Categoria: A ROMA

  • Il colosseo nella storia tra incendi, terremoti e l’uso come cava di pietra

    Il colosseo nella storia tra incendi, terremoti e l’uso come cava di pietra

    colosseo_romanewsL’anfiteatro Flavio — il Colosseo, secondo la dizione corrente — fu costruito dai tre imperatori della famiglia Flavia: il capostipite Vespasiano che iniziò i lavori nel 75 d.C., Tito che lo inaugurò nella primavera avanzata dell’80, e Domiziano che nell’82 aggiunse l’ultimo ordine di gradinate.
    Vennero impiegate 292.000 tonnellate di travertino e piperino delle cave di Albulae vicino Tivoli, e di tufo vulcanico di Preneste; 750.000 tonnellate di pietre squadrate, 8.000 tonnellate di marmo delle cave di Luni e Carrara.
    L’arena misurava 76 x 46 metri, l’altezza ben 57 metri distribuiti su quattro piani.
    Ottanta «vomitori» consentivano il rapido deflusso dei 45-50.000 spettatori che l’anfiteatro poteva contenere.
    Settantadue scalinate portavano ai sedili, tutti di marmo e tutti numerati: ognuno di essi misurava esattamente cinquantasette centimetri.
    Per l’inaugurazione, avvenuta nell’80 d.c. il programma prevedeva cento giorni di giochi circensi graziosamente offerti dall’Imperatore. Ne venne dato annunzio in ogni punto dell’Impero, e diecine di migliaia di forestieri convennero a Roma. Dall’Iberia, dalla Dalmazia, dalla Fenicia, dall’Illiria sbarcarono nei porti dell’Emporium accosto alla Porta Portuensis, e nei porti di Fiumicino e di Ostia.
    Le 15 strade che conducevano a Roma — La Flaminia, la Salaria, la Nomentana, la Tiburtina, la Collatina, la Prenestina, la Labicana, la Tuscolana, I’Asinaria, la Latina, l’Appia, I’Ardeatina, I’Ostiense, la Portuense, l’Aurelia — furono allargate dai quattro-cinque metri del disegno originario a otto metri e più.
    Venne rimessa in vigore una legge, risalente al consolato di Giulio Cesare, che consentiva la circolazione diurna nelle strade cittadine soltanto ai carri adibiti alla celebrazione dei giochi pubblici.
    La rete stradale urbana fu portata a 60.000 passi, ossia 85 chilometri di percorso: ma questo non impedi un ingorgo permanente sulla Sacra Via e la Nova Via che costeggiavano il Foro, e peggio ancora lungo le strade, i clivi, che scendevano dai sette colli, il Clivus Victoriae, Capitolinus, Argentarius, Sublicius. I turisti più abbienti trovarono alloggio nelle «tabernae» della Suburra. Gi altri, accampati nel Foro, negli Orti di Mecenate, sulle pendici del Palatino e dell’Aventino, nello sprofondo del Velabro, trascorrevano la notte all’aperto, nell’attesa che il Colosseo riaprisse per una nuova e intensa giornata di giochi.

    Nei secoli il Colosseo ha subito danni da incendi e terremoti senza contare l’uso come cava di pietra nel medioevo. Un primo restauro venne fatto già dall’imperatore Antonino Pio, imperatore romano nel 138.
    Un incendio distrusse le strutture superiori nel 217 DC . I danni furono  riparati da Eliogabalo  e da Alessandro Severo  e fu riaperto nel 222 senza finire i lavori. Gordiano III li fece terminare solo nel 240.
    Altri incendi nel 250/252 e nel 320 che conseguenti danni e altre ricostruzioni da Costantino e Odoacre, primo dei re barbari di Roma) tra il 476 e il 483 83.
    Valentiniano III nel 438  abolì gli spettacoli con i gladiatori.
    Altre ristrutturazioni dall’imperatore Onorio, dopo il sacco di Roma del 410 dei visigoti di Alarico
    e altri danni dopo il terremoto del 442 e quello del 484 e 508.
    Successivamente si arrivò all’abbandono e poi nel VI secolo l’uso come zona di sepoltura e poi
    addirittura come abitazione.
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    Fortezza  delle famiglie  Frangipane e  Annibaldi nel medioevo, l’imperatore Enrico VII lo riconsegnò al Senato e ai romani nel 1312.
    C’erano stati danni già nei  terremoti del 1231-55 e poi seguirono nel 1349 con conseguente rovina e nuovo abbandono.
    In questo periodo divenne una cava di marmo usato per costruire nuovi edifici tra i quali i più noti, il palazzo Venezia e della Cancelleria. I blocchi di travertino vennero asportati o vennero usati quelli caduti per opera delle catastrofi naturali, per costruire il palazzo Barberini nel 1703 e per il porto di Ripetta. A questi fatti fece seguito il detto famoso: “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini” (Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini).
    Nel 1744 Papa Benedetto XIV lo consacrò alla passione di Cristo e vi fece costruire le 15 tappe della Via Crucis, in memoria dei martiri cristiani sacrificati nell’arena.
    Seguirono altre opere tra il 1831 e il 1846 e e si iniziò sgombrarne le macerie con scavi ai sotterranei danneggiati e siamo arrivati al 1939.
    Le recenti opere sponsorizzate da Diego Della Valle, hanno riportato alla luce i colori originali del monumento.
    Le impalcature in tubi innocenti dal coronamento dell’attico dell’Anfiteatro, lato Fori Imperiali, sono arrivate a 52 metri d’altezza. La superficie occupata dalle impalcature è stata di 4.500 metri quadrati, e gli interventi di restauro sono stati eseguiti su 4.200 metri quadrati di travertino.

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  • Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    gnotiseatu2C’era solo un bosco di pini, un pigneto appunto, di proprietà  prima dei nobili Caballini poi dei nobili Buonaccorsi,
    circondato da campi e qualche casetta di contadini.  Quando comandava il Papa l’area tra la Casilina e la Prenestina, a ridosso di Porta Maggiore, era un bosco di pini mediterranei, punteggiato da ville e casali, traversato dalla prima ferrovia, Roma-Frascati, quando i piemontesi irruppero da Porta Pia.
    Roma capitale cambiò tutto.  II Papa si chiuse nel silenzio del suo Vaticano, dove è ancora oggi.
    I piemontesi arrivarono in frotte, costuirono ministeri, uffici governativi. caserme e scuole.  I palazzi Umbertini e i grandi viali furono figli della prima grande speculazione edilizia romana. la prima di tante.
    Cominciò cosi un grosso esodo dalle campagne verso la nuova capitale, che trovava i suoi punti di forza nella Roma dentro le mura Aureliane.
    II Pigneto, a sud di Porta Maggiore, rimaneva Pigneto,  anche se la Casilina, e la Prenestina, che ne facevano un triangolo,  diventavano, come erano gia state per la Roma antica, le due grandi vie che portavano a Porta Maggiore, l’ingresso più importante di Roma, venedo da sud.
    Nemmeno il Pigneto poteva rimanere intatto, in questo accrescimento tumultuoso della città.
    Verso la fine del XIX secolo, cominciarono a sorgere le prime abitazioni, a metà strada tra città e campagna. case. casette,  casupole, casali dentro e ai margini della pineta. il cui confine erano anche quegli archi dell’acquedotto romano che ancora vedete, sul lato della casilina. Arriveranno i tram che ancora ci sono. e percorrono. con buona frequenza, (il 5 e il 14) quel lato del quartiere.
    Del I890 è il primo stabilimento,  Omnibus e ‘Tranvays, ora deposito Atac destinalo allo smantellamento.
    Ma è nel 1906, un secolo fà, che il quartiere diventa quartiere. quando. in via Casilina 125  Cesare Serono fonda la sua industria farmaceutica. E inevitabilmente, mentre il centro dentro le Mura diventa più attillato e prezioso, preda di speculazioni che dilaniano i grandi parchi delle famiglie nobili, tranne quello di Villa Borghese, che viene lasciato alla cittadinanza,  il Pigneto scopre, con tram e Serono,  una sua vocazione operaia,  periferica a S.Lorenzo. a ridosso di Termini, ma pur sempre operaia.
    In quegli anni Giorgio Passerge. proprietario di due farmacie di piazza di Spagna e via delle Terme, costruisce il proprio lahoratorio tra via del Pigneto e via Casilina.  Nello stesso anno apre lo scalo ferroviario di San Lorenzo. a poche centinaia di metri da via del Pigneto.
    Spina dorsale di un quartiere non più verdissimo di pini medi-temitici, ma quartiere vero: in zona, sono stai posti serbatoi idrici e il deposito della nettezza urbana.
    Attorno a queste attività arrivano artigiani e nuovi abitanti. Accanto a case e palazzine costruite a cavallo del XIX e del XX secolo, nascono cooperative di lavoratori e operai con lo scopo di tirar su alloggi popolari.
    E così la vocazione popolare, e la collocazione verde, diventano caratteristica di questo quartiere che vivrà felicemente decentrato, apparentemente lontano dal centro borghese dei grandi edifici Umbertini, delle grandi ‘strade trafficate. delle botteghe ricche d’una capitale che comincia a riconoscere se stessa, e ad ingrossarsi sfigurandosi.
    La cooperativa Termini fu la più grande. Costituita da ferrovieri che, grazie a un mutuo cinquantennale concesso dal Regno d’Italia nel 1920, ideò e realizzò il progetto di una città-giardino. nell’area tra via del Pigneto, tratto compreso tra via Fanfulla da Lodi e piazza dei Condottieri, e via (‘anilina. Oggi il progetto dell’ambiziosa cooperativa (quasi quanto Garbatella) si chiama Villini. Ed è sicuramente la zona più elegante del quartiere, con villette basse color pastello, tutte circondate da giardini più o meno grandi e decorate con fregi e balconi. Alcuni degli abitanti la chiamano oggi ironicamente “Parioli dei Pigneto”.
    E lì a dimostrare quanto le Cooperative operaie, in periodi molto più poveri di questo, facessero meglio di quanto faranno le speculazioni private, quelli che oggi si chiamano i palazzinari.
    Nel 1913 intanto era arrivata la prima chiesa.  La volle espressamente papa Pio X. Voleva, disse,  contrastare il “degrado morale” imperante nelle zone al di là di Porta Maggiore.  La chiesa fù dedicata a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino e sepolta nel vicino mausoleo di Torpignattara.

     

    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”

  • I mercati del quartiere Pigneto

    I mercati del quartiere Pigneto

    Lo scontro è tra i supermercati. come in tutta Italia anche a Roma e anche al Pigneto. ormai diventati ipermercati, ed intere cittadelle del consunto, e i vecchi mercati di quartiere, con i rapporti umani ira i clienti e i bancarellari. Un esempio per tutti, nella battaglia per il cibo pulito. non OGM e non contraffatto, ci dimentichiamo che la grande tradizione dei mercati ancora regge nei “vignaroli” che producono tutto, o comunque molto di quel che mettono sulla bancarella di frutta e verdura.  E questo significa davvero sapere cosa mangi e che mangi pulito. E il Pigneto ha tre mercati rionali (da difendere). E non ha supermercati.
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    Isola pedonale
    Il colorato mercato di via del Pigneto, con i suoi chioschi e i suoi banchi al riparo degli ombrelloni. é il centro pulsante dell’isola pedonale, mattutina, rilassata. umanissima.
    Mercato storico che sembra resistere nel tempo e che colpisce più per la varietà delle genti, che delle merci.
    Durante la settimana si vende frutta e verdura, carne o pesce, e in generale articoli a poco prezzo, che vengono dai paesi poveri, India e Cina. Ma ad osservare le facce al di qua e al di là dei banconi ci si accorge del sereno mescolarsi di vecchie e nuove generazioni, di etnie e culture diverse.
    Ogni quarta domenica del mese, poi. si tiene un mercatino che attira i curiosi di ogni età: modernariato, fumetti, stranezze kitsch, e ogni sorta di cimelio disotterrato da cantine e solai polverosi.

    Largo Bartolomeo Perestrello
    Mercato popolare, prevalentemente di frutta e verdura. Non manca un macellaio e un pescivendolo. Restano in tre “le vignarole” che di martedì, venerdì e sabato portano i propri prodotti al mercato. Approfittatene perché sono le cose con sapori e odori veri.Una ventina di chioschi che tendono a diminuire: lontano dai riflettori dell’isola pedonale e da ogni possibile circuito turistico. il mercato è frequentato da chi abita nelle immediate  vicinanze, per lo più anziani e quei pochi che riescono a trovare il tempo di fare la spesa in orari in cui siamo quasi tutti al lavoro. Mercato a rischio, dunque. Anche perché si parla di trasferirlo nella nuova struttura in costruzione nel vicino slargo, sul modello dell’area mercatale coperta in via Alberto da Giussano. l costi degli spazi naturalmente saranno più elevati, in considerazione dei (presunti) benefici che la struttura offrirà: sorveglianza, pulizia…

    Mercato Labicano
    Nuova area mercatale coperta. Varcato l’ingresso ci si ritrova in una sorta di piccolo centro commerciale a cielo aperto fatto di piccoli chioschi in muratura dove si vendono non solo prodotti alimentari ma anche abbigliamento, calzature, biancheria e articoli da regalo. Non manca un punto di ristoro dove riprender fiato tra un acquisto e l’altro.
    All’esterno, con accesso diretto dalla strada, un certo numero di box ospitano una cartoleria, un’agenzia di viaggi, uno studio di parrucchieri. un punto Tecnorete e un Centro Tim

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    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”

  • Murales di San Basilio rimossi dal Comune

    Murales di San Basilio rimossi dal Comune

    Il 16 settembre il Campidoglio ha comunicato la sua volontà  di promuovere e valorizzare la street art come forma espressiva artistiche di assoluto valore culturale e sociale. In tal senso sono state inserito delle opere nell’ufficio dei rapporti con i cittadini riferite al caso del progetto AMVA e si è anche espresso esplicito apprezzamento per i murales  disegnati in molti quartieri romani.
    Pur tuttavia in riferimento ai murales apparsi a San Basilio nei giorni scorsi, il comune ha comunicato che rappresentano una violazione del codice penale (articolo 342) perchè contengono offese esplicite nei riguardi delle forze dell’ordine e pertanto si procederà  alla loro rimozione.
    Nell’occasione, Ignazio Marino, sindaco di Roma, ha comunicato al questore  per ribadire un ringraziamento per l’attività  continua che viene svolta dagli uomini e dalle donne delle forze dell’ordine impegnati a tutelare la sicurezza di tutti i Romani.  Il murales apparso sui muri del quartiere San Basilio rappresenta offensivamente dei poliziotti raffigurati come animali.
    L’immagine è¨presente insieme ad altri lavori del cosiddetto “Progetto Samba” in cui artisti di varie nazionalità  hanno disegnato enormi dipinti sulle facciate delle case popolari. L’opera voleva  ricordare Fabrizio Ceruso, un ragazzo di Tivoli di 19 anni morto nel 1970, il giorno 8 settembre, a causa di un colpo di pistola vagante durante scontri con le forze di polizia per una manifestazione di piazza di lotta per la casa.
    L’episodio ricorda un altro caso di rimozione murales avvenuto a Gennaio 2014  quando Mauro Pallotta che realizzò il murales superpope che raffigurava Papa  Francesco fù cancellato da un muro di Borgo Pio su un preciso intervento dell’Arma dei Carabinieri. Pallotta comunicò di essere soddisfatto del successivo riscontro positivo che la sua superpope aveva avuto e
    che  si trattava di una realizzazione urbana e quindi necessariamente da rendere fruibile a tutti.
    Pallotta rimase lusingato perchè il proprio il Vaticano mise in risalto il chiaro valore simbolico dell’opera anche se ovviamente dispiaciuto della rimozione e si ripropose di non disegnare antieroi ma solo super eroi.
    il Consigliere Municipio ROMA IX EUR, Massimiliano De Juliis, ha presentato un documento per chiedere al Consiglio del  Municipio di ospitare una rassegna dell’opera dell’artista Mauro Pallotta ed in particolare il significativo Murales “SuperPope”.