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  • Gli  Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni  farmaceutiche

    Gli Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni farmaceutiche

    [corner-ad id=1]Verso il 570 d.C. nasceva alla Mecca Muhammad, consegnato alle lingue neolatine col nome di Maometto, padre del Corano a conquistatore dei luoghi santi nel 630. Dopo la sua morte, avvenuta nel 632, i Musulmani occuparono tutte le coste dell’Africa mediterranea, invasero la Spagna e furono fermati, come tutti sanno, a Poitiers da Carlo Martello net 732 d.C.
    La conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II° nel 1453 impose la cultura musulmana nelle manifestazioni artistiche a scientifiche dell’Europa meridionale. Gli Arabi ebbero, come è noto, letterati, filosofi, astronomi, matematici e medici di prima grandezza. Questi ultimi ripristinarono le regole igieniche che avevano protetto dalle epidemie l’impero romano, riattivarono le terme ed i bagni pubblici ed imposero, con l’autorità religiosa, regole dietetiche collettive e norme di comportamento individuale che lasciarono tracce profonde nella medicina e nella farmacia europea. L’obbligo di leggere il Corano combatté efficacemente l’analfabetismo e promosse la compilazione di trattati che, tradotti in latino, ebbero influenza nel modificare e rinnovare, come un innesto rivitalizzante, la tradizione culturale greco-romana. Gli artefici principali di questa opera paziente di traduzione furono i monaci delle più celebri abbazie, soprattutto in Spagna, Francia ed in Italia. Un esempio valga per tutti: I’eremo di Montecassino, fondato da San Benedetto nel 528 e sopravvissuto a guerre, incendi a saccheggi fino ai giorni nostri.
    Gli Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni farmaceuticheL’introduzione dello zucchero di canna nella preparazione degli sciroppi, in sostituzione del miele, ed i metodi di elaborazione e di incorporazione delle droghe in nuove forme farmaceutiche diedero origine ad una polifarmacia rinnovata anche nella nomenclatura dei medicamenti. Alambicco, alcool, giulebbe, alcanna, elisir, roob, looch, canfora ed il famoso « balsamo opodeldoch » traggono il loro nome dal vocabolario arabo.
    I musulmani attivarono fiorenti scuole di farmacia in Spagna, In cui esistenza è, tra l’altro, testimoniata da preziose ceramiche di stile ispano-moresco. In questi laboratori la tecnica della distillazione cominciò ad essere applicata alla farmacia e l’armamentario terapeutico del tempo si arricchì con la cassia, la senna, il rabarbaro, il tamarindo, la noce vomica, il seme santo, il legno di sandalo, la canfora, il crotontiglio ed altre droghe importate dall’oriente.
    Questi nuovi medicamenti si diffusero in tutta l’Europa e, siccome erano molto costosi, contribuirono al fiorire dei commerci delle nostre repubbliche marinare.  Amalfi, Pisa, Genova e Venezia che fecero eccellenti affari con i musulmani; a Venezia i fondachi nei quali si vendevano le spezie presero il nome di « spezierie » ed il loro gestore fu chiamato « speziale ».
    Potremmo citare una lunga lista di trattatisti siriani, persiani, ebrei e anche cristiani, che scrissero o tradussero in arabo opere di medicina attingendo alla cultura greca, egiziana od orientale. Forse il più noto è Avicenna (in lingua persiana lbn-Sinna) vissuto tra il 980 ed il 1037 autore del celebre « Canone »; altri nomi ricorrenti nei Ricettari e « Antidotari » dell’evo medio e del rinascimento italiano furono quelli di Giovanni da Damasco, detto Mesué, e del famoso medico-filosofo di Cordoba, Averroès (Ibn-Rushd), vissuto fra il 1126 ed il 1198.
    Le opere attribuite a questi autori si debbono considerare in gran parte postume, redatte dai seguaci del maestro e rimaneggiate nelle successive edizioni. Esse costituiscono tuttavia, nella storia medico-farmaceutica dell’Occidente, un contributo fondamentale all’evoluzione della tecnica farmaceutica rudimentale del periodo greco-romano. Gli arabi non soltanto mescolarono, sciolsero o polverizzarono le sostanze cosiddette « semplici », ma le cimentarono, per provocarne la decomposizione o la trasformazione, con tecniche e strumenti che costituirono la matrice dell’alchimia e della iatrochimica nei secoli successivi.

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  • Chimica, Fisica e struttura dell’atomo

    Chimica, Fisica e struttura dell’atomo

    [corner-ad id=1]La chimica, come la matematica, può essere considerata una lingua universale comune a tutto il globo.
    La poesia descrive la conoscenza e le emozioni con armonia. Quando si inizia a parlare di chimica si deve immaginare un lungo percorso che conduce e spiega sia la diversità e la molteplicità dei vari elementi chimici, sia la definizione e creazioni di composti chimici.
    Il big bang, il collasso delle stelle, le supernove sono tutte manifestazioni che hanno causato la creazione di tutti gli elementi conosciuti e di cui sono composti tutti gli esseri viventi.
    La parte più piccola della materia viene considerata l’atomo.
    Per l’atomo il primo modello è quello planetario. Nell’immaginare la configurazione elettronica esterna al nucleo si possono utilizzare delle semplificazioni ammesse dalla comunità scientifica, per cui vengono usati dei modelli che calzano molto bene e facilitano la comprensione di realtà molto più articolate.
    Allora si prefigurano degli elettroni che ruotano attorno al nucleo come la luna e i satelliti artificiali ruotano attorno alla terra. In particolare l’atomo si ritiene costituito da una parte intima chiamata nucleo, che a suo volta è costituita da protoni, con massa e carica positiva, e da neutroni con massa ma senza carica. Attorno al nucleo ruotano uno o più elettroni con carica negativa e considerati senza massa, percorrendo precisi orbitali (s, p, d, f). A livello microscopico la distanza è notevole tra il nucleo e la configurazione elettronica esterna, per cui si parla di spazio vuoto. Come la gravità tiene legati la terra e la luna, così gli elettroni negativi sono fortemente collegati al nucleo positivo in modo elettrostatico.
    Si ribadisce che questo modello presenta dei forti difetti, ad esempio la fisica classica ci insegna che quando un corpuscolo carico come l’elettrone è dotato di un moto uniforme e non rettilineo esso deve irraggiare energia elettromagnetica (onde radio). L’errore risiede nel fatto che si cerca di applicare alla struttura dell’atomo, un mondo microscopico, le leggi fisiche, meccaniche ed elettromagnetiche proprie del mondo macroscopico, come i pianeti.
    Solo dopo il 1915 grazie all’ingegno di alcuni scienziati come Plank, Einstein, Bohr, De Broglie, Heisemberg, ecc., ci si rese conto che all’infinitamente piccolo vanno applicate leggi particolari: la teoria quantica; tale teoria si basa su un ben preciso postulato: l’energia di un sistema microscopico, di qualsiasi tipo essa sia, non corrisponde ad un insieme continuo di valori, ma può assumere solo alcuni e ben determinati valori; cioè si dice che è quantizzata.

    Tornando alla configurazione elettronica, questo significa che l’elettrone che possiede un orbita, nella teoria planetaria semplificata, può assumere solo precise e determinate posizioni energie di posizione: il moto dell’elettrone è quantizzato (N. Bohr). Questo modello quantizzato soddisfaceva anche altri principi della fisica classica in quanto l’emissione di energia elettromagnetica poteva avvenire solo quando l’elettrone effettua un salto quantico, da un orbita ad energia più elevata in una a più bassa energia.

    L’affinamento del modello proseguì nel corso degli anni e in seguito a dibattiti e colpi di ingegni si arrivò al 1925 quando si superò l’idea di un elettrone come una piccolissima pallina o corpuscolo con massa ben localizzata: l’ipotesi rivoluzionaria della meccanica ondulatoria propone un elettrone non ben localizzato, bensì ben diffuso come un onda.
    Questa teoria proposta da Heisemberg introduce il concetto di probabilità: in un mondo microscopico non si può conoscere con esattezza la traiettoria di un elettrone per localizzarlo, ma si può conoscere la probabilità di avere una frazione di tale elettrone in un certo istante, in un determinato punto dello spazio atomico.
    Nel XVIII secolo, scoprendo i vari elementi, si conoscevano sempre meglio le varie caratteristiche, e furono osservate come esistevano forti analogie fra alcuni gruppi di elementi, sia da un punto di vista fisico, sia chimico.

    Vi furono vari tentativi finché il chimico russo Dimitri Mendeleev propose nel 1869 una tabella che rappresenta le correlazioni periodiche delle proprietà dei vari elementi noti fino allora. Tale costruzione si basò sull’ipotesi che le proprietà periodiche fossero in relazione con i pesi atomici dei vari elementi.

    Chimica, Fisica e struttura dell'atomo

    Allora gli elementi che stavano sulla stessa colonna possedevano proprietà simili ma la cosa interessante è rappresentata dal fatto che, siccome alcune caselle rimanevano vuote, Mendeleev intuì che corrispondessero ad elementi sconosciuti ancora da scoprire: ne predisse con incredibile precisione le proprietà fisiche e chimiche. Va ricordato come nel 1869 solo i due terzi degli elementi erano stati caratterizzati con sicurezza.
    Gli elementi raggruppati in ordine crescente di peso atomico mostrano delle proprietà che si ripetono ad intervalli regolari (funzione periodica).
    Bisogna osservare con ammirazione come sia stato applicato agli albori il metodo scientifico: da un numero enorme di osservazioni riuscì a definire una regolarità che approdò alla legge periodica.
    Allora le colonne verticali si chiamano gruppi o famiglie chimiche, le righe orizzontali si chiamano periodi: un periodo corrisponde al completamento di un guscio elettronico: nelle prime due colonne sono presenti elementi in cui si riempie l’orbitale s più esterno; le ultime 6 colonne corrispondono agli elementi gli orbitali p più esterni.
    Gli elementi sono degli atomi che possiedono specifiche caratteristiche: un modello attendibile ma semplificato ci consente in modo utilitaristico di capire il comportamento di queste particelle infinitesimali.

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  • Cosa sono le previsioni del tempo spaziale

    Cosa sono le previsioni del tempo spaziale

    Le previsioni del tempo spaziale  ormai da anni  sono realizzate grazie al Super DARN – Super Dual Auroral Radar Network – che è un progetto internazionale per lo studio dello spazio circumterrestre.
    L’Italia ospitò a Venezia un workshop internazionale, Super DARN, da parte dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
    Le previsioni del tempo “spaziale” saranno in futuro sempre più importanti; i fenomeni magnetosferici e ionosferici, causati dalle variazioni delle condizioni del sole e del vento solare, possono determinare disfunzioni non solo sul funzionamento e l’affidabilità delle istallazioni spaziali, ma anche creare danni sulla terra, ad esempio alle reti di approvvigionamento dell’energia elettrica, agli oleodotti, alle operazioni di lancio missilistico, ai sistemi spaziali, alle comunicazioni, al clima.
    L’Italia partecipa al  SuperDARN  avendo partecipato all’istallazione di uno dei radar  nell’isola Kerguelen, in oceano indiano, insieme con l’LPCE (Laboratoire de Physique et Che mie de l’Environment, di Orleans, Francia.
    I workshops consentiranno di fare il punto sullo stato dei progressi compiuti nei settori delle operazioni radar, sia a livello hardware, sia software, nonché sulla fisica dei plasmi, e su tutti quei fenomeni legati alle relazioni Sole-Terra.
    In realtà si tratta di uno dei più recenti ed avanzati sistemi per lo studio degli effetti del plasma solare sulla magnetosfera e ionosfera terrestre: le Aurore Polari.
    Le aurore sono formazioni luminose di colori e forme variabili, a latitudini magnetiche tra i 60 e 70 gradi.
    Sono causate all’emissione di luce seguente all’eccitazione di atomi e molecole ionosferiche una volta “urtati” da elettroni e protoni di provenienza solare.
    Si osservano ad alte latitudini in quanto queste regioni sono connesse magneticamente con zone dello spazio circumterrestre da cui i protoni e, soprattutto, gli elettroni, possono precipitare molto facilmente, scorrendo lungo le linee di forza del campo geomagnetico.
    Le misure vengono effettuate con una rete di 15 Radar HF (8-20 MHz) posizionati nelle regioni artiche ed antartiche, i siti privilegiati per le osservazioni da terra dei fenomeni, che hanno origine dall’interazione fra il vento solare e la magnetosfera.
    L’incrocio dei dati provenienti dai singoli radar permetterà di costruire, istante per istante, la mappa della circolazione del gas ionizzato della ionosfera intorno ai poli magnetici, fra i 100 e 400 km di altezza.

    Si è parlato di probabili interazioni con il clima, e di conseguenza sulla salute umana: fastidiosi disturbi fisici che potrebbero derivare dal vento spaziale. Variazione sull’umore e disturbi connessi alla meteoropatia; di certo si sa che coloro che viaggiano spesso in aereo, a latitudini elevate, possono essere interessati a forti dosi di radiazioni particellare ed elettromagnetica, tali da poter alterare il normale ciclo biologico.

    Si è finalmente preso atto della possibilità dei danni, causati da particelle cosmiche, ai passeggeri di aerei, cosa sempre negata dalle compagnie di tutto il mondo: è famosa la frase “non è stato sufficientemente dimostrato da un punto di vista scientifico che….”; una seconda riflessione è notare come molti, quasi tutti, i progetti nazionale ed internazionali abbiano un’appendice di finalità riconducibile alla salute umana o alla tutela dell’ambiente, o a tutte e due.
    Cosa sono le previsioni del tempo spazialeSarebbe interessante verificare quanta energia verrà dedicata alla tutela della salute!
    Nel caso del SuperDARN, appena riportato, le risorse economiche sul tavolo sono ingentissime, l’installazione della rete dei quindici radar HF, la costruzione dei siti, i laboratori ed il resto dell’indotto consentirà “la costruzione, istante per istante, della mappa della circolazione del gas ionizzato della ionosfera…”.
    Si vorrebbe conoscere anche quando verranno portate avanti le ricerche sui “disturbi fisici” subiti dall’uomo, citati dal progetto, si vorrebbe sapere in quale sottoprogetto verranno trattati, a livello scientifico, le interazioni con il clima, ed in quale laboratorio verranno sperimentati materiali a tutela dei passeggeri utenti di aerei.
    E’ compito primario della società civile proteggere il cittadino utente e consumatore, essere da stimolo alle istituzione, nell’esercizio delle proprie funzioni, di promozione e di controllo.

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  • Zeman e la vecchia signora

    Zeman e la vecchia signora

    [corner-ad id=1]Un blog, come questo di romanews.it è uno spazio di approfondimento, di evidenziazione ed anche di ricordo per non dimenticare le cose importanti. Circa un mese fa, su sua richiesta, è andato in pensione Raffaele Guariniello, celeberrimo pm delle storiche inchieste su EthernitThyssen.
    Zeman e la vecchia signoraCi piace rinverdire a molte ingessate memorie ricordando il rinvio a giudizio di alcuni massimi esponenti della Juventus calcio, nel caso doping, da parte del giudice Guariniello: è onesto e salutare imporre delle riflessioni.       Il giudice intervenne tre anni dopo l’ipocrita stupore generale, quando Zeman sollevò “perplessità” su finanza e farmacie, sui corpi particolarmente “palestrati” di molti giocatori di calcio.
    L’allenatore sollevò la bufera rispondendo, forse ingenuamente, a semplici domande, maliziose, poste da giornalisti sportivi. Furono interviste dunque, non si organizzò un convegno, o una serie di seminari, bastò a far notizia.
    Il tecnico boemo disse esplicitamente ciò che tutti sapevano, da prima di Maradona, in poi; per molti la paura era di rompere il “giocattolo”, il complice silenzio è stato il vero veleno che ha attraversato trasversalmente il mondo del calcio, intossicandolo a più livelli.
    A Zeman fu dato del folle, del terrorista, da parte di giocatori, ex giocatori, da illustri esponenti del calcio, fu commiserato; si deve ricordare anche l’isolamento che subì a Coverciano durante una riunione di allenatori.
    Questa è storia.
    Queste osservazioni credo sia giusto farle, ma non con lo scopo di sollevare parzialmente da responsabilità, seppur pesanti, la Juventus, ma per evidenziare una matrice, più o meno interconnessa, di connivenze tra vari settori dell’industria calcio; alla fine è il business che conta, al diavolo quel pazzo di Zeman.
    Infatti, quelle follie portarono, a breve, alla caduta del CONI (dimissioni di Pescante), alla chiusura del laboratorio dell’Acquacetosa, generando una fase di stallo nel mondo del calcio.
    Caparbio nel tener duro il coraggioso Guariniello, dopo tre anni, tirò le somme e partirono i rinvii a giudizio.
    In tutta la faccenda c’è da chiedersi se qualcuno pensò mai ai tifosi, ai loro sentimenti, alla loro intelligenza, alla loro sensibilità.
    Il calcio, amici lettori, è amore, è magia, poche realtà al mondo hanno una tale capacità di coinvolgimento passionale e d’ascolto. Pochi fenomeni hanno il potere di concentrare in un istante, il gol, gioia e disperazione, nello stesso momento su opposte fazioni, in città e nazioni diverse.
    Il calcio è un simbolo insostituibile nella nostra civiltà, parlano i numeri, e proprio perché fonda essenzialmente sulla passione, poco si presta e si coniuga con i meandri tecnico-finanziari legati al business.
    I tifosi sono la reale forza e consistenza di questo mondo, e credo che difficilmente si faranno trattare da sottosviluppati; sono i primi a capire il marcio, perché è troppo diverso dalla passione pura, dal sentimento vero.
    A coloro che temono che il “giocattolo” si rompi, credo che sia giusto rispondere che, dal momento che si pongono la domanda, sono già fuori gioco. E, con loro, credo sia opportuno associare chi è contro ai giocatori bandiera, chi ammonisce l’esultanza dopo un gol, chi è servo di pochi padroni, chi è troppo occupato in plusvalenze, chi si svende agli sponsors, chi picchia i tifosi in trasferta, chi vorrebbe solo un calcio in TV.

    A tutti costoro, i tifosi, gli sportivi, i puri, grideranno forte perderete.

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  • Cosa è il morbo di Gehrig

    Cosa è il morbo di Gehrig

    [corner-ad id=1]Cosa è il morbo di Gehrig? Si tratta di una terribile patologia degenerativa che colpisce l’apparato muscolare e che prende il nome dall’ex campione di baseball americano Lou Gehrig, morto nel 1941 a soli 38 anni.
    In Italia si è cercato di negare il rapporto con lo sport.
    L’anno dopo la morte di Signorini, ormai segnato in maniera irrimediabile dal male, si disse: «Lo sport non c’entra».
    In seguito Adriano Lombardi si è aggiunto alla lista ormai lunghissima delle vittime del morbo di Gehrig. La morte di Lombardi – avvenuta nella sua casa di Mercogliano, nell’Avellinese – segue a distanza di tre anni quella di Lauro Minghelli, ex giocatore di Arezzo, Torino e Pisa, deceduto nel 2004 a soli 31 anni dopo un altro lungo calvario.
    Del morbo di Gehrig e della sua pericolosità tra gli sportivi, in particolare tra i calciatori, ci si accorse dopo le immagini di Gianluca Signorini in lacrime a Marassi sulla sedia, accompagnato dai figli, con tutto lo stadio in piedi ad applaudirlo. L’ex capitano del Genoa combattè a lungo la sua battaglia, ma nel 2002 il morbo lo stroncò ad appena 42 anni. La sua morte servì però ad aprire un filone di indagine. L’anno dopo la procura di Torino per iniziativa del pm Raffaele Guariniello avviò un’inchiesta (successivamente il pm acquisì di nuovo gli atti della morte di Lombardi), all’inizio riguardò cinque squadre professionistiche ma poi si allargò a macchia d’olio. Cosa è il morbo di GehrigL’indagine accertò all’inizio oltre quaranta casi di nominativi di calciatori e tanti altri casi sospetti.
    Scartabellando nella lista sempre più fitta delle morti per il morbo ci si rese conto così che il primo caso in Italia risaliva addirittura al 1973, anno in cui morì Armando Segato: ex centrocampista di Cagliari, Fiorentina e Udinese. Nel 1980 morì Ernst Ocwirk, ex giocatore austriaco della Sampdoria degli anni Sessanta. Dopo di loro furono in tanti a fare la stessa triste fine. Tra le morti sospette quella dell’ex milanista Giorgio Rognoni, morto a 40 anni, e di alcuni giocatori della Fiorentina degli anni Settanta. Tra loro Bruno Beatrice, Nello Saltutti, Ugo Ferrante e Giuseppe Longoni; il primo fu stroncato dalla leucemia, il secondo d’infarto, il terzo da un tumore alle tonsille, l’ultimo per uno vasculopatia cardiaca. Per tutti la Procura di Firenze aprì un’inchiesta su richiesta della moglie di Beatrice che parlò di sostanze dopanti.
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  • Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

    Mettendo insieme le ville storiche e i giardini minori, le aree agricole e gli alvei del Tevere e dellAniene, la Tenuta Presidenziale di Castel Porziano e i diciotto tra Parchi e Riserve naturali istituiti intorno alla città, la Capitale vanta oggi 88.000 ettari di verde protetto, pari al 67% della su­perficie comunale.

    Com’è inevitabile e ovvio, queste aree sono molto diverse tra loro. Al verde monumentale di Villa Doria Pamphilj, del Giani­colo e di Villa Borghese si affiancano delle autentiche perle come il Villa Celimontana, l’Orto Botanico e il Roseto Comunale, il verde archeologico del Palatino e dei Fori, aree d’interesse natu­rale e storico ma assediate dall’espansione della città come i Parchi regionali dell’Appia Antica e di Veio.

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendenteVacche e pecore al pascolo e contadini al lavoro compaiono nelle distese agricole di Castel di Guido e di Decima-Malafede, e in aree più piccole e più vicine al centro come I’Insugherata, la Valle dei Casali. Le aree umide del Litorale Romano offrono un ottimo terreno al birdwatcher. Sulle Secche di Tor Paterno ci si immerge in cerca di pesci rari e posidonie.

    La differenza tra i luoghi determina condizioni altrettanto varie. Se il verde delle ville storiche è ordinato, pulito e periodica mente interessato da interventi di miglioramento e restauro (i problemi più seri di molte aree sono quelli legati al grande af­flusso di visitatori), alcune aree verdi oltre o accanto al Raccordo Anulare comprendono aree sorprendentemente integre, e altre che recano ancora i segni dell’inquinamento e delle discariche selvagge. Accanto alle aree sempre aperte si incontrano aree ar­cheologiche e giardini dove l’accesso è a pagamento e zone pri­vate chiuse al pubblico.

    Per visitatori e residenti, non da ieri, il problema più serio è di sapere quali zone possono essere visitate e quali no, quali in­gressi scegliere, quali attività praticare. Noi suggeriamo di esplorare parchi e ville con il mezzo più economico e semplice: le proprie gambe. Prima di mettersi in cammino è bene ricordare qualcosa sulla natura
    de­ll’Urbe e su come l’uomo l’ha trasformata nei secoli.

    Un fascino antico

    “Oggi ho visitato la Ninfa Egeria, poi il circo di Caracalla e i re­sti dei sepolcri lungo la via Appia e la tomba di Metella, che dà veramente l’idea della solida costruzione muraria. Quegli uo­mini lavoravano per l’eternità, e avevano calcolato tutto meno la ferocia devastatrice di coloro che sono venuti dopo, e innanzi ai quali tutto doveva cedere”.

    Così, nel suo Viaggio in Italia, Johann Wolfgang Goethe sintetizzava più di due secoli fa il fascino che Roma, i suoi resti archeologici, i paesaggi della Campagna Romana esercitavano sui viaggiatori del Grand Tour. Parole analo­ghe hanno scritto altri grandi nomi della cultura come Shelley, Keats, Gogol, Andersen, Melville e Stendhal.
    Non c’è nulla di cui stupirsi. Roma, fin dall’alba della storia, è stata una delle mète più desiderate e visitate d’Europa. Dall’alto Medioevo pellegrini e uomini di fede vi affluiscono da tutto il mondo cristiano. Dal Cinque al Novecento pittori, letterati e mu­sicisti sono arrivati alla scoperta dei paesaggi, dei monumenti, dello spirito dell’antichità classica. Alcuni, come il danese Bertel Thorwaldsen, si sono innamorati dell’arte di Roma antica fino a riprenderne le tecniche, i materiali e lo stile. Altri, come Simòn Bolivar, il Libertadòr del Sudamerica, hanno giurato nei luoghi di Cesare e di Mario di battersi per la libertà della loro terra. A loro si sono affiancati artisti e patrioti italiani come Antonio Canova, Giuseppe Garibaldi e molti altri.

    I viaggiatori del Grand Tour si preparavano a scoprire Roma con anni di studio, alimentavano il desiderio con le difficoltà del viaggio, una volta raggiunti il Colosseo e i Fori si concedevano settimane o mesi di tempo per vedere fino all’ultima pietra. Oggi Roma è una mèta del turismo di massa, e la straordinaria facilità del viaggiare moderno – oggi il Colosseo, domani il Partenone, tra qualche giorno le Piramidi o il Louvre – rende difficile per molti viaggiatori capire i luoghi che sono venuti a visitare.

    I problemi di una metropoli moderna, dal traffico al cemento, rendono difficile apprezzare la loro città anche a molti romani di oggi, che si spingono solo di rado verso i Fori, Villa Borghese, i sepolcri dell’Appia e gli straordinari panorami del Gianicolo. Per tutti l’antidoto è uno solo. Osservare con calma, non limitarsi ai monumenti più noti, tenere d’occhio, oltre alla storia, anche la natura di Roma. Una passeggiata nel Parco degli Acquedotti o sull’Appia Antica può essere interessante e istruttiva quanto una visita guidata al Colosseo.

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente
    La natura di Roma
    Tutti sanno che Roma antica si è sviluppata sui proverbiali sette colli, e che la città moderna è cresciuta inglobando via via altre alture come il Gianicolo e Monte Mario. Meno noto è che queste colline sono formate da rocce vulcaniche, soprattutto pozzolana e tufi, eruttate dal Vulcano Laziale (gli odierni Colli Albani) che domina la metropoli da sud, est, e dal Vulcano Sabatino (i laghi di Bracciano e Martignano) che le si affianca a nord ovest. Ai piedi di queste rocce, in varie zone, compaiono sabbie di origine marina molto più antiche.

    ll,calcare appare nella Campagna Romana man mano che ci si sposta verso Tivoli e l’Appennino. Sono interamente calcaree le montagne (Terminillo, Lucretili, Monte Velino, Simbruini) che chiudono l’orizzonte di Roma, e che dominano i pa­norami dal Gianicolo e dai quartieri orientali della città. Il Tevere e l’Aniene, il suo principale affluente, si sono aperti il loro corso tra i colli. I detriti trasportati dal fiume hanno formato la pianura al­luvionale, acquitrinosa fino alle bonifiche di fine Ottocento, che si estende tra la città e il Tirreno.

    La varietà di esposizioni e di suoli e la presenza di vaste zone protette rendono molto varie la flora e la fauna di Roma. II paesaggio della Campagna Romana, che so­pravvive nelle riserve e nei parchi, alterna zone coltivate, pascoli, essenze piantate dall’uomo come pini, cipressi ed eucalipti a boschi di quercia un’importante risorsa economica), a leccete e a cerri secolari isolati. Nelle zone asciutte prevalgono la roverella e l’acero campestre. Nelle valli compaiono farnia, olmo e corniolo. Accanto al Tevere e all’Aniene crescono salice bianco, pioppo nero ed equiseto. La macchia mediterranea si colora a primavera con il giallo delle ginestre. Non mancano le orchidee selvatiche.

    Anche gli animali ci sono ancora. Nelle aree protette di Roma sono state censite circa 1200 specie vegetali (su 5599 dell’intera flora italiana), circa 5000 di insetti e 152 tra mammiferi, uccelli, anfibi e rettili. Nel solo Parco dell’Appia Antica vivono 15 spe­cie di mammiferi e di 51 di uccelli. La Riserva del Litorale Ro­mano ospita folaghe, anatre, cormorani, aironi, uccelli rari come il gruccione, l’airone bianco maggiore, il falco della regina, l’a­quila minore e il mignattaio, la tartaruga Testudo hernranni e la te­stuggine palustre Ennys orbiculnris.

    Tra i mammiferi, accanto a predatori come la martora e la volpe, compaiono lo scoiattolo, il riccio, il tasso, l’istrice, il ca­priolo, la lepre italica e il pipistrello nano. Tra gli uccelli spiccano l’airone cenerino, la gallinella d’acqua, l’usignolo di fiume, il rondone, il picchio verde e il picchio rosso maggiore. Nelle torri medievali e nelle zone archeologiche costruiscono i loro nidi il gheppio, il falco pellegrino e il barbagianni. Nelle zone coltivate si vedono la passera d’Italia, il piccione di città e la rondine. Sulle aree verdi suburbane cacciano la civetta, l’allocco, il nibbio bruno e la poiana. Sulle rive del Tevere sostano il martin pescatore, il cormorano, il gabbiano reale e il balestruccio.
    L’elenco degli anfibi include la rana verde, il rospo comune, il tritone crestato e il rospo smeraldino. Tra i rettili sono presenti il biacco, il saettone, la natrice dal collare, la lucertola muraiola e il geco dal collare. Nei corsi d’acqua vivono il barbo, il cavedano, la rovella, lo spinarello e il gambero di fiume. L’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno, al largo di Ostia, Castel Por­ziano e Torvajanica, ospita praterie di Posidonie, alcionari, gor­gonie, cernie, murene, saraghi e l’aquila di mare, parente degli squali e delle mante. In alcune stagioni si possono avvistare i delfini.

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    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

  • Economia solidale… conosciamola con i fumetti!

    Economia solidale… conosciamola con i fumetti!

    Noi, del blog di romanews.it, ci teniamo  a scrivere contenuti originali e assolutamente NON copiati ma, proponendo una sezione WIKI dedicata all’economia solidale ed ai GAS (gruppi di acquisto solidale), siamo rimasti conquistati dalla descrizione in chiave “cartoons” fatta da Topolino nel 2011 magistralmente descritta dal blog
    https://fumettologicamente.wordpress.com/tag/topolino/page/3/
    Vi proponiamo quindi, in modalità “RASSEGNA STAMPA”, l’articolo pubblicato alla URL indicata:

     

    Il businessbuonismo di Paperone, e la pedagogia economica
    Posted on 18/10/2011 by matteos

     

    In uno degli ultimi numeri (2913), Topolino apriva con la storia Zio Paperone e la campagna in città (testi Marco Bosco, disegni Marco Mazzarello).
    Mi è parsa una storia più interessante del solito. Ma non tanto perché era dedicata al tema attuale del cibo biologico. Come sapete, che Topolino produca storie ispirate all’attualità – dai fatti puntuali ai temi nell’agenda dei media – non è una novità. E che questa abitudine sia anche una leva di marketing per il settimanale, è pure cosa nota. Infine, che l’ecologia sia un tema da tempo presente nelle storie Disney italiane, e che questo sia attraversato da ampie dosi di buonismo, è altrettanto evidente arcinoto. Basti pensare a un anno fa, quando Topolino 2834 ospitò la storia Paperinik e il mistero a impatto zero, sul tema delle emissioni di co2.

    Per precisione, dunque: nel numero in questione, la cui copertina portava lo strillo “numero speciale Topogreen”, il tema ecologico era declinato anche come strumento di marketing, per accompagnare la decisione (argomentata anche nell’editoriale dalla direttrice) di iniziare a stampare il giornale su carta riciclata con certificato PFEC.
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    Sbrigate le premesse, gli aspetti che mi sono parsi interessanti sono questi:

    1- Il primo è quello più evidente: il tema del cibo biologico è affrontato attraverso una chiave di lettura che non è solo valoriale. Non si tratta di una generica catechesi ecologista, del tipo “ciò che rispetta la natura è cosa buona in sé. Punto”. La lettura immaginata da redazione e autori è invece economica: il biologico come *modello differente* nella produzione e mercato dell’alimentazione. Al centro non c’è il valore del BIO in sé, ma il valore specifico della filiera corta.

    La storia si apre con un canonico shock imprenditoriale di Paperone, disperato per il declino delle vendite di frutta e verdura coltivate (e commercializzate) dalle sue imprese del settore. La ragione è che i consumatori sembrano avere cambiato le loro abitudini di acquisto, abbandonando i supermarket P.d.P per il nuovo “Mercato dei contadini”:
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    In questa rappresentazione, Nonna Papera incarna la filiera corta, mentre Paperone è il simbolo dell’agricoltura industrale. Una trovata sensata e brillante, perché è perfettamente giustificata dall’identità dei personaggi, ma al contempo ne offre una specie di rilettura alternativa e/o aggiornata, che sovrappone il tema odierno agli stili di vita tradizionalmente diversi dei due paperi. Il cibo di Nonna Papera, proverbialmente “più buono”, si rivela tale non solo grazie alle sue abilità in cucina, e non è semplicemente ‘genuino’: proviene da un altro modello di produzione agricola. La Coldiretti sembra avere apprezzato.

    2- Da qui viene un secondo aspetto che mi pare ancora più interessante. La narrazione non si limita a mettere in scena una sorta di invenzione o scoperta. Non si ferma alla descrizione di una eccentrica (esotica, fantasiosa, eccezionale) diversità, ma la rappresenta in azione nel ‘normale’ contesto paperopolese, ovvero di una città i cui modelli di produzione imperanti sono altri, e in cui i principali imprenditori (Paperone e Rockerduck) non sono disposti a farsi facilmente bypassare. Zio Paperone e la campagna in città prova quindi a mettere in scena il conflitto tra diversi modelli economici: quello dei contadini organizzati, e quello degli industriali dell’agricoltura.

    La storia racconta quindi la reazione di Paperone, imprenditore in crisi che decide di cambiare strategia, affrontando la nuova concorrenza sullo stesso terreno: la vecchia tuba si lancia nella produzione di cibo biologico. Un percorso cui non mancano gli ostacoli. Dapprima cerca di acquistare qualche terreno agricolo; ma non ne trova disponibili (e anzi una sua offerta è respinta a pallettoni da Dinamite Bla). In seguito cerca una soluzione diversa, per certi versi coraggiosa e inventiva: attraverso la riqualificazione di una antica miniera di carbone sepolta sotto al centro di Paperopoli, arriva a realizzare “Underland P.d.P.”, la prima azienda ortofrutticola sotterranea:
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    L’operazione è un successo: prodotti di qualità, in grandi quantità – dunque a prezzi bassi – e in un contesto che per i clienti è anche un piacere ‘divertente’ (la surreale idea dello shopping-raccolta diretta dalle piante). E questo successo mette presto in crisi il “mercato dei contadini”. In uno scambio di vedute con i nipotini, preoccupati anche per Nonna Papera, il capitalista Paperone teorizza:

    la libera concorrenza ha le sue leggi! A volte sono dure, ma vanno rispettate! Entrando nel mercato, i contadini se ne sono assunti il rischio!

    Già, il mercato premia chi rischia e innova, e lo zione prospera. Al punto che il concorrente Rockerduck (il cui analogo business ‘tradizionale’ è anch’esso in crisi) non può restare a guardare. Ecco dunque entrare in scena l’antico rivale, che ‘copia’ il concorrente con un’iniziativa non da meno: un’azienda ortofrutticola subacquea, ancora più vasta e spettacolare. Risultato: un successo che spiazza lo stesso Paperone.

    Ma de’ Paperoni è l’imprenditore indomito che sappiamo, e avvia una contromossa: accelera la produzione, per tornare a superare Rockerduck sia sulla stagionalità dei prodotti che (ci immaginiamo) sui prezzi. Rockerduck lo segue subito, ma nella sua serra sottomoarina le condizioni climatico-produttive sono particolarmente rischiose, come nota un suo tecnico. Tuttavia vediamo Rockerduck assumersi in toto il rischio: piuttosto che vedersi superato se ne frega delle conseguenze, e ordina che si acceleri la produzione senza rispettare i tempi naturali di crescita delle piante.
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    Inizia così una catastrofe. Cominciano a verificarsi problemi serissimi: frutti e verdure marciscono in un baleno, con inevitabili contestazioni dei consumatori. Idem accade alla Underland P.d.P.. La credibilità delle “megafattorie” è distrutta, e la valutazione di Rockerduck è impetosa: inutile rimediare tornando ai metodi precedenti:

    l’immagine dell’azienda ormai è compromessa e, in questi casi, il consumatore non perdona!

    Resta da fare solo una cosa: abbandonare del tutto il business. Si chiude. Ai nipotini il ruolo di esplicitare la morale:

    Che batosta per lo Zio Paperone! Ci ha rimesso una vagonata di dollari! Per non parlare di Rockerduck! La cupola sottomarina sarà costata anche di più! […] Con la natura non si scherza! Maltrattandola, ne ricavi solo guai!

    Insomma, il racconto sul conflitto tra modelli industriali che ne esce è certo molto semplifice, ma non anestetizzato. Lo vediamo quindi messo in scena in tuttte le sue fasi, dall’analisi dello scenario competitivo alle strategie di creazione del valore aggiunto, dalla fase di innovazione fino al (drammatico) run-out-of-business. Una piccola lezione di didattica industriale, compiuta e coerente.

    3- Nel post-finale, con il “ritorno alla normalità”, la storia aggiunge un ingrediente ulteriore. La scena di Paperopoli, dopo il tracollo dei due antagonisti, torna ad essere dominata dal “mercato dei contadini”. E proprio lì si ritrovano Nonna Papera e Paperone, con quest’ultimo ormai in veste di (scornato) cliente. E’ qui che la parabola disneyana trova un compimento non solo didattico, ma propriamente pedagogico. Lo rivela Battista, maggiordomo di Paperone, chiacchierando con Nonna Papera cui svela come sono andate ‘veramente’ le cose nel momento cruciale della scelta di “alzare il rischio”:
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    Ebbene la scelta di Paperone a favore di un processo produttivo aggressivo e distruttivo, non era finalizzata al recupero della posizione dominante su Rockerduck. Si trattava di un fallimento industriale intenzionale, il cui obiettivo era altro: fare marcia indietro rispetto a un modello industriale che stava distruggendo un business “sano” come quello della filiera corta, alimentato dai contadini.

    Ovviamente una storia Disney come questa, breve e semplice, si apre a diverse letture, tra cui:

    • lettura economicista: a trionfare è il cinismo imprenditoriale di Paperone, che piuttosto di perdere la leadership preferisce sfasciare l’intero mercato (Paperone è un capitalista spietato, e così si è comportato anche stavolta, al di là della facciata buonista)
    • lettura sarcastica: queste cose possono accadere solo in storielle immaginarie (Paperone è un imprenditore lontano anni luce dalla realtà imprenditoriale e dall’economia reale)

    Tutte legittime. E non c’è dubbio che ciascuno sia libero di scegliere la propria. Ma quel che mi pare importante è riconoscere anche il peso e il valore di quel che una volta si sarebbe chiamato il “messaggio”: l’obiettivo esplicito, l’intenzione comunicativa della storia.

    Ed è in questo senso che mi sembra utile sottolineare come Zio Paperone e la campagna in città, grazie alla sequenza nel post-finale, non sia solo una storiella su un sano principio (‘rispetta la natura’) condita dalla descrizione (compiuta) delle sue implicazioni economico-industriali. Più ampiamente, è una storia su un modo di guardare al business: non solo didattica industriale, ma pedagogia economica. Dietro alle scelte di business, anche le più paradossali e impossibili come un *maxifallimento intenzionale*, c’è una visione del contesto sociale in cui vanno a radicarsi. Un contesto in cui non tutto è utile, non tutto è opportuno, non tutto è sviluppo.

    E per quanto assurdo, illusorio, buonista, credibile-solo-nei-fumetti possa sembrare il messaggio di un Paperon de’ Paperoni, in fondo è proprio di questa pedagogia che sembriamo avere più bisogno oggi, per lo sviluppo della nostra acciaccata società moderna.

  • Roma ed il tevere: storia del Circolo Canottieri Aniene

    Roma ed il tevere: storia del Circolo Canottieri Aniene

    [corner-ad id=1]L’Aniene affluente di sinistra del Tevere, nasce nei Simbruini in due rami, l’Aniene vero e proprio e il Simbrivio. Scorre dapprima in una vallata stretta ed incassata, non ricevendo fino ad Agosta cospicui contributi. Poi, tra Agosta e Roviano, è accresciuto da altre sorgenti, delle quali le più copiose sono riservate all’approvvigionamento idrico di Roma. Più oltre la valle muta direzione facendosi più ampia. Il fiume, a monte di Tivoli, salta il ripido orlo del Subappennino calcareo, con un gruppo di cascate. Nel corso inferiore, invece, divaga a meandri nella campagna romana fino a gettarsi nel Tevere alle porte della Capitale.

    Il Tevere, fiume di Roma, vanto ma anche preoccupazione per la città: dopo la rovinosa piena del 29 dicembre 1870, per far sì che episodi del genere non si ripetessero, il governo piemontese preparò un progetto di fusione Tevere – Aniene, che avrebbe dovuto condurre ad una grande fascia d’acqua oltre la quale si sarebbe dovuta espandere e crescere la moderna Roma. Progetto ambizioso ma rimasto nei sogni, irrealizzabile per gli enormi costi e la mancanza di adeguati macchinari. Vennero invece realizzati i famigerati “muraglioni“, tanto detestati dai romani, sulle fiancate del fiume e Roma, come se non bastasse, perse il porto di Ripetta. Così iniziò l’allontanamento della città dal Tevere.

    Tevere e Aniene, due fiumi e due nomi destinati ad unirsi, non solo nel paesaggio laziale ma anche nella nostra storia in un coacervo misterioso ed esaltante.

    Nome prestigioso di fiume questo “Aniene“, che nell’antichità era pure chiamato “Teverone“, forse navigabile secondo il geografo e storico Strabone.

    Salpavano le zattere dalla zona di Barco, nelle adiacenze di Ponte Lucano, cariche di travertino, alabastro e pietra quintilina, con approdo a Roma. Le contrassegnavano la scritta A.U.F., ad usum fabricorum.

    Diogini di Alicarnasso, storico greco, precisò che “l’Aniene dalla città di Tiburto si precipita da un’alta rupe”, e Grazio: “l’antro di Albunea, risonante del precipitoso Aniene“.

    Tevere più Teverone, dunque.

    Un legame quello tra Roma ed il Tevere indissolubile ed affascinante, un legame che ha fatto la storia di Roma sportiva. Tanti campioni di tutti gli sport hanno passeggiato sulle sue rive millenarie, intere generazioni hanno dato vita ad un’epoca indimenticabile, lasciando le proprie impronte sull’argilla biondastra che dona alle sue acque il caratteristico colore.
    Canottieri, nuotatori, lottatori, pesisti, ginnasti, calciatori, rugbisti, pugili di tutte le categorie. Un mondo favoloso che non tornerà più, l’autentica culla dello sport romano.

    Epoca spensierata dello sport pour le sport, segnata da innumerevoli imprese atletiche, che aveva come epicentro il fiume echeggiante di allegre risate, teatro di scherzi incredibili, di formidabili tuffatori che, a volte, travestiti da donna, saltavano giù dai ponti e facevano accorrere “questurini” ed ammassare i passanti, sbalorditi e impauriti, lungo i muraglioni. Irripetibili episodi di folklore tiberino che hanno fatto un’epoca e che resteranno come pietre miliari della storia capitolina.

    Ed in un’atmosfera del tutto particolare, tra lo sportivo, il goliardico ed il bohémien, un po’ “bullesca” e un po’ menefreghista, nasceva il Circolo Canottieri Aniene, il 5 giugno 1892. Non rappresentava una novità, ma veniva ugualmente accolto con sorpresa.

    Già nel 1867 la Società Ginnastica Semy (presidente Guglielmo Grant) vedeva la luce, società coraggiosa visto che i suoi componenti si esercitavano sul fiume con esemplare sprezzo del pericolo essendo spesso presi a fucilate da gendarmi pontifici (acerrimi nemici dei garibaldini) che, appena vedevano “rosso” (il colore delle maglie dei ginnasti), sparavano. Nel 1872 nasceva anche il Circolo Canottieri Tevere, che avrebbe poi mutato il suo nome, undici anni dopo nel 1883, in Reale C.C. Tevere Remo. Illustre progenitore di quel Circolo del Remo che, nato nel 1884, si fuse poi con il “Tevere”. Circolo del Remo nato con una chiara impronta aristocratica, o meglio aristocratico-nera, in quanto decisamente più vicino sentimentalmente alla cattedrale di San Pietro che non al palazzo del Quirinale dove, da qualche anno, si erano installati i Savoia. Negli ambienti tiberini il Circolo del Remo passava infatti come il “circolo dei preti”.

    E proprio per il fatto di non condividere le idee dei rappresentanti dell’aristocrazia nera, quattro suoi soci, veri amanti del canottaggio più che dei giochi di carte, più sportivi che perdigiorno, decidevano di presentare le dimissioni: erano Alessandro Morani ed i tre fratelli Ettore, Alfredo e Giulio Fasoli.
    Il 5 giugno 1892, essi fondavano un nuovo Club al quale imposero il nome di “Aniene Club Nautico”, nome prescelto alla luce del connubio Tevere-Aniene di cui si parlava in apertura. Colori sociali il giallo ed il celeste, primo presidente Alessandro Morani, immediata iniziativa, l’acquisto di una barca da “Peppaccione” al vicolo del Cefalo. Vicolo del Cefalo era ed è tuttora una piccola strada che unisce via Giulia al Lungotevere del Sangallo, nel rione Ponte, nel cuore della vecchia Roma. Una strada che ha preso il nome dalla famiglia Cevoli. Pochi metri che ospitano quattro antichi palazzi ed un edificio, sede, nei primi del Novecento, di una ditta fornitrice di calce e dal 1930 trasformato in autorimessa. Al numero civico 11 oggi c’è l’Associazione cerignolani; nel 1892 il palazzetto ospitava una delle più note famiglie di “fiumaroli” romani, la famiglia Tavani, gente rude, muscoli d’acciaio e cuor d’oro, pronta a dare tutta se stessa per quel fiume tanto amato e tanto vissuto.
    E proprio da Peppaccione Tavani si recarono i tre fratelli Fasoli e Alessandro Morani. Una trattativa breve e convinta, poi la gioia più grande: l’Aniene aveva la sua prima barca.
    Storia-Canottieri_Aniene

    Una delle primissime gite organizzate dall’ancora sparuto gruppo dell’Amene nell’estate del 1892. Purtroppo, seguendo l’inveterata abitudine di non descrivere e non datare le fotografie, e soprattutto non esistendo come oggi l’obbligo della foto di ogni singolo socio all’atto dell’iscrizione, molti personaggi sono destinati a restare senza nome. Fortunatamente in questa fotografia quattro di essi sono individuati e sono proprio i quattro fondatori del nostro sodalizio: sulla destra della foto i tré fratelli Fasoli, tutti e tré barbuti e in divisa sociale, sono raggruppati accanto al presidente Alessandro Morani (appoggiato alla staccionata col feltro chiaro).


    E così la vita del Club potè prendere il via nel galleggiante concesso in uso proprio dal Circolo del Remo ai suoi vecchi soci. Una prova di simpatia e rispetto reciproco che, negli anni seguenti, ispirerà sempre i rapporti tra i circoli remieri capitolini. Un mondo, quello dei canottieri, che proprio pochi anni prima aveva vissuto momenti di grande importanza, nel 1889, quando sorse la Federazione Italiana delle Società di Canottaggio sotto il nome di “Rowing Club”. Cinque società e 120 soci che assunsero questo nome sull’esempio dei Rowing Clubs inglesi che, già all’inizio dell’Ottocento, nascevano a Eton e Westminster, prima che vedesse la luce il leggendario “Leander Club” (cravatta e calze rosa). Società di canottaggio davvero gloriose che hanno fatto la storia del remo in Italia.
    E ci riferiamo alla Eridano e alla Cerea di Torino, fondate nel 1863, al Tevere di Roma, nato nel 1872, alla Ticino di Pavia, alla Alfredo Cappellini di Livorno, alla Nino Bixio d Piacenza, e alla Bucintoro di Venezia, che videro rispettivamente la luce nel 1876, 1877, 1880 e 1883.

    L’Aniene nasce quindi qualche anno dopo, quando già il movimento è in pieno fermento, e, per curiosa coincidenza, venti giorni prima che a Torino venga costituita la Federazione Internazionale delle Società di Canottaggio (Fédération Internationale des Sociétés d’Aviron). Sette le nazioni fondatrici: Italia, Belgio, Francia, Svizzera, Alsazia Lorena, Spagna e Austria.
    Anno importante il 1892 se, con l’Aniene e la Federazione Internazionale, nacque il Campionato per barche ad otto vogatori, una disciplina destinata ad entusiasmare praticanti e spettatori per la sua esaltante spettacolarità.
    Un tipo di barca che avrebbe avuto gran parte nella storia del canottaggio.
    Quando nacque l’Amene, Roma era capitale d’Italia solamente da ventidue anni, immersa quasi perennemente in una atmosfera turbolenta, provocata soprattutto dalla prorompente febbre edilizia sfociata poi in una terribile crisi causata, tra l’altro, dal particolare tipo di operatori del settore, dall’acquisto di vasti appezzamenti di terreno edificabile da parte di persone poco solvibili, dall’enorme tasso di interesse richiesto dalle banche su ogni forma di finanziamento, dal gran giro di cambiali, la maggior parte protestate…
    (dopo un secolo, in fondo, a Roma, non è cambiato quasi nulla). Crisi edilizia che, invece, secondo il poeta romanesco Cesare Pascarella — fiumarolo anche lui — autore oltre che della Scoperta dell’America anche di Storia nostra, era “schioppata” per colpa del Palazzo di Giustizia (“Er Palazzaccio”) la cui costruzione, affidata all’architetto Calderini, scatenò un mare di tempestose polemiche.
    Nascita in tempi duri, insomma, quella dell’Aniene. Sindaco di Roma nel 1892 era Onorato Caetani, duca di Sermoneta, principe di Teano, la cui onestà, unita alla ferma volontà di restaurare le finanze, già esaurite a quei tempi, del Comune di Roma, giungeva al punto da farsi portare dal suo palazzo la legna da ardere per il riscaldamento del suo ufficio in Campidoglio.
    Volendo identificare oggi il punto nel quale emerse l’Amene, basta guardare il Tevere a riva destra, immediatamente a valle del ponte Cavour, il ponte sorto qualche anno dopo, nel 1901 (nel periodo in cui sindaco era divenuto Prospero Colonna, principe di Sonnino) per sostituire il vecchio ponte di Pipetta, divenuto ormai pericolante, a seguito delle numerose piene del fiume.
    Per cento anni la storia dell’Aniene è corsa parallelamente a quella di Roma (e così sarà anche nel futuro) con i suoi alti e bassi, provocati dalle crisi a ripetizione, dagli avvenimenti più strani ed importanti, sempre seguiti con particolare attenzione dai soci del circolo tra i quali molti rappresentanti dell’aristocrazia romana, ma per la maggior parte professionisti di grido, alti ufficiali, studenti universitari, facoltosi commercianti, una autentica élite della Capitale.

    Per la stesura di questo articolo è stato utilizzato il lavoro svolto da Alberto Marchesi e Gianfranco Tobia, autori del libro
    “Storia del Circolo Canottieri Aniene”, pubblicato nel 1982,

     

  • romanews.it – wiki index

    romanews.it – wiki index

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    romanews.it - wiki indexProposta in chiave WIKI dell’associazione link UP Europe! di Roma con i notissimi meccanismi del portale Wikipedia.
    Il progetto è partito su due argomenti  poco noti al grande pubblico nei principi e negli aspetti storici anche se spesso molto citati dai grandi mezzi di comunicazione: il volontariato e l’economia solidale.
    Successivamente, grazie alle specifiche competenze di nuovi soci, ci siamo voluti cimentare su un titolo classico del genere giornalismo investigativo: “Misteri di Italia“. La nuova sezione è partita con una precisa retrospettiva dei fatti del caso dell’incendio doloso del Teatro Petruzzelli di Bari avvenuto nella notte tra il 26 ed il 27 Ottobre 1991.

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    Misteri d'Italia


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  • Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovani

    Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovani

    [corner-ad id=1]La società attuale è foriera di problematiche per tutti: mancanza di lavoro, famiglie troppo spesso allo sbando, scuole sempre più nel caos, carenze sanitarie, l’economica in dilagante crisi ed una sempre più estesa crisi dei valori non potevano non incidere sui anche sui giovani e sulle loro insicurezze. Ecco quindi spiegato il dato allarmante di queste ore: nei ragazzi tra i 10 ed i 19 anni sono in continuo aumento le patologie provocate dall’abuso di alcol e sostanze stupefacenti. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) che si riunirà a Milano per il 19° Congresso Nazionale dal 23 al 26 febbraio. L’assunzione di droghe oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche (solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone), come schizofrenia e disturbo bipolare. In questi ultimi anni tra i ragazzi che non hanno ancora compiuto 20 anni si registra un numero sempre più elevato di domande di aiuto per ansia e disturbi depressivi, spesso accompagnati da eccesso di alcol8che provoca anche insonnia) e droghe.
    E’ quindi necessario porre un limite a questa devastante deriva e rinforzare le strategie volte a migliorare la salute ed il futuro delle giovani generazioni: questo può avvenire solo grazie ad assistenza e cure mirate. Ad avvalorare l’allarme lanciato dalla SOPSI sono diversi studi. Ad esempio, da una ricerca sull’abuso di sostanze (alcol, caffè ed energy drink) che sarà presentata all’incontro internazionale e condotta su 3011 adolescenti e giovani adulti italiani di entrambi i sessi di età compresa tra i 16 ed i 24 anni, emerge che il 53,6% consuma bevande alcoliche; tra questi, l’89,6% ha avuto comportamenti di binge drinking (l’ingestione di 5 o più bevande alcoliche, 4 per le donne, in un’unica occasione, almeno una volta a settimana), nel campione complessivo la percentuale di binge drinkers si attesta al 48,1%. Dunque, dal campione emerge che quasi il 90% dei giovani adulti consumatori di alcol è anche bevitore binge.
    Un altro studio si sofferma poi sugli effetti dell’uso della cannabis e la loro relazione con i sintomi psicotici. Dei 116 soggetti reclutati, il 50% ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita e il 22% ne risulta essere consumatore. I consumatori abituali di cannabis sono più spesso maschi e disoccupati: quanti fanno uso di cannabis provano allucinazioni visive e rallentamento del tempo, mentre la percezione di spavento è associata all’interruzione del consumo, così come l’esperienza di allucinazioni uditive è legata all’assunzione di cannabis oltre 50 volte nell’arco della propria vita. L’assunzione di droghe oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche, che solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone, come schizofrenia e disturbo bipolare e pregiudicano il funzionamento del sistema nervoso centrale e le sostanze assunte regolarmente possono provocare alterazioni anatomiche della massa cerebrale”.
    A tal proposito la testimonianza di G.LP farmacista capitolino: “Ho lavorato per due anni di notte nella farmacia di fronte la stazione Termini ad angolo con via Cavour.

    Ogni notte vendevamo almeno un cartone di siringhe da insulina ed un altro di acqua distillata usati dai tossicodipendenti per sciogliere ed iniettarsi l’eroina.
    Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovaniVenivano a decine anche più volte (a dottò fai presto che stò a rota). Imparai che bisognava trattarli come bambini e quindi non averne paura ma essere comunque fermi, assolutamente non indecisi. Funzionava e mi rispettavano anche se rifiutavo di dare sedativi e ipnotici che chiedevano con insistenza quando non trovavano l’eroina o non avevano i soldi per comprarla. Qualche ragazza mi offriva anche di scambiarli con prestazioni sessuali. Era impegnativo ma non mi faceva paura.
    Mi sentivo utile, semplicemente utile anche se, fresco di studi avrei preferito fare cose più gratificanti e mostrare le mie conoscenze. Sbagliavo. Il farmacista sta quasi sulla strada ed il suo ruolo più prezioso è proprio nell’immediatezza del suo intervento e del suo consiglio.
    Non è cambiato molto dagli anni 80 anche se le forze dell’ordine grazie a leggi più restrittive tengono più “pulite” le strade e i tossicodipendenti sono meno “invadenti”. Ad una conferenza del Professor Silvestrini”, ha aggiunto GLP, “un bravo farmacologo che è stato anche mio professore all’Università ho conosciuto forse l’interpretazione per me più convincente sulle possibile cause del dilagare della tossicodipendenza alle droghe e all’alcol. In natura il meccanismo principe di regolazione della maggior parte dei fenomeni fisiologici è il feedback negativo (esempio se aumenta l’acidità del mio stomaco, dei sensori, quando si supera una certa soglia, inibiscono la ulteriore produzione di acido).
    Quindi normalmente in una persona l’eccesso di stress porta ad una specie di desensibilizzazione e il desiderio di rallentare fino a dormire. Conrad Lorenz scienziato premio Nobel nel 1972 e famoso per gli studi sul comportamento degli animali, ha evidenziato però che coesiste sia negli animali che negli uomini anche un meccanismo di feedback positivo (se un animale viene attaccato da un’altro animale la sua aggressività si autopotenzia e invece di bloccarsi quando aumenta, viene ancora di più stimolata). Ovviamente è un meccanismo fondamentale con cui la natura porta a “raschiare il fondo” delle prestazioni nervose e muscolari per salvarsi. In conclusione, nelle persone ben adattate, il meccanismo a feedback negativo prevale e, se succede qualcosa di grave (un lutto in famiglia, la perdita del lavoro, etc) la sensibilità diminuisce. Nelle persone predisposte alla tossicodipendenza, anche solo in periodi particolari della propria vita, prevale invece il feedback positivo ed il persistere dell’esposizione al dolore aumenta la sensibilità ed anche il grado di sofferenza. Così per tanti la soluzione della droga è un modo per bloccare questa sofferenza.
    Eroina e alcool sono fondamentalmente dei calmanti. L’alcool è stato usato fino all’ottocento come anestetico” Per concludere il farmacista ha aggiunto: “Ho visto più di una volta ragazzi tossicodipendenti piangere per la morte di un cane o un gatto. Ho detto tutto, non trovo ne una morale ne una conclusione. In questi tempi di crisi i giovani sono i più sensibili e quello che la società non risolve si ripercuote sempre sui più deboli. Il farmacista può fare poco se non indirizzare alle comunità dei tossicodipendenza ma è una operazione complicata e ci vuole competenza anche nella comunicazione.
    Assolutamente sconsiglierei di dare alcun tipo di farmaco.
    Parlare può però essere una medicina ed il ruolo del farmacista subito contattabile dalla strada è
    proprio questo. C’è un vecchio motto che i più giovani troveranno stucchevole ma può dare una motivazione o un semplice promemoria: divinum opus est sedare dolorem”. E se la vera soluzione fosse nel cercare il giusto cammino della propria vita?

    Raffaele Dicembrino