Autore: Leonardo D’Offizi

  • I GAS in Italia – Obiettivi

    I GAS in Italia – Obiettivi

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    I GAS in Italia – Obiettivi

    Si tratta di gruppi auto-organizzati di famiglie di consumatori che acquistano insieme prodotti (alimentari e non) attraverso una relazione diretta con i produttori, con riferimento a principi etici condivisi. Alla base della loro azione vi è un sentimento di sfiducia e insoddisfazione nei confronti del modello agroalimentare dominante, che rende inaccessibile il cibo sano, pulito e giusto. I GAS rappresentano una delle forme di filiera corta più spontanee e informali: si caratterizzano per essere una delle esperienze consumer-driven di maggior successo.
    Si sono sviluppati a partire dai GA (gruppi di acquisto tout court) che hanno lo scopo di spuntare un prezzo migliore, ma sono connotati come esperienze di consumo critico perché il loro obiettivo è di stabilire una “nuova economia delle relazione e dei luoghi” (www.retegas.it).

    AAVV, Fa la cosa giusta! Guida pratica al consumo critico e agli stili di vita sostenibili a Milano e in Lombardia, Terre di Mezzo, Emi, 2005

    I GAS in Italia - ObiettiviIl Documento Base dei GAS (Retegas, 1999) specifica che la finalità di un GAS è quella di “provvedere all’acquisto di beni e servizi cercando di realizzare una concezione più umana dell’economia, cioè più vicina alle esigenze reali dell’uomo e dell’ambiente, formulando un’etica del consumare in modo critico che unisce le persone invece di dividerle, che mette in comune tempo e risorse invece di tenerli separati, che porta alla condivisione invece di rinchiudere ciascuno in un proprio mondo (di consumi)” (Retegas, 1999).

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    Ogni GAS e formato mediamente da circa 30-80 nuclei familiari dove il singolo partecipante è definito con il termine di gasista. Ciascun GAS organizza autonomamente l’approvvigionamento di una determinata categoria di prodotti (verdure, frutta, latticini, carne bovina, ecc.) in base alle esigenze che emergono durante le riunioni, cuore pulsante di molti gruppi.

     

    I GAS sono stati riconosciuti dalla Legge Finanziaria 2008 che nell’Articolo 1 paragrafo 266, li definisce come “soggetti associative senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi senza applicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale, in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e vendita”.
    Inoltre il comma 267 sottolinea che non sono soggetti ai regimi di imposizione fiscale come le attività a fini commerciali: “le attività svolte dai soggetti di cui al comma 266, limitatamente a quelle rivolte verso gli aderenti, non si considerano commerciali ai fini dell’applicazione del regime di imposta di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, ferme restando le disposizioni di cui all’articolo 4, settimo comma, del medesimo decreto, e ai fini dell’applicazione del regime di imposta del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917“.

    Organizzazione

    L’organizzazione base dei GAS è quella di creare delle sotto-reti (sub-networks) in virtù della partecipazione volontaria dei gasisti. L’attività di un GAS comincia di solito con la raccolta di informazioni sui produttori che rispondono ai principi etici dell’economia solidale tramite contatti personali, ricerca sul territorio, ricerca online e informazioni dalla rete GAS. L’organizzazione di un GAS dipende dalla struttura che i partecipanti decidono di mettere in piedi.
    I coordinatori o referenti programmano i cicli di ordine e ritiro in riunione con tutti gli altri aderenti. Con riferimento alla definizione del ciclo si affrontano le questioni che riguardano: i prodotti ordinabili, i produttori che effettueranno la consegna, i tempi di apertura e chiusura degli ordini, il momento in cui il prodotto sara distribuito, le modalità di pagamento, i prezzi, la frequenza degli ordini e altro.

     


    I GAS in Italia - Obiettivi

    Non è infrequente che alcuni GAS decidano di non prendere in considerazione prodotti di provenienza animale, in un pieno stile vegano, o preferiscano evitare l’approvvigionamento di carne per sensibilizzare i partecipanti sui temi legati all’allevamento.
    In alcuni casi si può prevedere che un gasista venga retribuito per una mansione che svolge, in tale caso la retribuzione e le possibili alternative sono solitamente discusse all’interno del gruppo.

    Talvolta la figura dei coordinatori non coincide con quella dei referenti. In questi casi il referente è un gasista che si occupa esclusivamente di mantenere i rapporti con un singolo produttore. E la somma dei coordinatori-referenti che permette a un GAS di avere un’ampia offerta di prodotti e di essere attivo e coinvolgente nei confronti dei produttori e dei gasisti stessi.

    Nella figura è riportato un esempio di struttura organizzativa di un GAS dove le frecce di colore diverso rappresentano il grado di relazioni (più è scuro più il contatto è forte). I coordinatori interagiscono tra loro intensamente e comunicano con tutti gli altri aderenti, organizzano il lavoro e possono assegnare singoli compiti ai referenti.

    I GAS in Italia - ObiettiviIl compito dei referenti e quello di stringere i contatti con il produttore, aggiornare il listino e inviargli l’ordine in tempo utile alla consegna e che la stessa avvenga in un orario e luogo prestabilito, di solito la sede del GAS. I referenti mantengono un flusso costante e trasparente di informazioni verso i gasisti che non partecipano direttamente nella gestione del GAS, i quali ricevono le informazioni prevalentemente tramite internet o social network.
    In questo modo i GAS organizzano dei cicli periodici costanti di ordini e ritiri che avvengono per lo più settimanalmente. I prodotti freschi, come frutta, verdura e uova, sono generalmente ordinati e consegnati ogni settimana; mentre i prodotti conservabili (carne, marmellate, biscotti, pasta, olio, vino) o non deperibili (vestiti, detersivi, detergenti, carta) hanno cadenze diverse che possono essere mensili, bimestrali, trimestrali e cosi via.
    Dal canto loro, i singoli aderenti, che non hanno un ruolo definito all’interno del GAS, interagiscono in un’atmosfera amichevole e solidale, che è alla base di quello che può essere definito l’humus culturale che permette ai consumatori di cambiare le proprie abitudini. I produttori possono anche auto organizzarsi tra loro per offrire un migliore range di prodotti o ottimizzare alcuni passaggi produttivi (nella figura si può vedere un triangolo di tre produttori con tre frecce di colore scuro).

    Altre possibili strutture possono essere più o meno verticistiche con un diverso grado di interazioni. In alcune solo i coordinatori mantengono i contatti con i produttori e interagiscono tramite email con gli aderenti. In altre tutti i partecipanti mantengono i contatti con almeno un produttore e partecipano attivamente alle decisioni e al coordinamento del GAS. Tra questi si possono attivare delle sotto-reti tra coordinatori/referenti per attivare progetti specifici.

    Le sotto-reti sono caratterizzate da un alto grado di flessibilità per adattarsi alle caratteristiche peculiari del network. La flessibilità può comportare l’attivazione o disattivazione delle sotto-reti, nel rispetto dei bisogni personali degli aderenti (come esempio la rinuncia temporanea di un coordinatore a causa di motivi personali), alle necessità logistiche (per esempio la vicinanza di un gasista rispetto al punto di smercio), alle caratteristiche specifiche del prodotto (nel caso del Parmigiano Reggiano è necessario effettuare un ordine consistente) e alle necessità specifiche di un produttore, che può avere necessità di consegna particolari, come nel caso dei prodotti da frigorifero.

    Quando questi sotto-cicli lavorano a regime, è necessario un alto grado di interazione per variare la logistica e per far coincidere lo scarico dei prodotti con il ritiro da parte degli aderenti. Solitamente la consegna è circoscritta a un determinato periodo di tempo e luogo, in cui i consumatori e produttori possono incontrarsi e interagire, instaurando relazioni personali, immediate e legate a uno spazio condiviso. Un punto chiave dei GAS è quello della riunione periodica, solitamente organizzata su base mensile, alla quale è consentito partecipare a tutti i membri del gruppo. Gli argomenti della discussione sono frequentemente riferiti all’organizzazione interna, ai criteri di selezione dei produttori, a nuove iniziative e ai feedback per i prodotti ordinati in precedenza. Questo e in realtà solo uno dei modi più formalizzati con cui i partecipanti interagiscono. La maggior parte delle interazioni, infatti, avviene tramite internet, prevalentemente via email.

    Alcuni GAS hanno formalizzato la loro organizzazione in delle associazioni, di solito però si tratta di gruppi che operano in via informale, dove il processo decisionale è affidato prevalentemente alle riunioni. Quando un GAS cresce di dimensione, la struttura organizzativa può variare oppure il GAS si divide in due o più gruppi, con caratteristiche simili al precedente ma spesso anche con caratteristiche diverse.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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  • Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto Solidali

    Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto Solidali

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    Il Consumo Critico

    I GAS sono una realtà che prende forza dal concetto di consumo critico .

    Il consumo critico e una modalità di scelta di beni e servizi, che prende in considerazione gli effetti sociali e ambientali dell’intero ciclo di vita del prodotto, e determina gli acquisti dando a tali aspetti un peso non inferiore a quello attribuito a prezzo e qualità. Concretamente, il “consumatore critico” orienta i propri acquisti in base a criteri ambientali e sociali, che prendono in considerazione le modalità di produzione del bene, il suo trasporto, le sue modalità di smaltimento e le caratteristiche del soggetto che lo produce.

    Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto SolidaliIn questi contesti i consumatori superano le logiche legate alla produttività e spostano la loro attenzione su produzioni di qualità, legate al territorio. Sulla base di questo assunto, i consumatori sono convinti che esista un modo alternativo di lavorare, produrre e consumare, soprattutto beni alimentari, che porti a una crescita economica sostenibile a livello sociale e ambientale (D’Allestro, 2011).

    Prima di presentare il dibattito che si è articolato intorno alla questione del prezzo, aspetto centrale di questa tesi, in questo capitolo presentiamo due temi: in primo luogo, la realtà dei GAS (Gruppi di acquisto solidale) a partire dal pensiero del Consumo Critico; e la posizione della letteratura della transizione, che prefigura per loro un ruolo di primo piano nella costruzione di un sistema alternativo di produzione, distribuzione e consumo di prodotti alimentari.

    Il consumo critico
    Gia il concetto di attore sociale era stato accostato a quello di consumatore (Trentmann, 2006). Inizialmente fu posta l’attenzione sul rispetto dei lavoratori da parte delle aziende. Infatti i movimenti di cittadini chiedevano ai consumatori di adottare delle strategie per penalizzare le aziende che adottavano comportamenti scorretti nei confronti dei lavoratori, premiando invece quelle che si comportavano bene acquistando i loro

    Scheda “Consumo critico” di Unirilondo: www.unimondo.org/Temi/Economia/Consumo-critico

    prodotti (Glickman, 1997). Agli inizi del secolo scorso si svilupparono cosi diverse associazioni e movimenti che avevano lo scopo di estendere il peso della loro cittadinanza politica.
    A metà, degli anni Sessanta nacquero diverse associazioni in difesa dei consumatori ottennero una serie di vittorie politiche con l’introduzione dei “diritti dei consumatori“: sicurezza, scelta e informazione. Tramite le associazioni di consumatori si riuscì finalmente a dare una voce comune per garantire il rispetto dei diritti. Con l’istituzionalizzazione dei diritti dei consumatori (Sassatelli, 2003) si verifica un ulteriore passo verso la politicizzazione del consumo.
    Dagli anni Novanta in poi il consumatore ha assunto sempre più un ruolo politico (Leonini e Sassatelli, 2008) e si sono progressivamente diffuse le pratiche di boicottaggio dei prodotti delle multinazionali. I consumatori sono stati invitati a farsi carico degli effetti dei loro comportamenti privati con nuove forme di partecipazione politica, che sono state denominate “consumerismo politico“, identificate come nuove forme di “azione collettiva individualizzante”. In seguito, soprattutto dopo le conseguenze della Rivoluzione Verde, il consumo critico si è rivolto anche agli aspetti ambientali e ha abbracciato anche le novità, rappresentate dalla globalizzazione, dall’ecologismo, dal salutismo e da altre forme di edonismo come lo slow living, il veganesimo e il freeganesimo.

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    In questa fase, il concetto del “locale”, si e affermato come reazione alla globalizzazione e ha favorito la fuga dei consumatori dai meccanismi di consumo convenzionale spostandoli verso consumi di `nicchia’. I concetti di produzione locale e artigianale si sono affermati anche in movimenti di carattere internazionale come Slow Food.

    Negli ultimi anni questo pensiero si è evoluto verso un approccio responsabile anche verso il settore dei servizi. Il consumo critico si può rivolgere anche all’edilizia, alla mobilità,, al settore energetico, alla finanza e al turismo. Oggi arriva a promuovere uno stile di vita basato sull’approccio della sostenibilità, sulla base di una molteplicità, di motivazioni che spingono i consumatori a interessarsi a questa pratica. Il consumo critico è stato spesso associato a diversi concetti quali la salute, la genuinità„ il rispetto dell’ambiente (Demos-Coop, 2006), la qualità il gusto, l’eguaglianza (in particolare per il Fair Trade) (De Ferran e Grunert, 2005); mentre oggi si sono affacciati anche i concetti di solidarietà altruismo e socialità, (Leonini e Sassatelli, 2008).
    Attualmente, il lungo percorso di maturazione del pensiero del consumo critico ha preso coscienza delle potenzialità e dei limiti dell’azione personale ed è dunque culminato nell’attenzione alle pratiche di consumo quotidiane delle singole persone.
    La maggiore spinta per la nuova concezione di consumo critico è quella di sentirsi finalmente parte di un cambiamento storico che viene portato avanti collettivamente e che fa leva proprio sulle potenzialità strategiche dell’azione singolare (Holzer e Sorensen, 2003).

    I significati del consumo critico

    Non si tratta quindi di una visione idealistica e sconnessa dal mondo reale, al contrario sembra una realtà in cui gli attori sono molto consapevoli delle loro azioni e dei loro limiti, per questo regna un atteggiamento di prudenza (Leonini e Sassatelli, 2008). Vi è la consapevolezza di voler contrastare un sistema molto strutturato e complesso che difficile da controllare in modo sistematico (Beck, 1997). Le stesse pratiche di consumo critico sono molto frammentate e diverse tra loro; questo le rende difficili da interpretare e mettere in atto.

    Leonini e Sassatelli (2008) propongono due visioni del consumo critico: da un lato quello limitato alle proprie azioni quotidiane sotto il profilo critico, non necessariamente costruttivo; dall’altro quello che viene definito “Movimento dei movimenti” e che rappresenta la comune idea di dare un contributo personale a un movimento collettivo di cambiamento che si basa sul cambiamento delle singole abitudini di vita.
    A questo proposito, per interpretare i significati attribuiti al consumo critico e stata proposta una visione basata su due assi.

    Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto Solidali
    Fonte: Leonini e Sassatelli (2008)

    Il primo caratterizza la dinamica delle scelte di consumo personali che devono fronteggiare i consumatori. Si divide tra la ricerca del benessere (cura di se, edonismo, miglioramento della qualità della vita) e la sobrietà dei consumi, che non significano però rinunce o austerità. Per quanto riguarda il benessere, vi è la ricerca di conciliare il benessere fine a se stesso con quello invece caratterizzato da atteggiamenti di responsabilità verso la società e l’ambiente. In questo contesto si apre il dibattito tra etica ed economia, tra consumo privato e gli effetti prodotti dal consumo sulla società. Viene quindi riconosciuta in questo campo l’importanza della coerenza e della consapevolezza dei propri atti di consumo. Ne emerge una nuova concezione di benessere che può essere coniugata a forme di critica sociale (Bovone e Mora, 2007; Rebughini, 2008). La sobrietà, invece, si contrappone al benessere e richiama ad altri concetti di qualità della vita che abbracciano tutta la sfera dei consumi (Leonini, 2000), dalle tecnologie all’alimentazione, soffermandosi anche sul tema della socialità. Nel caso dei GAS la sobrietà rappresenta una variabile fondamentale dalla cui applicazione dipende la capacità di cambiare la qualità della vita nel presente (Gesualdi, 2005; Bologna et al., 2000).

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    Il secondo asse rappresenta l’atto politico del consumo, che caratterizza il “Movimento dei movimenti”. E contraddistinto dalla solidarietà, da un lato, e la critica, dall’altro. La prima rappresenta una nuova rete di relazioni in quanto fa riferimento a concetti di responsabilità, etica, cooperazione e impegno. Questa rete si basa sul riconoscimento del valore di tutti i soggetti coinvolti nelle pratiche di consumo e apre uno spazio etico basato sulla reciprocità da contrapporre alle regole individualistiche del mercato. Questo rapporto di reciprocità è alla base della determinazione del prezzo che tratteremo più avanti. La tendenza verso la critica, invece, identifica quegli atti che vanno verso concetti di sfida, sovversione, resistenza, e che hanno una forte valenza politica. L’espressione della critica però non è fine a se stessa, ma incorpora valori di ricostruzione che vogliono rimanere liberi da compromessi. Tale spazio è fortemente connesso al tema dell’informazione e della trasparenza, sempre meno rintracciabile nelle aziende che operano su mercati globali. In questo spazio emerge l’interesse per l’acquisto locale.

    Nonostante la complessità della questione non vi è una vera e propria contraddizione in questi aspetti che mettono in atto il consumo critico (Leonini e Sassatelli, 2008).

  • Cosa sono le reti alimentari alternative

    Cosa sono le reti alimentari alternative

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     Le reti alimentari alternative nella letteratura scientifica

    L’affermarsi delle diverse forme di filiera corta ha suggerito agli studiosi diverse definizioni tra cui “alternative”, “locali”, “civiche”, “sostenibili”, “nuove”, “brevi” (Murdoch et al., 2000; Renting et al., 2003).
    In Italia vengono tutte chiamate comunemente con il nome di “filiera corta”. In generale la letteratura sull’argomento mette in evidenza come si tratti di un approccio alla filiera agroalimentare basato su una metrica nuova: non più quella della produzione di massa, ma quella dello sviluppo sostenibile e della multifunzionalità , in cui le attività produttive tornano a rapportarsi con le risorse – umane, sociali, ambientali, culturali, istituzionali – dei territori.
    Riscaldamento-globale_JsL’aspetto centrale è dato dalla volontà di ri-spazializzare, ri-socializzare ma soprattutto ri-localizzare il cibo attraverso relazioni dirette, credibili e autentiche che si creano tra produttori, consumatori e cibo.

    Riferimenti:
    http://www.bancoalimentare.it/

    http://www.lastminutemarket.it/

    http://freegan.info/

    Tale nuovo sistema ha la caratteristica di attribuire al cibo un valore addizionale rispetto a quello di bene alimentare. Un valore che incorpora anche quello di identificazione con il territorio, migliori relazioni sociali, riduzione dell’inquinamento e solidarietà nei confronti dei piccoli produttori. Aspetti che vanno ad abbracciare anche considerazioni politiche .
    Dal punto di vista economico, alle filiere corte viene riconosciuto il merito di redistribuire il potere contrattuale lungo la filiera, in particolare verso i piccoli produttori agricoli i quali hanno la possibilità di riposizionarsi rispetto ai processi di globalizzazione del sistema agroalimentare.
    La ri-localizzazione emerge come processo per contrastare la compressione dei prezzi sfruttando alcuni meccanismi per riottenere potere contrattuale: l’aumento del valore aggiunto per unità di prodotto, la diversificazione dei canali di vendita a livello territoriale e la riorganizzazione dei processi produttivi sulla base della valorizzazione delle risorse interne (van der Ploeg, 2003).
    In seno alle iniziative di filiera corta, inoltre, si è animato sempre più il sul prezzo giusto dei prodotti agricoli, che non deve solo integrare costi tradizionalmente inclusi dall’analisi economica, ma anche valori incorporati nel prodotto e nei servizi, come la conservazione delle risorse naturali, il rispetto per la dignità dei lavoratori, conservazione della biodiversità e delle conoscenze tradizionali, etc.

    Il concetto di località

    Riguardo alla diffusione dei movimenti per il cibo locale, recentemente il dibattito sulle reti alimentari alternative si è focalizzato sulla dimensione territoriale delle filiere corte.
    L’IAASTD (2009) ha riconosciuto che il sistema del cibo globale è economicamente insostenibile, ma non tutti sono convinti che la ‘località’ sia la soluzione migliore. La ‘località’ è intesa sia in termini di distanza, ricollegando consumatori e produttori nello stesso luogo, sia in termini di metodi di produzione tradizionali e a basso impatto (Fonte, 2008).
    Il movimento per il cibo locale considera il prodotto autoctono intrinsecamene migliore rispetto alla sostenibilità ecologica, alla giustizia sociale, alla democrazia, alla qualità degli alimenti o alla sovranità alimentare.
    Alcuni ammoniscono che questa visione può incorrere nella “trappola del locale” (Born e Purcell, 2006), e trascura aspetti come la distribuzione del potere lungo la filiera, allontanandosi dal concetto di ‘buono, pulito e giusto’ 37 (Hinrichs, 2000), oppure trascurare la diversità e il pluralismo culturale (DeLind, 2011). Altri autori richiamano la necessità di condurre una completa analisi delle cause (Allen e Wilson, 2008) o di effettuare una disamina completa sul ciclo di vita delle produzioni. Goodman et al. (2011) invocano invece un approccio più riflessivo ai movimenti per la localizzazione. Sia in termini ambientali che economici, le produzioni locali non sempre sono efficienti, soprattutto in fase di trasporto (Schonhart, 2008) dato che possono addirittura arrivare a inquinare di più (Standage, 2009). Secondo questa linea di pensiero, solo un’analisi del ciclo di vita del cibo può offrire un’accurata valutazione del volume totale delle emissioni di gas serra, per cui la distanza rappresenta un fattore superabile.

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    In seguito alle diverse critiche, Holloway et al. (2007) e Seyfang (2006;2009) hanno elaborato degli schemi interpretativi multidimensionali per analizzare le AFN. Holloway ha superato il dualismo tra sistema convenzione e alternativo per soffermarsi sulla natura multidimensionale della relazione tra produttori e consumatori, mentre Seyfang ha elaborato un quadro teorico dove la località è solo una delle cinque dimensioni alla base del consumo sostenibile (sostenibilità ambientale, costruzione di comunità, azione collettiva, costruzione di un nuovo sistema di approvvigionamento alimentare).
    Per ‘localizzazione’ Seyfang intende un processo verso una economia locale più auto-sostenibile (l’accorciamento delle catene di offerta, l’acquisto di prodotti locali, il rafforzamento dell’economia locale). La sostenibilità ambientale implica la diminuzione dell’impronta ecologica, la riduzione dell’uso delle risorse, la scelta di prodotti e servizi meno intensivi nell’uso di energia, l’adozione di uno stile di vita sobrio. La “costruzione di comunità” si manifesta nelle reti di sostegno e solidarietà sociale, nella crescente partecipazione e nella condivisione di idee e esperienze, nello scambio gratuito di lavoro e di competenze che rafforzano il carattere inclusivo delle relazioni sociali. L’azione collettiva rende possibile controllare le proprie scelte di consumo, cambiando il contesto e
    Lo slogan ‘buono, pulito e giusto’ indica un nuovo concetto di qualità alimentare lanciato da Slow Food (http://www.slowfood.it) nel suo Manifesto. Le tre parole rappresentano gli elementi di riferimento per costruire una via virtuosa che tutti i soggetti della filiera alimentare (da chi produce fino a chi consuma) dovrebbero seguire.
    Per esempio per le emissioni di CO2, recenti calcoli della Lincoln University dimostrano come la carbon footprint dell’agnello prodotto in Nuova Zelanda e consumato in Inghilterra sia nettamente inferiore a quella della produzione inglese, anche tenendo conto dei trasporti (Standage, 2009). Secondo i dati pubblicati, il trasporto incide soltanto per l’11% sull’energia consumata nella filiera produzione-consumo, a fronte del 26% delle lavorazioni e del 29% della cottura. le norme sociali.
    Infine costruire nuove infrastrutture è necessario per stabilire nuove forme di scambio tra persone e comunità, sulla base dei nuovi valori alla base della cittadinanza ecologica (Salvioni e Fonte, 2013).

     

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    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica

    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica

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    Cittadinanza alimentare e cittadinanza ecologica

    La cornice concettuale multidimensionale di Seyfang è una guida utile per esplorare le nuove pratiche di consumo alimentare. I nuovi valori a esse connessi vanno in una prospettiva olistica di consumo sostenibile, in cui ridurre l’impronta ecologica e rafforzare le economie locali sono parte integrante di un processo più complesso di ri-socializzazione e ricostruzione dei ‘luoghi’ e delle comunità (Hinrichs 2000; DeLind 2011).
    Il concetto di ‘locale’, in questo caso, non è solo identificato dal luogo geografico ma anche dai metodi e dalle conoscenze tradizionali necessari per produrre un cambiamento che sia in grado di stabilizzarsi e contagiare il regime dominante (Jasanoff e Martello 2004: 14).
    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologicaDal punto di vista del coinvolgimento attivo dei cittadini, Lamine (et al., 2012) propongono di abbandonare il termine ‘reti alimentari alternative’ e di chiamarle invece ‘reti alimentari civiche’ (Civic Food Networks-CFN) per sottolineare la peculiarità “consumer-driven”. Sotto il profilo della cittadinanza si parla di un nuovo concetto dove tutti gli attori sono chiamati a fare comunità e rete, sostenendosi l’un l’altro. Invece che essere visti come operatori economici indipendenti, produttori e consumatori, collaborano come cittadini in un ottica di cooperazione, sostenibilità e solidarietà (Lamine et al., 2012).
    La conoscenza e consapevolezza intorno ai temi legati al cibo, diverrebbe una sorta di trampolino di lancio per riappropriarsi del ruolo autonomo e attivo all’interno della società in una nuova dimensione che viene chiamata anche “cittadinanza alimentare” (food citizenship).

    Food citizenship” è un concetto nato in USA e Canada coniato da T. Lyson sotto il nome di “Civic Agriculture”.

    Lyson, definisce l’agricoltura civica come quel “sistema organizzato a livello locale del settore agricolo e produzione alimentare caratterizzato da reti di produttori che sono legati tra loro dal luogo”. Con ciò l’autore sostiene che l’agricoltura civica ha le potenzialità per trasformare le persone da passivi consumatori a cittadini alimentari attivi. Così il concetto di cittadinanza alimentare aiuta a definire quello di filiera corta ed è appropriato per identificare il grado di coinvolgimento degli attori all’interno della filiera. Anche Seyfang (2006) parla di cittadinanza, ma “ecologica” (ecological citizenship) (Seyfang 2006, Dobson e Bell, 2006) attenta alle responsabilità associate ai diritti: ad esempio il diritto a un ambiente sano, si associa alla responsabilità ecologica del cittadino consumatore. I cittadini si fanno dunque attivi nell’azione per ridurre l’impatto negativo dei loro acquisti e dei loro consumi sull’ambiente.
    Sotto un profilo istituzionale Lamine (2005) sostiene che le forme di agricoltura locale partecipativa, possono gettare le basi per una maggiore democratizzazione delle scelte da condividere a livello locale. Il coinvolgimento attivo dei cittadini nella ricercacostruzione di alternative indica un bisogno di impegno civico-politico e offre una forma accessibile di cittadinanza attiva (Sassatelli, 2004).
    Il riavvicinare produttori e consumatori prefigura la possibilità di creare un legame tra le istituzioni e i cittadini non solo nel settore agroalimentare (Leng e Heasman 2004, p262), e la crisi economica in atto ha rimarcato la necessità di un coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica.

    Filiera corta e forma di governance

    Il concetto di food citizenship non è limitato alle relazioni nello scambio di mercato e nell’approvvigionamento del cibo, ma anche a nuovi modelli di governance. Un primo esempio è la condivisione degli obiettivi della società attraverso la partecipazione civica, promuovendo la formazione di gruppi di pressione che agiscono nei confronti della collettività stessa e delle istituzioni per ridefinire i ruoli all’interno della società (Renting et al., 2012).
    La food citizenship è una pratica in grado di promuovere lo sviluppo di una democrazia socialmente ed economicamente giusta, oltre a sistemi agro-alimentari sostenibili (Wilkins, 2005, p. 271).
    Le forme di governance basate sulla società civile, sono oggi di crescente importanza e sono utili per comprendere le moderne dinamiche di governance dei sistemi alimentari. Inoltre, questa tendenza si sta rinforzando e accelerando, sia grazie all’avvento delle nuove forme di comunicazione (social network), sia a causa della crisi.
    Questi cambiamenti possono essere visualizzati a partire dal “triangolo della governance” (figura 1.7) che distingue tra stato, mercato e società civile e traccia uno schema dei meccanismi che spiegano il raggio di azione del comportamento umano all’interno della società e i potenziali cambiamenti nelle forme di governance (Rhodes, 1997; Renting, 2008; Renting e Wiskerke, 2010).
    Negli anni passati lo stato e il mercato sono stati i principali protagonisti nei meccanismi di governance. Lo stato si esprime prevalentemente attraverso la regolamentazione della res publica; il mercato tramite l’uso di meccanismi auto-regolanti tra cui i prezzi, il tasso di interesse e le liberalizzazioni. Invece, la società civile si esprime, invece, attraverso la partecipazione, l’auto-organizzazione e il controllo della democrazia.

    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica
    Applicando il triangolo della governance al sistema agro-alimentare attuale si nota che il ruolo dello stato e del mercato è stato predominante. Il controllo indiretto delle istituzioni democratiche tramite la partecipazione della società civile è limitato alle organizzazioni professionali o a gruppi di interesse come sindacati, organizzazioni di agricoltori e lobbies industriali. Il ruolo dei consumatori è stato dunque ridotto a quello di meri compratori passivi. Per molti anni questa struttura ha permesso il conseguimento di molteplici obiettivi, tra cui l’aumento della produttività, la disponibilità di cibo a basso costo e la stabilizzazione del regime fordista (Friedmann e McMichael, 1989). Il forte potere concesso al mercato ha permesso la creazione di quello che è stato chiamato “impero del mercato” (Hardt e Negri, 2000; Ploeg, 2008), in cui influenti aziende multinazionali hanno il potere di scavalcare la sovranità nazionale dei paesi in cui operano per conseguire i loro obiettivi privati. Questo modello ha anche portato a molteplici e recenti tensioni economiche e crisi sociali.
    La figura in basso visualizza un sistema atto a rivitalizzare e bilanciare i meccanismi di governance verso forme di democrazia più partecipate (Renting, 2012).
    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica

    Il nuovo modo di concepire la struttura relazionale tra le istituzioni e la società civile accresce l’importanza di quest’ultima nei processi decisionali. Ciò è molto importante nei momenti di crisi: quando lo stato e il mercato non riescono ad arrivare a nuove soluzioni, la società civile può rappresentare un’importante fonte di innovazione attraverso l’apprendimento collettivo.
    Questo sistema può sembrare più complicato nel breve periodo, ma Renting et al. (2012) sostengono che a lungo può portare alla costruzione di nuove alleanze, regole e modelli organizzativi più sostenibili del sistema agroalimentare dominante. Esempi in tal senso sono le strategie di governance urbane e territoriali dell’approvvigionamento alimentare, in cui le decisioni sono prese congiuntamente dai governi e dalla società civile (Renting 2008; Lamine et al., 2012, Derkzen e Morgan, 2012).
    Così facendo le amministrazioni possono aumentare la domanda di prodotti locali e biologici (Morgan e Sonnino, 2008). La filiera corta diventa in questo caso anche uno strumento politico in grado di supportare le istituzioni per la tutela ambientale (Aubry et al., 2008).

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

    [corner-ad id=1]I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) sono gruppi di consumatori che si riuniscono per acquistare prodotti direttamente dagli agricoltori (generalmente piccole imprese) e che si basano sui principi del consumo critico. Questa forma di filiera corta si distingue per l’alto grado di partecipazione e coinvolgimento da parte dei cittadini, che si riappropriano della loro sovranità alimentare e definiscono i modi e i principi con cui condividere quest’esperienza. Lo scopo primario è quello di accorciare la filiera e generare un prezzo giusto,  estendendo i prodotti biologici più accessibili di quanto non lo siano nelle catene tradizionali.
    Ma il loro scopo è anche politico e mira alla creazione di occupazione, alla tutela dell’ambiente, all’incremento delle relazioni sociali e dei movimenti locali. Il principio fondamentale è quello della solidarietà in base al quale i consumatori prediligono fornitori che devono essere piccoli, per non concentrare il potere economico nelle mani delle grandi aziende e locali, per poter avere contatti diretti. Inoltre si cerca di seguire i criteri di rispetto dell’uomo, sia per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori che per la salute dei consumatori, e rispetto dell’ambiente, in quanto prodotti e produttori non devono generare troppo inquinamento e devono limitare il consumo delle risorse naturali. Di solito, gli agricoltori effettuano una consegna settimanale in un luogo prestabilito, in cui gli aderenti si recano per ritirare la loro spesa. I GAS possono prevedere la stipula di accordi duraturi con i produttori, tanto da organizzare riunioni periodiche, attività collaborazione nei confronti degli agricoltori, ricerca di lavoratori, risoluzione di problemi, sistemi di aiuto in caso di perdite di prodotto e sistemi di finanziamento anticipato…
    Clicca quì per visualizzare l’articolo completo nella sezione WIKI del blog

    Tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS)
    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma
    La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura
    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde
    La rinascita della filiera corta
    I Mercati dei contadini – (Farmers’ Market)
    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

    Articoli tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013


    Economia solidale - Tornare alla filiera corta

  • I mercati dei contadini

    I mercati dei contadini

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    I mercati dei contadini

    Farmers’ Market (FM) significa letteralmente “mercati dei contadini” o “mercati contadini” e si tratta di una delle forme di filiera corta promosse soprattutto da associazioni di agricoltori. I Farmers’ Market si svolgono spesso in aree riqualificate delle città, in cui gli agricoltori stessi si recano, generalmente una o due volte a settimana, per montare i propri banchi e vendere i prodotti disponibili a seconda della stagione. Lo sviluppo di questi mercati in Europa si deve soprattutto alla presenza di attività tradizionali locali che rivendicano un concetto di qualità basato sulla sostenibilità e sul benessere animale ….

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    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma
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    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde
    La rinascita della filiera corta
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    Articoli tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
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  • Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

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    Gruppi di Acquisto Solidale

    I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) sono gruppi di consumatori che si riuniscono per acquistare prodotti direttamente dagli agricoltori (generalmente piccole imprese) e che si basano sui principi del consumo critico. Questa forma di filiera corta si distingue per l’alto grado di partecipazione e coinvolgimento da parte dei cittadini, che si riappropriano della loro sovranità alimentare e definiscono i modi e i principi con cui condividere quest’esperienza. Lo scopo primario è quello di accorciare la filiera e generare un prezzo giusto,  estendendo i prodotti biologici più accessibili di quanto non lo siano nelle catene tradizionali.
    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)
    Ma il loro scopo è anche politico e mira alla creazione di occupazione, alla tutela dell’ambiente, all’incremento delle relazioni sociali e dei movimenti locali. Il principio fondamentale è quello della solidarietà in base al quale i consumatori prediligono fornitori che devono essere piccoli, per non concentrare il potere economico nelle mani delle grandi aziende e locali, per poter avere contatti diretti. Inoltre si cerca di seguire i criteri di rispetto dell’uomo, sia per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori che per la salute dei consumatori, e rispetto dell’ambiente, in quanto prodotti e produttori non devono generare troppo inquinamento e devono limitare il consumo delle risorse naturali. Di solito, gli agricoltori effettuano una consegna settimanale in un luogo prestabilito, in cui gli aderenti si recano per ritirare la loro spesa. I GAS possono prevedere la stipula di accordi duraturi con i produttori, tanto da organizzare riunioni periodiche, attività collaborazione nei confronti degli agricoltori, ricerca di lavoratori, risoluzione di problemi, sistemi di aiuto in caso di perdite di prodotto e sistemi di finanziamento anticipato.
    I GAS organizzano riunioni con i partecipanti anche per raccogliere feedback dei prodotti che  hanno comprato e per decidere la politica de seguire. Essi hanno inoltre un ruolo significativo poiché trasmettono la cultura del cibo e possono contribuire a modificare le abitudini alimentari delle famiglie che vi partecipano. I consumatori così riuniti, possono esercitare una critica di massa che li porta a ottenere uno sconto nei confronti degli agricoltori, ma allo stesso tempo li sostiene nel passaggio alle tecniche produttive biologiche.

    Vendita diretta in azienda

    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)Questa forma di vendita è tra le modalità più diffuse e forse più antiche. Si tratta di istituire lo spaccio dei prodotti dell’azienda presso la sede dell’azienda stessa. È un’iniziativa dei produttori che comporta diversi vantaggi come il risparmio del tempo connesso agli spostamenti al di fuori dell’azienda, l’eliminazione dei costi di trasporto e di personale, l’ampia disponibilità di prodotti, la riduzione dei rifiuti, la possibilità di offrire ai clienti servizi accessori, come quello di trascorrere del tempo in azienda, di aumentare il valore dei prodotti venduti, di acquistare prodotti freschi. A fronte di questi vantaggi vi sono, tuttavia, alcuni limiti: la disponibilità dei prodotti posti in vendita (limitata a quelli presenti sul luogo di produzione), la quantità di investimenti necessari per rendere lo spaccio aziendale a norma di legge, la soggezione allo stato della viabilità per raggiungere l’azienda e alla pubblicità necessaria per rendere visibile il negozio. Alcuni di questi fattori sono attenuati dal D.Lgs. 228/200133, che permette l’ampliamento della gamma dei prodotti posti in vendita mediante l’acquisto di merci diverse da quelle che sono disponibili in azienda.
    Inoltre le imprese possono organizzare uno spaccio aziendale collettivo, realizzabile con il coinvolgimento di più aziende aventi prodotti complementari. Questa modalità consente di offrire ai clienti un’ampia scelta di prodotti, realizzata anche con la collaborazione di poche aziende agricole, opportunamente scelte per la diversità delle produzioni.

    Il concetto di «massa critica» individua, in fisica, la quantità di materiale fissile (uranio, plutonio) necessaria a innescare una reazione a catena, viene utilizzato per analogia dalla nuova cultura emergente per indicare un processo di cambiamento sociale indotto da una minoranza attiva quando raggiunge un certo grado di numerosità o di intensità. Raggiunto questo grado, la pratica si diffonde come una reazione a catena a tutta la comunità.
    L’antropologa statunitense Margaret Mead scriveva: «Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. Questo infatti è quanto è sempre successo» (Nitamo Montecucco, 2009).

    La coltivazione diretta

    Questa forma di filiera corta coinvolge direttamente i consumatori che possono lavorare la terra e contribuendo alla coltivazione dei prodotti che in seguito consumeranno a casa. Questa forma di approvvigionamento si è diffusa negli USA durante gli anni della grande depressione, quando gli agricoltori, non riuscendo ad ottenere un prezzo convenevole per ripagare il lavoro, aprirono le porte ai consumatori per cercare aiuto e collaborazione. La coltivazione diretta da vita a nuove forme di convivialità che si istaurano dal momento in cui si lavora collettivamente. I consumatori ritrovano un contatto diretto con la terra e instaurano relazioni sociali durature. Alcune associazioni o aziende agricole offrono gratuitamente spazio e informazioni in cambio di piccole parti del raccolto oppure chiedono un pagamento fisso, mensile per esempio. Altre aziende invece si occupano della coltivazione, delegando al consumatore il compito di selezionare e raccogliere i prodotti.

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    Orti urbani

    Per orti urbani si intendono delle aree che si trovano all’interno dei centri abitati e che vengono destinate alla coltivazione di frutta e verdura. La loro presenza permette ai residenti di cibarsi in modo sano e genuino, e favorisce lo sviluppo di un’economia eticasolidale. Gli orti cittadini sono considerati un valido strumento di aggregazione sociale, oltre che di riqualificazione urbana. Gli effetti positivi risiedono, infatti, anche nell’aumento di aree verdi, nel conseguente miglioramento della qualità dell’aria, nella riqualificazione di aree degradate, nel limitare il consumo di suolo (in particolare quello agricolo delle fasce periurbane), e nella valorizzazione del paesaggio attraverso le attività agricole. Secondo gli ultimi dati di Italia Nostra (2013), gli orti urbani occuperebbero un’estensione di oltre 500.000 metri quadrati, ma si stima che in realtà siano molti di più. Sono in crescita anche le iniziative istituzionali che si occupano di ciò. Nel Giugno 2013 sono stati assegnati a Milano 171 orti urbani; lo stesso è avvenuto a Roma con l’assegnazione di 33 orti nel quartiere Garbatella.

    Altre forme

    Il fenomeno dell’agricoltura locale è tuttavia molto variegato e si possono includere nella sua pertinenza anche attività per il recupero delle eccedenze di produzione. A tale  proposito ci sono le Banche del Cibo, come la fondazione Banco Alimentare, che si occupano di recuperare le eccedenze alimentari della produzione agricola e industriale per distribuirli a strutture caritative sparse sul territorio. In Italia esiste anche una società spinoff denominata Last Minute Market, nata nel 1998 come attività di ricerca, che promuove il riutilizzo dei prodotti scartati dalla grande distribuzione. L’attività è soprattutto volta all’organizzazione logistica delle donazioni/ritiri tenendo sotto controllo gli aspetti nutrizionali, igienico-sanitari, logistici e fiscali. Infine esistono movimenti indipendenti come il Freeganism che recupera le eccedenze alimentari per un consumo privato; mense scolastiche, dove viene privilegiato il consumo di generi alimentari lavorati direttamente sul territorio o reperiti in base al principio del minor numero di passaggi tra produttore e consumatore, con migliori garanzia di mantenimento delle caratteristiche organolettiche grazie al breve tempo di trasporto. Anche programmi di nutrizionepolitiche agricole possono rientrare nel computo delle filiere corte.

     

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

     

    Immagini tratte da :

    http://www.tramecarignano.com/
    http://www.milanolifestyle.it/
    http://www.iltaccoditalia.info/
    http://www.abruzzo24ore.tv/
    http://www.tuttogreen.it/g
    http://www.comune.venezia.it/
    http://blog.imseo.it/
    http:/www.cartoonstock.com

  • I Mercati dei contadini  – (Farmers’ Market)

    I Mercati dei contadini – (Farmers’ Market)

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    I mercati dei contadini

    Farmers’ Market (FM) significa letteralmente “mercati dei contadini” o “mercati contadini” e si tratta di una delle forme di filiera corta promosse soprattutto da associazioni di agricoltori. I Farmers’ Market si svolgono spesso in aree riqualificate delle città, in cui gli agricoltori stessi si recano, generalmente una o due volte a settimana, per montare i propri banchi e vendere i prodotti disponibili a seconda della stagione (Marino & Cicatiello, 2012). I Mercati dei contadini - (Farmers’ Market)
    Lo sviluppo di questi mercati in Europa si deve soprattutto alla presenza di attività tradizionali locali che rivendicano un concetto di qualità basato sulla sostenibilità e sul benessere animale (Sonnino & Marsden, 2006; Ilbery & Maye, 2005). Questi mercati sono frequentati abitualmente da consumatori residenti nelle aree limitrofe al mercato. I Farmers’ Market non comprendono solo agricoltori, ma anche piccole aziende di artigianato o di abbigliamento, che utilizzano tecniche rispettose dell’ambiente e materiali naturali, riciclabili o riciclati. Il primo mercato contadino è stato organizzato in Canada nel 1780. In seguito, nel 1973 è stato fondato l’Ontario Farm Fresh Marketing Association (OFFMA), un’associazione proprio con lo scopo di coordinare le varie esperienze di mercati degli agricoltori. Questi ultimi si sono sviluppati a partire dagli anni Novanta negli Stati Uniti, dove la biologicità e la località dei prodotti erano considerati una filosofia di vita già da diversi anni. Il fenomeno ha guadagnato popolarità dopo l’attenzione dei consumatori verso la qualità (Vecchio, 2009) e costituisce, oggi, una realtà consolidata negli Stati Uniti. I dati dell’United States Department of Agriculture24 (USDA  http://www.usda.gov) contano 4.385 mercati attivi sul territorio nazionale nel 2006, con una crescita quasi del 150% dalle 1.755 unità nel 1994 (anno del primo censimento).
    Dal 2000 i mercati contadini rappresentano una forma diffusa che coinvolge oltre 2.760.000 consumatori ogni settimana. In Europa il fenomeno è più recente: in Gran Bretagna i primi mercati furono inaugurati negli anni Novanta e oggi, secondo i dati della National Farmers’ Retail & Markets association (FARMA) , se ne contano oltre 550 per un giro d’affari di oltre 300 milioni di euro.
    L’Italia è probabilmente il paese europeo più ricco di queste iniziative. I mercati dei contadini sono organizzati prevalentemente da associazioni quali  Coldiretti, Slow FoodAIAB e associazioni libere di produttori. L’esperienza più diffusa è quella rappresentata dai mercati della Fondazione Campagna Amica di Coldiretti con oltre mille iniziative sparse su tutto il territorio.

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    La Fondazione organizza i mercati (“Mercati di Campagna Amica”, MCA) al fine di “promuovere l’estensione capillare dei mercati degli agricoltori e di ogni formula di vendita diretta” per valorizzare le produzioni locali e rispondere alla crescente domanda di cibo genuino. Ai MCA partecipano agricoltori associati, di solito operanti nella stessa regione in cui è ospitato il mercato, che vendono direttamente le proprie produzioni.
    I produttori sono tenuti al rispetto di un regolamento disciplinare che prevede, tra l’altro, il controllo dei prezzi massimi praticati, secondo quanto stabilito da un accordo quadro con le principali Associazioni di Consumatori italiane.

    Siti web di riferimento:
    www.farmersmarkets.net
    La Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti (Coldiretti) è la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana. http://www.coldiretti.it
    L’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB) è una associazione di produttori, tecnici e cittadini consumatori. www.aiab.it
    www.campagnamica.it

    Nei MCA i produttori accreditati, secondo le regole stabilite dal regolamento disciplinare, si impegnano a garantire in modo trasparente un risparmio di almeno il 30% rispetto ai prezzi dei prodotti confrontabili comunicati tramite “SMS consumatori“. I produttori si impegnano altresì a garantire la provenienza, la tracciabilità, la qualità e la salubrità dei prodotti in vendita. Aderendo al progetto gli agricoltori hanno la  possibilità di apporre il marchio di riconoscimento “Campagna Amica”, che contraddistingue il prodotto agricolo “cento per cento italiano firmato dagli agricoltori”. I prodotti così tutelati sono offerti attraverso un’estesa rete commerciale nazionale sotto diverse forme.
    La Fondazione, infatti, non si limita all’organizzazione dei mercati, ma affianca a questi anche punti vendita in città, (chiamati “Botteghe di Campagna Amica” o “Botteghe italiane”), presso cooperative, consorzi agrari, agriturismi, aziende agricole, coinvolgendo inoltre la rete della ristorazione a chilometri zero e dei Gruppi di Acquisto Solidali.

    I Box Schemes

    Il Box Schemes è una forma distributiva organizzata dall’agricoltore che si occupa del rifornimento di prodotti  agricoli stagionali (solitamente biologici) per un gruppo di consumatori convenzionati, i quali accolgono la merce direttamente in casa o al lavoro.
    Questo servizio viene proposto spesso sotto forma di abbonamento settimanale, quindicinale o a richiesta. Ciò che viene recapitato a casa dell’acquirente è il cosiddetto “cassettone” (o box), la cui composizione è definita in base alla disponibilità. Per offrire una combinazione di prodotti più appetibile, le aziende agricole sono spinte a cooperare in forma associata o fondando cooperative vere e proprie.
    Talvolta la produzione aziendale, o di cooperativa, può essere integrata con prodotti importati che rispettino determinate caratteristiche. Solitamente quando vi è un’ampia disponibilità di scelta, i consumatori possono scegliere le quantità e la composizione del loro “cassettone”. I vantaggi maggiori per il consumatore sono legati alla freschezza, alla qualità, alla varietà e alla consegna a domicilio, oltre a un ritrovato contatto diretto col produttore.
    Gli svantaggi sono collegati al costo che può essere alto per via della consegna a domicilio. Questa forma di distribuzione è molto popolare negli USA, in Canada e nel Nord Europa. In Gran Bretagna la Soil Association ha indicato che il fatturato delle iniziative di box schemes corrispondeva a oltre 174 milioni di sterline nel 2012, con un aumento del 4,4% rispetto all’anno precedente.
    I Mercati dei contadini - (Farmers’ Market)
    In Italia, Bio bank (2013) ha censito 130 aziende che praticano vendita online di prodotti aziendali con un incremento del 20%.
    Una crescita che si inserisce a pieno titolo in quella più generale della vendita diretta che nel 2012 è  aumentata del 4,9%. La maggior parte delle aziende propone esclusivamente la vendita di prodotti biologici.

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    Al primo posto in assoluto è la Toscana, con 18 siti (13,8%), seguita dalla Puglia, con 16 (12,3%) e dalle regioni Emilia-Romagna e  Sicilia, allineate su 15 ecommerce (11,5%). Dal 2004 opera su Roma “Officinae Bio“, una Cooperativa di 12 aziende agricole biologiche certificate. L’offerta consiste in un “Cassettone Bio” da 4,5 o 9 kg di frutta e verdura di stagione venduta a prezzo fisso.
    La maggior parte sono aziende del territorio laziale, ma i prodotti come agrumi o mele provengono da soci di regioni più vocate (Toscana e Calabria).

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • La rinascita della filiera corta

    La rinascita della filiera corta

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    In risposta alla convenzionalizzazione e alle diverse crisi finanziarie succedutesi nell’ultimo decennio, i movimenti biologici si sono evoluti orientandosi verso istanze di rilocalizzazione e ri-socializzazione del prodotto alimentare con l’obiettivo di reintegrare i valori del movimento biologico originale (Buck et al., 1997; Guthman, 2004; Lockie e Lyons, 2006; Fonte, 2008; Fonte e Agostino, 2008).

    La campagna, denominata “McItaly”, prevedeva la selezione di materie prime di origine nazionale.
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2010/01/26/visualizza_new.html_1677608423.html

    Oltre alla sovranità alimentarequesti movimenti organizzati focalizzano la loro azione sui temi della sostenibilità, del localismo e dello sviluppo rurale.

    La «sovranità alimentare» è definita come il «diritto dei popoli a un cibo salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici, in forza del loro diritto di definire i propri sistemi agricoli e alimentari». Definizione tratta dalla Dichiarazione di Nyéléni (Mali), al termine del Forum internazionale per la sovranità alimentare del 2007.

    La rinascita della filiera cortaNasce così quello che è stato definito il movimento postbiologico (Moore, 2006) mosso dallo spirito del consumo critico (o consumerismo) che rifiuta le scelte di acquisto basate sulle sole considerazioni economiche, integrando visioni altruistiche volte a evitare le disuguaglianze (Tosi, 2006). Il movimento post-biologico raggiunge l’apice della critica verso la modernizzazione, affrontando non solo questioni ambientali ed economiche, ma anche tematiche etiche e morali. Nasce così il paradigma dell’agricoltura sostenibile multifunzionale che valorizza le conoscenze agro-ecologiche e storico-sociali e favorisce il mantenimento e la valorizzazione dei beni pubblici. Inoltre risponde a una nuova  sensibilità delle amministrazioni pubbliche, dei consumatori e dell’opinione pubblica e poggia su una base produttiva composta in gran parte da piccole imprese (un segmento del mondo della produzione rimasto, in parte, volutamente estraneo ai processi di modernizzazione dell’agricoltura). La filiera corta riacquista forza con i movimenti post-biologici sulla base del concetto di ri-localizzazione che consiste principalmente nello spostamento dell’attività economica verso imprese presenti nella zona, che sono solitamente a carattere medio, piccolo o familiare, ma anche nel sostenere produzioni rispettose dell’ambiente e costruendo reti di relazioni tra consumatori e produttori (Norberg-Hodge, 2005). Si è aperta la nuova fase di ricerca del rapporto diretto tra consumatore e produttore con iniziative che pongono l’accento sulla vendita diretta e creando le cosiddette Reti Alimentari Alternative (Alternative Food Networks – AFN) (Marsden et al., 2000; Fonte e Papadopulos, 2010; Renting et al, 2003; Brunori, 2007; Goodman et al., 2012; Mariani et al., 2010).

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    Queste ultime non sono altro che l’espressione di nuove forme di vendita diretta. Il rapporto diretto tra agricoltore e consumatore è stato un elemento molto importante nella commercializzazione dei prodotti biologici sin dagli anni Novanta (Zamboni, 1993; Santucci, 1998). Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno arricchendo le modalità di vendita: ai punti vendita aziendali e ai banchi in mercati si aggiungono una serie di nuove forme come le vendite in abbonamento (box schemes o cassettoni) e i Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS) che, tra le altre cose, garantiscono al produttore la diversificazione e la programmazione delle vendite minimizzando le rimanenze (Fonte e Salvioni, 2013). Le prime caratteristiche che la vendita diretta ha messo in luce sono un migliore flusso di informazioni tra i soggetti coinvolti che rendono superfluo il ricorso alla certificazione convenzionale e il risparmio dei costi d’intermediazione, con una maggiore quota di valore aggiunto che rimane nelle mani del  produttore e con un prezzo inferiore per il consumatore (Verhaegen, 2001).

    Nelle AFN è frequente il ricorso alla Certificazione Partecipata (PGS – Participatory Guarantee Systems), un sistema in cui sono coinvolti tutti gli stakeholders che è costruito basandosi sulla fiducia, sullele reti sociali e sullo scambio di conoscenze”.(http://www.ifoam.org/about_ifoam/standards/pgs.html).

    Le istanze di ri-localizzazione mirano anche a contenere l’impatto ambientale, anche se questo potenziale non è condiviso da tutti allo stesso modo (Schonhart et al., 2008; Torquati B., Taglioni C., 2010). La caratteristica comune della maggior parte delle AFN è di essere promosse dalla domanda (in inglese sono dette “consumer driven”), per cui sono state ribattezzate “forme di co-produzione”, ovvero situazioni in cui le scelte di produzione sono condivise da produttori e consumatori (Brunori et al, 2010). Secondo dati recenti (Federbio, 2012), tramite questi nuovi canali di vendita le aziende agricole biologiche italiane stanno registrando consistenti aumenti di vendite (figura 1.6).
    La rinascita della filiera corta
    Tali iniziative si caratterizzano anche per la capacità di creare un’azione collettiva in grado di mantenere la sopravvivenza di forme di produzione che sono ritenute vitali per la sostenibilità sociale, economica e ambientale delle aree rurali (Soler et al, 2010). Inoltre, grazie all’eliminazione dell’intermediazione e alla collaborazione tra i membri del gruppo, le AFN perseguono un obiettivo di equità, che rappresenta la possibilità di dare accesso al consumo di prodotti biologici di qualità anche alle classi meno abbienti. Nel prossimo paragrafo vedremo come diversi studi vedono nelle AFN la risposta al sistema agro-alimentare reo di allontanare e separare la produzione del cibo dal suo consumo (Venn et al., 2006).

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    Forme di filiera corta

    Data la moltitudine di esperienze che sono state attivate nel mondo, nel presentare le principali forme di filiera corta non vi è lo scopo di essere esaustivi. Tali esperienze differiscono tra loro in primo luogo per i soggetti che le promuovono. Prevalentemente si tratta di consumatori o produttori che adottano le diverse tipologia in risposta all’insoddisfazione di un sistema distributivo di tipo industriale che ha Figura 1.6: canali di vendita per le aziende agricole biologiche italiane Fonte: FEDERBIO (2012) deluso le aspettative (Sonnino e Marsden, 2006; Raffaelli et. al., 2009). Le iniziative sono il frutto dell’auto-organizzazione dei gruppi che definiscono il loro operato nel rispetto di determinati e condivisi principi. Non mancano casi in cui i promotori sono esterni dalla filiera e vedono nel riavvicinamento tra produzione e consumo la possibilità di creare proficue attività. Inoltre, le varie forme di filiera corta si differenziano per lo spirito che anima la loro creazione. Le attività mosse dai consumatori sono nate prevalentemente con lo scopo di garantire accesso ai prodotti biologici a un giusto prezzo; in seguito si è aggiunto anche uno scopo più politico, volto a supportare le realtà agricole locali private del potere contrattuale dal mercato (Van Der Ploeg 2000). Le iniziative dei produttori hanno generalmente l’obiettivo di permettere la sopravvivenza delle piccole aziende agricole. Le aziende coinvolte sono solitamente a carattere familiare e, ristabilendo un rapporto diretto con la propria domanda, riottengono un certo grado di indipendenza e autonomia rispetto alle politiche pubbliche, percependo un reddito maggiore. È comprensibile che tali esperienze siano nate prima nei paesi industrializzati, dove il mercato è maggiormente strutturato e dove i problemi legati all’industrializzazione dei processi agricoli sono più tangibili che altrove.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    [corner-ad id=1]La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni…

    Clicca quì per visualizzare l’articolo completo nella sezione WIKI del blog

    L’elenco aggiornato di tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS) sono nell’articolo di Introduzione alla sezione wiki che potete leggere cliccando nel link che segue:

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    https://www.romanews.it/blog/wiki/economia-solidale

    Gli articoli sono tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci con il medesimo titolo di cui vedete quì la copertina.

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013
    Economia solidale - Tornare alla filiera corta