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  • Nuova legge sulla responsabilità professionale in sanità

    Nuova legge sulla responsabilità professionale in sanità

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    La nuova legge sulla responsabilità professionale in sanità è stata approvata il 14 Marzo 2017.

    Nell’occasione siamo andati a conoscere l’ALIAS (Assistenza Legale Interna all’Area Sanitaria) presso lo Studio legale Fratini – Via Varaldo 24, Roma – ed incontrato il titolare dello studio, Avvocato Carla Fratini.
    http://www.helpinthecity.org/partners/index.php/studio-legale-fratini-roma/

    La legge sulla responsabilità professionale in sanità e’ passata con 255 voti a favore, 113 contrari e 22 astenuti. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha firmato il testo varato dalla Camera e ora si è in attesa della pubblicazione sulla Gazetta Ufficiale.

     

    Domanda:  Quali sono i limiti giuridici dell’intervento del medico sul paziente dopo l’approvazione della così detta legge Gelli che come noto sostituisce la legge Balduzzi del 2012?

    Risposta: La giornata di ieri 14 marzo ha visto il Presidente Mattarella firmare la legge detta Gelli o meglio Gelli-Bianco definitivamente approvata dalla Camera nella seduta del 28 febbraio.
    Ovviamente l’entrata in vigore seguirà la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ma questi sono adempimenti tecnici di stampo automatico. La legge dopo la firma del Presidente della Repubblica è ormai patrimonio dell’ordinamento italiano.

    Domanda: Cosa cambia per il medico e il cittadino?
    Risposta: Anche se dobbiamo ammettere che rispetto al testo originale del disegno di legge molte cose sono mutate per la miriade di emendamenti presentati la nuova legge presenta indubbiamente caratteri organicità e un tentativo d’inquadramento della materia.

    Tralasciando per ora gli aspetti amministrativi con cui vengono istituiti: il Garante del diritto alla salute, il Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente, e l’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza in sanità, tutti organismi che prenderanno vita con successivi atti normativo regolamentari, gli aspetti più innovativi riguardano la responsabilità del medico e delle strutture sanitarie, nonché le garanzie e le procedure di rimborso.

    In via portante, accanto all’ormai acquisito principio del consenso informato viene ufficializzato il sistema dei così detti protocolli sanitari indicati come “linee guida” (definite e pubblicate ai sensi di legge) o in mancanza di questi le “buone pratiche clinico-assistenziali” non meglio definite dalla legge stessa.

    Ricordiamo che il rispetto dell’individuo bisognoso di cure – di qualsiasi tipo di cure – si realizza ottenendo preventivamente il suo consenso, dopo averlo adeguatamente informato.

    Ciò che conta nel rapporto ospedale-medico-paziente o soltanto medico-paziente è dunque il consenso informato, ossia l’adesione volontaria dell’ammalato alle cure proposte, previa informazione circa i costi e i benefici del trattamento sanitario.

    A questo riguardo, l’informazione è essenziale, giacché il consenso di un soggetto che non sia stato adeguatamente informato, non ha valore.

    Oggi con la Gelli-Bianco si codifica il sistema, molto statunitense dei protocolli, ossia delle procedure standard d’intervento a cui il sanitario deve attenersi. Potendosi da esse discostarsi unicamente, a fronte di un caso concreto, giustificandone i motivi e in relazione al principio del consenso informato rendendone edotto il paziente.
    Se da un lato questo aiuta ad individuare i limiti ed i profili della responsabilità è indubbio che questo rigido rispetto dei protocolli porta verso una burocratizzazione, forse eccessiva, dell’operato sanitario.

    Domanda: Ottenere quindi il consenso informato è sufficiente a risolvere ogni problema in merito al così detto rischio di malasanità?

    Risposta: Certamente no. Innanzitutto perché nella giusta teoria di base innanzi delineata si dà per scontato che ci trovi avanti ad un paziente o chi per lui in grado di esercitare la sua volontà, ma spesso purtroppo il medico si trova a dover intervenire immediatamente a fronte, ad esempio di un paziente in stato d’incoscienza e non accompagnato. Ciò accade spesso nei Pronto Soccorso e nella medicina e specificatamente nella chirurgia d’urgenza.

    La salvaguardia della salute del paziente diviene per il sanitario il primo ed unico scopo al di là di qualsiasi previsione di legge e gravame burocratico.

    Vi ricordate il caso del Pronto Soccorso di Nola? La i medici si trovarono all’improvviso avanti ad un afflusso inaspettato di richiesta di soccorso. Certo non appare bello che molti furono addirittura fatti sdraiare per terra, ma l’alternativa sarebbe stata quella di respingerli dall’ospedale col rischio che qualcuno di loro nel dover cercare soluzioni assistenziali alternative poteva subire danni irreversibili alla salute.

    Domanda: Quindi quando si può parlare di malasanità?
    Risposta: Bisogna distinguere caso da caso valutando la situazione nella concretezza del momento. Non nascondiamoci che in un periodo di ristrettezza di risorse economiche talvolta non troviamo le strutture sanitarie dotate di quelle tecnologie che sarebbe auspicabile rinvenire sempre. D’altra parte oggi c’è la tendenza, talvolta aizzata da insensati spot pubblicitari affidati ai mass media, di confondere il diritto alla salute con il diritto alla guarigione. Quest’ultima purtroppo è impossibile da garantire altrimenti non saremmo, come siamo, organismi viventi destinati prima o poi, speriamo poi, a concludere il proprio ciclo vitale in un tempo più o meno lungo, ma pur sempre definito.
    Questo ovviamente non significa che non esistano errori e che questi non vadano perseguiti.

    Domanda: alla luce di quanto detto come si pone la vostra struttura pluriprofessionale.

    Risposta: La nostra struttura, o meglio la nostra squadra di professionisti, che abbiamo voluto indicare con l’acronimo ALIAS (Assistenza Legale Interna all’Area Sanitaria): l’”altro” in latino in quanto ci vogliamo porre sia in difesa del medico, e dell’operatore sanitario in genere, che del paziente; opera mettendo insieme una serie di punti tecnici di osservazione che spaziano dal legale sia di materia civile che penale al consulente medico.

    Sia che si operi per il paziente che si ritiene danneggiato che per il sanitario che si ritiene ingiustamente accusato la finalità è quella di un esame preventivo della situazione concreta al fine di decidere con la massima oggettività possibile i limiti dell’azione o della difesa per risolvere la problematica ancor prima che giudizialmente in via conciliativa e di buon senso, senza ovviamente togliere campo ai meccanismi di mediazione previsti dalla legge, che sono un altro degli strumenti, ancora da regolamentare, presisti dalla Gelli-Bianco.

    Domanda: Ha qualche esempio di casi accaduti di recente?
    Risposta: Recentemente ci siamo rifiutati di assistere un paziente che operato per un carcinoma riteneva di aver subito danno da malasanità in quanto a seguito dell’operazione gli era venuta una forte depressione. Evidentemente in questo caso nella sua psiche il paziente non ha voluto considerare che l’intervento del sanitario gli aveva allungato la vita, mentre la depressione era l’effetto di una malattia devastante la cui scoperta non lo poteva certo lasciare indifferente. Intendiamoci il paziente in questo caso era in buonafede, ma metterlo avanti alla realtà giuridica è stato per noi un dovere al fine di evitare anche contro il nostro interesse di professionisti che si avventurasse in un contenzioso giudiziario destinato a perdere con relativo pagamento delle spese di lite.

    Di contro in un altro caso abbiamo avuto un medico che chiedendoci la difesa riteneva di non aver commesso alcun errore nell’operare con una certa tecnica un paziente. In questo caso la nostra valutazione, anche alla luce dei più recenti protocolli sanitari d’intervento e di una incompleta informazione preventiva fornita al paziente ci ha permesso di consigliare il sanitario di addivenire ad un accordo transattivo che da un lato gli evitasse un contenzioso sicuramente perdente e da un altro lato che soddisfacesse il paziente senza costringerlo ai lunghi tempi della giustizia necessari per arrivare alla quantificazione del danno.

    Roma, 15 Marzo 2017

  • Mausoleo di Augusto

    Roma riaprirà finalmente il Mausoleo di Augusto

    Roma riaprirà finalmente il Mausoleo di Augusto

    Mausoleo restaurato di Augusto per riaprire dopo 80 anni.

    Il Mausoleo di Roma di Augusto dovrebbe riaprire al pubblico questa primavera a seguito di un restauro di 6,5 milioni di euro finanziato dalla società di telecomunicazioni italiana TIM, secondo il quotidiano italiano La Repubblica .

    La tomba monumentale del primo imperatore di Roma è destinata a diventare un grande richiamo per i turisti, dopo decenni di abbandono, e dovrebbe essere aperta gratuitamente, secondo La Repubblica .

    Oltre alla sponsorizzazione di TIM, il restauro del mausoleo di 13.000 mq – sotto la direzione dell’architetto Francesco Cellini – è stato finanziato con 4 milioni di euro dalla città e dal ministero della cultura italiano.

    Ci saranno tour di realtà virtuale, come previsto in un annuncio con l’acclamato direttore italiano Riccardo Muti che accompagna una ragazza in un viaggio virtuale attraverso la storia del monumento. “Usa la tecnologia per viaggiare con la tua immaginazione”, dice Muti, ai ceppi di La Cavalleria Rusticana di Mascagni .

    Costruito nel 28 a.C., il mausoleo è la più grande tomba circolare della capitale ed è stato chiuso al pubblico per circa 80 anni.La struttura fu utilizzata come sala da concerto tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e sfuggì alla demolizione di Mussolini alla fine degli anni ’30.

    Nel corso degli anni il monumento è stato oggetto di numerosi progetti di ristrutturazione in stallo, uno dei quali lo avrebbe visto pronto nel 2014 in tempo per celebrare il 2000 ° anniversario della morte di Augusto.

    Il mausoleo si trova in Piazza Augusto Imperatore, accanto a Via Ripetta e al museo Ara Pacis di Richard Meiers, che contiene l’Altare della Pace di Augusto, per commemorare la pace creata dall’imperatore.

    FONTE:

    https://www.wantedinrome.com/news/rome-to-finally-reopen-mausoleum-of-augustus.html

  • 10 cose da sapere su roma secondo gli americani

    10 cose che devi assolutamente sapere prima di andare a Roma

    Da quando andare a dove alloggiare.

    Roma è una metropoli spettacolare, vivace e caotica, e con così tanto da vedere, mangiare, fare ed esperienza, può rivelarsi un po ‘travolgente anche per l’esploratore più viaggiato. Che tu sia un principiante o un visitatore esperto di Roma, questi suggerimenti faranno molto per aiutarti a pianificare un viaggio senza soluzione di continuità in questa città vibrante e straordinaria.

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    FOTO: bellena / Shutterstock
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    Fai attenzione agli addebiti extra in hotel e ristoranti

    Come è comune in molte grandi città, i turisti possono essere avvantaggiati negli stabilimenti vicino ai principali luoghi di interesse e Roma non è diversa, quindi controlla sempre attentamente il conto finale. È comune vedere i costi del servizio al tavolo o i costi di copertura nei menu, ma dovrebbero essere specificati e il costo di copertura dovrebbe includere un cestino del pane. Queste spese significano che la mancia non è obbligatoria, sebbene i locali generalmente arrotondino all’euro più vicino dell’importo totale; in una trattoria o pizzeria informale, alcune monete sul tavolo sono abbastanza buone. Se sul conto finale sono presenti delle commissioni per le sorprese, non abbiate paura di portarle ai camerieri. Se sei in un bar a prendere un caffè, è consuetudine lasciare una moneta per il tuo barista. Altre spese da tenere in considerazione includono il pagamento per l’uso del bagno in alcuni luoghi pubblici e la tassa di soggiorno,

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    FOTO: Catarina Belova / Shutterstock
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    Il miglior quartiere dove stare potrebbe non essere il più centrale

    Il centro storico di Roma è ragionevolmente compatto e quindi la maggior parte dei monumenti e delle principali attrazioni sono facilmente raggiungibili a piedi da molti hotel della città. Il fiume Tevere attraversa il centro con la maggior parte dell’azione turistica sulla riva destra. In linea con le tendenze globali, le proprietà di boutique più piccole e i soggiorni in appartamenti nei quartieri della città stanno diventando sempre più popolari e sono ottime opzioni per coloro che desiderano spendere meno per l’alloggio. I quartieri come Monti, Trastevere e Testaccio stanno crescendo in popolarità.

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    FOTO: Andriy Blokhin / Shutterstock
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    Il piccolo crimine accade

    Roma non è una città pericolosa, ma è estremamente affollata e dovresti stare attento ai borseggiatori nei principali luoghi turistici e centri di trasporto. La stampa locale e straniera ha recentemente segnalato un aumento delle reti di borseggi minorile, che operano comunemente in aree affollate. Proteggi tutti gli oggetti di valore significativi nel tuo hotel o non viaggiare con loro. Non è necessario passeggiare per Roma nella paura, ma essere vigili con borse, macchine fotografiche e telefoni nelle aree più densamente popolate. È necessario segnalare immediatamente un furto o qualsiasi altra attività sospetta alla polizia ( carabinieri ).

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    FOTO: ilolab / Shutterstock
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    Ci sono modi per evitare la folla

    Milioni di turisti visitano Roma ogni anno e dovresti pianificare la tua visita in anticipo, soprattutto per i luoghi più famosi come il Colosseo e il Vaticano. Mentre i viaggiatori sembrano accaparrarsi quella che era la bassa stagione a Roma, gennaio, febbraio e novembre sono ancora quando la città è un po ‘più tranquilla del solito. I biglietti anticipati e i tour privati ​​che ti consentono di saltare le linee dei biglietti sono altamente raccomandati per garantire che ore non vengano perse in coda per le principali attrazioni. Mentre il centro della città è la parte esteticamente più spettacolare della città, trascorri un po ‘di tempo nei quartieri meno affollati come Testaccio, Monti o San Giovanni se le folle di turisti non fanno per te.

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    PHOTO:Konstantinos Papaioannou / Dreamstime
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    Usa i mezzi pubblici

    Ultimamente il trasporto pubblico ha avuto i suoi problemi a Roma, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di puntualità e la riduzione dei servizi, ma rimane comunque l’opzione migliore per spostarsi in città. Ora ci sono tre linee della metropolitana che attraversano il centro della città, con fermate in tutte le principali attrazioni. Se il trasporto pubblico non ti riesce, ci sono molti taxi, ma assicurati di guidare solo in quelli ufficiali che sono contrassegnati con le targhe della Città di Roma sulla porta. Uber sta diventando sempre più popolare e, contrariamente a quanto ti diranno i tassisti, completamente legale da usare.

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    PHOTO:Lornet /Dreamstime
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    C’è una cosa come il tempo romano

    Il tempo romano dovrebbe davvero essere formalizzato come una cosa. La giornata inizia un po ‘più tardi del normale qui con molti negozi che non aprono fino alle 10:00, il pranzo non si verifica mai prima delle 13:00 e la cena accade raramente prima delle 20:00 I negozi specializzati in alcuni quartieri sono addirittura chiusi completamente la domenica (ma tutti i principali negozi di la città rimane aperta). I locali raramente mangiano in una pizzeria durante il giorno: mangiare la pizza durante il giorno è per la pizza a fette e dalle 18:00 alle 20:00 è l’ora dell’aperitivo. E la passeggiata dopo cena (la passeggiata ) inizia in qualsiasi momento dopo le 21:30

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    FOTO: Scooteroma Tours
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    Non noleggiare un’auto, ma le vespe possono essere divertenti

    A causa della congestione del traffico e della confusione generale delle strade romane, noleggiare un’auto non è una buona idea. Ma cosa potrebbe esserci di più per le vacanze romane -esque che sfrecciare oltre il Colosseo in Vespa? Troverai molti altri turisti e gente del posto che fanno proprio questo. Se vuoi provare a guidare lo scooter, è meglio farlo con un’azienda locale che conosce le regole della strada, come Scooteroma . La compagnia offre tour guidati in Vespa unici ed emozionanti in tutta la città.

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    FOTO: SF / Shutterstock
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    Approfitta delle gite di un giorno

    Puoi facilmente passare settimane ad esplorare Roma senza mai annoiarti, ma è anche una buona idea trascorrere un po ‘del tuo viaggio esplorando la campagna romana e le sue città vicine, i laghi periferici, le terme naturali e i parchi nazionali. Un certo numero di tour operator può portarti in Costiera Amalfitana o anche a Capri per il giorno. Con regolari servizi di treni veloci, visitare Napoli, Firenze o Bologna è una semplice gita di un giorno da fare da soli. Walks of Italy offre gite di un giorno a Pompei e ai vigneti della Toscana mentre Casa Mia Food and Wine Tours offre un tour gastronomico di un giorno a Napoli che mostra i famosi dolci, la pizza e lo street food della città. Altre famose gite di un giorno includono il sito archeologico di Ostia Antica e le città storiche dei Castelli Romani.

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    PHOTO:Eranicle/Dreamstime
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    L’estate in città non è affatto male

    Agosto è il mese tradizionale per le vacanze estive italiane, incluso il 15 agosto, noto come Ferragosto, una festa nazionale per la festa religiosa dell’Assunta. Mentre alcuni romani scelgono di viaggiare a giugno o luglio, in genere ci si può aspettare che il mese di agosto sia relativamente vuoto a Roma, con molti ristoranti, bar e negozi chiusi interamente per il mese. Mentre questo, insieme alle temperature soffocanti, potrebbe rendere i viaggiatori meno inclini a visitare durante l’estate, un programma estivo completo intrattiene coloro che decidono di approfittare della mancanza di folla. Uno dei più popolari è un festival all’aperto di tre mesi lungo il fiume Tevere con un cinema all’aperto, attività per famiglie e venditori di cibo e bevande che fiancheggiano le rive del fiume. La spiaggia più vicina facilmente raggiungibile in treno è Santa Marinella (a meno di un’ora dal centro città).Hotel Gianicolo ) consente ai non ospiti di utilizzare le proprie piscine a pagamento.

    FONTE: fodors.com
    https://www.fodors.com/world/europe/italy/rome/experiences/news/10-things-you-absolutely-need-to-know-before-you-go-to-rome
    ATNZ immagini in ebooz/az da catturare a schermo

  • Roma ha il maggior rischio di alluvione in Europa

    Roma ha il maggior rischio di alluvione in Europa

    Roma ha il maggior rischio di alluvione in Europa

    Roma alluvione ponte Milvio 2012Gravi inondazioni a Roma nel novembre 2012. Foto: Tiziana Fabi / AFP

    La capitale italiana è a rischio di alluvione maggiore rispetto a qualsiasi altra parte d’Europa, secondo l’ente controllore delle acque.

    Con circa 300.000 persone che vivono e lavorano in una zona pericolosa che misura circa 1.135 ettari, Roma ha “la più alta esposizione in Europa” al rischio di alluvioni, ha detto lunedì 4 novembre l’ Autorità del bacino del distretto dell’Appennino centrale.

    “Ci sono parti di Roma che non possono sopportare un forte acquazzone”, secondo l’autorità, che monitora i rischi di alluvioni, frane, erosione costiera e altri danni causati dall’acqua nella e intorno alla regione Lazio.

    Il terreno soffice di Roma e le famose colline lo rendono naturalmente vulnerabile all’erosione e alle frane. Ma nel suo ultimo rapporto , l’autorità ha affermato che fognature mal mantenute, scarichi di rifiuti e vegetazione dilagante che bloccano il corso dei fiumi Tevere e Aniene stavano contribuendo al pericolo.

    Ha identificato quasi 400 aree nell’area di Roma che sono considerate a rischio di frane, in particolare Monte Mario, la collina più alta della città, Viale Tiziano vicino alla sala concerti Parco della Musica, Monteverde Vecchio dal parco Villa Doria Pamphili e il quartiere Balduina nel nord-ovest.

    Roma Tevere-2008 - Protezione civile
    Esondazione del Tevere nel Dicembre 2008. Foto: Protezione Civile/AFP

    Roma è ulteriormente indebolita da diversi chilometri di cavità che scorrono sotto la città, alcune create dall’uomo nei secoli precedenti e altre il risultato di un cedimento.

    Finora sono stati mappati almeno 32 chilometri quadrati di caverne sotterranee, mentre il numero di nuove buche che si aprono sta aumentando a un ritmo allarmante, ha detto l’autorità: più di 90 doline sono apparse a Roma in media ogni anno negli ultimi dieci anni, rispetto a soli 16 all’anno tra il 1998-2008.

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    Un’enorme dolina si è aperta nel quartiere Balduina nel 2018. Foto: Tiziana Fabi / AFP

    I problemi di Roma sono stati chiari nel corso dell’ultimo mese, poiché settimane di pioggia riempiono gli scarichi e inviano lo straripamento che si riversa nelle strade. Diverse strade furono lasciate sott’acqua dopo le tempeste più pesanti.

    La città ha subito l’ultima inondazione nel gennaio 2014, quando i diluvi hanno inondato le strade e bloccato i trasporti pubblici .

    Mentre le alte mura proteggono il cuore di Roma dal Tevere, il fiume ha fatto esplodere le sue sponde al di fuori del centro storico almeno tre volte dal 2008.

    Roma inondazione 2014
    Pompieri nel sobborgo di Prima Porta a nord di Roma nel gennaio 2014.
    Foto: Tiziana Fabi / AFP

    La città è la zona italiana più a rischio a causa di condizioni meteorologiche estreme aggravate dai cambiamenti climatici, secondo un recente rapporto dell’associazione Legambiente.

    E di tutte le città italiane Roma subisce il maggior numero di eventi meteorologici estremi, secondo il rapporto, con 33 nel 2018.

    FONTE: www.thelocal.it
    IMMAGINI:  www.thelocal.it

  • Il caso delle Madonne ex voto a Roma – Largo Preneste

    Il caso delle Madonne ex voto a Roma – Largo Preneste

    [corner-ad id=1]La popolare frase dialettale che Roma “c’ha le Madonne” è evidente a chiunque si avvicini alla città eterna. Continuamente vilipesa dall’incuria degli amministratori locali e anche dai suoi stessi abitanti , non può certo godersi in pace il suo primato, Urbi  et Orbi, di prima città d’arte del mondo. Se andate negli Stati Uniti, vedrete che i centri storici di quelle città sono tenuti in maniera esemplare ed immacolata… il problema è che di storia ce ne hanno pochina e quindi, ad esempio a Orlando, gli edifici storici in centro città sono costituiti da… due Saloon perfettamente ricostruiti con  tanto di Colt e ragazze in giarrettiera che distribuiscono carte da gioco. Pensate  se  avessero … la Cappella Sistina.
    Distinguendo  comunque tra “ Madonne” nel senso di arrabbiature e Madonne in immagini votive di quest’ultime  a Roma ce ne sono di tutti i tipi, da bizantine a gotiche, da rinascimentali a medioevali. In genere sono poste agli angoli della strada quasi ad invocare pietas e protezione per il viandante che si trova a  percorrerle.

    Il caso delle Madonne ex voto a Roma - Largo PrenesteA questo punto chiunque volesse intraprendere  questo singolare “Tour delle Madonne ex voto “si accorgerà che alcune sono circondate da una serie di quadretti  in simil – argento che  spesso recano al centro un cuoricino sempre in argentone su fondo di velluto rosso o blu. Sono gli ex voto delle persone che, avendo richiesto l’intervento della Madonna per alleviare i loro affanni, una volta beneficati da lassù, si ricordano del loro impegno (voto) e vanno ad appiccare il loro quadretto di ringraziamento vicino all’immagine della Madonnina.  Per questo si chiamano ex-voto. Sicuramente la collocazione in quartieri più abitati favorisce un numero maggiore o minore di ex voto, ma in certi casi alcune immagini raccolgono più ex voto di altre pur essendo distanziate di pochi metri.

    In un’era come quella che viviamo, dove si stanno riproponendo i grandi dissidi religiosi tra l’Islam che avanza ed il Cristianesimo che resiste, per molti c’è bisogno di appoggiarsi psicologicamente al trascendentale e di conseguenze, senza nessun avallo da parte nostra, andiamo a segnalare una singolare classifica fotografica delle Madonnine che hanno meglio “operato” in favore dei loro fans.

    Il “Record” degli ex voto spetta naturalmente alla Madonna del Divino Amore che però vanta anche un’apparizione divina, molto bene però si “difendono” anche Madonne meno illustri che però hanno fatto tanto anche “nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi ( Fabrizio De Andre’)”
    Nelle immagini i 50 ex voto (stime 2011) affissi all’angolo della Piazza di Largo preneste a Roma.
    Il caso delle Madonne ex voto a Roma - Largo Preneste

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  • Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

    Mettendo insieme le ville storiche e i giardini minori, le aree agricole e gli alvei del Tevere e dellAniene, la Tenuta Presidenziale di Castel Porziano e i diciotto tra Parchi e Riserve naturali istituiti intorno alla città, la Capitale vanta oggi 88.000 ettari di verde protetto, pari al 67% della su­perficie comunale.

    Com’è inevitabile e ovvio, queste aree sono molto diverse tra loro. Al verde monumentale di Villa Doria Pamphilj, del Giani­colo e di Villa Borghese si affiancano delle autentiche perle come il Villa Celimontana, l’Orto Botanico e il Roseto Comunale, il verde archeologico del Palatino e dei Fori, aree d’interesse natu­rale e storico ma assediate dall’espansione della città come i Parchi regionali dell’Appia Antica e di Veio.

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendenteVacche e pecore al pascolo e contadini al lavoro compaiono nelle distese agricole di Castel di Guido e di Decima-Malafede, e in aree più piccole e più vicine al centro come I’Insugherata, la Valle dei Casali. Le aree umide del Litorale Romano offrono un ottimo terreno al birdwatcher. Sulle Secche di Tor Paterno ci si immerge in cerca di pesci rari e posidonie.

    La differenza tra i luoghi determina condizioni altrettanto varie. Se il verde delle ville storiche è ordinato, pulito e periodica mente interessato da interventi di miglioramento e restauro (i problemi più seri di molte aree sono quelli legati al grande af­flusso di visitatori), alcune aree verdi oltre o accanto al Raccordo Anulare comprendono aree sorprendentemente integre, e altre che recano ancora i segni dell’inquinamento e delle discariche selvagge. Accanto alle aree sempre aperte si incontrano aree ar­cheologiche e giardini dove l’accesso è a pagamento e zone pri­vate chiuse al pubblico.

    Per visitatori e residenti, non da ieri, il problema più serio è di sapere quali zone possono essere visitate e quali no, quali in­gressi scegliere, quali attività praticare. Noi suggeriamo di esplorare parchi e ville con il mezzo più economico e semplice: le proprie gambe. Prima di mettersi in cammino è bene ricordare qualcosa sulla natura
    de­ll’Urbe e su come l’uomo l’ha trasformata nei secoli.

    Un fascino antico

    “Oggi ho visitato la Ninfa Egeria, poi il circo di Caracalla e i re­sti dei sepolcri lungo la via Appia e la tomba di Metella, che dà veramente l’idea della solida costruzione muraria. Quegli uo­mini lavoravano per l’eternità, e avevano calcolato tutto meno la ferocia devastatrice di coloro che sono venuti dopo, e innanzi ai quali tutto doveva cedere”.

    Così, nel suo Viaggio in Italia, Johann Wolfgang Goethe sintetizzava più di due secoli fa il fascino che Roma, i suoi resti archeologici, i paesaggi della Campagna Romana esercitavano sui viaggiatori del Grand Tour. Parole analo­ghe hanno scritto altri grandi nomi della cultura come Shelley, Keats, Gogol, Andersen, Melville e Stendhal.
    Non c’è nulla di cui stupirsi. Roma, fin dall’alba della storia, è stata una delle mète più desiderate e visitate d’Europa. Dall’alto Medioevo pellegrini e uomini di fede vi affluiscono da tutto il mondo cristiano. Dal Cinque al Novecento pittori, letterati e mu­sicisti sono arrivati alla scoperta dei paesaggi, dei monumenti, dello spirito dell’antichità classica. Alcuni, come il danese Bertel Thorwaldsen, si sono innamorati dell’arte di Roma antica fino a riprenderne le tecniche, i materiali e lo stile. Altri, come Simòn Bolivar, il Libertadòr del Sudamerica, hanno giurato nei luoghi di Cesare e di Mario di battersi per la libertà della loro terra. A loro si sono affiancati artisti e patrioti italiani come Antonio Canova, Giuseppe Garibaldi e molti altri.

    I viaggiatori del Grand Tour si preparavano a scoprire Roma con anni di studio, alimentavano il desiderio con le difficoltà del viaggio, una volta raggiunti il Colosseo e i Fori si concedevano settimane o mesi di tempo per vedere fino all’ultima pietra. Oggi Roma è una mèta del turismo di massa, e la straordinaria facilità del viaggiare moderno – oggi il Colosseo, domani il Partenone, tra qualche giorno le Piramidi o il Louvre – rende difficile per molti viaggiatori capire i luoghi che sono venuti a visitare.

    I problemi di una metropoli moderna, dal traffico al cemento, rendono difficile apprezzare la loro città anche a molti romani di oggi, che si spingono solo di rado verso i Fori, Villa Borghese, i sepolcri dell’Appia e gli straordinari panorami del Gianicolo. Per tutti l’antidoto è uno solo. Osservare con calma, non limitarsi ai monumenti più noti, tenere d’occhio, oltre alla storia, anche la natura di Roma. Una passeggiata nel Parco degli Acquedotti o sull’Appia Antica può essere interessante e istruttiva quanto una visita guidata al Colosseo.

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente
    La natura di Roma
    Tutti sanno che Roma antica si è sviluppata sui proverbiali sette colli, e che la città moderna è cresciuta inglobando via via altre alture come il Gianicolo e Monte Mario. Meno noto è che queste colline sono formate da rocce vulcaniche, soprattutto pozzolana e tufi, eruttate dal Vulcano Laziale (gli odierni Colli Albani) che domina la metropoli da sud, est, e dal Vulcano Sabatino (i laghi di Bracciano e Martignano) che le si affianca a nord ovest. Ai piedi di queste rocce, in varie zone, compaiono sabbie di origine marina molto più antiche.

    ll,calcare appare nella Campagna Romana man mano che ci si sposta verso Tivoli e l’Appennino. Sono interamente calcaree le montagne (Terminillo, Lucretili, Monte Velino, Simbruini) che chiudono l’orizzonte di Roma, e che dominano i pa­norami dal Gianicolo e dai quartieri orientali della città. Il Tevere e l’Aniene, il suo principale affluente, si sono aperti il loro corso tra i colli. I detriti trasportati dal fiume hanno formato la pianura al­luvionale, acquitrinosa fino alle bonifiche di fine Ottocento, che si estende tra la città e il Tirreno.

    La varietà di esposizioni e di suoli e la presenza di vaste zone protette rendono molto varie la flora e la fauna di Roma. II paesaggio della Campagna Romana, che so­pravvive nelle riserve e nei parchi, alterna zone coltivate, pascoli, essenze piantate dall’uomo come pini, cipressi ed eucalipti a boschi di quercia un’importante risorsa economica), a leccete e a cerri secolari isolati. Nelle zone asciutte prevalgono la roverella e l’acero campestre. Nelle valli compaiono farnia, olmo e corniolo. Accanto al Tevere e all’Aniene crescono salice bianco, pioppo nero ed equiseto. La macchia mediterranea si colora a primavera con il giallo delle ginestre. Non mancano le orchidee selvatiche.

    Anche gli animali ci sono ancora. Nelle aree protette di Roma sono state censite circa 1200 specie vegetali (su 5599 dell’intera flora italiana), circa 5000 di insetti e 152 tra mammiferi, uccelli, anfibi e rettili. Nel solo Parco dell’Appia Antica vivono 15 spe­cie di mammiferi e di 51 di uccelli. La Riserva del Litorale Ro­mano ospita folaghe, anatre, cormorani, aironi, uccelli rari come il gruccione, l’airone bianco maggiore, il falco della regina, l’a­quila minore e il mignattaio, la tartaruga Testudo hernranni e la te­stuggine palustre Ennys orbiculnris.

    Tra i mammiferi, accanto a predatori come la martora e la volpe, compaiono lo scoiattolo, il riccio, il tasso, l’istrice, il ca­priolo, la lepre italica e il pipistrello nano. Tra gli uccelli spiccano l’airone cenerino, la gallinella d’acqua, l’usignolo di fiume, il rondone, il picchio verde e il picchio rosso maggiore. Nelle torri medievali e nelle zone archeologiche costruiscono i loro nidi il gheppio, il falco pellegrino e il barbagianni. Nelle zone coltivate si vedono la passera d’Italia, il piccione di città e la rondine. Sulle aree verdi suburbane cacciano la civetta, l’allocco, il nibbio bruno e la poiana. Sulle rive del Tevere sostano il martin pescatore, il cormorano, il gabbiano reale e il balestruccio.
    L’elenco degli anfibi include la rana verde, il rospo comune, il tritone crestato e il rospo smeraldino. Tra i rettili sono presenti il biacco, il saettone, la natrice dal collare, la lucertola muraiola e il geco dal collare. Nei corsi d’acqua vivono il barbo, il cavedano, la rovella, lo spinarello e il gambero di fiume. L’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno, al largo di Ostia, Castel Por­ziano e Torvajanica, ospita praterie di Posidonie, alcionari, gor­gonie, cernie, murene, saraghi e l’aquila di mare, parente degli squali e delle mante. In alcune stagioni si possono avvistare i delfini.

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    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

  • Roma ed il tevere: storia del Circolo Canottieri Aniene

    Roma ed il tevere: storia del Circolo Canottieri Aniene

    [corner-ad id=1]L’Aniene affluente di sinistra del Tevere, nasce nei Simbruini in due rami, l’Aniene vero e proprio e il Simbrivio. Scorre dapprima in una vallata stretta ed incassata, non ricevendo fino ad Agosta cospicui contributi. Poi, tra Agosta e Roviano, è accresciuto da altre sorgenti, delle quali le più copiose sono riservate all’approvvigionamento idrico di Roma. Più oltre la valle muta direzione facendosi più ampia. Il fiume, a monte di Tivoli, salta il ripido orlo del Subappennino calcareo, con un gruppo di cascate. Nel corso inferiore, invece, divaga a meandri nella campagna romana fino a gettarsi nel Tevere alle porte della Capitale.

    Il Tevere, fiume di Roma, vanto ma anche preoccupazione per la città: dopo la rovinosa piena del 29 dicembre 1870, per far sì che episodi del genere non si ripetessero, il governo piemontese preparò un progetto di fusione Tevere – Aniene, che avrebbe dovuto condurre ad una grande fascia d’acqua oltre la quale si sarebbe dovuta espandere e crescere la moderna Roma. Progetto ambizioso ma rimasto nei sogni, irrealizzabile per gli enormi costi e la mancanza di adeguati macchinari. Vennero invece realizzati i famigerati “muraglioni“, tanto detestati dai romani, sulle fiancate del fiume e Roma, come se non bastasse, perse il porto di Ripetta. Così iniziò l’allontanamento della città dal Tevere.

    Tevere e Aniene, due fiumi e due nomi destinati ad unirsi, non solo nel paesaggio laziale ma anche nella nostra storia in un coacervo misterioso ed esaltante.

    Nome prestigioso di fiume questo “Aniene“, che nell’antichità era pure chiamato “Teverone“, forse navigabile secondo il geografo e storico Strabone.

    Salpavano le zattere dalla zona di Barco, nelle adiacenze di Ponte Lucano, cariche di travertino, alabastro e pietra quintilina, con approdo a Roma. Le contrassegnavano la scritta A.U.F., ad usum fabricorum.

    Diogini di Alicarnasso, storico greco, precisò che “l’Aniene dalla città di Tiburto si precipita da un’alta rupe”, e Grazio: “l’antro di Albunea, risonante del precipitoso Aniene“.

    Tevere più Teverone, dunque.

    Un legame quello tra Roma ed il Tevere indissolubile ed affascinante, un legame che ha fatto la storia di Roma sportiva. Tanti campioni di tutti gli sport hanno passeggiato sulle sue rive millenarie, intere generazioni hanno dato vita ad un’epoca indimenticabile, lasciando le proprie impronte sull’argilla biondastra che dona alle sue acque il caratteristico colore.
    Canottieri, nuotatori, lottatori, pesisti, ginnasti, calciatori, rugbisti, pugili di tutte le categorie. Un mondo favoloso che non tornerà più, l’autentica culla dello sport romano.

    Epoca spensierata dello sport pour le sport, segnata da innumerevoli imprese atletiche, che aveva come epicentro il fiume echeggiante di allegre risate, teatro di scherzi incredibili, di formidabili tuffatori che, a volte, travestiti da donna, saltavano giù dai ponti e facevano accorrere “questurini” ed ammassare i passanti, sbalorditi e impauriti, lungo i muraglioni. Irripetibili episodi di folklore tiberino che hanno fatto un’epoca e che resteranno come pietre miliari della storia capitolina.

    Ed in un’atmosfera del tutto particolare, tra lo sportivo, il goliardico ed il bohémien, un po’ “bullesca” e un po’ menefreghista, nasceva il Circolo Canottieri Aniene, il 5 giugno 1892. Non rappresentava una novità, ma veniva ugualmente accolto con sorpresa.

    Già nel 1867 la Società Ginnastica Semy (presidente Guglielmo Grant) vedeva la luce, società coraggiosa visto che i suoi componenti si esercitavano sul fiume con esemplare sprezzo del pericolo essendo spesso presi a fucilate da gendarmi pontifici (acerrimi nemici dei garibaldini) che, appena vedevano “rosso” (il colore delle maglie dei ginnasti), sparavano. Nel 1872 nasceva anche il Circolo Canottieri Tevere, che avrebbe poi mutato il suo nome, undici anni dopo nel 1883, in Reale C.C. Tevere Remo. Illustre progenitore di quel Circolo del Remo che, nato nel 1884, si fuse poi con il “Tevere”. Circolo del Remo nato con una chiara impronta aristocratica, o meglio aristocratico-nera, in quanto decisamente più vicino sentimentalmente alla cattedrale di San Pietro che non al palazzo del Quirinale dove, da qualche anno, si erano installati i Savoia. Negli ambienti tiberini il Circolo del Remo passava infatti come il “circolo dei preti”.

    E proprio per il fatto di non condividere le idee dei rappresentanti dell’aristocrazia nera, quattro suoi soci, veri amanti del canottaggio più che dei giochi di carte, più sportivi che perdigiorno, decidevano di presentare le dimissioni: erano Alessandro Morani ed i tre fratelli Ettore, Alfredo e Giulio Fasoli.
    Il 5 giugno 1892, essi fondavano un nuovo Club al quale imposero il nome di “Aniene Club Nautico”, nome prescelto alla luce del connubio Tevere-Aniene di cui si parlava in apertura. Colori sociali il giallo ed il celeste, primo presidente Alessandro Morani, immediata iniziativa, l’acquisto di una barca da “Peppaccione” al vicolo del Cefalo. Vicolo del Cefalo era ed è tuttora una piccola strada che unisce via Giulia al Lungotevere del Sangallo, nel rione Ponte, nel cuore della vecchia Roma. Una strada che ha preso il nome dalla famiglia Cevoli. Pochi metri che ospitano quattro antichi palazzi ed un edificio, sede, nei primi del Novecento, di una ditta fornitrice di calce e dal 1930 trasformato in autorimessa. Al numero civico 11 oggi c’è l’Associazione cerignolani; nel 1892 il palazzetto ospitava una delle più note famiglie di “fiumaroli” romani, la famiglia Tavani, gente rude, muscoli d’acciaio e cuor d’oro, pronta a dare tutta se stessa per quel fiume tanto amato e tanto vissuto.
    E proprio da Peppaccione Tavani si recarono i tre fratelli Fasoli e Alessandro Morani. Una trattativa breve e convinta, poi la gioia più grande: l’Aniene aveva la sua prima barca.
    Storia-Canottieri_Aniene

    Una delle primissime gite organizzate dall’ancora sparuto gruppo dell’Amene nell’estate del 1892. Purtroppo, seguendo l’inveterata abitudine di non descrivere e non datare le fotografie, e soprattutto non esistendo come oggi l’obbligo della foto di ogni singolo socio all’atto dell’iscrizione, molti personaggi sono destinati a restare senza nome. Fortunatamente in questa fotografia quattro di essi sono individuati e sono proprio i quattro fondatori del nostro sodalizio: sulla destra della foto i tré fratelli Fasoli, tutti e tré barbuti e in divisa sociale, sono raggruppati accanto al presidente Alessandro Morani (appoggiato alla staccionata col feltro chiaro).


    E così la vita del Club potè prendere il via nel galleggiante concesso in uso proprio dal Circolo del Remo ai suoi vecchi soci. Una prova di simpatia e rispetto reciproco che, negli anni seguenti, ispirerà sempre i rapporti tra i circoli remieri capitolini. Un mondo, quello dei canottieri, che proprio pochi anni prima aveva vissuto momenti di grande importanza, nel 1889, quando sorse la Federazione Italiana delle Società di Canottaggio sotto il nome di “Rowing Club”. Cinque società e 120 soci che assunsero questo nome sull’esempio dei Rowing Clubs inglesi che, già all’inizio dell’Ottocento, nascevano a Eton e Westminster, prima che vedesse la luce il leggendario “Leander Club” (cravatta e calze rosa). Società di canottaggio davvero gloriose che hanno fatto la storia del remo in Italia.
    E ci riferiamo alla Eridano e alla Cerea di Torino, fondate nel 1863, al Tevere di Roma, nato nel 1872, alla Ticino di Pavia, alla Alfredo Cappellini di Livorno, alla Nino Bixio d Piacenza, e alla Bucintoro di Venezia, che videro rispettivamente la luce nel 1876, 1877, 1880 e 1883.

    L’Aniene nasce quindi qualche anno dopo, quando già il movimento è in pieno fermento, e, per curiosa coincidenza, venti giorni prima che a Torino venga costituita la Federazione Internazionale delle Società di Canottaggio (Fédération Internationale des Sociétés d’Aviron). Sette le nazioni fondatrici: Italia, Belgio, Francia, Svizzera, Alsazia Lorena, Spagna e Austria.
    Anno importante il 1892 se, con l’Aniene e la Federazione Internazionale, nacque il Campionato per barche ad otto vogatori, una disciplina destinata ad entusiasmare praticanti e spettatori per la sua esaltante spettacolarità.
    Un tipo di barca che avrebbe avuto gran parte nella storia del canottaggio.
    Quando nacque l’Amene, Roma era capitale d’Italia solamente da ventidue anni, immersa quasi perennemente in una atmosfera turbolenta, provocata soprattutto dalla prorompente febbre edilizia sfociata poi in una terribile crisi causata, tra l’altro, dal particolare tipo di operatori del settore, dall’acquisto di vasti appezzamenti di terreno edificabile da parte di persone poco solvibili, dall’enorme tasso di interesse richiesto dalle banche su ogni forma di finanziamento, dal gran giro di cambiali, la maggior parte protestate…
    (dopo un secolo, in fondo, a Roma, non è cambiato quasi nulla). Crisi edilizia che, invece, secondo il poeta romanesco Cesare Pascarella — fiumarolo anche lui — autore oltre che della Scoperta dell’America anche di Storia nostra, era “schioppata” per colpa del Palazzo di Giustizia (“Er Palazzaccio”) la cui costruzione, affidata all’architetto Calderini, scatenò un mare di tempestose polemiche.
    Nascita in tempi duri, insomma, quella dell’Aniene. Sindaco di Roma nel 1892 era Onorato Caetani, duca di Sermoneta, principe di Teano, la cui onestà, unita alla ferma volontà di restaurare le finanze, già esaurite a quei tempi, del Comune di Roma, giungeva al punto da farsi portare dal suo palazzo la legna da ardere per il riscaldamento del suo ufficio in Campidoglio.
    Volendo identificare oggi il punto nel quale emerse l’Amene, basta guardare il Tevere a riva destra, immediatamente a valle del ponte Cavour, il ponte sorto qualche anno dopo, nel 1901 (nel periodo in cui sindaco era divenuto Prospero Colonna, principe di Sonnino) per sostituire il vecchio ponte di Pipetta, divenuto ormai pericolante, a seguito delle numerose piene del fiume.
    Per cento anni la storia dell’Aniene è corsa parallelamente a quella di Roma (e così sarà anche nel futuro) con i suoi alti e bassi, provocati dalle crisi a ripetizione, dagli avvenimenti più strani ed importanti, sempre seguiti con particolare attenzione dai soci del circolo tra i quali molti rappresentanti dell’aristocrazia romana, ma per la maggior parte professionisti di grido, alti ufficiali, studenti universitari, facoltosi commercianti, una autentica élite della Capitale.

    Per la stesura di questo articolo è stato utilizzato il lavoro svolto da Alberto Marchesi e Gianfranco Tobia, autori del libro
    “Storia del Circolo Canottieri Aniene”, pubblicato nel 1982,

     

  • IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA

    IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA

    [corner-ad id=1]Spesso al centro di polemiche per l’assenza di iniziative di valorizzazione, il Museo Manzù ad Ardea, ospita una ricca collezione di opere del maestro bergamasco, un nome spendibile a livello internazionale e forse un po’ trascurato dai suoi connazionali -in ciò probabilmente ha ragione la figlia Giulia, quando si dice “non soddisfatta di ciò che è stato fatto per la vitalità del museo”-.
    Lo scultore Giacomo Manzoni (Bergamo 1908 – Ardea 1991), in arte Manzù, divenne piuttosto noto nel mondo dell’arte già a partire dagli anni ’30, quando si stabilì a Milano e, giovandosi anche di proficue frequentazioni con gli artisti Sassu e Birilli (poi sfociate nel movimento di Corrente tra il 1938 e il 1940), diede vita a tendenze c.d. antinovecentiste (comuni anche alla poesia di Saba, Caproni,Penna e altri di quegli anni). In particolare, Manzù in quel periodo (ma un po’ in tutta la carriera) realizzò un felice connubio tra forme tradizionali e contemporanee, influenzato anche da un certo “primitivismo”; trattò i più svariati temi, dai religiosi (Deposizioni, Crocifissioni, la serie dei Cardinali, numerose porte per chiese importanti un po’ in tutta Europa –tra cui spicca senz’altro la Porta della Morte per S. Pietro a Roma-,…)

    manzu_Giovanni-XXIII


    ai profani (vari ritratti, il grande Monumento al partigiano a Bergamo,…).
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    Molto noto in vita, oggi sembra essere presente più sui manuali di Storia dell’arte che nella memoria degli italiani (popolo notoriamente portato per creare arte bella e sublime ma non per valorizzarla).

    Giacomo Manzù si trasferisce a Campo del Fico Il 15 ottobre 1964, un pianoro di tufo tra i Colli Albani ed il mare, di fronte all’antica acropoli di Ardea.  Così lo scultore racconta il suo rapporto con Ardea. “Sono nato al Nord…poi scesi a Roma per la Porta di San Pietro. E lavoravo e andavo in giro, facevo le passeggiate verso il mare e sono arrivato qui ad Ardea. E’ stato come aprire una finestra sullo spazio, sulla luce…ad Ardea ho avuto una nuova nascita…non devono disturbarsi a portarmi via quando verrà il momento, perché voglio essere seppellito in questo luogo”.
    La Raccolta Giacomo Manzù, nata per volontà del Comitato Amici di Manzù nel 1966 ed inaugurata nel 1969, è stata donata allo Stato nel 1979 ed aperta al pubblico nel 1981. Curatrice della Raccolta è attualmente la dott.ssa Marcella Cossu.
    giuseppe_manzuS

    Il nucleo più consistente delle opere che vi sono conservate appartiene agli anni compresi tra il 1950 e il 1970, periodo della maturità dell’artista, in cui molti dei temi nati fin dagli esordi, negli anni ‘30 del secolo scorso, vengono ripresi e rielaborati. La Raccolta possiede pochi ma validi esempi del periodo iniziale, tra cui il bassorilievo in bronzo Adamo ed Eva del 1929. L’arcaismo dei primi anni viene abbandonato per un ritorno ai valori del sentimento e della vita quotidiana nella plastica soffusa delle prime testine in cera, iniziate nel 1934. Il Ritratto della signora Birolli e il David, entrambe del 1937, sono esempi del nuovo discorso che s’impernia sullo studio degli effetti della luce sulla materia.
    Molto si è discusso del modo per rivitalizzare il suddetto museo, e molto si discuterà. Momentaneamente scartata l’ipotesi di trasferire la collezione a Bergamo, è stata presa in considerazione l’idea di trasferirne una parte a Roma affinché abbia una maggiore visibilità. Se possiamo permetterci un consiglio, non concordiamo molto con quest’ultima ipotesi: solitamente le maree di turisti giungono nella capitale per ammirare le opere di Raffaello e Michelangelo più che quelle del pur bravissimo Manzù (con tutta la stima e la sincera ammirazione che abbiamo per il maestro del ‘900), ed è già abbastanza sconsolante vedere la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane ed altri capolavori archittettonici del genio di Borromini desolatamente semideserti…
    Nel frattempo consigliamo a tutti gli affamati di buona arte che volessero per una volta uscire dalle mura della città eterna senza allontanarsi troppo, una piacevole gita fuori porta per ammirare le opere di un grande artista come Manzù. Il museo è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, con orario continuato.

    Gabriele Fratini

    NB: Sul sito del ministero dei beni culturali http://www.beniculturali.it, un ottima fonte di informazioni per tutti gli appassionati di arte, si può consultare una guida al museo ed eventi correlati
    http://www.museomanzu.beniculturali.it/
    museo_manzu

    Raccolta Manzù
    Via Laurentina km. 32
    00040 Ardea, Italia
    Tel. 0039 06 9135022
    www.museomanzu.beniculturali.it

  • STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI

    STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI

    [corner-ad id=1]E arriviamo alla seconda guerra mondiale.
    Per la prima parte dell’articolo vedi
    Pigneto da bosco di Pini a quartiere operaio del primo Novecento
    S. Lorenzo fu colpita duramente, e per via dello scalo ferroviario ed anche perché la ‘Roma città aperta’ permise agli Americani di colpire là dove era più devastante, il nodo ferroviario appunto, ed anche lontanodal Vaticano. Ma anche il Pigneto non se la passò bene. Alcuni ancora ricordano le bombe, e poi i rastrellamenti tedeschi, e gli invii ai campi di concentramento di gente del Pigneto. E il dopoguerra fu duro, povero per tutti. ancor più per il Pigneto che viveva delle paghe operaie e dell’artigianato di sopravvivenza.
    C’è un bar, che, aperto nel 1924, ed ancora felicemente attivo, intatto nel suo bancone e con il bel giardino, é li a testimoniare una continuità che il quartiere tutto difende, oggi come ieri. Uno ieri che vede qui Pasolini fare il suo film Accattone, ed incontrare i suoi ‘Ragazzi di vita’ e forse ritrovare in questo Pigneto ancora pineta, uno degli ultimi luoghi di una Roma poverissima ma idilliaca, dove la vita é duro lavoro ma anche tramonti e sere nelle osterie ancora intatte, fuori dal tempo, forse ancora con le lucciole la cui morte lui raccontò, con angoscia. come morte della civiltà contadina.
    Mentre il Pigneto, luogo incantato nel suo essere fuori dal tempo romano, viveva una simbiosi tra vita contadina e vita operaia, con le sue piccole case e il suo tranquillo scorrere del tempo. Che però fa ora crescere Roma smisuratamente. L’immigrazione dal Sud si fa valanga, e tocca anche al Pigneto assorbire, vicino come è a Porta Maggiore, i nuovi arrivi.
    Negli anni ’60 il quartiere appare, sostanzialmente, come è ora. Via del Pigneto, la sua dorsale, curva ed elegante, divide in due il quartiere. L’origine, l’angolo acuto del triangolo, là dove Casilina e Prenestina si biforcano, é diventato sede di un grande mercato che serve tutta la zona, ormai molto urbanizzata. Lo chiamano l’isola, ed è un’isola felicemente pedonalizzata, interrazziale, popolare, studentile e di artisti di oggi.
    La zona di via Malatesta, da Piazza dei Condottieri a via dell’Acqua Bullicante e stradine limitrofe, è abitata per lo più da impiegati, liberi professionisti. insomma, da una middle-class all’italiana. Quasi uno spaccato dell’Italia, se volete.La parte nord del quartiere è operaia ormai da decenni. E come in S. Lorenzo si è radicata una visione proletaria della vita, ed anche una cadenza quotidiana legata a quei ritmi di vita delle industrie: la Serono tra via Casilina, subito dopo il ponte e l’Isola Pedonale restano l’insediamento più antico e più forte.
    Ma sono arrivate anche l’Algida, la Pantanella, nel primissimo tratto di via Casilina a ridosso di Porta Maggiore, una fabbrica di gazosa tra via del Pigneto e via Casilina a rafforzarne la vocazione industriale, sicuramente diversa, e lontana, dalla Roma del centro, borghese e ministeriale. Ora il Pigneto è fittamente popolato, il mercato dell’isola pedonale é rimpicciolito. I suoi locali serali ne sono la sua vera anima, fatta di un tessuto fittissimo di relazioni e di attività e di vita di strada. Di giorno c’era un enorme mercato che occupava tutta l’attuale area pedonale più un pezzo di via del Pigneto fino alla Circonvallazione Casilina e molte delle stradine limitrofe.
    Attorno a quello nacquero e si svilupparono numerosissime botteghe di tutti i tipi, vestiario, accessori per la casa, mercerie. Anche un fiorente artigianato che sempre aiuta l’autosufficienza dei quartieri operai: falegnami, arrotini, stagnai, carpentieri, muratori e ovviamente idraulici. Insomma tutto quello di cui il quartiere ha bisogno e non vuole andare a prendere fuori, né a S. Lorenzo vicina, né dentro le mura Aureliane, considerate lontanissime.
    Ma siamo già arrivati alle memorie orali.
    Tutti i vecchi residenti del quartiere ricordano con nostalgia quel periodo, forse il più vitale e prospero nella storia del Pigneto. Uno di loro. Gianfranco Bini (” B-I-N-I! non Fini!” ci tiene a sottolineare) che ci ha dedicato molto tempo con i suoi ricordi, descrive quegli anni in maniera folgorante: “Negli anni’60 ar Pigneto se sturato più osterie che portoni!” La proliferazione di botteghe e attività artigianali commerciali di tutti i tipi e tutti i possibili negozi della zona erano aperti e funzionanti era possibile a causa dell’alta densità abitativa di quegli anni.
    Un altro residente storico, Peppe Pietrolucci, proprietario dell’omonima bottega di pasta all’uovo del numero 32, aperta dal ’51, nel cuore dell’isola. ci racconta che all’epoca “la gente viveva addirittura nelle cantine, perché gli appartamenti erano tutti pieni”. Poi, nei primi anni ’70 arrivarono gli esuli Cileni, in fuga dal golpe fascista, e Argentini, in fuga anche loro dalla dittatura dei militari.
    Il Pigneto, quartiere proletario, da sempre schierato a sinistra, fu all’altezza della sua storia: trovarono accoglienza. L’integrazione, si direbbe oggi, fu perfetta. Comparirono anche alcune botteghe di artigianato sudamericano.
    E non fu che l’inizio di una serie di arrivi che si sarebbero infittiti nelle decadi successive, sino a inglobare poveri di ogni parte del mondo approdati qui e qui accettati.
    Al Pigneto era anche arrivato un famoso cinema d’essai – la sede era quella dell’attuale cinema a luci rosse Avorio – che attirava spettatori da tutta Roma. Ed anche questo, insieme con il Pasolini dei film, fu l’inizio di una vocazione cinematografica di questo Village, per dirla all’americana.
    Quì veniva puntualmente la sinistra romana giovane, e tanto per far nomi oltre al canonico Pasolini, frequentava anche un giovanissimo Nanni Moretti. Presto non fu solo vocazione cinematografica. Divenne anche più estesamente artistica e troverà mille risvolti: visiva, musicale tra l’altro, si arricchiranno col tempo. Tuttavia sul finire degli anni ’70 la prosperità del quartiere -che comunque non è mai stato ricco – sparisce.
    Le fabbriche che fino a quel momento avevano dato lavoro a larga parte degli abitanti cominciano a chiudere. Gli operai si trasferiscono in cerca di lavoro. Molte attività chiudono, lo stesso mercato si riduce.
    In particolare residenti e bottegai ricordano con tristezza la chiusura dello stabilimento Serono, che dava lavoro in quel periodo a 350 operai, la maggior parte dei quali abitava le vie nei dintorni con le rispettive famiglie e ne costituiva il nucleo forte. I vuoti lasciati dagli operai degli stabilimenti chiusi non vengono colmati: il quartiere non è abbastanza attraente per la borghesietta che vuole altri luoghi ed altri appartamenti così molte attività commerciali chiudono. Ancora una volta, e questa volta non in positivo, il quartiere ha una storia tutta sua, diversa dalla Roma dentro mura. La vicina S. Lorenzo dello scalo, della Stazione Termini che ormai è lo snodo ferroviario principale italiano, regge bene, e comincia anche a diventare quartiere giovanile, studentesco. di decine di migliaia di studenti, delle nuove generazioni, quelli che vengono dalla provincia, hanno bisogno di stanze, appartamenti che le amministrazioni si guardano bene dal fare. Lentamente, molto lentamente, la marea studentesca deborda ed arriva tino al Pigneto. E con loro arrivano anche una nuova generazione romana meno affascinata dal prestigio del centro e dall’appartamento convenzionale, affascinata da un quartiere ancora a misura d’uomo. Siamo arrivati ai primi anni Novanta. Il Pigneto ha un comitato di quartiere forte, che si rende protagonista di una dura e lunga battaglia contro l’apertura di un centro commerciale nell’area dell’ex SNIA Viscosa.
    fabbrica_Snia-Viscosa
    L’opposizione vede tutto il Pigneto compatto nel dire ‘no’ al progetto imprenditoriale. Ciò porta il quartiere sui giornali. Chi può, e vuole rifiutare un supermercato? Solo chi ha un mercato antico e radicato, dove i rapporti sono umani, e dove nessuno ama una invasione commerciale. che tale è sentita dagli abitanti.
    A poche centinaia di metri da porta Maggiore, quindi dal cuore più antico di Roma, dimenticato da tutti, c’è un quartierino, dove giardini con pini mediterranei, animali (c’è chi ricorda i molti pavoni) hanno vita accettabile. come hanno vita accettabile le biciclette, e dove, a parte le terribili vie Casilina e Prenestina, come per magia molto è rimasto intatto, le vie sono silenziose, le macchine poche.
    I grandi casermoni speculativi sono solo sull’orlo delle vie consolari.
    La battaglia alla fine è vinta, il centro commerciale non verrà costruito più. In ricordo dello scontro rimane ancora l’immenso moloch di cemento armato in mezzo al laghetto del parco ex SNIA. Laghetto “creato” dagli scavi per le fondazioni del centro, che risvegliarono la falda d’acqua che dà il nome a via dell’Acqua Bullicante.
    E lì, ma è già ieri, si insedieranno, in una situazione che inevitabilmente si degraderà, molti immigrati da un lato, e un attivissimo centro sociale che ancora è al suo posto, e, guarda caso, molto si occupa di biciclette. Encomiabilmente.
    Nello stesso periodo. all’incirca, nasce “L’Infernotto”. Nel 1994. Dario e Franco, figli del quartiere, già gestori de ‘I Giacobini’, noto locale del centro storico, decidono di tornare alle origini. ed aprire il primo locale dell’isola pedonale. L’Infernotto ha il merito di portare al Pigneto la clientela del precedente locale gestito dai due proprietari: giornalisti. intellettuali, professionisti.
    Vengono qui e si accorgono che, a poche centinaia di metri dal centro di Roma sopravvive un quartiere profondamente popolare e ancora vivibile come ormai a Roma non ce ne sono più.
    Cominciano così a uscire i primi articoli (il primo è a firma di Corrado Zunino), e cominciano piano piano a ripopolarsi le case. Mutatis mutandis, succede quello che negli anni Settanta era successo a Trastevere, quartiere che era stato della mala nel dopoguerra (vedi Ladri di biciclette di De Sica), poi scoperto da alternativi, artisti e stranieri che ne seppero vedere la bellezza dei vicoli e della vita ancora antica, dove poco costavano gli affitti e poco le osterie. E per questo ci vennero ad abitare e lo resero vivo, animato, godibile finché, lentamente ma inesorabilmente, nel ventennio tra gli Ottanta e i Novanta, diventò alla moda, e poi caro, e e turistizzato a morte.
    È un fenomeno che colpisce le grandi metropoli, e che ha preso l’avvio negli anni Settanta. A Londra è Portobello Road, ora costosissima, a Parigi il Quartiere Latino, Pigalle, che hanno una storia antica di un secolo.
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    I quartieri popolari vengono animati da artisti e alternativi, e poi, quando la loro vivacità li ha resi “alla moda” vengono invasi dalla borghesia guardona, che insegue una creatività che non ha, e cerca di comprare.
    Il piccolo Pigneto, fuori dalle mura e fuori da ogni giro che conta è una specie di bella addormentata, che negli anni Novanta viene scoperto perché costa poco, perché non è invaso dalle macchine, e perché ha una magia che ormai la città dentro le mura non ha più. Alternativi di varia estrazione, ma anche nuove famiglie, pittori, musici, creatori d’ogni genere, anche del web, e poi studenti universitari, attirati dai prezzi più che convenienti e dalla vicinanza con il centro cominciano a venirci a vivere. Poco più che quindici anni fà con 100 milioni di lire si comprava un appartamento. Gli affitti erano molto più che convenienti che nelle tradizionali zone universitarie di San Lorenzo e Piazza Bologna. La sede centrale de ‘La Sapienza’ è raggiungibile con un quarto d’ora di tram. I prezzi salgono inesorabilmente. Frenati, forse, dall’arrivo di immigrati d’ogni genere e colore. Non è invasione. ma infiltrazione si, e questo dà al quartiere una pennellata di colore. di vita, inevitabilmente qualche problema, ma sicuramente una ricchezza che solo altre culture possono portare.
    Arrivano insieme, i ristorantini. i negozi d’artigianato nuovo, con le piccole immobiliari che si scatenano: salgono i prezzi delle case ed anche quelli degli affitti per gli studenti. Arrivano, puntuali, gli articoli sulle cronache romane dei giornali, il quartiere ha una sua movida unica in città.
    Il resto è storia di oggi: il Pigneto è da molti considerato uno dei quartieri più vivi e ‘trendy’ della capitale. Sempre più case e palazzi degli anni Venti dello scorso secolo vengono ristrutturati, contribuendo all’abbellimento della zona, che da sonnolenta e sgarrupata diventa un mix unico e irripetibile di palazzine e palazzetti, casine ma anche, ahinoi, palazzoni anonimi, specie nella parte che va da piazza dei Condottieri, non certo una bella piazza, giù per via Malatesta, verso via dell’Acqua Bullicante, al di la della quale c’è ancora qualche terrain vague, ultima rimasuglio quasi fuori porta.
    Mentre l’Isola, come ormai tutti la chiamano. si impreziosisce di locali e di ristoranti, e si tiene anche il suo kebab, i suoi call centre, persino il suo alimentari del Bangladesh, in un mix allegro. improbabile, imprevedibile, unico .Sicuramente non può competere con posti come Trastevere per i suoi vicoli e piazze, né con la S. Lorenzo ora esplosa e diventata quartiere rutilante. Ma, con i suoi palazzi primo ‘900, le sue casette basse, i suoi giardinetti e cortili privati, ha una dimensione più che vivibile che le altre non hanno. Ben lontano dalla cementiticazione soffocante che caratterizza molti dei quartieri romani al di fuori delle mura aureliane.Insomma, con gli ultimi ristoranti e locali, con gli articoli di giornale (si parla di degrado, il prive più osè di Roma, Vladimir Luxuria ed altri trans conosciuti ci abitano da un pezzo…) il tocco finale è una micromovida notturna dell’isola che ne fa luogo trendy, senza locali e costi turistizzati come il centro.
    Prendete la parola trendy con le molle, come fanno i vecchi abitanti, ed anche i nuovi degli ultimi dieci anni che lo hanno amato e lo amano per quel che è, e non vorrebbero si snaturasse, ovviamente. Ma nel bene e nel male, ormai, il quartiere è un village metropolitano, cosmopolita, variegato di culture e di persone. Un luogo dove lo scorrere del tempo, e la gioia del vivere quotidiano. hanno ancora importanza, significato.

    FONTE:
    Guida al Pigneto
    malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”
    George Orwell

    Pigneto e quartieri
    “La corona di spine
    che cinge la città di Dio”
    Pier Paolo Pasolini

     

  • UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA

    UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA

    La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima diretta dal presidente Marco Müller, si conclude per la prima volta, nel suo breve e appassionato percorso di amore per il cinema, con i premi dati dal pubblico.
    A loro le briglie dei risultati finali a conclusione di un festival che ha tanto diviso, a partire proprio dall’etichetta che il direttore ha deciso di affibbiargli: festa.
    Una festa del cinema che sia fruibile per tutti (agevole meno per gli spostamenti con l’assenteista navetta ma concentrata nell’accesso alle sale, tutte vicine) e soprattutto intelligibile; quindi, una selezione di film più di “cassetta” e una varietà di generi più ampia (seppur di minor qualità), per un risultato complessivamente deludente, privo di picchi, con tanti film medi e anche qualche caduta di tono e di stile non indifferente (vedi Tre Tocchi e Love, Rosie).
    Cosa diventerà dal prossimo anno, il decimo, questo festival del cinema più odiato che amato dai romani?
    Sono tanti gli interrogativi che il pubblico e anche gli assenteisti (cassintegrati?) si pongono.
    Vale davvero la pena spendere per un nuovo festival in Italia? Perché non accorparlo con quello che solitamente si svolge a settembre e che riguarda la fiction?
    Tante teorie, supposizioni, pensieri.
    Poca solidità e nuove sterili polemiche. Nella confusione generale, emerge lo stesso l’impegno di Müller nel cercare di amalgamare tutta una serie di richieste e di suggestioni, di certo non facile ma coraggioso, considerate anche le problematiche logistico-gestionali degli assetti amministrativi e degli impegni economici prestabiliti (il fondo della Bnl, pari al 40% del totale, è stato a rischio per diverso tempo).
    La scelta di aprire e di chiudere questa edizione del festival con due commedie pensate appositamente per il grande pubblico (Soap Opera e Andiamo a quel paese di e con Ficarra & Picone) ha suscitato le paternali di una frangia della critica; se questa è la nuova commedia all’italiana (di derivazione televisiva, nonché cabarettistica), allora cosa recuperare di prezioso da un festival studiato soprattutto per un processo di riavvicinamento alla settima arte di una parte di quel pubblico che ignora ma che può condividere o tornare a farlo, ripartendo da ciò che è più facilmente comprensibile?
    A mancare sono stati i grandi nomi, poche stelle sfilanti sul red carpet (giusto qualche incontro speciale con vip del passato e del presente, più e meno conosciuti o apprezzati come Tomas Milian, premiato con il Marc’Aurelio alla carriera, tomas-milian
    di Kevin Costner che ha partecipato ad una cinechat con il pubblico, Clive Owen, Geraldine Chaplin, Brad Anderson), molte delle quali hanno declinato l’invito con motivazioni fra le più disparate, e una selezione di film pericolosamente vicina al format di fiction televisiva (ma d’altronde è una tendenza che ha preso forma anche nelle ultime due edizioni del festival di Venezia).
    ferilli-scarlett-johansson_sGli scenari futuri (si vocifera di una direzione affidata a Gianni Amelio) possono riservare più di una sorpresa, si spera gradita stavolta, più a quegli addetti ai lavori che hanno seguito l’evoluzione della storia moderna del cinema e che continuano a volerla seguire nei suoi contemporanei sviluppi, che si aspettano una caratura di maggiore livello internazionale e una rivalutazione delle presenze qualitative, pertanto molti più grandi nomi fra i grandi cineasti. Ma veniamo ai premi dati dal pubblico.
    Il premio principale, Premio del Pubblico Bnl Gala, lo riceve Trash di Stephen Daldry (regista di film noti come Billy Elliott e The Hours), appassionante e rocambolesca, avvincente e vorticosa avventura ambientata nella favelas di Rio de Janeiro che scuote e commuove anche e soprattutto attraverso l’intrattenimento dato da una invidiabile riuscita dell’insieme delle componenti filmiche, data dall’ottimo contributo degli operatori e dagli addetti al montaggio, nonché dalla fresca spontaneità e dalle spiccanti doti acrobatiche dei tre piccoli protagonisti.
    “Trash”, che riceve anche il Premio della Giuria di Alice nella città,  è stato girato in una favela ricostruita appositamente per il film nelle vicinanze di quelle reali presenti sul territorio brasiliano.
    Il Premio del Pubblico per il Miglior Film Italiano lo riceve il regista italo-americano Roan Johnson per la vaporosa commedia universitaria Fino a qui tutto bene che evidentemente ha leggermente rinfrancato le corde emotive del giovane pubblico, immedesimatosi nelle speranze e nelle delusioni di un quartetto di giovani emergenti. Il premio per il Miglior Documentario Italiano va a Looking for Khadija di Francesco G. Raganato, interessante esperimento meta-cinematografico ambientato in Eritrea. Vincono i premi delle sezioni “Cinema d’oggi” e “Mondo genere”, rispettivamente i film 12 Citizens del regista cinese Ang Xu, ennesimo remake del capolavoro di Sidney Lumet “La parola ai giurati” del 1957, e Haider di Vishal Bardwaij, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
    La sezione collaterale, “Alice nella città”, sin dal primo anno dedicata all’infanzia e all’adolescenza e che prende il nome in prestito da “Alice nelle città” film di Wim Wenders (che è stato ospite di una masterclass con il pubblico, sul docufilm Il sale della Terra realizzato col fotografo Luis Salgado e presentato all’interno dello stesso festival nella sezione Wired Next Cinema), premia invece “The Road Within”, diretto dal regista americano Gren Wells, un “road-movie” di formazione. Vince il Premio come Miglior Opera Prima, Escobar: Paradise Lost, di Andrea Di Stefano, con Benicio Del Toro a margine di un fosco melodramma sentimentale che filtra fatalità a iosa sin dalle prime battute.
    Nonostante il pubblico non poteva apprezzare fino in fondo gli oscuri film di David Fincher (Gone Girl, parabola spietata sulla  morte del matrimonio e la sepoltura della privacy in pasto ai media), e dell’esordiente Dan Gilroy (Nightcrawler, incalzante noir sulla famelia umana che attraversa iconico il cinema notturno americano degli anni ’80), di gran lunga i migliori di tutta la selezione, il premio dato a “Trash” si rivela molto più sensato e stimabile rispetto a quello dato, nell’edizione dello scorso anno da un’apposita giuria, al grigio e dimenticabile documentario “Tir”. Se queste sono le premesse, allora ben venga il democratico giudizio degli spettatori, purché si aggiunga anche un premio della critica, quella non di parte che si batte da anni per una dignità stipendiata e favorevolmente accomodata, come del resto avviene persino in certi Paesi del Terzo Mondo.

    a cura della redazione di romanews.it

    Festival-Internazionale-del-Film-di-Roma_2014