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La svolta della qualità
A partire dagli anni Settanta, gli effetti della Rivoluzione Verde sono stati sempre più chiari. Ciò ha comportato diversi cambiamenti nel panorama agroalimentare. Le crisi petrolifere e una serie di scandali di alterazioni alimentari, dovuti alla scarsa trasparenza della filiera (Pansa, 1972), hanno modificato i modelli di consumo che si sono sviluppati nella direzione del “quality turn” (Goodman, 2003; Goodman e Dupuis, 2002).
A partire da quegli anni si è affermata sempre più la critica nei confronti del paradigma della modernizzazione (Van der Ploeg, 2006; 2008) dando luogo alla nascita di diversi movimenti ambientalisti/biologici in tutto il mondo.
Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde
Tali movimenti contrappongono alla produzione intensiva quella biologica, con l’intento di attutire gli effetti delle ricadute negative sull’ambiente, sulla società e sulla qualità degli alimenti. Sono nati movimenti di produttori e consumatori che, in maniera distinta dal modello standardizzato, hanno creato una rete di distribuzione di prodotti biologici tramite botteghe specializzate di piccole e piccolissime dimensioni (Brunori et al., 1988; Miele, 2001). In breve tempo il movimento biologico, ha sviluppato reti nazionali e internazionali che hanno trovato spazio anche nel mondo politico con la nascita dei “partiti verdi

Partito verde (o partito ecologista) è un partito politico organizzato sulla base dei principi che includono la giustizia sociale, il ricorso di base della democrazia, la non violenza, e il supporto per le cause dell’ambiente. I partiti verdi sostengono che l’esercizio di questi principi siano la guida per la salute del mondo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_verde)

Gli anni Ottanta si caratterizzano per il crescente aumento dell’attenzione verso i temi ambientali anche grazie al lavoro di Vandana Shiva. Nel 1980, la studiosa indiana ha pubblicato il libro Rivoluzione del filo di paglia che mette in discussione l’operato delle maggiori istituzioni regolatrici a livello internazionale come l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), la Banca Mondiale, o il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e le imprese transnazionali della chimica e dell’alimentazione.
Ha, inoltre, proposto un paradigma e una realtà alternativi a quelli dominanti. Di recente la Shiva ha reso esplicito il legame tra monocoltura e potere di mercato: “le monoculture si diffondono non perché permettono di produrre di più, ma perché permettono di controllare meglio. L’espansione delle monoculture dipende dalla politica e dal potere più che dai sistemi biologici della produzione”. Spiccano dunque sempre più, agli occhi dell’opinione pubblica, le gravi conseguenze dell’inquinamento dovuto alla produzione dei componenti chimici in agricoltura.
I consumatori divengono più esigenti anche in seguito ai disastri di Bophal (1984) e Chernobyl del 1986.

Tutt’oggi il numero di morti di Chernobyl direttamente e indirettamente associate al disastro è oggetto di discussione, si và dalle 40.000 del rapporto ufficale delle agenzie dell’ONU agli oltre 6 milioni secondo il rapporto di Greenpeace.

La pressione della nicchia del biologico si fa più competitiva, l’offerta di prodotti biologici si specializza e si diversifica con un modello di business basato su piccole produzioni di alta qualità con prezzi più alti rispetto alla media (Brunori et al., 2013).
In Italia nascono le prime associazioni in favore dell’agricoltura biologica (vedi Slow Food),
Slow Food è un’associazione, fondata da Carlo Petrini nel 1986, che promuove “l’interesse legato al cibo come portatore di piacere, cultura, tradizioni, identità, e uno stile di vita, oltre che alimentare, rispettoso dei territori e delle tradizioni locali”. (www.slowfood.it)

ma anche iniziative imprenditoriali su larga scala che vedono nell’aumento della domanda un’occasione di business. Avanza così la visione della campagna come arena di consumo per consumatori di nicchia (Marsden, 1995; Ray, 2003) accompagnata da una crescente globalizzazione della filiera del cibo (Murdoch, 2000; Bonanno et al., 1994; Higgins e Geoffrey, 2005; McMichael, 2004).

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Negli anni Novanta sono stati introdotti gli Organismi Geneticamente Modificati (Renting et al, 2003) e si sono verificati numerosi allarmi alimentari come la BSE, encefalopatia spongiforme bovina

La causa dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, ossia Bovine Spongiform Encephalopathy), meglio nota con il nome di “mucca pazza”, è stata imputata all’uso delle farine animali come supplemento proteico nell’alimentazione dei bovini. Lo scandalo ha avuto un’importante risonanza mediatica e ha portato la comunità europea a rivedere la regolamentazione nella produzione di farine destinate all’alimentazione animale.

(BSE, diossina nei polli e nel latte, malattia del piede e della bocca di bovini e suini, ecc), che hanno messo in discussione la fiducia dei consumatori.)
In seguito a questi eventi, i consumatori sono diventati dunque più esigenti nelle loro richieste. La domanda si segmenta: alcuni ricercano prodotti più compatibili con i nuovi ritmi domestici (Halweil, 2002); altri si orientano verso prodotti a basso costo; altri verso la ricerca di prodotti rispettosi dell’ambiente

Per esempio quelli che prediligono prodotti locali per ridurre al minimo l’inquinamento da trasporto, a tal proposito molti consumatori fanno riferimento ai “chilometri alimentari” (“food miles”), cioè alla distanza tra il luogo di produzione e quello di consumo.

e dei diritti umani .

In tal senso, il più importante soggetto commerciale è rappresentato dal Commercio Equo e Solidale. Il Commercio Equo e Solidale è un approccio al commercio che promuove la giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica. Il Commercio Equo e Solidale promuove una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: dai produttori ai consumatori (Agices, Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale) (www.agices.org).

Questi ultimi sono orientati a integrare nelle scelte alimentari la ricerca di una soluzione ai problemi socio-economico-politici legati al sistema agro-alimentare dominante. L’emergere dei ‘movimenti del cibo’

Il “movimento” a cui ci riferiamo indica un insieme di gruppi, organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico e accomunati dalla critica all’attuale sistema economico neoliberista la cui prima comparsa si ritiene comunemente avvenuta intorno al 1999 in occasione del G8 di Seattle, con il “movimento no-global”. Il termine “movimento del cibo” è stato definito da Kloppenburg et al. (2000) come “uno sforzo collaborativo per costruire un’economia alimentare auto-sufficiente a livello locale – in cui la produzione, la trasformazione, la distribuzione e il consumo del cibo sono attività integrate nell’obiettivo di migliorare la salute economica, ambientale e sociale di un determinato luogo”.

da ulteriore spazio alla diffusione delle produzioni rispettose dell’ambiente come quelle biologiche. Dal punto di vista dei produttori un importante evento è rappresentato dalla nascita, nel 1993, del movimento internazionale ‘Via Campesina18’ – www.viacampesina.org -( che raggruppa le organizzazioni contadine di svariate parti del mondo, con l’obiettivo principale di promuovere politiche agricole e alimentari solidali e sostenibili. In questi anni la filiera biologica si avvia verso la costruzione di reti commerciali e supermercati dedicati esclusivamente al biologico e si cominciano a registrare i primi investimenti della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in questo settore. L’esito di questo processo è stato definito ‘convenzionalizzazione del biologico’,

Ci si riferisce al problema della  “convenzionalizzazione” che ha interessato l’agricoltura biologica e che sta coinvolgendo anche il sistema delle produzioni tipiche e locali, dal momento che gli inquadramenti istituzionali e/o politici di riferimento appaiono inadeguati e favoriscono un processo di erosione delle caratteristiche peculiari di questi sistemi (Buck et al., 1997; Guthman, 2004; Moore, 2004; Brunori et al., 2007).

che secondo alcuni ha minato i valori alla base del settore biologico stesso (Kirwan, 2004; Guthman, 2002).

Alcuni autori hanno interpretato quest’evoluzione come un processo di “appropriazione” di significati e valori da parte di realtà diverse da quelle originarie che hanno definito gli stessi.

Con l’aiuto dei progressi nel settore dei trasporti, le produzioni biologiche passano in mano alle grandi aziende e si integrano progressivamente nel sistema alimentare sfruttando i canali distributivi della GDO. Un insieme di fattori quali le proteste dei movimenti anti OGM, le innovazioni commerciali (carte di credito) e le politiche  commerciali, come i sussidi, previsti dal WTO e dalla PAC, danno un’ulteriore spinta allo sviluppo delle filiere lunghe in tutto il mondo (Gardner et al, 2004). I concetti di locale e biologico diventano uno strumento di marketing, come nel caso della McDonald’s, coinvolta nel lanciare campagna di valorizzazione di prodotti tipici e locali.

La campagna, denominata “McItaly”, prevedeva la selezione di materie prime di origine nazionale.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2010/01/26/visualizza_new.html_1677608423.html

A fronte di questa grande espansione, è dalle stesse aziende agricole facenti parte delle filiere lunghe che viene manifestata la crescente insostenibilità, soprattutto economica, del sistema della Grande Distribuzione e del sistema produttivistico dell’agricoltura.

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Le critiche vengono recepite dall’UE a partire dal 1992 (Riforma Mc Sharry) con l’introduzione del secondo pilastro della Politica Agricola Comunitaria (PAC), la Politica di Sviluppo Rurale.
Nell’ambito di una riflessione di ampio respiro sulle sfide poste dal processo di allargamento dell’Ue, nel documento “Agenda 2000” (1999) si riconosce la necessita di andare verso un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura.

Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
“Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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