinoi, palazzoni anonimi, specie nella parte che va da piazza dei Condottieri, non certo una bella piazza, giù per via Malatesta, verso via dell’Acqua Bullicante, al di la della quale c’è ancora qualche terrain vague, ultima rimasuglio quasi fuori porta.
Mentre l’Isola, come ormai tutti la chiamano. si impreziosisce di locali e di ristoranti, e si tiene anche il suo kebab, i suoi call centre, persino il suo alimentari del Bangladesh, in un mix allegro. improbabile, imprevedibile, unico .Sicuramente non può competere con posti come Trastevere per i suoi vicoli e piazze, né con la S. Lorenzo ora esplosa e diventata quartiere rutilante. Ma, con i suoi palazzi primo ‘900, le sue casette basse, i suoi giardinetti e cortili privati, ha una dimensione più che vivibile che le altre non hanno. Ben lontano dalla cementiticazione soffocante che caratterizza molti dei quartieri romani al di fuori delle mura aureliane.Insomma, con gli ultimi ristoranti e locali, con gli articoli di giornale (si parla di degrado, il prive più osè di Roma, Vladimir Luxuria ed altri trans conosciuti ci abitano da un pezzo…) il tocco finale è una micromovida notturna dell’isola che ne fa luogo trendy, senza locali e costi turistizzati come il centro.
Prendete la parola trendy con le molle, come fanno i vecchi abitanti, ed anche i nuovi degli ultimi dieci anni che lo hanno amato e lo amano per quel che è, e non vorrebbero si snaturasse, ovviamente. Ma nel bene e nel male, ormai, il quartiere è un village metropolitano, cosmopolita, variegato di culture e di persone. Un luogo dove lo scorrere del tempo, e la gioia del vivere quotidiano. hanno ancora importanza, significato.
FONTE:
Guida al Pigneto
malatempora editrice
“Nel tempo dell’inganno universale,
dire la verità è un atto rivoluzionario”
George OrwellPigneto e quartieri
“La corona di spine
che cinge la città di Dio”
Pier Paolo Pasolini -

UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA
La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima diretta dal presidente Marco Müller, si conclude per la prima volta, nel suo breve e appassionato percorso di amore per il cinema, con i premi dati dal pubblico.
A loro le briglie dei risultati finali a conclusione di un festival che ha tanto diviso, a partire proprio dall’etichetta che il direttore ha deciso di affibbiargli: festa.
Una festa del cinema che sia fruibile per tutti (agevole meno per gli spostamenti con l’assenteista navetta ma concentrata nell’accesso alle sale, tutte vicine) e soprattutto intelligibile; quindi, una selezione di film più di “cassetta” e una varietà di generi più ampia (seppur di minor qualità), per un risultato complessivamente deludente, privo di picchi, con tanti film medi e anche qualche caduta di tono e di stile non indifferente (vedi Tre Tocchi e Love, Rosie).
Cosa diventerà dal prossimo anno, il decimo, questo festival del cinema più odiato che amato dai romani?
Sono tanti gli interrogativi che il pubblico e anche gli assenteisti (cassintegrati?) si pongono.
Vale davvero la pena spendere per un nuovo festival in Italia? Perché non accorparlo con quello che solitamente si svolge a settembre e che riguarda la fiction?
Tante teorie, supposizioni, pensieri.
Poca solidità e nuove sterili polemiche. Nella confusione generale, emerge lo stesso l’impegno di Müller nel cercare di amalgamare tutta una serie di richieste e di suggestioni, di certo non facile ma coraggioso, considerate anche le problematiche logistico-gestionali degli assetti amministrativi e degli impegni economici prestabiliti (il fondo della Bnl, pari al 40% del totale, è stato a rischio per diverso tempo).
La scelta di aprire e di chiudere questa edizione del festival con due commedie pensate appositamente per il grande pubblico (Soap Opera e Andiamo a quel paese di e con Ficarra & Picone) ha suscitato le paternali di una frangia della critica; se questa è la nuova commedia all’italiana (di derivazione televisiva, nonché cabarettistica), allora cosa recuperare di prezioso da un festival studiato soprattutto per un processo di riavvicinamento alla settima arte di una parte di quel pubblico che ignora ma che può condividere o tornare a farlo, ripartendo da ciò che è più facilmente comprensibile?
A mancare sono stati i grandi nomi, poche stelle sfilanti sul red carpet (giusto qualche incontro speciale con vip del passato e del presente, più e meno conosciuti o apprezzati come Tomas Milian, premiato con il Marc’Aurelio alla carriera,
di Kevin Costner che ha partecipato ad una cinechat con il pubblico, Clive Owen, Geraldine Chaplin, Brad Anderson), molte delle quali hanno declinato l’invito con motivazioni fra le più disparate, e una selezione di film pericolosamente vicina al format di fiction televisiva (ma d’altronde è una tendenza che ha preso forma anche nelle ultime due edizioni del festival di Venezia).
Gli scenari futuri (si vocifera di una direzione affidata a Gianni Amelio) possono riservare più di una sorpresa, si spera gradita stavolta, più a quegli addetti ai lavori che hanno seguito l’evoluzione della storia moderna del cinema e che continuano a volerla seguire nei suoi contemporanei sviluppi, che si aspettano una caratura di maggiore livello internazionale e una rivalutazione delle presenze qualitative, pertanto molti più grandi nomi fra i grandi cineasti. Ma veniamo ai premi dati dal pubblico.
Il premio principale, Premio del Pubblico Bnl Gala, lo riceve Trash di Stephen Daldry (regista di film noti come Billy Elliott e The Hours), appassionante e rocambolesca, avvincente e vorticosa avventura ambientata nella favelas di Rio de Janeiro che scuote e commuove anche e soprattutto attraverso l’intrattenimento dato da una invidiabile riuscita dell’insieme delle componenti filmiche, data dall’ottimo contributo degli operatori e dagli addetti al montaggio, nonché dalla fresca spontaneità e dalle spiccanti doti acrobatiche dei tre piccoli protagonisti.
“Trash”, che riceve anche il Premio della Giuria di Alice nella città, è stato girato in una favela ricostruita appositamente per il film nelle vicinanze di quelle reali presenti sul territorio brasiliano.
Il Premio del Pubblico per il Miglior Film Italiano lo riceve il regista italo-americano Roan Johnson per la vaporosa commedia universitaria Fino a qui tutto bene che evidentemente ha leggermente rinfrancato le corde emotive del giovane pubblico, immedesimatosi nelle speranze e nelle delusioni di un quartetto di giovani emergenti. Il premio per il Miglior Documentario Italiano va a Looking for Khadija di Francesco G. Raganato, interessante esperimento meta-cinematografico ambientato in Eritrea. Vincono i premi delle sezioni “Cinema d’oggi” e “Mondo genere”, rispettivamente i film 12 Citizens del regista cinese Ang Xu, ennesimo remake del capolavoro di Sidney Lumet “La parola ai giurati” del 1957, e Haider di Vishal Bardwaij, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
La sezione collaterale, “Alice nella città”, sin dal primo anno dedicata all’infanzia e all’adolescenza e che prende il nome in prestito da “Alice nelle città” film di Wim Wenders (che è stato ospite di una masterclass con il pubblico, sul docufilm Il sale della Terra realizzato col fotografo Luis Salgado e presentato all’interno dello stesso festival nella sezione Wired Next Cinema), premia invece “The Road Within”, diretto dal regista americano Gren Wells, un “road-movie” di formazione. Vince il Premio come Miglior Opera Prima, Escobar: Paradise Lost, di Andrea Di Stefano, con Benicio Del Toro a margine di un fosco melodramma sentimentale che filtra fatalità a iosa sin dalle prime battute.
Nonostante il pubblico non poteva apprezzare fino in fondo gli oscuri film di David Fincher (Gone Girl, parabola spietata sulla morte del matrimonio e la sepoltura della privacy in pasto ai media), e dell’esordiente Dan Gilroy (Nightcrawler, incalzante noir sulla famelia umana che attraversa iconico il cinema notturno americano degli anni ’80), di gran lunga i migliori di tutta la selezione, il premio dato a “Trash” si rivela molto più sensato e stimabile rispetto a quello dato, nell’edizione dello scorso anno da un’apposita giuria, al grigio e dimenticabile documentario “Tir”. Se queste sono le premesse, allora ben venga il democratico giudizio degli spettatori, purché si aggiunga anche un premio della critica, quella non di parte che si batte da anni per una dignità stipendiata e favorevolmente accomodata, come del resto avviene persino in certi Paesi del Terzo Mondo.a cura della redazione di romanews.it
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Parola del Signore, nuova edizione della Bibbia TILC
La nuova versione della Bibbia TILC, edita dalla casa editrice elledici, sarà presentata nella città del Vaticano in udienza da Papa Francesco il giorno Lunedì 29 settembre 2014.
La Bibbia TILC è un incredibile successo di ELLEDICI – ABU (Alleanza Biblica Universale) con più di 13 milioni di libri venduti in Italia.
Il successo editoriale della NUOVA VERSIONE della Parola del Signore BIBBIA TILC (traduzione interconfessionale in lingua corrente) sia l’Antico che il Nuovo Testamento, nella traduzione interconfessionale in lingua corrente (TILC), edita dall’editrice cattolica salesiana ELLEDICI e dall’ABU (Alleanza Biblica Universale), a mezzo della Società Biblica Britannica & Forestiera, vengono rieditati in una rinnovata versione a cura dai migliori esperti della Bibbia europei.Il successo della traduzione in lingua corrente dimostra quanto sia vivo l’interesse per la religione e quanto sia necessario un linguaggio diverso per ravvivarlo. Dietro c’è un lavoro lungo e molto impegnativo dei migliori esperti evangelici e cattolici scelti dalle chiese rispettive. Il lavoro iniziò già negli anni 70 e si concluse con la pubblicazione del Nuovo Testamento nel 1976 cui segui la pubblicazione dell’intera Bibbia uscita nel 1985.
Anche questa versione viene pubblicata con la piena approvazione sia della Alleanza Biblica Universale che della Conferenza Episcopale Italiana.
La TILC è una realizzazione assolutamente unica ed : si discosta da qualunque altra traduzione della Bibbia attualmente disponibile, per una fedeltà assoluta agli originali testi in greco e ebraico e, soprattutto, per la decisione di presentarli ai lettori odierni con forme e parole della lingua italiana corrente.
La versione attualmente in edizione è ancora più consona ad una lettura veloce ad alta comprensibilità a per tutti ed è particolarmente rivolta ai giovani pensando ai quali è presente un ventaglio molto ricco di foto ed immagini ad uso specificamente scolastico.
La Bibbia TILC è stata venduta in più di tre milioni di esemplari negli ultimi anni. La versione attuale è completamente rinnovata. Con l’approvazione ufficiale della Chiesa Italiana, mette in contatto e unisce le Chiese cristiane: più di un miliardo di persone che hanno in comune la fede in Cristo e questa traduzione della Bibbia per cancellare le separazioni e le difficoltà di compresione. L’edizione è completata da un ricco inserto a colori di 128 pagine. Le immagini presenti insieme ai testi della Bibbia, rivelano documenti del periodo storico e delle zone geografiche con carte dettagliate e descrizioni di report archeologici e storici con documenti culturali di approfondimento molto curate con anche tavole cronologiche.
Valdo Bertalot, segretario generale della Società Biblica in Italia, intervistato sulla nuova edizione della bibbia in lingua corrente,in occasione del Sinodo valdese che svolto a Torre Pellice (To) ha rilasciato alcuni chiarimenti sul significato della nuova produzione editoriale.
La Società biblica, che promuove la diffusione della Bibbia in ogni parte del il mondo, ogni circa 30 anni ritiene necessario aggiornare la traduzione perché la lingua non è ferma ma è in continuo movimento/evoluzione.
Per tale motivo, dopo 30 anni dalla edizione della Tilc nel 1985, è stato messo in moto un processo impegnativo e lungo nel tempo, che si è concluso a maggio 2014 con la realizzazione della nuova edizione della Bibbia in lingua interconfessionale che era già stata aggiornata nel 2001 del Nuovo Testamento.
Si è trattato di una realizzazione con la medesima dimensione interconfessionale che già aveva all’inizio e ha impegnato circa quaranta tra biblisti, redattori, e correttori di bozze che, pur non lavorando alla luce dei riflettori , danno il loro contributo al lavoro con competenza e grande sensibilità.
Tra i biblisti protestanti c’è il prof. Daniele Garrone, docente di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia, e tra i cattolici il prof. Carlo Ghidelli, già arcivescovo di Lanciano. Tutto il lavoro è stato diretto dal biblista Carlo Buzzetti, che purtroppo ci ha lasciato due anni fa, ed è stato proseguito da Paolo D’Achille, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università degli studi Roma tre.
La Nuova Edizione della Tilc si rivolge soprattutto a coloro che non vanno più in chiesa e che dunque sono lontani dal linguaggio liturgico e biblico delle traduzioni tradizionali della Bibbia.
E poi ovviamente è rivolto a quelli che sono interessati al testo biblico ma ne percepiscono il linguaggio come troppo distante da quello utilizzato quotidianamente. -

Scienza e conoscenza: l’abbraccio
La durata media di un abbraccio
tra due persone è di tre secondi.
Ma i ricercatori hanno scoperto qualcosa di fantastico.
Quando un abbraccio dura venti secondi,
produce un effetto terapeutico sul corpo e la mente.
La ragione è che un abbraccio sincero
produce un ormone chiamato “ossitocina”,
noto anche come l’ormone dell’amore.
Questa sostanza ha molti benefici
sulla nostra salute fisica e mentale,
ci aiuta, tra l’altro, a rilassarci,
a sentirci al sicuro e calmare le nostre paure e l’ansia.
Questo meraviglioso tranquillante è offerto gratuitamente
ogni volta che si prende una persona tra le nostre braccia,
che si culla un bambino, che si accarezza un cane o un gatto,
che si balla con il nostro partner,
che ci si avvicina a qualcuno
o che si tiene semplicemente un amico per le spalle.
Oggi, prendete qualcuno tra le braccia per venti secondi,
fate questo semplice regalo….. -

La cucina russa tra storia, letteratura e ricette
In quanti sanno che l’insalata russa in realtà è stata creata da uno chef francese e che il suo vero nome è Insalata Oliviér? O che fu Pietro il Grande a portare per la prima volta sulle tavole russe bistecche e filetti? Queste ed altre interessanti curiosità sull’arte culinaria russa sono state raccolte da Donatella Possamai nel volume “La cucina russa tra storia e letteratura” pubblicato da Orme Editore (pp 192, € 17.50). Ancora oggi in Italia, sono note ai più solo alcune famose pietanze russe come bliny, kvas, šči,insalata russa e caviale. Ma come spiega l’autrice nell’introduzione, “la cucina russa, troppo spesso erroneamente ritenuta povera, si rivela ad un conoscitore attento come ricchissima per la quantità e la varietà dei prodotti impiegati”.
Il volume della Possamai raccoglie circa un centinaio di ricette tra antipasti, minestre, secondi piatti e dolci che hanno da sempre caratterizzato il popolo russo e la sua cucina. Non si tratta però di un semplice e classico ricettario, la peculiarità del libro è infatti il legame che l’autrice ricrea tra la cucina, la storia e la letteratura russa dando testimonianza di quanto la prima sia cambiata o meno nel corso degli anni e di quanto siano stati spesso eventi storici importanti ad averne influenzato i mutamenti.

Le ricette sono introdotte da un interessante e dettagliato excursus sulla storia gastronomica russa che ci permette di scoprire ad esempio che uno dei grandi vanti dell’antica Russia era la diversificata produzione di pane che, racconta l’autrice, “insieme al sale veniva offerto in segno di ospitalità e amicizia agli stranieri o ai visitatori, tanto che ancora oggi una persona ospitale viene definita chlebosol, che per l’appunto significa ‘panesale’”. Ad influenzare la cucina russa e il modo di mangiare del popolo russo furono spesso e volentieri importanti cambiamenti storici. Quando le città russe, ad esempio, caddero sotto il dominio di Chinggis Khan nel 1237-40, i russi appresero dai tatari “come far fermentare il latte e ottenere il kefir, come conservare il cavolo in una soluzione salina e, sopratutto, l’uso del tè; sembra che persino il samovar, che potrebbe quasi essere considerato un emblema della Russia, trovi in realtà le sue origini presso il popolo tataro”.
L’importanza di alcuni cibi all’interno della vita del popolo russo è testimoniata anche dai tantissimi proverbi a loro legati, come quello sul kvas “anche un kvas cattivo è meglio di una buona acqua” o i tantissimi detti legati alla kaša come “Dove c’è la kaša là ci sono i nostri”. Tante sono anche le citazioni letterarie di grandi autori della letteratura russa che, come Gogol’ e Puskin, hanno dedicato pagine delle loro opere alla descrizione delle pietanze e della loro preparazione.Il pranzo russo nel XVII secolo era formato da quattro portate: antipasti, zuppe, secondi a base di carne o pesce e dolci. Ad accompagnare i pasti c’erano bevande a base di miele, vari tipi di birre e kvas e, naturalmente, la vodka. Come racconta Possamai, la cucina come luogo in cui venivano appunto preparate le specialità russe conobbe un’importante evoluzione al tempo di Pietro il Grande il quale fece introdurre l’uso dei fornelli a sostituzione della stufa che era invece apparsa nei secoli XVI- XVII.
L’autore dell’Evgenij Onegin, ad esempio citava spesso la okroška, “la nonna delle zuppe fredde”, nelle lettere inviate agli amici. Parlando poi di un vero simbolo della gastronomia russa, il caviale, l’autrice lo definisce “il principe degli antipasti” e spiega come da sempre i suoi maggiori estimatori siano stati gli italiani che lo importavano già dal 1728. Il blin, altro emblema della cucina russa, invece “simboleggia il sole e tutto quanto v’è di tradizionalmente ‘buono’ nella vita”.
“La cucina russa tra storia e letteratura” è un libro ricco e prezioso per chiunque voglia avvicinarsi alla cucina russa scoprendone gli antefatti e apprezzandone le più importanti caratteristiche. Quello della Possamai è senza dubbio un approccio nuovo ed interessante alla cucina e alle ricchezze della gastronomia russa.
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L’evoluzione dell’informazione è Twitter !
Il popolare social network sta attraversando il momento di maggior sviluppo nel contesto tecnologico italiano. La crescita esponenziale di traffico generato, inteso come iscrizioni e frequenza di utilizzo da parte degli utenti, si sta esprimendo anche attraverso nuove direzioni di utilizzo del mezzo. Nel mondo dell’informazione e quindi del giornalismo, lo strumento è entrato nella quotidianeità di addetti ai lavori e lettori, sempre più alla ricerca di nuove notizie aggiornate in tempo reale.
Il punto. L’architettura e l’usabilità dello strumento, hanno già mutato il modo di diffusione delle “breaking news”, portando il giornalista ad avere un contatto sempre più diretto con i propri lettori. Eventi, manifestazioni, conferenze stampa sono solo alcuni dei casi in cui Twitter viene utilizzato come strumento utile all’aggiornamento continuo degli accadimenti in corso. Alcuni lo hanno definito “un flusso di lanci di agenzia”. Le peculiarità del social network fanno in modo che quello delle notizie flash sia il naturale sviluppo del mezzo, capace di arrivare in tempo reale al lettore ancor prima di tanti altri mezzi di comunicazione. Rispetto a Facebook, Google+ o altri canali concorrenti, Twitter fa dell’immediatezza e della capacità di sintesi i propri punti di forza.
Lo sviluppo. Fatte queste considerazioni è evidente quanto, l’assunto che i giornalisti abbiano bisogno dei social media tanto quanto i social media hanno bisogno dei giornalisti, sembra quanto mai verosimile. Il giornalismo e la diffusione delle notizie hanno trovato terreno fertile in un nuovo canale di distribuzione, che alimenta la rapidità della diffusione e la risonanza mediatica delle notizie, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di numerose reti sociali.
In conclusione. Il giornalismo e i giornalisti si trovano davanti ad un cambiamento epocale. Abituati a ridurre il contatto con i propri lettori a brevi interventi pubblici, si ritrovano davanti ad un nuovo modello di giornalismo che muta radicalmente l’intera concezione della professione. La presenza costante, e di conseguenza la conversazione, assumno un ruolo fondamentale in termini di credibilità e diffusione del proprio pensiero. I social network premiano la partecipazione, stimolano l’interazione e alimentano la capacità di diffusione della notizia attraverso le reti sociali create dagli utenti.Da parte delle imprese editoriali, ignorare questa considerazione sarebbe un errore imperdonabile. Anticiparla sarebbe stata un’intuizione che avrebbe potuto creare un notevole vantaggio rispetto ai propri competitor. Consapevolizzarsi e agire di conseguenza è diventato oramai quasi una questione di sopravvivenza.
