Autore: Leonardo D’Offizi

  • Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    [corner-ad id=1]La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni…

    Clicca quì per visualizzare l’articolo completo nella sezione WIKI del blog

    L’elenco aggiornato di tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS) sono nell’articolo di Introduzione alla sezione wiki che potete leggere cliccando nel link che segue:

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    https://www.romanews.it/blog/wiki/economia-solidale

    Gli articoli sono tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci con il medesimo titolo di cui vedete quì la copertina.

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013
    Economia solidale - Tornare alla filiera corta

  • La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    [corner-ad id=1]La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricolturaGià dagli anni 80, nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati, l’inattesa e vasta disponibilità di cibo standardizzato, importato e spesso già trasformato ha portato le famiglie a repentini cambiamenti di abitudini alimentari e stili di vita (Schmidhuber e Shetty, 2009).

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    La modernizzazione ha permesso l’ampia disponibilità di cibo pronto e a basso prezzo. Questo è apparentemente un vantaggio per i consumatori che possono risparmiare tempo e fatica delegando la coltivazione e la preparazione del cibo alle grandi azienda, ma ciò comporta anche alcuni rischi, soprattutto con riguardo alla qualità della dieta. In quegli anni, la diffusione dei supermercati e dei prodotti confezionati, infatti, ha permesso la sostituzione di buona parte delle calorie di origine vegetale con calorie di origine animale (Smil, 2000).

    Vedi http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=524

    Questa circostanza è eloquente nell’esperienza di alcune popolazioni delle isole del Pacifico (Naru, Cook, Tonga), in cui lo spostamento dalle diete tradizionali verso quelle a base di cibo trasformato ha indotto gravi conseguenze in termini di obesità, comportando l’abbandono di pratiche agricole tradizionali e conoscenze locali legati alla coltivazione e alla preparazione del cibo (Kirk et al., 2008). In alcuni di questi paesi la percentuale di persone in sovrappeso raggiunge il 92%; mentre quella di obesi oltrepassa l’80% (British Heart Foundation, 2006).

    British Heart Foundation Health Promotion Research Group

    Il processo di modernizzazione ha dunque avuto dei risultati positivi riducendo la quota di popolazione sotto nutrita, ma ha anche complicato il problema della malnutrizione nel contesto della salute globale. Oggi il numero di sottonutriti si aggira intorno a 870 milioni di persone, (14,9% nei PVS), ma le malattie collegate al sovrappeso e all’obesità sono in costante aumento. La Fao ha evidenziato che questa preoccupazione colpisce oggi il 20% della popolazione mondiale, vale a dire circa 1.400 milioni di persone tra cui 500 milioni sono obese (WHO, 2012).

    Obesity e overweight. Fact sheet No. 311. Geneva, Switzerlandon Agriculture document COAG/2010/6. 2008.

    Si è così giunti a una paradossale convivenza di sotto nutrizione e obesità in diverse regioni del mondo, come si può vedere dalla figura 1.2. Dal punto di vista ambientale la modernizzazione ha comportato due importanti conseguenze. La prima è riferita al fatto che la selezione di poche varietà ibride per ogni pianta ha comportato la scomparsa di un altissimo numero di altre varietà autoctone e metodi di coltivazione tradizionali. Si stima che per alcuni raccolti, la perdita di biodiversità sia stata anche del 90%. In India, per esempio, le varietà di riso, una delle specie maggiormente coinvolte nel cambiamento, sono passate da 100.000 a 10, e lo stesso è accaduto per gli allevamenti.
    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    Vandana Shiva (2001) ha reso noto che le razze di maiale commercializzate in tutto il mondo sono oggi ridotte al solo numero di quattro, quando fino a poco tempo fa solamente in Cina erano oltre 40. La perdita di biodiversità si traduce spesso anche in una perdita di fattori nutritivi inducendo gli individui che li consumano a un’alimentazione povera, come risultato del passaggio da diete varie, con molte fonti nutritive a diete basate su uno o pochi cereali.
    La modernizzazione dell’agricoltura, inoltre, basandosi sull’utilizzo di componenti chimici, ha impedito lo sviluppo adeguato dei microrganismi benefici del suolo e di altri organismi. Tale processo comporta la perdita totale di fertilità del suolo e la sua capacità di rigenerarsi (Venturini, 2007).
    La seconda difficoltà ambientale si riferisce al consistente utilizzo di sostanze chimiche in agricoltura, che provoca l’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere, causando problemi sanitari tanto agli agricoltori quanto ai consumatori entrati in contatto con prodotti a elevata tossicità.

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    Uno degli scandali che ha reso nota la pericolosità della produzione di componenti chimici in agricoltura (fitofarmaci) fu la tragedia avvenuta la notte del 3 dicembre 1984 a Bophal in India. In seguito a una serie di incidenti tecnici avvenuti in una fabbrica di pesticidi, si sprigionò una nube di fumi tossici che provocò la morte di quasi 4.000 persone e l’avvelenamento di altre migliaia. Da allora non è cambiato molto: in Italia l’ISPRA (2013) ha pubblicato un rapporto sulla presenza di pesticidi nelle acque italiane comunicando che tra il 2009 e il 2010 oltre la metà delle acque superficiali, e quasi un terzo di quelle sotterranee, erano contaminate da pesticidi e fertilizzanti, spesso al di sopra dei limiti di legge compromettendone la potabilità.
    Dal punto di vista economico la questione è più complicata. L’improvviso aumento delle rese agricole manifestò la difficoltà di assorbimento da parte del sistema e il conseguente crollo dei prezzi nei mercati internazionali. Risultò così pressoché impossibile rientrare dagli ingenti investimenti iniziali senza aiuti di stato o ulteriori indebitamenti. Ciò indusse un’ulteriore spinta all’acquisto di terra da parte delle grandi aziende agricole e l’abbandono da parte delle piccole imprese familiari, dando luogo alle pressioni sociali di cui sopra. Alla caduta del prezzo si aggiunse anche il problema della dipendenza da numerosi input quali tecnologia, fertilizzanti, sementi geneticamente modificate e combustibili fossili. Progressivamente l‘agricoltura si basò sui prodotti petroliferi, dipendendo quindi dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio. Con l’introduzione di fattori di produzione esterni, che presuppongono il loro impiego secondo la logica del sistema che li ha creati, si è determinata una standardizzazione dei processi produttivi sempre più sganciati dai contesti locali e sempre più dipendenti dalle prescrizioni esterne.
    In tal modo è stato circoscritto il lavoro degli agricoltori al ruolo di efficienti produttori agricoli, ed è stato delegato ad altri soggetti il compito di distribuirli. Si è così via via affermata la figura di una sorta di agricoltore “virtuale” (Van der Ploeg, 2003), capace di eseguire correttamente un complesso di operazioni prescritte dall’esterno e trasmesse attraverso un apparato di divulgazione e assistenza tecnica. È opinione condivisa che questo sistema abbia sottratto potere decisionale alle aziende agricole, piccole in particolare (Brunori et al., 2008), e abbia accentrato il potere (e i profitti) nelle mani dei soggetti al centro della filiera: gli intermediari. La progressiva perdita di potere decisionale degli agricoltori ha favorito i soggetti che dominano il mercato a monte e a valle, rispettivamente dal lato degli input e della distribuzione. L’aumento dei costi degli input è stato un importante motivo di sofferenza da parte degli agricoltori ma anche il nuovo meccanismo di distribuzione, necessario a gestire le ingenti derrate prodotte con metodi intensivi, ha contribuito alla compressione dei ricavi. I soggetti (grossisti, intermediari e soprattutto industrie alimentari) che hanno un maggior controllo dell’offerta (anche grazie alla pubblicità) essendo meglio integrate nei canali di commercializzazione, possono esercitare una pressione significativa sulle aziende agricole per comprimere il prezzo. Se si considera l’aumento del costo degli input e la pressione esercitata dai soggetti intermedi alla filiera, per i produttori si verifica una pressione economica insostenibile – definita “squeeze on agriculture– determinata da una costante riduzione del rapporto tra ricavi e costi di produzione (Van der Ploeg, 2003) (figura 1.3).

    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    Per Van der Ploeg (et al., 2000) lo squeeze si è intensificato a partire dagli anni Ottanta ed è necessario un nuovo paradigma di sviluppo rurale per allentare questa strettoia.
    Secondo l’osservazione di Van der Ploeg il paradigma della modernizzazione agricola, che ha ispirato le politiche agricole mondiali degli ultimi anni, non si è rivelato molto ‘razionale’. I motivi principali sono il fatto che riducendo sensibilmente l’occupazione e la ricchezza sociale, la qualità dei prodotti diminuisce e l’ambiente non è in grado di sostenere un simile cambiamento. Ecco perché alcuni identificano questo modello non più come il progresso, ma come il degrado dell’agricoltura.

    PLOEG VAN DER JAN DOUWE, Oltre la modernizzazione. Processi di sviluppo rurale in Europa. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2006, p51.

    In virtù delle ingenti derrate prodotte dalle grandi aziende, si è predisposto, infatti, un sistema detto di “filiera lunga”, basato sul ruolo di numerosi intermediari con il compito di distribuire le derrate a livello sempre più locale. Le produzioni vengono acquistate in grande quantità dai grossisti alla produzione che a loro volta li distribuiscono ad altri numerosi intermediari, integrati col territorio o con i mercati internazionali.La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

     

     

    Alle estremità della clessidra si trovano i milioni di produttori e consumatori, mentre al centro si riscontra un esiguo numero di intermediari e acquirenti aziendali. Secondo Grievink, il potere è concentrato nel collo di bottiglia, dove 110 intermediari hanno il controllo delle derrate offerte da oltre 3 milioni di produttori .
    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricolturaAnalizzando la remunerazione delle aziende agricole, la polverizzazione dell’offerta (in presenza di alti volumi di produzione) e la presenza di pochi compratori, (quali sono le industrie alimentari), è possibile osservare che esse portano all’affermarsi di un regime di oligopsonio

    Nel caso della pasta, per esempio, l’AGCM ha accertato che le principali aziende produttrici, per difendersi dagli aumenti del prezzo della semola e della farina del 2007, concordavano incrementi minimi dei prezzi di listino, riuscendo così a trasferire una parte dei costi maggiore di quella che avrebbero potuto trasferire senza restringere la concorrenza. Quest’operazione è stata denominata “cartello della pasta” ed è stata sanzionata per 12 milioni di euro.

    in cui la domanda è concentrata in un ristretto numero di operatori mentre l’offerta è frammentata in un numero indefinito di operatori. A tale proposito Pantini (2008) sostiene che queste sono logiche di mercato tipiche delle commodity.

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    Dall’indagine conoscitiva condotta dall’AGCM (Tabella 1.1) è emerso che, per il settore dell’ortofrutta in Italia, la catena distributiva comporta in media più di 2,5 intermediazioni tra produzione e consumo finale. In Italia solo il 9% delle filiere si caratterizza per una catena “corta”, il 44% da più di 2 passaggi, mentre il 15% registra la presenza di 4 o 5 intermediari. Secondo Berger (2005) in alcuni casi si arriva anche a 7-8 passaggi. Di conseguenza i prezzi finali oltrepassano del 294% i prezzi alla produzione, generando un ricarico medio che può superare l’80% del prezzo finale.
    Le difficoltà del caso italiano non risiedono solo nella presenza di troppe fasi di intermediazione, ma anche nell’inefficiente sistema infrastrutturale, che comporta l’aumento dei costi sostenuti per l’acquisizione di prodotti e servizi offerti da imprese esterne alla filiera agroalimentare: trasporto, logistica, energia, acqua.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

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    WIKI_STUDY_fucsia_OK1_350_economiaS

    Che cosa è  l’economia solidale ed, in particolare, cosa sono i gruppi di acquisto solidale (GAS) ?
    Abbiamo pensato di dare chiare e precise risposte pubblicando  una serie di articoli estrapolati dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci (2013), aggiungendo ulteriori riflessioni di approfondimento in chiave  semplificata e divulgativa.
    In particolare si approfondiscono i concetti di “filiera corta” vedi wikipedia (inglese: Short food supply chains) e di GAS (gruppi di acquisto solidale). Saranno pubblicate presto anche delle videoclip su youtube.

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    FILIERA CORTA
    I passi fondamentali attraverso cui il sistema agroalimentare si è modificato nel corso degli anni, dando vita a diverse forme operative di filiera corta, tra cui farmers’ markets, box schemes e GAS

    L’indice degli articoli pubblicati è presente nella colonna qui a destra (sidebar)  nella “SEZIONE WIKI” ed è generato in automatico ad ogni nuova pubblicazione.


    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    TERMINI UTILI

    G.A.S. (gruppi di acquisto solidale)
    “….gruppi auto‐organizzati di consumatori che acquistano
    collettivamente attraverso una relazione diretta con i produttori,
    con riferimento a principi etici condivisi” (Rossi e Brunori 2011)

    Consumo critico
    “Tiene conto degli effetti sociali e ambientali
    dell’intero ciclo di vita del prodotto” (Unimondo)

    Solidarietà
    Con i soci
    Con i produttori
    Con i paesi a Sud del mondo
    (Saroldi 2002)

    Sicurezza alimentare
    “…situazione in cui tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico,
    sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano
    le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e
    sana…” (FAO, 1996).

    Disponibilità, Accesso, Utilizzo, Stabilità (Segrè, 2008)

    La visione dei GAS di Roma:
    …. costruire un sistema per l’approvvigionamento di alimenti
    biologici accessibile anche a redditi medi e medio‐bassi
    (Fonte e Salvioni, 2013)

     

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  • La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

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    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni. A partire da quegli anni il modello agroalimentare può essere analizzato in tre fasi (Brunori et al., 2013).
    La prima è caratterizzata dalla modernizzazione dei processi agricoli, che si è intensificato dopo la seconda guerra mondiale. La seconda fase si distingue per una maggiore attenzione verso la qualità degli alimenti, divenuto con il tempo uno strumento di marketing. La terza fase intende rispondere alle crisi economiche e alimentari degli ultimi anni, in un’ottica di sostenibilità e di integrazione multidimensionale.

    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    La Rivoluzione Verde: nascita e crisi della modernizzazione in agricoltura

    Nell’Ottocento la crescita della popolazione sembrava un fenomeno inarrestabile, in grado di minare la sopravvivenza dell’umanità stessa. La questione è stata affrontata prima con la tesi di Malthus (1798), secondo cui la crescita della popolazione avrebbe costretto l’umanità a uno stato di indigenza; poi con quella di Helrich (1968), che ipotizzava gravi crisi alimentari tra gli anni Sessanta e Settanta; infine con quella di Meadows (et al., 1972) che sostenevano l’impossibilità di una crescita positiva illimitata e invocavano piuttosto la necessità di un modello di produzione e consumo stabili.
    Queste tesi sono state smentite nel corso degli anni poiché non hanno tenuto conto dell’innovazione e del progresso tecnologico che, in occidente, ha portato alla modernizzazione in agricoltura dando vita alla cosiddetta Rivoluzione Verde. Tale processo è caratterizzato da tre importanti cambiamenti (Grigg, 1992): 10

    1) L’utilizzo delle macchine agricole in sostituzione del lavoro, umano e animale, per ridurre i costi di produzione dei prodotti agricoli. Se prima l’agricoltura era dominata da un sistema relativamente stabile grazie alla forza dell’uomo, degli animali domestici e degli animali selvatici (soprattutto impollinatori), con l’introduzione delle macchine agricole viene inserita una nuova energia capace di essere aumentata a piacere con l’uso dei combustibili fossili. Le macchine rappresentano una tecnologia importata in grado di ridurre sensibilmente il tempo di raccolta delle derrate e il costo del lavoro, anche se richiede ingenti investimenti per l’acquisto e la manutenzione.

    2) L’introduzione di sostanze chimiche in agricoltura (fertilizzanti, pesticidi e diserbanti), necessarie da un lato per eliminare i parassiti che rischiavano di deteriorare le coltivazioni causando inaspettate perdite di raccolto; dall’altro per bilanciare l’imponente sfruttamento del suolo dato dalla monocoltura, che aveva bisogno di un continuo nutrimento, non avendo il tempo adatto per rigenerarsi.

    3) La diffusione di sementi ibride, chiamate anche “varietà ad alta resa”, in grado di garantire una produzione maggiore di quella parte edibile e commercializzabile della pianta, e un migliore adattamento all’uso delle macchine. Alcune di queste sementi, ancora in commercio, hanno la caratteristica di essere sterili, vanno pertanto acquistate annualmente da chi ne detiene il brevetto.
    Negli Stati Uniti le multinazionali Monsanto, DuPont, Novartis e Stoneville controllano, ogni anno, il 65% delle sementi per la produzione di mais e l’84% di quelle per la produzione del cotone.

    Si è trattato di un processo di modernizzazione rivolto ad aumentare la produttività agricola e ridurre la scarsità alimentare sulla base dei processi di specializzazione e intensificazione. Il grande merito e scopo dell’operazione è stato quello di ridurre la fame e la sottonutrizione di ampi strati della popolazione mondiale, tramite miglioramenti nelle rese delle coltivazioni.
    In realtà gli obiettivi della modernizzazione agricola non erano solo umanitari, come dimostra la stessa origine dell’espressione “Rivoluzione Verde”. Il termine fu utilizzato per la prima volta da William Gaud dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale in un discorso alla Società per lo Sviluppo Internazionale. Nel discorso, Gaud presentò la Rivoluzione Verde come un’iniziativa mirata a evitare che l’eredità di miseria e tensione sociale del colonialismo spingesse i paesi del sud del mondo ad abbracciare la “rivoluzione rossa” comunista.

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    Questo processo è stato caratterizzato da un’intensa crescita economica, i cui modelli di distribuzione e consumo hanno influito fortemente non solo sulle tecniche di produzione, ma anche sulle abitudini della popolazione mondiale (Schmidhuber e Shetty, 2009).
    A partire dagli anni Sessanta si è registrato un aumento della produttività agricola costante nelle coltivazioni interessate dall’innovazione: riso, mais e grano (figura 1.1).
    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    I principi della Rivoluzione Verde sono stati estesi anche all’attività di allevamento e hanno portato, nel corso del tempo, un cambiamento radicale dei principi che fino a quel momento caratterizzavano l’attività agricola. Cambiarono anche i paesaggi rurali in virtù dell’uso delle monocolture praticate su vaste estensioni a scapito dell’agricoltura diversificata dei piccoli contadini, che non avevano mezzi e risorse per partecipare al processo di trasformazione.
    In seguito, si è fatta luce sulle conseguenze dei principi della Rivoluzione Verde, in particolare è emersa la preoccupazione per gli ingenti costi economici, ambientali e sociali, riassunti nel termine “esternalità negativa”.
    Un’esternalità negativa si ha quando l’attività di produzione o consumo di un soggetto influenza negativamente il benessere di un altro soggetto, senza che questo riceva una compensazione economica o di altro genere. Fonte: Tirelli M., Politca economica e fallimenti del mercato, Torino, Giappichelli, 2009.
    Dal punto di vista sociale, il sistema agroalimentare modernizzato è ad alta intensità di capitale e fu impiantato in un mondo dove l’agricoltura era ancora di sussistenza e dominata già di per sé da una drammatica sovrabbondanza di lavoro. Le prime conseguenze dell’introduzione delle macchine agricole furono fenomeni quali disoccupazione di massa, fuga dalle campagne e urbanizzazione forzata. La velocità con cui si sono diffusi questi fattori fu tale da non consentire un graduale assorbimento dei nuovi arrivati, producendo gravi tensioni sociali (Venturini, 2007).

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    Gli effetti demografici si possono analizzare a partire dagli USA, dove prima di altrove si è manifestata la
    modernizzazione.
    Infatti, tra il 1900 e il 1985, la popolazione americana è passata 30 a 5 milioni di residenti e gli occupati in agricoltura da 14 a 3,5 milioni (Molnar, 1986).
    In Italia le cose hanno seguito un andamento simile: nel 1950 il numero di occupati in agricoltura era di oltre 8,5 milioni (44%); nel 1970 tale numero è sceso a 3 milioni (15%), nel 2009 a sole 874 mila unità con un’incidenza del 3,7% (Istat, 2011). Altro aspetto rilevante sul tessuto sociale sono le conseguenze nelle abitudini di consumo: il modello agroalimentare “verde” ha influito sulle abitudini della popolazione mondiale con un fenomeno denominato transizione alimentare (o nutrizionale).
    Per transizione alimentare s’intende un mutamento nei livelli di assunzione media pro capite di calorie e soprattutto nella composizione della dieta.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

     

     

     

  • IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA

    IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA

    [corner-ad id=1]Spesso al centro di polemiche per l’assenza di iniziative di valorizzazione, il Museo Manzù ad Ardea, ospita una ricca collezione di opere del maestro bergamasco, un nome spendibile a livello internazionale e forse un po’ trascurato dai suoi connazionali -in ciò probabilmente ha ragione la figlia Giulia, quando si dice “non soddisfatta di ciò che è stato fatto per la vitalità del museo”-.
    Lo scultore Giacomo Manzoni (Bergamo 1908 – Ardea 1991), in arte Manzù, divenne piuttosto noto nel mondo dell’arte già a partire dagli anni ’30, quando si stabilì a Milano e, giovandosi anche di proficue frequentazioni con gli artisti Sassu e Birilli (poi sfociate nel movimento di Corrente tra il 1938 e il 1940), diede vita a tendenze c.d. antinovecentiste (comuni anche alla poesia di Saba, Caproni,Penna e altri di quegli anni). In particolare, Manzù in quel periodo (ma un po’ in tutta la carriera) realizzò un felice connubio tra forme tradizionali e contemporanee, influenzato anche da un certo “primitivismo”; trattò i più svariati temi, dai religiosi (Deposizioni, Crocifissioni, la serie dei Cardinali, numerose porte per chiese importanti un po’ in tutta Europa –tra cui spicca senz’altro la Porta della Morte per S. Pietro a Roma-,…)

    manzu_Giovanni-XXIII


    ai profani (vari ritratti, il grande Monumento al partigiano a Bergamo,…).
    donna_ManzuS
    Molto noto in vita, oggi sembra essere presente più sui manuali di Storia dell’arte che nella memoria degli italiani (popolo notoriamente portato per creare arte bella e sublime ma non per valorizzarla).

    Giacomo Manzù si trasferisce a Campo del Fico Il 15 ottobre 1964, un pianoro di tufo tra i Colli Albani ed il mare, di fronte all’antica acropoli di Ardea.  Così lo scultore racconta il suo rapporto con Ardea. “Sono nato al Nord…poi scesi a Roma per la Porta di San Pietro. E lavoravo e andavo in giro, facevo le passeggiate verso il mare e sono arrivato qui ad Ardea. E’ stato come aprire una finestra sullo spazio, sulla luce…ad Ardea ho avuto una nuova nascita…non devono disturbarsi a portarmi via quando verrà il momento, perché voglio essere seppellito in questo luogo”.
    La Raccolta Giacomo Manzù, nata per volontà del Comitato Amici di Manzù nel 1966 ed inaugurata nel 1969, è stata donata allo Stato nel 1979 ed aperta al pubblico nel 1981. Curatrice della Raccolta è attualmente la dott.ssa Marcella Cossu.
    giuseppe_manzuS

    Il nucleo più consistente delle opere che vi sono conservate appartiene agli anni compresi tra il 1950 e il 1970, periodo della maturità dell’artista, in cui molti dei temi nati fin dagli esordi, negli anni ‘30 del secolo scorso, vengono ripresi e rielaborati. La Raccolta possiede pochi ma validi esempi del periodo iniziale, tra cui il bassorilievo in bronzo Adamo ed Eva del 1929. L’arcaismo dei primi anni viene abbandonato per un ritorno ai valori del sentimento e della vita quotidiana nella plastica soffusa delle prime testine in cera, iniziate nel 1934. Il Ritratto della signora Birolli e il David, entrambe del 1937, sono esempi del nuovo discorso che s’impernia sullo studio degli effetti della luce sulla materia.
    Molto si è discusso del modo per rivitalizzare il suddetto museo, e molto si discuterà. Momentaneamente scartata l’ipotesi di trasferire la collezione a Bergamo, è stata presa in considerazione l’idea di trasferirne una parte a Roma affinché abbia una maggiore visibilità. Se possiamo permetterci un consiglio, non concordiamo molto con quest’ultima ipotesi: solitamente le maree di turisti giungono nella capitale per ammirare le opere di Raffaello e Michelangelo più che quelle del pur bravissimo Manzù (con tutta la stima e la sincera ammirazione che abbiamo per il maestro del ‘900), ed è già abbastanza sconsolante vedere la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane ed altri capolavori archittettonici del genio di Borromini desolatamente semideserti…
    Nel frattempo consigliamo a tutti gli affamati di buona arte che volessero per una volta uscire dalle mura della città eterna senza allontanarsi troppo, una piacevole gita fuori porta per ammirare le opere di un grande artista come Manzù. Il museo è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, con orario continuato.

    Gabriele Fratini

    NB: Sul sito del ministero dei beni culturali http://www.beniculturali.it, un ottima fonte di informazioni per tutti gli appassionati di arte, si può consultare una guida al museo ed eventi correlati
    http://www.museomanzu.beniculturali.it/
    museo_manzu

    Raccolta Manzù
    Via Laurentina km. 32
    00040 Ardea, Italia
    Tel. 0039 06 9135022
    www.museomanzu.beniculturali.it

  • Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    gnotiseatu2C’era solo un bosco di pini, un pigneto appunto, di proprietà  prima dei nobili Caballini poi dei nobili Buonaccorsi,
    circondato da campi e qualche casetta di contadini.  Quando comandava il Papa l’area tra la Casilina e la Prenestina, a ridosso di Porta Maggiore, era un bosco di pini mediterranei, punteggiato da ville e casali, traversato dalla prima ferrovia, Roma-Frascati, quando i piemontesi irruppero da Porta Pia.
    Roma capitale cambiò tutto.  II Papa si chiuse nel silenzio del suo Vaticano, dove è ancora oggi.
    I piemontesi arrivarono in frotte, costuirono ministeri, uffici governativi. caserme e scuole.  I palazzi Umbertini e i grandi viali furono figli della prima grande speculazione edilizia romana. la prima di tante.
    Cominciò cosi un grosso esodo dalle campagne verso la nuova capitale, che trovava i suoi punti di forza nella Roma dentro le mura Aureliane.
    II Pigneto, a sud di Porta Maggiore, rimaneva Pigneto,  anche se la Casilina, e la Prenestina, che ne facevano un triangolo,  diventavano, come erano gia state per la Roma antica, le due grandi vie che portavano a Porta Maggiore, l’ingresso più importante di Roma, venedo da sud.
    Nemmeno il Pigneto poteva rimanere intatto, in questo accrescimento tumultuoso della città.
    Verso la fine del XIX secolo, cominciarono a sorgere le prime abitazioni, a metà strada tra città e campagna. case. casette,  casupole, casali dentro e ai margini della pineta. il cui confine erano anche quegli archi dell’acquedotto romano che ancora vedete, sul lato della casilina. Arriveranno i tram che ancora ci sono. e percorrono. con buona frequenza, (il 5 e il 14) quel lato del quartiere.
    Del I890 è il primo stabilimento,  Omnibus e ‘Tranvays, ora deposito Atac destinalo allo smantellamento.
    Ma è nel 1906, un secolo fà, che il quartiere diventa quartiere. quando. in via Casilina 125  Cesare Serono fonda la sua industria farmaceutica. E inevitabilmente, mentre il centro dentro le Mura diventa più attillato e prezioso, preda di speculazioni che dilaniano i grandi parchi delle famiglie nobili, tranne quello di Villa Borghese, che viene lasciato alla cittadinanza,  il Pigneto scopre, con tram e Serono,  una sua vocazione operaia,  periferica a S.Lorenzo. a ridosso di Termini, ma pur sempre operaia.
    In quegli anni Giorgio Passerge. proprietario di due farmacie di piazza di Spagna e via delle Terme, costruisce il proprio lahoratorio tra via del Pigneto e via Casilina.  Nello stesso anno apre lo scalo ferroviario di San Lorenzo. a poche centinaia di metri da via del Pigneto.
    Spina dorsale di un quartiere non più verdissimo di pini medi-temitici, ma quartiere vero: in zona, sono stai posti serbatoi idrici e il deposito della nettezza urbana.
    Attorno a queste attività arrivano artigiani e nuovi abitanti. Accanto a case e palazzine costruite a cavallo del XIX e del XX secolo, nascono cooperative di lavoratori e operai con lo scopo di tirar su alloggi popolari.
    E così la vocazione popolare, e la collocazione verde, diventano caratteristica di questo quartiere che vivrà felicemente decentrato, apparentemente lontano dal centro borghese dei grandi edifici Umbertini, delle grandi ‘strade trafficate. delle botteghe ricche d’una capitale che comincia a riconoscere se stessa, e ad ingrossarsi sfigurandosi.
    La cooperativa Termini fu la più grande. Costituita da ferrovieri che, grazie a un mutuo cinquantennale concesso dal Regno d’Italia nel 1920, ideò e realizzò il progetto di una città-giardino. nell’area tra via del Pigneto, tratto compreso tra via Fanfulla da Lodi e piazza dei Condottieri, e via (‘anilina. Oggi il progetto dell’ambiziosa cooperativa (quasi quanto Garbatella) si chiama Villini. Ed è sicuramente la zona più elegante del quartiere, con villette basse color pastello, tutte circondate da giardini più o meno grandi e decorate con fregi e balconi. Alcuni degli abitanti la chiamano oggi ironicamente “Parioli dei Pigneto”.
    E lì a dimostrare quanto le Cooperative operaie, in periodi molto più poveri di questo, facessero meglio di quanto faranno le speculazioni private, quelli che oggi si chiamano i palazzinari.
    Nel 1913 intanto era arrivata la prima chiesa.  La volle espressamente papa Pio X. Voleva, disse,  contrastare il “degrado morale” imperante nelle zone al di là di Porta Maggiore.  La chiesa fù dedicata a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino e sepolta nel vicino mausoleo di Torpignattara.

     

    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”