Categoria: ECONOMIA SOLIDALE

  • I mercati dei contadini

    I mercati dei contadini

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    I mercati dei contadini

    Farmers’ Market (FM) significa letteralmente “mercati dei contadini” o “mercati contadini” e si tratta di una delle forme di filiera corta promosse soprattutto da associazioni di agricoltori. I Farmers’ Market si svolgono spesso in aree riqualificate delle città, in cui gli agricoltori stessi si recano, generalmente una o due volte a settimana, per montare i propri banchi e vendere i prodotti disponibili a seconda della stagione. Lo sviluppo di questi mercati in Europa si deve soprattutto alla presenza di attività tradizionali locali che rivendicano un concetto di qualità basato sulla sostenibilità e sul benessere animale ….

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    Tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS)
    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma
    La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura
    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde
    La rinascita della filiera corta
    I Mercati dei contadini – (Farmers’ Market)
    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

    Articoli tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013
    Economia solidale - Tornare alla filiera corta

  • I Mercati dei contadini  – (Farmers’ Market)

    I Mercati dei contadini – (Farmers’ Market)

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    I mercati dei contadini

    Farmers’ Market (FM) significa letteralmente “mercati dei contadini” o “mercati contadini” e si tratta di una delle forme di filiera corta promosse soprattutto da associazioni di agricoltori. I Farmers’ Market si svolgono spesso in aree riqualificate delle città, in cui gli agricoltori stessi si recano, generalmente una o due volte a settimana, per montare i propri banchi e vendere i prodotti disponibili a seconda della stagione (Marino & Cicatiello, 2012). I Mercati dei contadini - (Farmers’ Market)
    Lo sviluppo di questi mercati in Europa si deve soprattutto alla presenza di attività tradizionali locali che rivendicano un concetto di qualità basato sulla sostenibilità e sul benessere animale (Sonnino & Marsden, 2006; Ilbery & Maye, 2005). Questi mercati sono frequentati abitualmente da consumatori residenti nelle aree limitrofe al mercato. I Farmers’ Market non comprendono solo agricoltori, ma anche piccole aziende di artigianato o di abbigliamento, che utilizzano tecniche rispettose dell’ambiente e materiali naturali, riciclabili o riciclati. Il primo mercato contadino è stato organizzato in Canada nel 1780. In seguito, nel 1973 è stato fondato l’Ontario Farm Fresh Marketing Association (OFFMA), un’associazione proprio con lo scopo di coordinare le varie esperienze di mercati degli agricoltori. Questi ultimi si sono sviluppati a partire dagli anni Novanta negli Stati Uniti, dove la biologicità e la località dei prodotti erano considerati una filosofia di vita già da diversi anni. Il fenomeno ha guadagnato popolarità dopo l’attenzione dei consumatori verso la qualità (Vecchio, 2009) e costituisce, oggi, una realtà consolidata negli Stati Uniti. I dati dell’United States Department of Agriculture24 (USDA  http://www.usda.gov) contano 4.385 mercati attivi sul territorio nazionale nel 2006, con una crescita quasi del 150% dalle 1.755 unità nel 1994 (anno del primo censimento).
    Dal 2000 i mercati contadini rappresentano una forma diffusa che coinvolge oltre 2.760.000 consumatori ogni settimana. In Europa il fenomeno è più recente: in Gran Bretagna i primi mercati furono inaugurati negli anni Novanta e oggi, secondo i dati della National Farmers’ Retail & Markets association (FARMA) , se ne contano oltre 550 per un giro d’affari di oltre 300 milioni di euro.
    L’Italia è probabilmente il paese europeo più ricco di queste iniziative. I mercati dei contadini sono organizzati prevalentemente da associazioni quali  Coldiretti, Slow FoodAIAB e associazioni libere di produttori. L’esperienza più diffusa è quella rappresentata dai mercati della Fondazione Campagna Amica di Coldiretti con oltre mille iniziative sparse su tutto il territorio.

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    La Fondazione organizza i mercati (“Mercati di Campagna Amica”, MCA) al fine di “promuovere l’estensione capillare dei mercati degli agricoltori e di ogni formula di vendita diretta” per valorizzare le produzioni locali e rispondere alla crescente domanda di cibo genuino. Ai MCA partecipano agricoltori associati, di solito operanti nella stessa regione in cui è ospitato il mercato, che vendono direttamente le proprie produzioni.
    I produttori sono tenuti al rispetto di un regolamento disciplinare che prevede, tra l’altro, il controllo dei prezzi massimi praticati, secondo quanto stabilito da un accordo quadro con le principali Associazioni di Consumatori italiane.

    Siti web di riferimento:
    www.farmersmarkets.net
    La Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti (Coldiretti) è la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana. http://www.coldiretti.it
    L’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB) è una associazione di produttori, tecnici e cittadini consumatori. www.aiab.it
    www.campagnamica.it

    Nei MCA i produttori accreditati, secondo le regole stabilite dal regolamento disciplinare, si impegnano a garantire in modo trasparente un risparmio di almeno il 30% rispetto ai prezzi dei prodotti confrontabili comunicati tramite “SMS consumatori“. I produttori si impegnano altresì a garantire la provenienza, la tracciabilità, la qualità e la salubrità dei prodotti in vendita. Aderendo al progetto gli agricoltori hanno la  possibilità di apporre il marchio di riconoscimento “Campagna Amica”, che contraddistingue il prodotto agricolo “cento per cento italiano firmato dagli agricoltori”. I prodotti così tutelati sono offerti attraverso un’estesa rete commerciale nazionale sotto diverse forme.
    La Fondazione, infatti, non si limita all’organizzazione dei mercati, ma affianca a questi anche punti vendita in città, (chiamati “Botteghe di Campagna Amica” o “Botteghe italiane”), presso cooperative, consorzi agrari, agriturismi, aziende agricole, coinvolgendo inoltre la rete della ristorazione a chilometri zero e dei Gruppi di Acquisto Solidali.

    I Box Schemes

    Il Box Schemes è una forma distributiva organizzata dall’agricoltore che si occupa del rifornimento di prodotti  agricoli stagionali (solitamente biologici) per un gruppo di consumatori convenzionati, i quali accolgono la merce direttamente in casa o al lavoro.
    Questo servizio viene proposto spesso sotto forma di abbonamento settimanale, quindicinale o a richiesta. Ciò che viene recapitato a casa dell’acquirente è il cosiddetto “cassettone” (o box), la cui composizione è definita in base alla disponibilità. Per offrire una combinazione di prodotti più appetibile, le aziende agricole sono spinte a cooperare in forma associata o fondando cooperative vere e proprie.
    Talvolta la produzione aziendale, o di cooperativa, può essere integrata con prodotti importati che rispettino determinate caratteristiche. Solitamente quando vi è un’ampia disponibilità di scelta, i consumatori possono scegliere le quantità e la composizione del loro “cassettone”. I vantaggi maggiori per il consumatore sono legati alla freschezza, alla qualità, alla varietà e alla consegna a domicilio, oltre a un ritrovato contatto diretto col produttore.
    Gli svantaggi sono collegati al costo che può essere alto per via della consegna a domicilio. Questa forma di distribuzione è molto popolare negli USA, in Canada e nel Nord Europa. In Gran Bretagna la Soil Association ha indicato che il fatturato delle iniziative di box schemes corrispondeva a oltre 174 milioni di sterline nel 2012, con un aumento del 4,4% rispetto all’anno precedente.
    I Mercati dei contadini - (Farmers’ Market)
    In Italia, Bio bank (2013) ha censito 130 aziende che praticano vendita online di prodotti aziendali con un incremento del 20%.
    Una crescita che si inserisce a pieno titolo in quella più generale della vendita diretta che nel 2012 è  aumentata del 4,9%. La maggior parte delle aziende propone esclusivamente la vendita di prodotti biologici.

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    Al primo posto in assoluto è la Toscana, con 18 siti (13,8%), seguita dalla Puglia, con 16 (12,3%) e dalle regioni Emilia-Romagna e  Sicilia, allineate su 15 ecommerce (11,5%). Dal 2004 opera su Roma “Officinae Bio“, una Cooperativa di 12 aziende agricole biologiche certificate. L’offerta consiste in un “Cassettone Bio” da 4,5 o 9 kg di frutta e verdura di stagione venduta a prezzo fisso.
    La maggior parte sono aziende del territorio laziale, ma i prodotti come agrumi o mele provengono da soci di regioni più vocate (Toscana e Calabria).

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

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    Gruppi di Acquisto Solidale

    I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) sono gruppi di consumatori che si riuniscono per acquistare prodotti direttamente dagli agricoltori (generalmente piccole imprese) e che si basano sui principi del consumo critico. Questa forma di filiera corta si distingue per l’alto grado di partecipazione e coinvolgimento da parte dei cittadini, che si riappropriano della loro sovranità alimentare e definiscono i modi e i principi con cui condividere quest’esperienza. Lo scopo primario è quello di accorciare la filiera e generare un prezzo giusto,  estendendo i prodotti biologici più accessibili di quanto non lo siano nelle catene tradizionali.
    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)
    Ma il loro scopo è anche politico e mira alla creazione di occupazione, alla tutela dell’ambiente, all’incremento delle relazioni sociali e dei movimenti locali. Il principio fondamentale è quello della solidarietà in base al quale i consumatori prediligono fornitori che devono essere piccoli, per non concentrare il potere economico nelle mani delle grandi aziende e locali, per poter avere contatti diretti. Inoltre si cerca di seguire i criteri di rispetto dell’uomo, sia per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori che per la salute dei consumatori, e rispetto dell’ambiente, in quanto prodotti e produttori non devono generare troppo inquinamento e devono limitare il consumo delle risorse naturali. Di solito, gli agricoltori effettuano una consegna settimanale in un luogo prestabilito, in cui gli aderenti si recano per ritirare la loro spesa. I GAS possono prevedere la stipula di accordi duraturi con i produttori, tanto da organizzare riunioni periodiche, attività collaborazione nei confronti degli agricoltori, ricerca di lavoratori, risoluzione di problemi, sistemi di aiuto in caso di perdite di prodotto e sistemi di finanziamento anticipato.
    I GAS organizzano riunioni con i partecipanti anche per raccogliere feedback dei prodotti che  hanno comprato e per decidere la politica de seguire. Essi hanno inoltre un ruolo significativo poiché trasmettono la cultura del cibo e possono contribuire a modificare le abitudini alimentari delle famiglie che vi partecipano. I consumatori così riuniti, possono esercitare una critica di massa che li porta a ottenere uno sconto nei confronti degli agricoltori, ma allo stesso tempo li sostiene nel passaggio alle tecniche produttive biologiche.

    Vendita diretta in azienda

    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)Questa forma di vendita è tra le modalità più diffuse e forse più antiche. Si tratta di istituire lo spaccio dei prodotti dell’azienda presso la sede dell’azienda stessa. È un’iniziativa dei produttori che comporta diversi vantaggi come il risparmio del tempo connesso agli spostamenti al di fuori dell’azienda, l’eliminazione dei costi di trasporto e di personale, l’ampia disponibilità di prodotti, la riduzione dei rifiuti, la possibilità di offrire ai clienti servizi accessori, come quello di trascorrere del tempo in azienda, di aumentare il valore dei prodotti venduti, di acquistare prodotti freschi. A fronte di questi vantaggi vi sono, tuttavia, alcuni limiti: la disponibilità dei prodotti posti in vendita (limitata a quelli presenti sul luogo di produzione), la quantità di investimenti necessari per rendere lo spaccio aziendale a norma di legge, la soggezione allo stato della viabilità per raggiungere l’azienda e alla pubblicità necessaria per rendere visibile il negozio. Alcuni di questi fattori sono attenuati dal D.Lgs. 228/200133, che permette l’ampliamento della gamma dei prodotti posti in vendita mediante l’acquisto di merci diverse da quelle che sono disponibili in azienda.
    Inoltre le imprese possono organizzare uno spaccio aziendale collettivo, realizzabile con il coinvolgimento di più aziende aventi prodotti complementari. Questa modalità consente di offrire ai clienti un’ampia scelta di prodotti, realizzata anche con la collaborazione di poche aziende agricole, opportunamente scelte per la diversità delle produzioni.

    Il concetto di «massa critica» individua, in fisica, la quantità di materiale fissile (uranio, plutonio) necessaria a innescare una reazione a catena, viene utilizzato per analogia dalla nuova cultura emergente per indicare un processo di cambiamento sociale indotto da una minoranza attiva quando raggiunge un certo grado di numerosità o di intensità. Raggiunto questo grado, la pratica si diffonde come una reazione a catena a tutta la comunità.
    L’antropologa statunitense Margaret Mead scriveva: «Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. Questo infatti è quanto è sempre successo» (Nitamo Montecucco, 2009).

    La coltivazione diretta

    Questa forma di filiera corta coinvolge direttamente i consumatori che possono lavorare la terra e contribuendo alla coltivazione dei prodotti che in seguito consumeranno a casa. Questa forma di approvvigionamento si è diffusa negli USA durante gli anni della grande depressione, quando gli agricoltori, non riuscendo ad ottenere un prezzo convenevole per ripagare il lavoro, aprirono le porte ai consumatori per cercare aiuto e collaborazione. La coltivazione diretta da vita a nuove forme di convivialità che si istaurano dal momento in cui si lavora collettivamente. I consumatori ritrovano un contatto diretto con la terra e instaurano relazioni sociali durature. Alcune associazioni o aziende agricole offrono gratuitamente spazio e informazioni in cambio di piccole parti del raccolto oppure chiedono un pagamento fisso, mensile per esempio. Altre aziende invece si occupano della coltivazione, delegando al consumatore il compito di selezionare e raccogliere i prodotti.

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    Orti urbani

    Per orti urbani si intendono delle aree che si trovano all’interno dei centri abitati e che vengono destinate alla coltivazione di frutta e verdura. La loro presenza permette ai residenti di cibarsi in modo sano e genuino, e favorisce lo sviluppo di un’economia eticasolidale. Gli orti cittadini sono considerati un valido strumento di aggregazione sociale, oltre che di riqualificazione urbana. Gli effetti positivi risiedono, infatti, anche nell’aumento di aree verdi, nel conseguente miglioramento della qualità dell’aria, nella riqualificazione di aree degradate, nel limitare il consumo di suolo (in particolare quello agricolo delle fasce periurbane), e nella valorizzazione del paesaggio attraverso le attività agricole. Secondo gli ultimi dati di Italia Nostra (2013), gli orti urbani occuperebbero un’estensione di oltre 500.000 metri quadrati, ma si stima che in realtà siano molti di più. Sono in crescita anche le iniziative istituzionali che si occupano di ciò. Nel Giugno 2013 sono stati assegnati a Milano 171 orti urbani; lo stesso è avvenuto a Roma con l’assegnazione di 33 orti nel quartiere Garbatella.

    Altre forme

    Il fenomeno dell’agricoltura locale è tuttavia molto variegato e si possono includere nella sua pertinenza anche attività per il recupero delle eccedenze di produzione. A tale  proposito ci sono le Banche del Cibo, come la fondazione Banco Alimentare, che si occupano di recuperare le eccedenze alimentari della produzione agricola e industriale per distribuirli a strutture caritative sparse sul territorio. In Italia esiste anche una società spinoff denominata Last Minute Market, nata nel 1998 come attività di ricerca, che promuove il riutilizzo dei prodotti scartati dalla grande distribuzione. L’attività è soprattutto volta all’organizzazione logistica delle donazioni/ritiri tenendo sotto controllo gli aspetti nutrizionali, igienico-sanitari, logistici e fiscali. Infine esistono movimenti indipendenti come il Freeganism che recupera le eccedenze alimentari per un consumo privato; mense scolastiche, dove viene privilegiato il consumo di generi alimentari lavorati direttamente sul territorio o reperiti in base al principio del minor numero di passaggi tra produttore e consumatore, con migliori garanzia di mantenimento delle caratteristiche organolettiche grazie al breve tempo di trasporto. Anche programmi di nutrizionepolitiche agricole possono rientrare nel computo delle filiere corte.

     

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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    Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)

     

    Immagini tratte da :

    http://www.tramecarignano.com/
    http://www.milanolifestyle.it/
    http://www.iltaccoditalia.info/
    http://www.abruzzo24ore.tv/
    http://www.tuttogreen.it/g
    http://www.comune.venezia.it/
    http://blog.imseo.it/
    http:/www.cartoonstock.com

  • La rinascita della filiera corta

    La rinascita della filiera corta

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    In risposta alla convenzionalizzazione e alle diverse crisi finanziarie succedutesi nell’ultimo decennio, i movimenti biologici si sono evoluti orientandosi verso istanze di rilocalizzazione e ri-socializzazione del prodotto alimentare con l’obiettivo di reintegrare i valori del movimento biologico originale (Buck et al., 1997; Guthman, 2004; Lockie e Lyons, 2006; Fonte, 2008; Fonte e Agostino, 2008).

    La campagna, denominata “McItaly”, prevedeva la selezione di materie prime di origine nazionale.
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2010/01/26/visualizza_new.html_1677608423.html

    Oltre alla sovranità alimentarequesti movimenti organizzati focalizzano la loro azione sui temi della sostenibilità, del localismo e dello sviluppo rurale.

    La «sovranità alimentare» è definita come il «diritto dei popoli a un cibo salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici, in forza del loro diritto di definire i propri sistemi agricoli e alimentari». Definizione tratta dalla Dichiarazione di Nyéléni (Mali), al termine del Forum internazionale per la sovranità alimentare del 2007.

    La rinascita della filiera cortaNasce così quello che è stato definito il movimento postbiologico (Moore, 2006) mosso dallo spirito del consumo critico (o consumerismo) che rifiuta le scelte di acquisto basate sulle sole considerazioni economiche, integrando visioni altruistiche volte a evitare le disuguaglianze (Tosi, 2006). Il movimento post-biologico raggiunge l’apice della critica verso la modernizzazione, affrontando non solo questioni ambientali ed economiche, ma anche tematiche etiche e morali. Nasce così il paradigma dell’agricoltura sostenibile multifunzionale che valorizza le conoscenze agro-ecologiche e storico-sociali e favorisce il mantenimento e la valorizzazione dei beni pubblici. Inoltre risponde a una nuova  sensibilità delle amministrazioni pubbliche, dei consumatori e dell’opinione pubblica e poggia su una base produttiva composta in gran parte da piccole imprese (un segmento del mondo della produzione rimasto, in parte, volutamente estraneo ai processi di modernizzazione dell’agricoltura). La filiera corta riacquista forza con i movimenti post-biologici sulla base del concetto di ri-localizzazione che consiste principalmente nello spostamento dell’attività economica verso imprese presenti nella zona, che sono solitamente a carattere medio, piccolo o familiare, ma anche nel sostenere produzioni rispettose dell’ambiente e costruendo reti di relazioni tra consumatori e produttori (Norberg-Hodge, 2005). Si è aperta la nuova fase di ricerca del rapporto diretto tra consumatore e produttore con iniziative che pongono l’accento sulla vendita diretta e creando le cosiddette Reti Alimentari Alternative (Alternative Food Networks – AFN) (Marsden et al., 2000; Fonte e Papadopulos, 2010; Renting et al, 2003; Brunori, 2007; Goodman et al., 2012; Mariani et al., 2010).

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    Queste ultime non sono altro che l’espressione di nuove forme di vendita diretta. Il rapporto diretto tra agricoltore e consumatore è stato un elemento molto importante nella commercializzazione dei prodotti biologici sin dagli anni Novanta (Zamboni, 1993; Santucci, 1998). Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno arricchendo le modalità di vendita: ai punti vendita aziendali e ai banchi in mercati si aggiungono una serie di nuove forme come le vendite in abbonamento (box schemes o cassettoni) e i Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS) che, tra le altre cose, garantiscono al produttore la diversificazione e la programmazione delle vendite minimizzando le rimanenze (Fonte e Salvioni, 2013). Le prime caratteristiche che la vendita diretta ha messo in luce sono un migliore flusso di informazioni tra i soggetti coinvolti che rendono superfluo il ricorso alla certificazione convenzionale e il risparmio dei costi d’intermediazione, con una maggiore quota di valore aggiunto che rimane nelle mani del  produttore e con un prezzo inferiore per il consumatore (Verhaegen, 2001).

    Nelle AFN è frequente il ricorso alla Certificazione Partecipata (PGS – Participatory Guarantee Systems), un sistema in cui sono coinvolti tutti gli stakeholders che è costruito basandosi sulla fiducia, sullele reti sociali e sullo scambio di conoscenze”.(http://www.ifoam.org/about_ifoam/standards/pgs.html).

    Le istanze di ri-localizzazione mirano anche a contenere l’impatto ambientale, anche se questo potenziale non è condiviso da tutti allo stesso modo (Schonhart et al., 2008; Torquati B., Taglioni C., 2010). La caratteristica comune della maggior parte delle AFN è di essere promosse dalla domanda (in inglese sono dette “consumer driven”), per cui sono state ribattezzate “forme di co-produzione”, ovvero situazioni in cui le scelte di produzione sono condivise da produttori e consumatori (Brunori et al, 2010). Secondo dati recenti (Federbio, 2012), tramite questi nuovi canali di vendita le aziende agricole biologiche italiane stanno registrando consistenti aumenti di vendite (figura 1.6).
    La rinascita della filiera corta
    Tali iniziative si caratterizzano anche per la capacità di creare un’azione collettiva in grado di mantenere la sopravvivenza di forme di produzione che sono ritenute vitali per la sostenibilità sociale, economica e ambientale delle aree rurali (Soler et al, 2010). Inoltre, grazie all’eliminazione dell’intermediazione e alla collaborazione tra i membri del gruppo, le AFN perseguono un obiettivo di equità, che rappresenta la possibilità di dare accesso al consumo di prodotti biologici di qualità anche alle classi meno abbienti. Nel prossimo paragrafo vedremo come diversi studi vedono nelle AFN la risposta al sistema agro-alimentare reo di allontanare e separare la produzione del cibo dal suo consumo (Venn et al., 2006).

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    Forme di filiera corta

    Data la moltitudine di esperienze che sono state attivate nel mondo, nel presentare le principali forme di filiera corta non vi è lo scopo di essere esaustivi. Tali esperienze differiscono tra loro in primo luogo per i soggetti che le promuovono. Prevalentemente si tratta di consumatori o produttori che adottano le diverse tipologia in risposta all’insoddisfazione di un sistema distributivo di tipo industriale che ha Figura 1.6: canali di vendita per le aziende agricole biologiche italiane Fonte: FEDERBIO (2012) deluso le aspettative (Sonnino e Marsden, 2006; Raffaelli et. al., 2009). Le iniziative sono il frutto dell’auto-organizzazione dei gruppi che definiscono il loro operato nel rispetto di determinati e condivisi principi. Non mancano casi in cui i promotori sono esterni dalla filiera e vedono nel riavvicinamento tra produzione e consumo la possibilità di creare proficue attività. Inoltre, le varie forme di filiera corta si differenziano per lo spirito che anima la loro creazione. Le attività mosse dai consumatori sono nate prevalentemente con lo scopo di garantire accesso ai prodotti biologici a un giusto prezzo; in seguito si è aggiunto anche uno scopo più politico, volto a supportare le realtà agricole locali private del potere contrattuale dal mercato (Van Der Ploeg 2000). Le iniziative dei produttori hanno generalmente l’obiettivo di permettere la sopravvivenza delle piccole aziende agricole. Le aziende coinvolte sono solitamente a carattere familiare e, ristabilendo un rapporto diretto con la propria domanda, riottengono un certo grado di indipendenza e autonomia rispetto alle politiche pubbliche, percependo un reddito maggiore. È comprensibile che tali esperienze siano nate prima nei paesi industrializzati, dove il mercato è maggiormente strutturato e dove i problemi legati all’industrializzazione dei processi agricoli sono più tangibili che altrove.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

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  • Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    [corner-ad id=1]La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni…

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    L’elenco aggiornato di tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS) sono nell’articolo di Introduzione alla sezione wiki che potete leggere cliccando nel link che segue:

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    https://www.romanews.it/blog/wiki/economia-solidale

    Gli articoli sono tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci con il medesimo titolo di cui vedete quì la copertina.

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013
    Economia solidale - Tornare alla filiera corta

  • Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde

    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde

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    La svolta della qualità
    A partire dagli anni Settanta, gli effetti della Rivoluzione Verde sono stati sempre più chiari. Ciò ha comportato diversi cambiamenti nel panorama agroalimentare. Le crisi petrolifere e una serie di scandali di alterazioni alimentari, dovuti alla scarsa trasparenza della filiera (Pansa, 1972), hanno modificato i modelli di consumo che si sono sviluppati nella direzione del “quality turn” (Goodman, 2003; Goodman e Dupuis, 2002).
    A partire da quegli anni si è affermata sempre più la critica nei confronti del paradigma della modernizzazione (Van der Ploeg, 2006; 2008) dando luogo alla nascita di diversi movimenti ambientalisti/biologici in tutto il mondo.
    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde
    Tali movimenti contrappongono alla produzione intensiva quella biologica, con l’intento di attutire gli effetti delle ricadute negative sull’ambiente, sulla società e sulla qualità degli alimenti. Sono nati movimenti di produttori e consumatori che, in maniera distinta dal modello standardizzato, hanno creato una rete di distribuzione di prodotti biologici tramite botteghe specializzate di piccole e piccolissime dimensioni (Brunori et al., 1988; Miele, 2001). In breve tempo il movimento biologico, ha sviluppato reti nazionali e internazionali che hanno trovato spazio anche nel mondo politico con la nascita dei “partiti verdi

    Partito verde (o partito ecologista) è un partito politico organizzato sulla base dei principi che includono la giustizia sociale, il ricorso di base della democrazia, la non violenza, e il supporto per le cause dell’ambiente. I partiti verdi sostengono che l’esercizio di questi principi siano la guida per la salute del mondo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_verde)

    Gli anni Ottanta si caratterizzano per il crescente aumento dell’attenzione verso i temi ambientali anche grazie al lavoro di Vandana Shiva. Nel 1980, la studiosa indiana ha pubblicato il libro Rivoluzione del filo di paglia che mette in discussione l’operato delle maggiori istituzioni regolatrici a livello internazionale come l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), la Banca Mondiale, o il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e le imprese transnazionali della chimica e dell’alimentazione.
    Ha, inoltre, proposto un paradigma e una realtà alternativi a quelli dominanti. Di recente la Shiva ha reso esplicito il legame tra monocoltura e potere di mercato: “le monoculture si diffondono non perché permettono di produrre di più, ma perché permettono di controllare meglio. L’espansione delle monoculture dipende dalla politica e dal potere più che dai sistemi biologici della produzione”. Spiccano dunque sempre più, agli occhi dell’opinione pubblica, le gravi conseguenze dell’inquinamento dovuto alla produzione dei componenti chimici in agricoltura.
    I consumatori divengono più esigenti anche in seguito ai disastri di Bophal (1984) e Chernobyl del 1986.

    Tutt’oggi il numero di morti di Chernobyl direttamente e indirettamente associate al disastro è oggetto di discussione, si và dalle 40.000 del rapporto ufficale delle agenzie dell’ONU agli oltre 6 milioni secondo il rapporto di Greenpeace.

    La pressione della nicchia del biologico si fa più competitiva, l’offerta di prodotti biologici si specializza e si diversifica con un modello di business basato su piccole produzioni di alta qualità con prezzi più alti rispetto alla media (Brunori et al., 2013).
    In Italia nascono le prime associazioni in favore dell’agricoltura biologica (vedi Slow Food),
    Slow Food è un’associazione, fondata da Carlo Petrini nel 1986, che promuove “l’interesse legato al cibo come portatore di piacere, cultura, tradizioni, identità, e uno stile di vita, oltre che alimentare, rispettoso dei territori e delle tradizioni locali”. (www.slowfood.it)

    ma anche iniziative imprenditoriali su larga scala che vedono nell’aumento della domanda un’occasione di business. Avanza così la visione della campagna come arena di consumo per consumatori di nicchia (Marsden, 1995; Ray, 2003) accompagnata da una crescente globalizzazione della filiera del cibo (Murdoch, 2000; Bonanno et al., 1994; Higgins e Geoffrey, 2005; McMichael, 2004).

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    Negli anni Novanta sono stati introdotti gli Organismi Geneticamente Modificati (Renting et al, 2003) e si sono verificati numerosi allarmi alimentari come la BSE, encefalopatia spongiforme bovina

    La causa dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, ossia Bovine Spongiform Encephalopathy), meglio nota con il nome di “mucca pazza”, è stata imputata all’uso delle farine animali come supplemento proteico nell’alimentazione dei bovini. Lo scandalo ha avuto un’importante risonanza mediatica e ha portato la comunità europea a rivedere la regolamentazione nella produzione di farine destinate all’alimentazione animale.

    (BSE, diossina nei polli e nel latte, malattia del piede e della bocca di bovini e suini, ecc), che hanno messo in discussione la fiducia dei consumatori.)
    In seguito a questi eventi, i consumatori sono diventati dunque più esigenti nelle loro richieste. La domanda si segmenta: alcuni ricercano prodotti più compatibili con i nuovi ritmi domestici (Halweil, 2002); altri si orientano verso prodotti a basso costo; altri verso la ricerca di prodotti rispettosi dell’ambiente

    Per esempio quelli che prediligono prodotti locali per ridurre al minimo l’inquinamento da trasporto, a tal proposito molti consumatori fanno riferimento ai “chilometri alimentari” (“food miles”), cioè alla distanza tra il luogo di produzione e quello di consumo.

    e dei diritti umani .

    In tal senso, il più importante soggetto commerciale è rappresentato dal Commercio Equo e Solidale. Il Commercio Equo e Solidale è un approccio al commercio che promuove la giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica. Il Commercio Equo e Solidale promuove una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: dai produttori ai consumatori (Agices, Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale) (www.agices.org).

    Questi ultimi sono orientati a integrare nelle scelte alimentari la ricerca di una soluzione ai problemi socio-economico-politici legati al sistema agro-alimentare dominante. L’emergere dei ‘movimenti del cibo’

    Il “movimento” a cui ci riferiamo indica un insieme di gruppi, organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico e accomunati dalla critica all’attuale sistema economico neoliberista la cui prima comparsa si ritiene comunemente avvenuta intorno al 1999 in occasione del G8 di Seattle, con il “movimento no-global”. Il termine “movimento del cibo” è stato definito da Kloppenburg et al. (2000) come “uno sforzo collaborativo per costruire un’economia alimentare auto-sufficiente a livello locale – in cui la produzione, la trasformazione, la distribuzione e il consumo del cibo sono attività integrate nell’obiettivo di migliorare la salute economica, ambientale e sociale di un determinato luogo”.

    da ulteriore spazio alla diffusione delle produzioni rispettose dell’ambiente come quelle biologiche. Dal punto di vista dei produttori un importante evento è rappresentato dalla nascita, nel 1993, del movimento internazionale ‘Via Campesina18’ – www.viacampesina.org -( che raggruppa le organizzazioni contadine di svariate parti del mondo, con l’obiettivo principale di promuovere politiche agricole e alimentari solidali e sostenibili. In questi anni la filiera biologica si avvia verso la costruzione di reti commerciali e supermercati dedicati esclusivamente al biologico e si cominciano a registrare i primi investimenti della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in questo settore. L’esito di questo processo è stato definito ‘convenzionalizzazione del biologico’,

    Ci si riferisce al problema della  “convenzionalizzazione” che ha interessato l’agricoltura biologica e che sta coinvolgendo anche il sistema delle produzioni tipiche e locali, dal momento che gli inquadramenti istituzionali e/o politici di riferimento appaiono inadeguati e favoriscono un processo di erosione delle caratteristiche peculiari di questi sistemi (Buck et al., 1997; Guthman, 2004; Moore, 2004; Brunori et al., 2007).

    che secondo alcuni ha minato i valori alla base del settore biologico stesso (Kirwan, 2004; Guthman, 2002).

    Alcuni autori hanno interpretato quest’evoluzione come un processo di “appropriazione” di significati e valori da parte di realtà diverse da quelle originarie che hanno definito gli stessi.

    Con l’aiuto dei progressi nel settore dei trasporti, le produzioni biologiche passano in mano alle grandi aziende e si integrano progressivamente nel sistema alimentare sfruttando i canali distributivi della GDO. Un insieme di fattori quali le proteste dei movimenti anti OGM, le innovazioni commerciali (carte di credito) e le politiche  commerciali, come i sussidi, previsti dal WTO e dalla PAC, danno un’ulteriore spinta allo sviluppo delle filiere lunghe in tutto il mondo (Gardner et al, 2004). I concetti di locale e biologico diventano uno strumento di marketing, come nel caso della McDonald’s, coinvolta nel lanciare campagna di valorizzazione di prodotti tipici e locali.

    La campagna, denominata “McItaly”, prevedeva la selezione di materie prime di origine nazionale.
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2010/01/26/visualizza_new.html_1677608423.html

    A fronte di questa grande espansione, è dalle stesse aziende agricole facenti parte delle filiere lunghe che viene manifestata la crescente insostenibilità, soprattutto economica, del sistema della Grande Distribuzione e del sistema produttivistico dell’agricoltura.

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    Le critiche vengono recepite dall’UE a partire dal 1992 (Riforma Mc Sharry) con l’introduzione del secondo pilastro della Politica Agricola Comunitaria (PAC), la Politica di Sviluppo Rurale.
    Nell’ambito di una riflessione di ampio respiro sulle sfide poste dal processo di allargamento dell’Ue, nel documento “Agenda 2000” (1999) si riconosce la necessita di andare verso un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    [corner-ad id=1]La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricolturaGià dagli anni 80, nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati, l’inattesa e vasta disponibilità di cibo standardizzato, importato e spesso già trasformato ha portato le famiglie a repentini cambiamenti di abitudini alimentari e stili di vita (Schmidhuber e Shetty, 2009).

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    La modernizzazione ha permesso l’ampia disponibilità di cibo pronto e a basso prezzo. Questo è apparentemente un vantaggio per i consumatori che possono risparmiare tempo e fatica delegando la coltivazione e la preparazione del cibo alle grandi azienda, ma ciò comporta anche alcuni rischi, soprattutto con riguardo alla qualità della dieta. In quegli anni, la diffusione dei supermercati e dei prodotti confezionati, infatti, ha permesso la sostituzione di buona parte delle calorie di origine vegetale con calorie di origine animale (Smil, 2000).

    Vedi http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=524

    Questa circostanza è eloquente nell’esperienza di alcune popolazioni delle isole del Pacifico (Naru, Cook, Tonga), in cui lo spostamento dalle diete tradizionali verso quelle a base di cibo trasformato ha indotto gravi conseguenze in termini di obesità, comportando l’abbandono di pratiche agricole tradizionali e conoscenze locali legati alla coltivazione e alla preparazione del cibo (Kirk et al., 2008). In alcuni di questi paesi la percentuale di persone in sovrappeso raggiunge il 92%; mentre quella di obesi oltrepassa l’80% (British Heart Foundation, 2006).

    British Heart Foundation Health Promotion Research Group

    Il processo di modernizzazione ha dunque avuto dei risultati positivi riducendo la quota di popolazione sotto nutrita, ma ha anche complicato il problema della malnutrizione nel contesto della salute globale. Oggi il numero di sottonutriti si aggira intorno a 870 milioni di persone, (14,9% nei PVS), ma le malattie collegate al sovrappeso e all’obesità sono in costante aumento. La Fao ha evidenziato che questa preoccupazione colpisce oggi il 20% della popolazione mondiale, vale a dire circa 1.400 milioni di persone tra cui 500 milioni sono obese (WHO, 2012).

    Obesity e overweight. Fact sheet No. 311. Geneva, Switzerlandon Agriculture document COAG/2010/6. 2008.

    Si è così giunti a una paradossale convivenza di sotto nutrizione e obesità in diverse regioni del mondo, come si può vedere dalla figura 1.2. Dal punto di vista ambientale la modernizzazione ha comportato due importanti conseguenze. La prima è riferita al fatto che la selezione di poche varietà ibride per ogni pianta ha comportato la scomparsa di un altissimo numero di altre varietà autoctone e metodi di coltivazione tradizionali. Si stima che per alcuni raccolti, la perdita di biodiversità sia stata anche del 90%. In India, per esempio, le varietà di riso, una delle specie maggiormente coinvolte nel cambiamento, sono passate da 100.000 a 10, e lo stesso è accaduto per gli allevamenti.
    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    Vandana Shiva (2001) ha reso noto che le razze di maiale commercializzate in tutto il mondo sono oggi ridotte al solo numero di quattro, quando fino a poco tempo fa solamente in Cina erano oltre 40. La perdita di biodiversità si traduce spesso anche in una perdita di fattori nutritivi inducendo gli individui che li consumano a un’alimentazione povera, come risultato del passaggio da diete varie, con molte fonti nutritive a diete basate su uno o pochi cereali.
    La modernizzazione dell’agricoltura, inoltre, basandosi sull’utilizzo di componenti chimici, ha impedito lo sviluppo adeguato dei microrganismi benefici del suolo e di altri organismi. Tale processo comporta la perdita totale di fertilità del suolo e la sua capacità di rigenerarsi (Venturini, 2007).
    La seconda difficoltà ambientale si riferisce al consistente utilizzo di sostanze chimiche in agricoltura, che provoca l’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere, causando problemi sanitari tanto agli agricoltori quanto ai consumatori entrati in contatto con prodotti a elevata tossicità.

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    Uno degli scandali che ha reso nota la pericolosità della produzione di componenti chimici in agricoltura (fitofarmaci) fu la tragedia avvenuta la notte del 3 dicembre 1984 a Bophal in India. In seguito a una serie di incidenti tecnici avvenuti in una fabbrica di pesticidi, si sprigionò una nube di fumi tossici che provocò la morte di quasi 4.000 persone e l’avvelenamento di altre migliaia. Da allora non è cambiato molto: in Italia l’ISPRA (2013) ha pubblicato un rapporto sulla presenza di pesticidi nelle acque italiane comunicando che tra il 2009 e il 2010 oltre la metà delle acque superficiali, e quasi un terzo di quelle sotterranee, erano contaminate da pesticidi e fertilizzanti, spesso al di sopra dei limiti di legge compromettendone la potabilità.
    Dal punto di vista economico la questione è più complicata. L’improvviso aumento delle rese agricole manifestò la difficoltà di assorbimento da parte del sistema e il conseguente crollo dei prezzi nei mercati internazionali. Risultò così pressoché impossibile rientrare dagli ingenti investimenti iniziali senza aiuti di stato o ulteriori indebitamenti. Ciò indusse un’ulteriore spinta all’acquisto di terra da parte delle grandi aziende agricole e l’abbandono da parte delle piccole imprese familiari, dando luogo alle pressioni sociali di cui sopra. Alla caduta del prezzo si aggiunse anche il problema della dipendenza da numerosi input quali tecnologia, fertilizzanti, sementi geneticamente modificate e combustibili fossili. Progressivamente l‘agricoltura si basò sui prodotti petroliferi, dipendendo quindi dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio. Con l’introduzione di fattori di produzione esterni, che presuppongono il loro impiego secondo la logica del sistema che li ha creati, si è determinata una standardizzazione dei processi produttivi sempre più sganciati dai contesti locali e sempre più dipendenti dalle prescrizioni esterne.
    In tal modo è stato circoscritto il lavoro degli agricoltori al ruolo di efficienti produttori agricoli, ed è stato delegato ad altri soggetti il compito di distribuirli. Si è così via via affermata la figura di una sorta di agricoltore “virtuale” (Van der Ploeg, 2003), capace di eseguire correttamente un complesso di operazioni prescritte dall’esterno e trasmesse attraverso un apparato di divulgazione e assistenza tecnica. È opinione condivisa che questo sistema abbia sottratto potere decisionale alle aziende agricole, piccole in particolare (Brunori et al., 2008), e abbia accentrato il potere (e i profitti) nelle mani dei soggetti al centro della filiera: gli intermediari. La progressiva perdita di potere decisionale degli agricoltori ha favorito i soggetti che dominano il mercato a monte e a valle, rispettivamente dal lato degli input e della distribuzione. L’aumento dei costi degli input è stato un importante motivo di sofferenza da parte degli agricoltori ma anche il nuovo meccanismo di distribuzione, necessario a gestire le ingenti derrate prodotte con metodi intensivi, ha contribuito alla compressione dei ricavi. I soggetti (grossisti, intermediari e soprattutto industrie alimentari) che hanno un maggior controllo dell’offerta (anche grazie alla pubblicità) essendo meglio integrate nei canali di commercializzazione, possono esercitare una pressione significativa sulle aziende agricole per comprimere il prezzo. Se si considera l’aumento del costo degli input e la pressione esercitata dai soggetti intermedi alla filiera, per i produttori si verifica una pressione economica insostenibile – definita “squeeze on agriculture– determinata da una costante riduzione del rapporto tra ricavi e costi di produzione (Van der Ploeg, 2003) (figura 1.3).

    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    Per Van der Ploeg (et al., 2000) lo squeeze si è intensificato a partire dagli anni Ottanta ed è necessario un nuovo paradigma di sviluppo rurale per allentare questa strettoia.
    Secondo l’osservazione di Van der Ploeg il paradigma della modernizzazione agricola, che ha ispirato le politiche agricole mondiali degli ultimi anni, non si è rivelato molto ‘razionale’. I motivi principali sono il fatto che riducendo sensibilmente l’occupazione e la ricchezza sociale, la qualità dei prodotti diminuisce e l’ambiente non è in grado di sostenere un simile cambiamento. Ecco perché alcuni identificano questo modello non più come il progresso, ma come il degrado dell’agricoltura.

    PLOEG VAN DER JAN DOUWE, Oltre la modernizzazione. Processi di sviluppo rurale in Europa. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2006, p51.

    In virtù delle ingenti derrate prodotte dalle grandi aziende, si è predisposto, infatti, un sistema detto di “filiera lunga”, basato sul ruolo di numerosi intermediari con il compito di distribuire le derrate a livello sempre più locale. Le produzioni vengono acquistate in grande quantità dai grossisti alla produzione che a loro volta li distribuiscono ad altri numerosi intermediari, integrati col territorio o con i mercati internazionali.La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

     

     

    Alle estremità della clessidra si trovano i milioni di produttori e consumatori, mentre al centro si riscontra un esiguo numero di intermediari e acquirenti aziendali. Secondo Grievink, il potere è concentrato nel collo di bottiglia, dove 110 intermediari hanno il controllo delle derrate offerte da oltre 3 milioni di produttori .
    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricolturaAnalizzando la remunerazione delle aziende agricole, la polverizzazione dell’offerta (in presenza di alti volumi di produzione) e la presenza di pochi compratori, (quali sono le industrie alimentari), è possibile osservare che esse portano all’affermarsi di un regime di oligopsonio

    Nel caso della pasta, per esempio, l’AGCM ha accertato che le principali aziende produttrici, per difendersi dagli aumenti del prezzo della semola e della farina del 2007, concordavano incrementi minimi dei prezzi di listino, riuscendo così a trasferire una parte dei costi maggiore di quella che avrebbero potuto trasferire senza restringere la concorrenza. Quest’operazione è stata denominata “cartello della pasta” ed è stata sanzionata per 12 milioni di euro.

    in cui la domanda è concentrata in un ristretto numero di operatori mentre l’offerta è frammentata in un numero indefinito di operatori. A tale proposito Pantini (2008) sostiene che queste sono logiche di mercato tipiche delle commodity.

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    Dall’indagine conoscitiva condotta dall’AGCM (Tabella 1.1) è emerso che, per il settore dell’ortofrutta in Italia, la catena distributiva comporta in media più di 2,5 intermediazioni tra produzione e consumo finale. In Italia solo il 9% delle filiere si caratterizza per una catena “corta”, il 44% da più di 2 passaggi, mentre il 15% registra la presenza di 4 o 5 intermediari. Secondo Berger (2005) in alcuni casi si arriva anche a 7-8 passaggi. Di conseguenza i prezzi finali oltrepassano del 294% i prezzi alla produzione, generando un ricarico medio che può superare l’80% del prezzo finale.
    Le difficoltà del caso italiano non risiedono solo nella presenza di troppe fasi di intermediazione, ma anche nell’inefficiente sistema infrastrutturale, che comporta l’aumento dei costi sostenuti per l’acquisizione di prodotti e servizi offerti da imprese esterne alla filiera agroalimentare: trasporto, logistica, energia, acqua.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Economia solidale… conosciamola con i fumetti!

    Economia solidale… conosciamola con i fumetti!

    Noi, del blog di romanews.it, ci teniamo  a scrivere contenuti originali e assolutamente NON copiati ma, proponendo una sezione WIKI dedicata all’economia solidale ed ai GAS (gruppi di acquisto solidale), siamo rimasti conquistati dalla descrizione in chiave “cartoons” fatta da Topolino nel 2011 magistralmente descritta dal blog
    https://fumettologicamente.wordpress.com/tag/topolino/page/3/
    Vi proponiamo quindi, in modalità “RASSEGNA STAMPA”, l’articolo pubblicato alla URL indicata:

     

    Il businessbuonismo di Paperone, e la pedagogia economica
    Posted on 18/10/2011 by matteos

     

    In uno degli ultimi numeri (2913), Topolino apriva con la storia Zio Paperone e la campagna in città (testi Marco Bosco, disegni Marco Mazzarello).
    Mi è parsa una storia più interessante del solito. Ma non tanto perché era dedicata al tema attuale del cibo biologico. Come sapete, che Topolino produca storie ispirate all’attualità – dai fatti puntuali ai temi nell’agenda dei media – non è una novità. E che questa abitudine sia anche una leva di marketing per il settimanale, è pure cosa nota. Infine, che l’ecologia sia un tema da tempo presente nelle storie Disney italiane, e che questo sia attraversato da ampie dosi di buonismo, è altrettanto evidente arcinoto. Basti pensare a un anno fa, quando Topolino 2834 ospitò la storia Paperinik e il mistero a impatto zero, sul tema delle emissioni di co2.

    Per precisione, dunque: nel numero in questione, la cui copertina portava lo strillo “numero speciale Topogreen”, il tema ecologico era declinato anche come strumento di marketing, per accompagnare la decisione (argomentata anche nell’editoriale dalla direttrice) di iniziare a stampare il giornale su carta riciclata con certificato PFEC.
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    Sbrigate le premesse, gli aspetti che mi sono parsi interessanti sono questi:

    1- Il primo è quello più evidente: il tema del cibo biologico è affrontato attraverso una chiave di lettura che non è solo valoriale. Non si tratta di una generica catechesi ecologista, del tipo “ciò che rispetta la natura è cosa buona in sé. Punto”. La lettura immaginata da redazione e autori è invece economica: il biologico come *modello differente* nella produzione e mercato dell’alimentazione. Al centro non c’è il valore del BIO in sé, ma il valore specifico della filiera corta.

    La storia si apre con un canonico shock imprenditoriale di Paperone, disperato per il declino delle vendite di frutta e verdura coltivate (e commercializzate) dalle sue imprese del settore. La ragione è che i consumatori sembrano avere cambiato le loro abitudini di acquisto, abbandonando i supermarket P.d.P per il nuovo “Mercato dei contadini”:
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    In questa rappresentazione, Nonna Papera incarna la filiera corta, mentre Paperone è il simbolo dell’agricoltura industrale. Una trovata sensata e brillante, perché è perfettamente giustificata dall’identità dei personaggi, ma al contempo ne offre una specie di rilettura alternativa e/o aggiornata, che sovrappone il tema odierno agli stili di vita tradizionalmente diversi dei due paperi. Il cibo di Nonna Papera, proverbialmente “più buono”, si rivela tale non solo grazie alle sue abilità in cucina, e non è semplicemente ‘genuino’: proviene da un altro modello di produzione agricola. La Coldiretti sembra avere apprezzato.

    2- Da qui viene un secondo aspetto che mi pare ancora più interessante. La narrazione non si limita a mettere in scena una sorta di invenzione o scoperta. Non si ferma alla descrizione di una eccentrica (esotica, fantasiosa, eccezionale) diversità, ma la rappresenta in azione nel ‘normale’ contesto paperopolese, ovvero di una città i cui modelli di produzione imperanti sono altri, e in cui i principali imprenditori (Paperone e Rockerduck) non sono disposti a farsi facilmente bypassare. Zio Paperone e la campagna in città prova quindi a mettere in scena il conflitto tra diversi modelli economici: quello dei contadini organizzati, e quello degli industriali dell’agricoltura.

    La storia racconta quindi la reazione di Paperone, imprenditore in crisi che decide di cambiare strategia, affrontando la nuova concorrenza sullo stesso terreno: la vecchia tuba si lancia nella produzione di cibo biologico. Un percorso cui non mancano gli ostacoli. Dapprima cerca di acquistare qualche terreno agricolo; ma non ne trova disponibili (e anzi una sua offerta è respinta a pallettoni da Dinamite Bla). In seguito cerca una soluzione diversa, per certi versi coraggiosa e inventiva: attraverso la riqualificazione di una antica miniera di carbone sepolta sotto al centro di Paperopoli, arriva a realizzare “Underland P.d.P.”, la prima azienda ortofrutticola sotterranea:
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    L’operazione è un successo: prodotti di qualità, in grandi quantità – dunque a prezzi bassi – e in un contesto che per i clienti è anche un piacere ‘divertente’ (la surreale idea dello shopping-raccolta diretta dalle piante). E questo successo mette presto in crisi il “mercato dei contadini”. In uno scambio di vedute con i nipotini, preoccupati anche per Nonna Papera, il capitalista Paperone teorizza:

    la libera concorrenza ha le sue leggi! A volte sono dure, ma vanno rispettate! Entrando nel mercato, i contadini se ne sono assunti il rischio!

    Già, il mercato premia chi rischia e innova, e lo zione prospera. Al punto che il concorrente Rockerduck (il cui analogo business ‘tradizionale’ è anch’esso in crisi) non può restare a guardare. Ecco dunque entrare in scena l’antico rivale, che ‘copia’ il concorrente con un’iniziativa non da meno: un’azienda ortofrutticola subacquea, ancora più vasta e spettacolare. Risultato: un successo che spiazza lo stesso Paperone.

    Ma de’ Paperoni è l’imprenditore indomito che sappiamo, e avvia una contromossa: accelera la produzione, per tornare a superare Rockerduck sia sulla stagionalità dei prodotti che (ci immaginiamo) sui prezzi. Rockerduck lo segue subito, ma nella sua serra sottomoarina le condizioni climatico-produttive sono particolarmente rischiose, come nota un suo tecnico. Tuttavia vediamo Rockerduck assumersi in toto il rischio: piuttosto che vedersi superato se ne frega delle conseguenze, e ordina che si acceleri la produzione senza rispettare i tempi naturali di crescita delle piante.
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    Inizia così una catastrofe. Cominciano a verificarsi problemi serissimi: frutti e verdure marciscono in un baleno, con inevitabili contestazioni dei consumatori. Idem accade alla Underland P.d.P.. La credibilità delle “megafattorie” è distrutta, e la valutazione di Rockerduck è impetosa: inutile rimediare tornando ai metodi precedenti:

    l’immagine dell’azienda ormai è compromessa e, in questi casi, il consumatore non perdona!

    Resta da fare solo una cosa: abbandonare del tutto il business. Si chiude. Ai nipotini il ruolo di esplicitare la morale:

    Che batosta per lo Zio Paperone! Ci ha rimesso una vagonata di dollari! Per non parlare di Rockerduck! La cupola sottomarina sarà costata anche di più! […] Con la natura non si scherza! Maltrattandola, ne ricavi solo guai!

    Insomma, il racconto sul conflitto tra modelli industriali che ne esce è certo molto semplifice, ma non anestetizzato. Lo vediamo quindi messo in scena in tuttte le sue fasi, dall’analisi dello scenario competitivo alle strategie di creazione del valore aggiunto, dalla fase di innovazione fino al (drammatico) run-out-of-business. Una piccola lezione di didattica industriale, compiuta e coerente.

    3- Nel post-finale, con il “ritorno alla normalità”, la storia aggiunge un ingrediente ulteriore. La scena di Paperopoli, dopo il tracollo dei due antagonisti, torna ad essere dominata dal “mercato dei contadini”. E proprio lì si ritrovano Nonna Papera e Paperone, con quest’ultimo ormai in veste di (scornato) cliente. E’ qui che la parabola disneyana trova un compimento non solo didattico, ma propriamente pedagogico. Lo rivela Battista, maggiordomo di Paperone, chiacchierando con Nonna Papera cui svela come sono andate ‘veramente’ le cose nel momento cruciale della scelta di “alzare il rischio”:
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    Ebbene la scelta di Paperone a favore di un processo produttivo aggressivo e distruttivo, non era finalizzata al recupero della posizione dominante su Rockerduck. Si trattava di un fallimento industriale intenzionale, il cui obiettivo era altro: fare marcia indietro rispetto a un modello industriale che stava distruggendo un business “sano” come quello della filiera corta, alimentato dai contadini.

    Ovviamente una storia Disney come questa, breve e semplice, si apre a diverse letture, tra cui:

    • lettura economicista: a trionfare è il cinismo imprenditoriale di Paperone, che piuttosto di perdere la leadership preferisce sfasciare l’intero mercato (Paperone è un capitalista spietato, e così si è comportato anche stavolta, al di là della facciata buonista)
    • lettura sarcastica: queste cose possono accadere solo in storielle immaginarie (Paperone è un imprenditore lontano anni luce dalla realtà imprenditoriale e dall’economia reale)

    Tutte legittime. E non c’è dubbio che ciascuno sia libero di scegliere la propria. Ma quel che mi pare importante è riconoscere anche il peso e il valore di quel che una volta si sarebbe chiamato il “messaggio”: l’obiettivo esplicito, l’intenzione comunicativa della storia.

    Ed è in questo senso che mi sembra utile sottolineare come Zio Paperone e la campagna in città, grazie alla sequenza nel post-finale, non sia solo una storiella su un sano principio (‘rispetta la natura’) condita dalla descrizione (compiuta) delle sue implicazioni economico-industriali. Più ampiamente, è una storia su un modo di guardare al business: non solo didattica industriale, ma pedagogia economica. Dietro alle scelte di business, anche le più paradossali e impossibili come un *maxifallimento intenzionale*, c’è una visione del contesto sociale in cui vanno a radicarsi. Un contesto in cui non tutto è utile, non tutto è opportuno, non tutto è sviluppo.

    E per quanto assurdo, illusorio, buonista, credibile-solo-nei-fumetti possa sembrare il messaggio di un Paperon de’ Paperoni, in fondo è proprio di questa pedagogia che sembriamo avere più bisogno oggi, per lo sviluppo della nostra acciaccata società moderna.

  • Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

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    Che cosa è  l’economia solidale ed, in particolare, cosa sono i gruppi di acquisto solidale (GAS) ?
    Abbiamo pensato di dare chiare e precise risposte pubblicando  una serie di articoli estrapolati dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci (2013), aggiungendo ulteriori riflessioni di approfondimento in chiave  semplificata e divulgativa.
    In particolare si approfondiscono i concetti di “filiera corta” vedi wikipedia (inglese: Short food supply chains) e di GAS (gruppi di acquisto solidale). Saranno pubblicate presto anche delle videoclip su youtube.

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    FILIERA CORTA
    I passi fondamentali attraverso cui il sistema agroalimentare si è modificato nel corso degli anni, dando vita a diverse forme operative di filiera corta, tra cui farmers’ markets, box schemes e GAS

    L’indice degli articoli pubblicati è presente nella colonna qui a destra (sidebar)  nella “SEZIONE WIKI” ed è generato in automatico ad ogni nuova pubblicazione.


    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    TERMINI UTILI

    G.A.S. (gruppi di acquisto solidale)
    “….gruppi auto‐organizzati di consumatori che acquistano
    collettivamente attraverso una relazione diretta con i produttori,
    con riferimento a principi etici condivisi” (Rossi e Brunori 2011)

    Consumo critico
    “Tiene conto degli effetti sociali e ambientali
    dell’intero ciclo di vita del prodotto” (Unimondo)

    Solidarietà
    Con i soci
    Con i produttori
    Con i paesi a Sud del mondo
    (Saroldi 2002)

    Sicurezza alimentare
    “…situazione in cui tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico,
    sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano
    le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e
    sana…” (FAO, 1996).

    Disponibilità, Accesso, Utilizzo, Stabilità (Segrè, 2008)

    La visione dei GAS di Roma:
    …. costruire un sistema per l’approvvigionamento di alimenti
    biologici accessibile anche a redditi medi e medio‐bassi
    (Fonte e Salvioni, 2013)

     

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  • La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

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    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni. A partire da quegli anni il modello agroalimentare può essere analizzato in tre fasi (Brunori et al., 2013).
    La prima è caratterizzata dalla modernizzazione dei processi agricoli, che si è intensificato dopo la seconda guerra mondiale. La seconda fase si distingue per una maggiore attenzione verso la qualità degli alimenti, divenuto con il tempo uno strumento di marketing. La terza fase intende rispondere alle crisi economiche e alimentari degli ultimi anni, in un’ottica di sostenibilità e di integrazione multidimensionale.

    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    La Rivoluzione Verde: nascita e crisi della modernizzazione in agricoltura

    Nell’Ottocento la crescita della popolazione sembrava un fenomeno inarrestabile, in grado di minare la sopravvivenza dell’umanità stessa. La questione è stata affrontata prima con la tesi di Malthus (1798), secondo cui la crescita della popolazione avrebbe costretto l’umanità a uno stato di indigenza; poi con quella di Helrich (1968), che ipotizzava gravi crisi alimentari tra gli anni Sessanta e Settanta; infine con quella di Meadows (et al., 1972) che sostenevano l’impossibilità di una crescita positiva illimitata e invocavano piuttosto la necessità di un modello di produzione e consumo stabili.
    Queste tesi sono state smentite nel corso degli anni poiché non hanno tenuto conto dell’innovazione e del progresso tecnologico che, in occidente, ha portato alla modernizzazione in agricoltura dando vita alla cosiddetta Rivoluzione Verde. Tale processo è caratterizzato da tre importanti cambiamenti (Grigg, 1992): 10

    1) L’utilizzo delle macchine agricole in sostituzione del lavoro, umano e animale, per ridurre i costi di produzione dei prodotti agricoli. Se prima l’agricoltura era dominata da un sistema relativamente stabile grazie alla forza dell’uomo, degli animali domestici e degli animali selvatici (soprattutto impollinatori), con l’introduzione delle macchine agricole viene inserita una nuova energia capace di essere aumentata a piacere con l’uso dei combustibili fossili. Le macchine rappresentano una tecnologia importata in grado di ridurre sensibilmente il tempo di raccolta delle derrate e il costo del lavoro, anche se richiede ingenti investimenti per l’acquisto e la manutenzione.

    2) L’introduzione di sostanze chimiche in agricoltura (fertilizzanti, pesticidi e diserbanti), necessarie da un lato per eliminare i parassiti che rischiavano di deteriorare le coltivazioni causando inaspettate perdite di raccolto; dall’altro per bilanciare l’imponente sfruttamento del suolo dato dalla monocoltura, che aveva bisogno di un continuo nutrimento, non avendo il tempo adatto per rigenerarsi.

    3) La diffusione di sementi ibride, chiamate anche “varietà ad alta resa”, in grado di garantire una produzione maggiore di quella parte edibile e commercializzabile della pianta, e un migliore adattamento all’uso delle macchine. Alcune di queste sementi, ancora in commercio, hanno la caratteristica di essere sterili, vanno pertanto acquistate annualmente da chi ne detiene il brevetto.
    Negli Stati Uniti le multinazionali Monsanto, DuPont, Novartis e Stoneville controllano, ogni anno, il 65% delle sementi per la produzione di mais e l’84% di quelle per la produzione del cotone.

    Si è trattato di un processo di modernizzazione rivolto ad aumentare la produttività agricola e ridurre la scarsità alimentare sulla base dei processi di specializzazione e intensificazione. Il grande merito e scopo dell’operazione è stato quello di ridurre la fame e la sottonutrizione di ampi strati della popolazione mondiale, tramite miglioramenti nelle rese delle coltivazioni.
    In realtà gli obiettivi della modernizzazione agricola non erano solo umanitari, come dimostra la stessa origine dell’espressione “Rivoluzione Verde”. Il termine fu utilizzato per la prima volta da William Gaud dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale in un discorso alla Società per lo Sviluppo Internazionale. Nel discorso, Gaud presentò la Rivoluzione Verde come un’iniziativa mirata a evitare che l’eredità di miseria e tensione sociale del colonialismo spingesse i paesi del sud del mondo ad abbracciare la “rivoluzione rossa” comunista.

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    Questo processo è stato caratterizzato da un’intensa crescita economica, i cui modelli di distribuzione e consumo hanno influito fortemente non solo sulle tecniche di produzione, ma anche sulle abitudini della popolazione mondiale (Schmidhuber e Shetty, 2009).
    A partire dagli anni Sessanta si è registrato un aumento della produttività agricola costante nelle coltivazioni interessate dall’innovazione: riso, mais e grano (figura 1.1).
    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    I principi della Rivoluzione Verde sono stati estesi anche all’attività di allevamento e hanno portato, nel corso del tempo, un cambiamento radicale dei principi che fino a quel momento caratterizzavano l’attività agricola. Cambiarono anche i paesaggi rurali in virtù dell’uso delle monocolture praticate su vaste estensioni a scapito dell’agricoltura diversificata dei piccoli contadini, che non avevano mezzi e risorse per partecipare al processo di trasformazione.
    In seguito, si è fatta luce sulle conseguenze dei principi della Rivoluzione Verde, in particolare è emersa la preoccupazione per gli ingenti costi economici, ambientali e sociali, riassunti nel termine “esternalità negativa”.
    Un’esternalità negativa si ha quando l’attività di produzione o consumo di un soggetto influenza negativamente il benessere di un altro soggetto, senza che questo riceva una compensazione economica o di altro genere. Fonte: Tirelli M., Politca economica e fallimenti del mercato, Torino, Giappichelli, 2009.
    Dal punto di vista sociale, il sistema agroalimentare modernizzato è ad alta intensità di capitale e fu impiantato in un mondo dove l’agricoltura era ancora di sussistenza e dominata già di per sé da una drammatica sovrabbondanza di lavoro. Le prime conseguenze dell’introduzione delle macchine agricole furono fenomeni quali disoccupazione di massa, fuga dalle campagne e urbanizzazione forzata. La velocità con cui si sono diffusi questi fattori fu tale da non consentire un graduale assorbimento dei nuovi arrivati, producendo gravi tensioni sociali (Venturini, 2007).

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    Gli effetti demografici si possono analizzare a partire dagli USA, dove prima di altrove si è manifestata la
    modernizzazione.
    Infatti, tra il 1900 e il 1985, la popolazione americana è passata 30 a 5 milioni di residenti e gli occupati in agricoltura da 14 a 3,5 milioni (Molnar, 1986).
    In Italia le cose hanno seguito un andamento simile: nel 1950 il numero di occupati in agricoltura era di oltre 8,5 milioni (44%); nel 1970 tale numero è sceso a 3 milioni (15%), nel 2009 a sole 874 mila unità con un’incidenza del 3,7% (Istat, 2011). Altro aspetto rilevante sul tessuto sociale sono le conseguenze nelle abitudini di consumo: il modello agroalimentare “verde” ha influito sulle abitudini della popolazione mondiale con un fenomeno denominato transizione alimentare (o nutrizionale).
    Per transizione alimentare s’intende un mutamento nei livelli di assunzione media pro capite di calorie e soprattutto nella composizione della dieta.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013