[corner-ad id=1]Verso il 570 d.C. nasceva alla Mecca Muhammad, consegnato alle lingue neolatine col nome di Maometto, padre del Corano a conquistatore dei luoghi santi nel 630. Dopo la sua morte, avvenuta nel 632, i Musulmani occuparono tutte le coste dell’Africa mediterranea, invasero la Spagna e furono fermati, come tutti sanno, a Poitiers da Carlo Martello net 732 d.C.
La conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II° nel 1453 impose la cultura musulmana nelle manifestazioni artistiche a scientifiche dell’Europa meridionale. Gli Arabi ebbero, come è noto, letterati, filosofi, astronomi, matematici e medici di prima grandezza. Questi ultimi ripristinarono le regole igieniche che avevano protetto dalle epidemie l’impero romano, riattivarono le terme ed i bagni pubblici ed imposero, con l’autorità religiosa, regole dietetiche collettive e norme di comportamento individuale che lasciarono tracce profonde nella medicina e nella farmacia europea. L’obbligo di leggere il Corano combatté efficacemente l’analfabetismo e promosse la compilazione di trattati che, tradotti in latino, ebbero influenza nel modificare e rinnovare, come un innesto rivitalizzante, la tradizione culturale greco-romana. Gli artefici principali di questa opera paziente di traduzione furono i monaci delle più celebri abbazie, soprattutto in Spagna, Francia ed in Italia. Un esempio valga per tutti: I’eremo di Montecassino, fondato da San Benedetto nel 528 e sopravvissuto a guerre, incendi a saccheggi fino ai giorni nostri.
L’introduzione dello zucchero di canna nella preparazione degli sciroppi, in sostituzione del miele, ed i metodi di elaborazione e di incorporazione delle droghe in nuove forme farmaceutiche diedero origine ad una polifarmacia rinnovata anche nella nomenclatura dei medicamenti. Alambicco, alcool, giulebbe, alcanna, elisir, roob, looch, canfora ed il famoso « balsamo opodeldoch » traggono il loro nome dal vocabolario arabo.
I musulmani attivarono fiorenti scuole di farmacia in Spagna, In cui esistenza è, tra l’altro, testimoniata da preziose ceramiche di stile ispano-moresco. In questi laboratori la tecnica della distillazione cominciò ad essere applicata alla farmacia e l’armamentario terapeutico del tempo si arricchì con la cassia, la senna, il rabarbaro, il tamarindo, la noce vomica, il seme santo, il legno di sandalo, la canfora, il crotontiglio ed altre droghe importate dall’oriente.
Questi nuovi medicamenti si diffusero in tutta l’Europa e, siccome erano molto costosi, contribuirono al fiorire dei commerci delle nostre repubbliche marinare. Amalfi, Pisa, Genova e Venezia che fecero eccellenti affari con i musulmani; a Venezia i fondachi nei quali si vendevano le spezie presero il nome di « spezierie » ed il loro gestore fu chiamato « speziale ».
Potremmo citare una lunga lista di trattatisti siriani, persiani, ebrei e anche cristiani, che scrissero o tradussero in arabo opere di medicina attingendo alla cultura greca, egiziana od orientale. Forse il più noto è Avicenna (in lingua persiana lbn-Sinna) vissuto tra il 980 ed il 1037 autore del celebre « Canone »; altri nomi ricorrenti nei Ricettari e « Antidotari » dell’evo medio e del rinascimento italiano furono quelli di Giovanni da Damasco, detto Mesué, e del famoso medico-filosofo di Cordoba, Averroès (Ibn-Rushd), vissuto fra il 1126 ed il 1198.
Le opere attribuite a questi autori si debbono considerare in gran parte postume, redatte dai seguaci del maestro e rimaneggiate nelle successive edizioni. Esse costituiscono tuttavia, nella storia medico-farmaceutica dell’Occidente, un contributo fondamentale all’evoluzione della tecnica farmaceutica rudimentale del periodo greco-romano. Gli arabi non soltanto mescolarono, sciolsero o polverizzarono le sostanze cosiddette « semplici », ma le cimentarono, per provocarne la decomposizione o la trasformazione, con tecniche e strumenti che costituirono la matrice dell’alchimia e della iatrochimica nei secoli successivi.
Categoria: BENESSERE
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Gli Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni farmaceutiche
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Come si gusta e riconosce un buon vino
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Come si riconosce il gusto di un buon vino
I vini sono cosi diversi l’uno dall’altro in primo luogo per le condizioni climatiche e geografiche che caratterizzano le varie zone di coltura e in secondo luogo per la qualità del terreno.
Fino a qualche decennio fa il vino era per la maggior parte degli americani una bevanda piuttosto esotica. Benché lo Champagne fosse di prammatica ai matrimoni, il vino come componente regolare dell’alimentazione era limitato per lo più a famiglie agiate, i cui membri avevano viaggiato molto, e a famiglie di origine mediterranea o centro-europea, che avevano conservato le abitudini contratte in patria. Durante l’ultimo decennio la situazione ha cominciato a mutare e gli americani hanno cominciato a scoprire il vino. L’aumento nel consumo di vino è stato diffuso, costante e solo in parte capriccioso e non c’e alcun sintomo di inversione di tendenza.
La generale adozione del vino è dunque relativamente recente e molti di coloro che lo bevono sono ancora incerti quando si tratta di distinguere un vino buono da uno cattivo e un grande vino da un vino semplicemente buono. La curiosità è grande ma la competenza piuttosto rara.
Se questo è quindi normale per un americano non dovrebbe esserlo per noi Europei ed Italiani in particolare:
In realtà per la maggior parte dei consumatori di vino rimane un mistero il fatto che i bevitori di vino esperti definiscano alcuni vini solo normali e nondimeno continuino a berli con soddisfazione mentre diventano improvvisamente attenti e pieni di rispetto quando ne assaggiano altri.
I giudizi su un vino sono sempre un po’ soggettivi, nel senso che quasi tutti hanno i loro vini preferiti. Tali preferenze si fondano però su una base definita e oggettiva, in relazione alla quale diventano possibili le distinzioni. In quanto segue si cercherà di fissare gli elementi fondamentali che stanno alla base di alcune di tali distinzioni. Chiunque conosca i principi e abbia anche un sistema sensoriale sano e una buona memoria troverà che un vino può significare molto di più di quanto non appaia a prima vista. Le porte sono aperte. Lo stesso accade con la musica, la pittura e la letteratura.
Consideriamo un bevitore esperto che non abbia molto interesse per vini con un retrogusto dolce. Questa è la parte soggettiva del suo giudizio. Nonostante la sua preferenza (o pregiudizio), egli è ancora in grado di riconoscere come qualche cosa di eccezionale uno dei grandi Sauternes francesi o dei trockenbeerenauslese (passiti) i vini dolci del Burgenland austriaco : un prodotto della congiunzione unica di talune uve maturate in certe condizioni e di metodi speciali e rigorosi di preparazione.
Egli riconoscerà anche le differenze esistenti fra un tale vino e un altro « costruito » semplicemente con l’intenzione di farlo assomigliare al primo. Questo che si intende per distinzione oggettiva. I vari tipi di uva hanno tutti il nome di genere Vitis, il vocabolo latino che indica la pianta della vite.
Il genere comprende alcune decine di specie d’uva che crescono in varie parti dell’emisfero boreale. La maggior parte di esse non ha alcuna importanza per la vinificazione, anche se alcune hanno altre proprietà importanti per la viticoltura contemporanea. Il vino che soddisfa gli standard europei viene ottenuto da una sola specie, quella eurasiatica della Vitis vinifera, e da pochi ibridi derivati dall’incrocio della Vitis vinifera con altre specie che forniscono frutti simili.
La Vitis vinifera si suddivide in numerosi raggruppamenti, i quali sono spesso cosi diversi fra loro che molte volte e stato riproposto il problema se si tratti realmente di una specie pura.
Se si considera la definizione di una specie come qualcosa di assoluto e non semplicemente come un’espressione puramente convenzionale dettata da ragioni di comodità, allora durante l’evoluzione delle uve da vino ci sono stati sicuramente molti incroci. Per ora e nondimeno sufficiente dire che i gruppi e gli individui abbracciati dal nome Vitis vinifera appartengono alla stessa specie generale e che le loro differenze si spiegano con l’eliminazione da parte della natura degli esemplari più deboli (selezione naturale) e con la scelta da parte dell’uomo dei tipi migliori (selezione artificiale). Considerati insieme, questi due tipi di selezione spiegano l’esistenza di vini cosi radicalmente diversi fra loro come il Retsina greco e lo Champagne o il Porto e il Beaujolais.
Tutte le varietà di Vitis vinifera hanno taluni caratteri comuni. Esse sono decidue. Non sono in grado di resistere a taluni parassiti, e particolarmente alla fillossera e ad alcuni nematodi e sono estremamente sensibili a varie malattie fungine. Per portare a giusta maturazione i frutti hanno bisogno di molto calore e illuminazione solare. La loro resistenza ai rigori dell’inverno è limitata, cosicché la loro sopravvivenza diventa incerta quando l’isoterma di gennaio scende molto al di sotto di un grado centigrado. Le parti del mondo in cui la vite può prosperare e produrre vino sono ristrette perché fortemente condizionate dal clima, benché l’area complessiva sia molto grande. -

Natura verde a Roma, una realtà sorprendente
Mettendo insieme le ville storiche e i giardini minori, le aree agricole e gli alvei del Tevere e dell‘Aniene, la Tenuta Presidenziale di Castel Porziano e i diciotto tra Parchi e Riserve naturali istituiti intorno alla città, la Capitale vanta oggi 88.000 ettari di verde protetto, pari al 67% della superficie comunale.
Com’è inevitabile e ovvio, queste aree sono molto diverse tra loro. Al verde monumentale di Villa Doria Pamphilj, del Gianicolo e di Villa Borghese si affiancano delle autentiche perle come il Villa Celimontana, l’Orto Botanico e il Roseto Comunale, il verde archeologico del Palatino e dei Fori, aree d’interesse naturale e storico ma assediate dall’espansione della città come i Parchi regionali dell’Appia Antica e di Veio.
Vacche e pecore al pascolo e contadini al lavoro compaiono nelle distese agricole di Castel di Guido e di Decima-Malafede, e in aree più piccole e più vicine al centro come I’Insugherata, la Valle dei Casali. Le aree umide del Litorale Romano offrono un ottimo terreno al birdwatcher. Sulle Secche di Tor Paterno ci si immerge in cerca di pesci rari e posidonie.La differenza tra i luoghi determina condizioni altrettanto varie. Se il verde delle ville storiche è ordinato, pulito e periodica mente interessato da interventi di miglioramento e restauro (i problemi più seri di molte aree sono quelli legati al grande afflusso di visitatori), alcune aree verdi oltre o accanto al Raccordo Anulare comprendono aree sorprendentemente integre, e altre che recano ancora i segni dell’inquinamento e delle discariche selvagge. Accanto alle aree sempre aperte si incontrano aree archeologiche e giardini dove l’accesso è a pagamento e zone private chiuse al pubblico.
Per visitatori e residenti, non da ieri, il problema più serio è di sapere quali zone possono essere visitate e quali no, quali ingressi scegliere, quali attività praticare. Noi suggeriamo di esplorare parchi e ville con il mezzo più economico e semplice: le proprie gambe. Prima di mettersi in cammino è bene ricordare qualcosa sulla natura
dell’Urbe e su come l’uomo l’ha trasformata nei secoli.Un fascino antico
“Oggi ho visitato la Ninfa Egeria, poi il circo di Caracalla e i resti dei sepolcri lungo la via Appia e la tomba di Metella, che dà veramente l’idea della solida costruzione muraria. Quegli uomini lavoravano per l’eternità, e avevano calcolato tutto meno la ferocia devastatrice di coloro che sono venuti dopo, e innanzi ai quali tutto doveva cedere”.
Così, nel suo Viaggio in Italia, Johann Wolfgang Goethe sintetizzava più di due secoli fa il fascino che Roma, i suoi resti archeologici, i paesaggi della Campagna Romana esercitavano sui viaggiatori del Grand Tour. Parole analoghe hanno scritto altri grandi nomi della cultura come Shelley, Keats, Gogol, Andersen, Melville e Stendhal.
Non c’è nulla di cui stupirsi. Roma, fin dall’alba della storia, è stata una delle mète più desiderate e visitate d’Europa. Dall’alto Medioevo pellegrini e uomini di fede vi affluiscono da tutto il mondo cristiano. Dal Cinque al Novecento pittori, letterati e musicisti sono arrivati alla scoperta dei paesaggi, dei monumenti, dello spirito dell’antichità classica. Alcuni, come il danese Bertel Thorwaldsen, si sono innamorati dell’arte di Roma antica fino a riprenderne le tecniche, i materiali e lo stile. Altri, come Simòn Bolivar, il Libertadòr del Sudamerica, hanno giurato nei luoghi di Cesare e di Mario di battersi per la libertà della loro terra. A loro si sono affiancati artisti e patrioti italiani come Antonio Canova, Giuseppe Garibaldi e molti altri.I viaggiatori del Grand Tour si preparavano a scoprire Roma con anni di studio, alimentavano il desiderio con le difficoltà del viaggio, una volta raggiunti il Colosseo e i Fori si concedevano settimane o mesi di tempo per vedere fino all’ultima pietra. Oggi Roma è una mèta del turismo di massa, e la straordinaria facilità del viaggiare moderno – oggi il Colosseo, domani il Partenone, tra qualche giorno le Piramidi o il Louvre – rende difficile per molti viaggiatori capire i luoghi che sono venuti a visitare.
I problemi di una metropoli moderna, dal traffico al cemento, rendono difficile apprezzare la loro città anche a molti romani di oggi, che si spingono solo di rado verso i Fori, Villa Borghese, i sepolcri dell’Appia e gli straordinari panorami del Gianicolo. Per tutti l’antidoto è uno solo. Osservare con calma, non limitarsi ai monumenti più noti, tenere d’occhio, oltre alla storia, anche la natura di Roma. Una passeggiata nel Parco degli Acquedotti o sull’Appia Antica può essere interessante e istruttiva quanto una visita guidata al Colosseo.

La natura di Roma
Tutti sanno che Roma antica si è sviluppata sui proverbiali sette colli, e che la città moderna è cresciuta inglobando via via altre alture come il Gianicolo e Monte Mario. Meno noto è che queste colline sono formate da rocce vulcaniche, soprattutto pozzolana e tufi, eruttate dal Vulcano Laziale (gli odierni Colli Albani) che domina la metropoli da sud, est, e dal Vulcano Sabatino (i laghi di Bracciano e Martignano) che le si affianca a nord ovest. Ai piedi di queste rocce, in varie zone, compaiono sabbie di origine marina molto più antiche.ll,calcare appare nella Campagna Romana man mano che ci si sposta verso Tivoli e l’Appennino. Sono interamente calcaree le montagne (Terminillo, Lucretili, Monte Velino, Simbruini) che chiudono l’orizzonte di Roma, e che dominano i panorami dal Gianicolo e dai quartieri orientali della città. Il Tevere e l’Aniene, il suo principale affluente, si sono aperti il loro corso tra i colli. I detriti trasportati dal fiume hanno formato la pianura alluvionale, acquitrinosa fino alle bonifiche di fine Ottocento, che si estende tra la città e il Tirreno.
La varietà di esposizioni e di suoli e la presenza di vaste zone protette rendono molto varie la flora e la fauna di Roma. II paesaggio della Campagna Romana, che sopravvive nelle riserve e nei parchi, alterna zone coltivate, pascoli, essenze piantate dall’uomo come pini, cipressi ed eucalipti a boschi di quercia un’importante risorsa economica), a leccete e a cerri secolari isolati. Nelle zone asciutte prevalgono la roverella e l’acero campestre. Nelle valli compaiono farnia, olmo e corniolo. Accanto al Tevere e all’Aniene crescono salice bianco, pioppo nero ed equiseto. La macchia mediterranea si colora a primavera con il giallo delle ginestre. Non mancano le orchidee selvatiche.
Anche gli animali ci sono ancora. Nelle aree protette di Roma sono state censite circa 1200 specie vegetali (su 5599 dell’intera flora italiana), circa 5000 di insetti e 152 tra mammiferi, uccelli, anfibi e rettili. Nel solo Parco dell’Appia Antica vivono 15 specie di mammiferi e di 51 di uccelli. La Riserva del Litorale Romano ospita folaghe, anatre, cormorani, aironi, uccelli rari come il gruccione, l’airone bianco maggiore, il falco della regina, l’aquila minore e il mignattaio, la tartaruga Testudo hernranni e la testuggine palustre Ennys orbiculnris.
Tra i mammiferi, accanto a predatori come la martora e la volpe, compaiono lo scoiattolo, il riccio, il tasso, l’istrice, il capriolo, la lepre italica e il pipistrello nano. Tra gli uccelli spiccano l’airone cenerino, la gallinella d’acqua, l’usignolo di fiume, il rondone, il picchio verde e il picchio rosso maggiore. Nelle torri medievali e nelle zone archeologiche costruiscono i loro nidi il gheppio, il falco pellegrino e il barbagianni. Nelle zone coltivate si vedono la passera d’Italia, il piccione di città e la rondine. Sulle aree verdi suburbane cacciano la civetta, l’allocco, il nibbio bruno e la poiana. Sulle rive del Tevere sostano il martin pescatore, il cormorano, il gabbiano reale e il balestruccio.
L’elenco degli anfibi include la rana verde, il rospo comune, il tritone crestato e il rospo smeraldino. Tra i rettili sono presenti il biacco, il saettone, la natrice dal collare, la lucertola muraiola e il geco dal collare. Nei corsi d’acqua vivono il barbo, il cavedano, la rovella, lo spinarello e il gambero di fiume. L’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno, al largo di Ostia, Castel Porziano e Torvajanica, ospita praterie di Posidonie, alcionari, gorgonie, cernie, murene, saraghi e l’aquila di mare, parente degli squali e delle mante. In alcune stagioni si possono avvistare i delfini. -

Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovani
[corner-ad id=1]La società attuale è foriera di problematiche per tutti: mancanza di lavoro, famiglie troppo spesso allo sbando, scuole sempre più nel caos, carenze sanitarie, l’economica in dilagante crisi ed una sempre più estesa crisi dei valori non potevano non incidere sui anche sui giovani e sulle loro insicurezze. Ecco quindi spiegato il dato allarmante di queste ore: nei ragazzi tra i 10 ed i 19 anni sono in continuo aumento le patologie provocate dall’abuso di alcol e sostanze stupefacenti. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) che si riunirà a Milano per il 19° Congresso Nazionale dal 23 al 26 febbraio. L’assunzione di droghe oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche (solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone), come schizofrenia e disturbo bipolare. In questi ultimi anni tra i ragazzi che non hanno ancora compiuto 20 anni si registra un numero sempre più elevato di domande di aiuto per ansia e disturbi depressivi, spesso accompagnati da eccesso di alcol8che provoca anche insonnia) e droghe.
E’ quindi necessario porre un limite a questa devastante deriva e rinforzare le strategie volte a migliorare la salute ed il futuro delle giovani generazioni: questo può avvenire solo grazie ad assistenza e cure mirate. Ad avvalorare l’allarme lanciato dalla SOPSI sono diversi studi. Ad esempio, da una ricerca sull’abuso di sostanze (alcol, caffè ed energy drink) che sarà presentata all’incontro internazionale e condotta su 3011 adolescenti e giovani adulti italiani di entrambi i sessi di età compresa tra i 16 ed i 24 anni, emerge che il 53,6% consuma bevande alcoliche; tra questi, l’89,6% ha avuto comportamenti di binge drinking (l’ingestione di 5 o più bevande alcoliche, 4 per le donne, in un’unica occasione, almeno una volta a settimana), nel campione complessivo la percentuale di binge drinkers si attesta al 48,1%. Dunque, dal campione emerge che quasi il 90% dei giovani adulti consumatori di alcol è anche bevitore binge.
Un altro studio si sofferma poi sugli effetti dell’uso della cannabis e la loro relazione con i sintomi psicotici. Dei 116 soggetti reclutati, il 50% ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita e il 22% ne risulta essere consumatore. I consumatori abituali di cannabis sono più spesso maschi e disoccupati: quanti fanno uso di cannabis provano allucinazioni visive e rallentamento del tempo, mentre la percezione di spavento è associata all’interruzione del consumo, così come l’esperienza di allucinazioni uditive è legata all’assunzione di cannabis oltre 50 volte nell’arco della propria vita. L’assunzione di droghe oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche, che solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone, come schizofrenia e disturbo bipolare e pregiudicano il funzionamento del sistema nervoso centrale e le sostanze assunte regolarmente possono provocare alterazioni anatomiche della massa cerebrale”.
A tal proposito la testimonianza di G.LP farmacista capitolino: “Ho lavorato per due anni di notte nella farmacia di fronte la stazione Termini ad angolo con via Cavour.
Ogni notte vendevamo almeno un cartone di siringhe da insulina ed un altro di acqua distillata usati dai tossicodipendenti per sciogliere ed iniettarsi l’eroina.
Venivano a decine anche più volte (a dottò fai presto che stò a rota). Imparai che bisognava trattarli come bambini e quindi non averne paura ma essere comunque fermi, assolutamente non indecisi. Funzionava e mi rispettavano anche se rifiutavo di dare sedativi e ipnotici che chiedevano con insistenza quando non trovavano l’eroina o non avevano i soldi per comprarla. Qualche ragazza mi offriva anche di scambiarli con prestazioni sessuali. Era impegnativo ma non mi faceva paura.
Mi sentivo utile, semplicemente utile anche se, fresco di studi avrei preferito fare cose più gratificanti e mostrare le mie conoscenze. Sbagliavo. Il farmacista sta quasi sulla strada ed il suo ruolo più prezioso è proprio nell’immediatezza del suo intervento e del suo consiglio.
Non è cambiato molto dagli anni 80 anche se le forze dell’ordine grazie a leggi più restrittive tengono più “pulite” le strade e i tossicodipendenti sono meno “invadenti”. Ad una conferenza del Professor Silvestrini”, ha aggiunto GLP, “un bravo farmacologo che è stato anche mio professore all’Università ho conosciuto forse l’interpretazione per me più convincente sulle possibile cause del dilagare della tossicodipendenza alle droghe e all’alcol. In natura il meccanismo principe di regolazione della maggior parte dei fenomeni fisiologici è il feedback negativo (esempio se aumenta l’acidità del mio stomaco, dei sensori, quando si supera una certa soglia, inibiscono la ulteriore produzione di acido).
Quindi normalmente in una persona l’eccesso di stress porta ad una specie di desensibilizzazione e il desiderio di rallentare fino a dormire. Conrad Lorenz scienziato premio Nobel nel 1972 e famoso per gli studi sul comportamento degli animali, ha evidenziato però che coesiste sia negli animali che negli uomini anche un meccanismo di feedback positivo (se un animale viene attaccato da un’altro animale la sua aggressività si autopotenzia e invece di bloccarsi quando aumenta, viene ancora di più stimolata). Ovviamente è un meccanismo fondamentale con cui la natura porta a “raschiare il fondo” delle prestazioni nervose e muscolari per salvarsi. In conclusione, nelle persone ben adattate, il meccanismo a feedback negativo prevale e, se succede qualcosa di grave (un lutto in famiglia, la perdita del lavoro, etc) la sensibilità diminuisce. Nelle persone predisposte alla tossicodipendenza, anche solo in periodi particolari della propria vita, prevale invece il feedback positivo ed il persistere dell’esposizione al dolore aumenta la sensibilità ed anche il grado di sofferenza. Così per tanti la soluzione della droga è un modo per bloccare questa sofferenza.
Eroina e alcool sono fondamentalmente dei calmanti. L’alcool è stato usato fino all’ottocento come anestetico” Per concludere il farmacista ha aggiunto: “Ho visto più di una volta ragazzi tossicodipendenti piangere per la morte di un cane o un gatto. Ho detto tutto, non trovo ne una morale ne una conclusione. In questi tempi di crisi i giovani sono i più sensibili e quello che la società non risolve si ripercuote sempre sui più deboli. Il farmacista può fare poco se non indirizzare alle comunità dei tossicodipendenza ma è una operazione complicata e ci vuole competenza anche nella comunicazione.
Assolutamente sconsiglierei di dare alcun tipo di farmaco.
Parlare può però essere una medicina ed il ruolo del farmacista subito contattabile dalla strada è
proprio questo. C’è un vecchio motto che i più giovani troveranno stucchevole ma può dare una motivazione o un semplice promemoria: divinum opus est sedare dolorem”. E se la vera soluzione fosse nel cercare il giusto cammino della propria vita?Raffaele Dicembrino
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I prodotti dell’agricoltura e la gastronomia tipica di Roma e del Lazio
Roma e Lazio sono territori molto differenziati per caratteristiche climatiche, entità di urbanizzazione e grado di sviluppo economico. Di conseguenza anche l’agricoltura è estremamente differenziata come produzioni e tipologia di accessibilità a opportunità di mercato.

Nella nostra analisi la localizzazione produttiva dell’agricoltura laziale è stata presa in esame suddividendo il territorio regionale in aree omogenee per indirizzo produttivo. Sono stati identificati otto gruppi di comuni. ognuno dei quali caratterizzato da un indirizzo produttivo medio e da un insieme di indicatori della variabilità all’interno del gruppo e tra i diversi gruppi.
il primo gruppo (80 comuni) è prevalentemente specializzato nelI’olivicoltura, attività che fornisce
oltre il 55% del reddito lordo agricolo. Altre attività importanti sono la zootecnia e la viticoltura. I comuni che appartengono a questo gruppo sono per la gran parte localizzati nella Sabina, a cavallo tra le province di Roma e Rieti, e nella collina interna della provincia di Latina.
Il secondo gruppo. di minore importanza. riguarda solo 13 comuni localizzati nella montagna interna del reatino. al confine con la provincia dell’Aquila, nella zona a sud del lago del Salto.
Il loro ordinamento produttivo e concentrato sulle “altre coltivazioni permanenti” (oltre il 56%) mentre secondaria importanza assume l’allevamento ovino.
Data la forte presenza di vecchi boschi di castagno, questa zona è stata definita come l’area della castanicoltura.
II terzo gruppo è caratterizzato prevalentemente dalla frutticoltura, che genera oltre il 57%
del reddito lordo agricolo dell’area e dall’olivicoltura (più del 10%). Questo gruppo nasconde. tuttavia. due realtà distinte.
La gran parte dei comuni della provincia di Viterbo (zona dei monti Cimini) è caratterizzata dalla forte specializzazione nella corilicoltura.
I restanti comuni. localizzati nelle province di Latina e di Roma. evidenziano una rilevante
presenza di frutticoltura non da guscio (prevalentemente pesco, ciliegio, albicocca e kiwi).
II quarto gruppo è prevalentemente caratterizzato dall’orticoltura. che produce quasi la metà del reddito lordo agricolo della zona. e dai seminativi.
I 28 comuni di questo gruppo sono tutti localizzati nella fascia costiera delle province di Viterbo, Roma e Latina.
Il quinto gruppo è caratterizzato dalla zootecnia bovina ed ovina. La prima determina oltre il 27% del reddito lordo, mentre la seconda quasi il 15%. A questa va aggiunta un 20% di reddito prodotto dalla cerealicoltura, in parte foraggera. Un ulteriore a apporto al reddito è fornito dalle attività viticola ed olivicola.
Questo gruppo. del quale fanno parte 132 comuni, comprende la quasi totalità della provincia di Frosinone, buona parte della montagna interna del reatino e circa metà della provincia di Viterbo.
Da un analisi più in dettaglio emerge una chiara differenziazione interna al gruppo.
La Ciociaria è specializzata nella zootecnia bovina da latte. La montagna interna del reatino evidenzia un sostanziale
equilibrio tra bovinicoltura da latte, da carne ed ovinicoltura.
Ed infine. la provincia di Viterbo è specializzata nella zootecnia ovina.
Il sesto gruppo. che comprende 78 comuni, localizzati prevalentemente nella collina asciutta del viterbese e della provincia di Roma, assume una configurazione media che si potrebbe definire di agricoltura mista a prevalenza di seminativi. In questo gruppo il reddito lordo agricolo viene mediamente prodotto per oltre il 45% da seminativi e per un altro 25% da viticoltura ed olivicoltura.
Non trascurabile è il ruolo degli allevamenti bovini ed ovini.
Il settimo gruppo è costituito da un solo comune nella provincia di Frosinone (Patrica) che è fortemente specializzato nella suinicoltura.
L’ottavo gruppo, che comprende gli 11 comuni dei castelli romani. è quello della vitivinicoltura
Che genera oltre la metà del reddito lordo agricolo. Accanto alla vitivinicoltura si affianca l’olivicoltura.Gastronomia tipica nel Lazio
Dalla Tuscia alla pianura Pontina, dal litorale romano ai monti della Sabina e della Ciociaria, la gastronomia laziale pur nella sua varietà presenta una costante: quella della sua marcata impronta popolare e paesana che predilige ingredienti tra i più semplici e sapori tra i più naturali.
Una cucina che si è voluto sempre definire “povera”. Forse perché dal “quinto quarto”. come era chiamato ciò che veniva scartato o meno dopo la mattazione. e cioè frattaglie, pelle, coda, zoccoli, trippa, la virtù alimentata dal bisogno riuscì a ricavare alcuni piatti tra i più elaborati della cucina romana.
Bisognerebbe invece osservare che nel Lazio la tradizione della tavola continua a tenere fede a tre elementi essenziali: pane, olio, vino.
Tre voci che, considerata la loro genuina qualità, fanno pendere la bilancia verso la cucina laziale, nei confronti di quella romana, ormai in pane viziata, anche perché incrociata con altre, fin quasi a rischiare la perdita della propria identità.
Ma vediamo più da vicino cosa offre la gastronomia della nostra regione, quali i piatti più rinomati, la loro composizione, le varianti culinarie e linguistiche in materia, riferite ad ogni singola provincia del Lazio.ROMA E PROVINCIA
Coda alla vaccinara (pezzi di coda di manzo cotti in umido con pomodoro, prosciutto e aromi vari).
Fettuccine all’uovo (pasta fatta in casa, condita con sugo di carne, piselli e prosciutto o con sugo di rigaglie di gallina o con salsetta a base di burro).
Gnocchi di patate (impasto di patate e farina in piccoli pezzi, condito con burro, sugo di
carne e formaggio parmigiano).
Penne all’arrabbiata (pasta condita con salsa di pomodoro e una buona dose di peperoncino
piccante).
Penne alla gricia (pasta condita con olio, listerelle di guanciale. peperoncino o pepe e formaggio pecorino).
Spaghetti aglio olio e peperoncino (condimento: olio, aglio, peperoncino e prezzemolo).
Spaghetti alla caffettiera (condimento: salsa di pomodoro, aglio, funghi secchi, tonno, prezzemolo e pepe).
Spaghetti cacio e pepe (condimento: formaggio, pecorino e pepe).
Spaghetti o bucatini all’amatriciana (condimento: guanciale, pomodoro, olio, basilico, formaggio pecorino e pepe).
Spaghetti alla carbonara (condimento: olio, pancetta, uovo, formaggio pecorino, pepe).
Quadrucci con piselli (pasta tagliata in quadratini, piselli e brodo di pesce).
Pasta e ceci (condimento: olio, rosmarino, aglio, acciughe salate e un po’ di salsa di pomodoro). Stracciatella (brodo con uova sbattute, formaggio parmigiano, pangrattato o semolino, noce moscata).
Abbacchio alla cacciatora ( agnello macellato a 25-30 giorni di età, cotto in tegame con sale, pepe e un pesto di aglio, alici e rosmarino in fusione di aceto).
Abbacchio alla scottadito (costolette unte di strutto, condite con sale e pepe e arrostite su brace di carbone).
Pollo con i peperoni. Pollo alla diavola ( pollo svuotato, aperto in due e appiattito, condito con olio, sale e pepe e
cotto in tegame o alla griglia ).
Porchetta (maiale magro, riempito di sale, pepe, rosmarino. aglio e semi di finocchio e messo nel
forno).
Involtini di manzo (fettine di carne avvolte su un ripieno di prosciutto, sedano, carote, sale e pepe). Saltimbocca (fettine di vitello coperte di prosciutto e salvia, infarinate e cotte nel burro).
Trippa alla romana (stomaco di bovino adulto pulito e tagliato in listerelle, cotto con pomodoro, aromi vari e condito con formaggio parmigiano).
Anguilla alla marinara ( piatto caratteristico di Bracciano).
Filetti di baccalà (baccalà spinato, bagnato in una pastella di uova, farina, sale e pepe e
fritto).
Carciofi alla giudia (carciofi schiacciati e fritti).
Pangiallo (dolce di farina, miele, olio, uva passa, pinoli, mandorle, noci, nocciole, arancia candita e cannella ).
Tozzetti (Biscotti con mandorle tritate, semi di anice, vino bianco, vaniglia).
Vini: Frascati, Marino, Velletri, Colli Albani, Zagarolo, Cesanese di Olevano Romano, Cerveteri, Bianco Capena, Colli
Lanuvini, Montecompatri Colonna.Macaruni (sottili tagliolini all’uovo conditi con sugo di rigaglie di pollo).
Timballo di riso (riso condito con salsa di pomodoro, animelle di abbacchio, fegatini di pollo, creste e granelli, funghi
secchi, salsiccia, prosciutto, il tutto cotto nel forno).
Timballo Bonifacio III ad Anagni (maccheroni alla ciociara conditi con sugo di carne, rigaglie di pollo, polpettine, funghi,
tartufi, il tutto avvolto in fette di prosciutto, chiuso in timballo e cotto nel forno)
Rigatoni alla ciociara. Gnocchi di patate a Ceccano. Polenta con salsiccia a Campo Staffi.
Zuppa di fagioli.
Acqua-cotta (zuppa fatta con verdure, fette di pane con o senza uova, erbe aromatiche, olio e pepe).
Ravioli ripieni di verdura e ricotta. Abbacchio al forno. Abbacchio allo scottadito. Zampa di maiale ciociaro.
Tra i prodotti locali da ricordare: anguille e gamberi di Aquino; trote del Liri; salsicce di Filettino; formaggio pecorino
del Piglio.
Vini: Cesanese del Piglio.PROVINCIA DI LATINA

Fettuccine (tagliolini, spaghetti alla chitarra conditi con sugo di rigaglie di pollo o abbacchio). Spaghetti alle vongole,
alle cozze o ai frutti di mare (lungo il litorale).
Spaghetti al sugo di aragosta a Ponza. Zuppa di fagioli (fagioli lessati con cipolla e conditi con olio d’oliva crudo).
Ciammotte (lumache in salsa piccante). Granunchi (ranocchi al forno o arrosto). Minestra dei mariti di Sezze e Cianfotta di Gaeta (zuppa di melanzane, peperoni, patate, cipolle, pomodori, zucchine e quant’altro è disponibile per cuocere in poco tempo e bene).
Jotta di Gaeta e Bazzòffia di Sezze (zuppa con carciofi e piselli).
Zuppa di pesce a Formia. Tiella di Gaeta (pizza rustica ripiena di un impasto di scarola, cipolla, sarde, polipi, calamaretti ).
Favetta di Ventotene (purea di fave condita con acciughe salate, aglio e olio di oliva).
Prodotti tipici: mozzarella di bufala, caciotte e ricotte dell’agro pontino; salsicce piccanti di Monte S. Biagio; prosciutto di Rocca Massima; carciofi di Priverno; agrumi di Fondi; olive nere di Itri.
Vini: Moscato di Terracina, Cecubo e Falernum di Formia, Merlot, Sangiovese e Trebbiano d’Aprilia, Cori Bianco e rosso.Bucatini e spaghetti all’amatriciana. Spaghetti alla carrettiera. Spaghetti alla carbonara. Fregnacce alla sabina (pasta fatta in casa. tagliata a rombi e condita con spezie, aglio olio e pomodoro.
Stracci di Antrodoco pizzette ripiegate in due, a mezzaluna, ripiene di carne, verdura tritata, formaggio e cotte al f orno).
Jaccoli o Maccheroni a fezze (pasta all’uovo manipolata in maccheroncini a forma di funicelle e conditi con sugo di carne e formaggio).
Ciamarughe (lumache in umido). Porchetta. Abbacchio o agnello in guazzetto (cotto in padella e condito con salsa di
stracciatella all’uovo). Pollo alla sabinese (cotto in padella e condito con salsa piccante di acciughe, capperi e olive).
Bruschetta (fette di pane abbrustolite, condite con olio e strofinate di aglio)
Nociata di Natale (biscotti fatti con miele e noci pestate).
Pizza Pasqualina (pasta lievitata mestolata con uova e zucchero).
Prodotti tipici; salumi di Leonessa e Amatrice; formaggio pecorino di Accumoli e formaggi di Valle Cupola.Acquacotta. Fettuccine al lasagnolo (condimento: salsa di pomodoro con salsiccia e formaggio pecorino). Fieno alla canepinese (pasta all’uovo tagliata finemente e condita con sugo di rigaglie di pollo e formaggio pecorino).
Imbracata (minestra di pasta, fagioli bianchi e cotiche di maiale).
Pignataccia (capra con verdure fatte cuocere per un’intera giornata in una padella di coccio). Anguille alla bisentina
(anguille tagliate a tocchi, fritte con l’aggiunta di aceto bianco, lauro e pepe). Zuppa di pesce di Montalto e Tarquinia.
Lepre alla bracconiera (lepre marinata nel vino, farcita con pancetta di maiale, cipolla, timo, aglio, cotta nel forno).
Crespelle viterbesi (frittelle di pasta non lievitata, riempite di cavolfiore o fettine di mele). Maccheroni con le noci
(dolce natalizio).
Cicerchiata di Vasanello (grani di pasta disposta nell’alloro e ricoperta di miele).
Carote di Viterbo (carote con cioccolata in barattoli sigillati).
Prodotti tipici: porchetta viterbese; cacciagione; pesci del lago coregone e anguilla ).
Vini: Est! Est! Est! di Montefiascone; Aleatico di Gradoli, Orvieto.
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Psicoterapia e Medicina naturale a Roma – Dottor Aldo Cichetti
Psicoterapia junghiana, EMDR, omeopatia classica, floriterapia: una buona sinergia per la cura “ecologica” del malessere psichico e fisico
L’abbinamento tra psicoterapia e medicina naturale può forse sorprendere, visto che, molto spesso, queste discipline fanno riferimento a mondi culturali molto lontani tra di loro; ma appare meno strano se si pensa che le psicoterapie – alcune in particolare – hanno in comune con le medicine non convenzionali il fatto di non imporre un percorso di guarigione esterno, ma di stimolare le ‘naturali’ forze di guarigione di cui sono dotati gli esseri umani.
Questa caratteristica è molto evidente, ad esempio, nella psicoterapia junghiana, basata sull’idea di un finalismo psichico e sul concetto di individuazione, con l’interpretazione dei sogni come ‘via maestra’ per cogliere il messaggio che viene dal ‘Sé guida’. Ma è presente, a ben vedere, anche in una psicoterapia nuova e rivoluzionaria come l’ EMDR, che aiuta la psiche ferita da un trauma a compiere il proprio percorso di guarigione, stimolando il ‘Sistema di Elaborazione delle Informazioni’: un sistema innato di autoguarigione psichica che, nell’esperienza pratica, ha molte affinità con il costrutto junghiano del Sé.
Sul fronte delle medicine naturali, invece, agiscono in questo modo, tra le altre, l’omeopatia classica e la floriterapia di Bach, che rinforzano la ‘Forza vitale’ dell’organismo umano.
Si può dire, in sostanza, che tutte queste discipline agiscono sul medesimo nucleo vitale degli esseri umani, che ognuna di esse considera da una prospettiva diversa, un particolare punto di vista da cui guarda al medesimo Sistema innato di autoguarigione psico-fisica, che permette di guarire l’organismo malato (Forza vitale degli omeopati, o Vis Medicatrix Naturae degli antichi medici); di curare le conseguenze dei traumi psichici (Sistema di elaborazione dell’informazione, come lo definisce l’EMDR); ed anche di guidarci verso la nostra realizzazione individuale (compito del Sé nella teoria junghiana).
Naturalmente, anche altre medicine agiscono rinforzando questo sistema di autoguarigione, e basti pensare alla medicina tradizionale cinese. Pur avendola studiata e praticata per molti anni, non la inserisco tra queste discipline soltanto per le difficoltà pratiche di abbinarla al ‘setting’ psicoterapeutico. Ma ho sempre presente la straordinaria ‘mappa topografica’ che ci fornisce, con le corrispondenze tra organi vitali, emozioni e distretti corporei.
Il metodo di cura integrato che utilizzo comprende, quindi, da un lato la psicoterapia junghiana e l’EMDR, e dall’altro la medicina omeopatica e la floriterapia, di ognuna delle quali ho seguito lo specifico percorso formativo, dopo la laurea in Medicina, la specializzazione in Psichiatria e la qualifica di Psicoterapeuta.

Ogni disciplina viene applicata nel rispetto delle proprie regole, con colloqui periodici, ai quali si aggiunge la prescrizione di un farmaco omeopatico e/o di una miscela di fiori di Bach, il cui effetto viene monitorato durante la terapia.Questa è, a mio giudizio, la strategia ottimale per la cura di disturbi psicologici come ansia, depressione, problemi di relazione, fobie, i cosiddetti ‘attacchi di panico’, e via dicendo. In alcuni casi, però, quando i sintomi sono più lievi (ad esempio, un’insonnia non grave), oppure nel caso di sintomi soprattutto fisici (cefalee, gastriti, problemi reumatici, malattie della pelle, ecc.) o, infine, se il paziente ha già in corso una psicoterapia, è possibile affidarsi soprattutto al potere terapeutico dei rimedi omeopatici, che agiscono, sempre e comunque, sia sulla ‘mente’ che sul ‘corpo’.
Gli incontri, in questi casi, non differiscono molto dalle normali visite omeopatiche: sono più distanziati nel tempo, e gli elementi psicologici sono al servizio della terapia omeopatica: aiutano a cogliere il significato del sintomo ( che è sempre presente, sia nei sintomi psichici che in quelli fisici), ad inquadrare meglio le problematiche del paziente, e, quindi, a scegliere il rimedio omeopatico ed i fiori di Bach più adatti.
In ogni caso, la cura prende in considerazione tutti i sintomi del paziente, sia psichici che fisici, con l’obiettivo di curarli, quando possibile, e, negli altri casi, di integrarsi con le altre terapie, rinforzandone l’effetto, grazie all’attivazione del sistema di autoguarigione.
In questo senso, quindi, si può definire ‘ecologica’, perché non agisce soltanto su un particolare ‘distretto’ psichico o fisico, ma cerca di individuare le radici profonde del dis-agio che ogni individuo esprime attraverso i sintomi, per aiutarlo a raggiungere quel livello ottimale di equilibrio psicofisico che, come ben sapeva Jung, è anche la meta del cammino che proprio questi sintomi, se li si ascolta, permettono di intraprendere.
QUesti i contatti per avere maggiori informazioni
Dr. Aldo Cichetti
tel. : 06/44291832 – 3292925811Roma
Via Udine, 5 – 00161 RomaSan Benedetto del Tronto (AP)
via Simone Formentini, 80 – cap 63039E-mail [email protected]
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Ridere per vivere
In un studio medico californiano, un dottore, dall’aria bonaria, sta scrivendo sul suo ricettario.
La paziente, seduta un po’ curva davanti a lui, scruta dubbiosa il ritratto di Charlie Chaplin appeso alle spalle del medico, accanto alla laurea di Harvard.
La poverina soffre di una grave forma di tendinite che le blocca ambedue le mani: la depressione in cui è prostrata ne è effetto e causa assieme.
Sulla ricetta la donna legge, stupefatta:
•1,5 g. al di di vitamina C per tre mesi.
•Visione di almeno 1/2 h al giorno di “Candid Camera”.
•1 film comico a scelta.
•Letture umoristico-satiriche, Q.B.
“Faccia esattamente come è scritto” dice il medico frugando distrattamente nelle tasche della donna che, sensibile al
solletico, già ride…
“Vedrà che la prossima volta sarà in grado di prendere da sola il portafogli per pagarmi!”
CORPO E MENTE PARLANO TRA LOROCome vi sentite dopo una sonora risata?
Indubbiamente un po’ meglio di prima. Il corpo è più rilassato, il battito cardiaco è regolare dopo la violenta accelerazione dello scoppio di risa. I muscoli si distendono dopo il forte irrigidimento; se avete mangiato, la digestione sarà più facile e rapida. Se foste in grado di farvi un analisi del sangue sul posto, scoprireste che sono entrate in circolo sostanze clic aiutano il sistema immunitario a difenderci dalle malattie; tra queste sostanze, le endorfine, dette anche oppioidi endogeni, cioè autoprodotti.
E’ ormai assodato clic il proverbio popolare “il Riso fa buon sangue” ha dei solidi supporti scientifici. Il prof. Susumo
Tonegawa, premio Nobel per la medicina, riprendendo i grandi medici dell’antichità, Ippocrate e Galeno, asserisce che “Chi è musone, triste, depresso, non riesce a tener lontane le malattie”.Cerchiamo di comprenderne il perché.
Si sa ormai da tempo che moltissimi malanni hanno cause nervose; sono le cosiddette malattie psicosomatiche: gastriti ulcerose da capufficio, emicranie d’origine coniugale, cancri rispecchianti vite piene solo di tristezza, sfortuna, depressione. Le emozioni negative, cioè, influenzano il sistema nervoso il quale, a sua volta, agisce malamente sugli altri organi del corpo.
Una branca della medicina, la psico-neuro-cndocrino-immunologia (PNEI), solo da pochi anni si sta occupando di questi fenomeni; in particolare gli studiosi si pongono la domanda: se quello appena descritto è il percorso delle emozioni negative, ne esislerà uno inverso per le emozioni positive?
In medicina è stato osservato, un fenomeno curioso, l’effetto placebo, che si origina quando – negli esperimenti clinici – un malato assume false medicine da lui credute vere.
Molti pazienti, così trattati, migliorano e guariscono. É la fiducia nella cura che mobilita nel paziente la voglia di
guarire?
Certo è il sistema inmuunitario che, sotto la possente spinta dell’emozione positiva della speranza, si rafforza fino
a sconfiggere il male.
Dunque una via emotiva alla salute esiste; si tratta di scoprire se emozioni come l’ilarità, la gioia, la contentezza possano rappresentare un’accelerazione di questo percorso verso la salute, attraverso la valorizzazione di quell’accorgimento di natura che consiste nell’allargare la bocca, alzarne gli angoli, illuminare gli occhi, espirare a scatti l’aria ed emettere sonori vocalizzi.
Gli studiosi hanno calcolato che ridere anche un solo minuto al giorno equivale a 45 minuti di completo relax psicofisico.Rod Martin, dell’Università dell’ Ontario meridionale, in Canada, ha fatto una scoperta chiave:il senso dell’umorismo modera gli effetti intmuno-soppressivi dello stress. il caso di Norman Cousins – guarito dalla spondilite anchilosante -è, a tutt’oggi, il più eclatante esempio di come si possa guarire anche ridendo.
Non si tratta di aver scoperto il farmaco miracoloso, ma è assodato che alcune sostanze prodotte da un cervello ebbro di riso incidono positivamente sul garante della salute, il sistema immunitario (e in più lo fanno gratis!).

In Italia la terapia del sorriso si è sviluppata soprattutto nella direzione di assistenza ai bambini affetti
da malattie gravi con la tecnica apparentemente elementare della “Clownterapia“.
I corsi di questa nuova discipiana sono numerosi in ogni regione ed anche le richieste di volontari
negli ospedali. A Cesena esiste un corso di Clownterapia di 250 ore (!) tenuto dai massimi esperti mondiali.
La diffusione è ormai a livello internazionale.
Le ultime ricerche confermano che Ridere fa bene alla salute: la clown terapia rende meno ansiosi i bimbi
L’intervento congiunto di arte terapia e clown terapia riduce l’ansia preoperatoria dei bambini ed è apprezzato dai loro genitori. E’ quanto appunto emerge da una ricerca sperimentale condotta all’Ospedale Bufalini di Cesena dall’Università di Psicologia di Bologna e presentata in questi giorni a Cesena, in occasione della Settimana del Buon Vivere da Ausl, Dipartimento di Psicologia sede di Cesena, Associazione l’Aquilone di Iqbal e ArtinCounselling, con il patrocinio della Federazione Nazionale dei Clowndottori.“Ridere, essere più sereni, fa bene alla nostra salute – ha detto Jacopo Fo, intervenuto come ospite d’eccezione – E’ sempre più dimostrato che tutta la sfera emotiva – comprendente la nostra percezione del mondo, il nostro stato d’animo, il nostro umore – condiziona la nostra fisiologia: ridere fa aumentare i livelli di dopamina e di tutte quelle “droghe benefiche”, che il nostro corpo produce naturalmente. Ecco perché l’aspetto psicologico è così importante quando una persona si trova a dover affrontare una malattia”
FONTE: Presentazione attività Associazione Ridere per vivere – Ostia – Roma
a cura di Leonardo Spina e Sonia FioravantiLa clownterapia per i bimbi – cesenatoday.it
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La cucina russa tra storia, letteratura e ricette
In quanti sanno che l’insalata russa in realtà è stata creata da uno chef francese e che il suo vero nome è Insalata Oliviér? O che fu Pietro il Grande a portare per la prima volta sulle tavole russe bistecche e filetti? Queste ed altre interessanti curiosità sull’arte culinaria russa sono state raccolte da Donatella Possamai nel volume “La cucina russa tra storia e letteratura” pubblicato da Orme Editore (pp 192, € 17.50). Ancora oggi in Italia, sono note ai più solo alcune famose pietanze russe come bliny, kvas, šči,insalata russa e caviale. Ma come spiega l’autrice nell’introduzione, “la cucina russa, troppo spesso erroneamente ritenuta povera, si rivela ad un conoscitore attento come ricchissima per la quantità e la varietà dei prodotti impiegati”.
Il volume della Possamai raccoglie circa un centinaio di ricette tra antipasti, minestre, secondi piatti e dolci che hanno da sempre caratterizzato il popolo russo e la sua cucina. Non si tratta però di un semplice e classico ricettario, la peculiarità del libro è infatti il legame che l’autrice ricrea tra la cucina, la storia e la letteratura russa dando testimonianza di quanto la prima sia cambiata o meno nel corso degli anni e di quanto siano stati spesso eventi storici importanti ad averne influenzato i mutamenti.

Le ricette sono introdotte da un interessante e dettagliato excursus sulla storia gastronomica russa che ci permette di scoprire ad esempio che uno dei grandi vanti dell’antica Russia era la diversificata produzione di pane che, racconta l’autrice, “insieme al sale veniva offerto in segno di ospitalità e amicizia agli stranieri o ai visitatori, tanto che ancora oggi una persona ospitale viene definita chlebosol, che per l’appunto significa ‘panesale’”. Ad influenzare la cucina russa e il modo di mangiare del popolo russo furono spesso e volentieri importanti cambiamenti storici. Quando le città russe, ad esempio, caddero sotto il dominio di Chinggis Khan nel 1237-40, i russi appresero dai tatari “come far fermentare il latte e ottenere il kefir, come conservare il cavolo in una soluzione salina e, sopratutto, l’uso del tè; sembra che persino il samovar, che potrebbe quasi essere considerato un emblema della Russia, trovi in realtà le sue origini presso il popolo tataro”.
L’importanza di alcuni cibi all’interno della vita del popolo russo è testimoniata anche dai tantissimi proverbi a loro legati, come quello sul kvas “anche un kvas cattivo è meglio di una buona acqua” o i tantissimi detti legati alla kaša come “Dove c’è la kaša là ci sono i nostri”. Tante sono anche le citazioni letterarie di grandi autori della letteratura russa che, come Gogol’ e Puskin, hanno dedicato pagine delle loro opere alla descrizione delle pietanze e della loro preparazione.Il pranzo russo nel XVII secolo era formato da quattro portate: antipasti, zuppe, secondi a base di carne o pesce e dolci. Ad accompagnare i pasti c’erano bevande a base di miele, vari tipi di birre e kvas e, naturalmente, la vodka. Come racconta Possamai, la cucina come luogo in cui venivano appunto preparate le specialità russe conobbe un’importante evoluzione al tempo di Pietro il Grande il quale fece introdurre l’uso dei fornelli a sostituzione della stufa che era invece apparsa nei secoli XVI- XVII.
L’autore dell’Evgenij Onegin, ad esempio citava spesso la okroška, “la nonna delle zuppe fredde”, nelle lettere inviate agli amici. Parlando poi di un vero simbolo della gastronomia russa, il caviale, l’autrice lo definisce “il principe degli antipasti” e spiega come da sempre i suoi maggiori estimatori siano stati gli italiani che lo importavano già dal 1728. Il blin, altro emblema della cucina russa, invece “simboleggia il sole e tutto quanto v’è di tradizionalmente ‘buono’ nella vita”.
“La cucina russa tra storia e letteratura” è un libro ricco e prezioso per chiunque voglia avvicinarsi alla cucina russa scoprendone gli antefatti e apprezzandone le più importanti caratteristiche. Quello della Possamai è senza dubbio un approccio nuovo ed interessante alla cucina e alle ricchezze della gastronomia russa.
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Che cosa è l’omeopatia?
È la medicina fondata da Samuel Hahnemann (1755-1843): essa si basa sulla “Legge della similitudine”: una sostanza che provoca a dosi ponderali (cioè misurabili) un effetto, può a basse dosi (anche infinitesimali) essere utilizzata per guarire da quegli stessi sintomi che provoca.
È un concetto a prima vista contraddittorio, ma per renderlo più comprensibile, si può fare un esempio a tutti noto: il vaccino antinfluenzale; come sappiamo, prima dell’arrivo dell’influenza invernale è consigliabile una somministrazione di vaccino per prevenire l’insorgenza dell’influenza e di tutti i fastidiosi e pericolosi sintomi che l’accompagnano: il vaccino contiene dei piccoli frammenti inattivati del virus influenzale, infatti ne viene modificata ogni anno la composizione in base ai diversi virus influenzali presenti in ogni stagione; questi frammenti stimolano il nostro organismo a riconoscere il vero virus quando dovesse attaccarci, predisponendo difese adeguate.Nell’Omeopatia somministriamo basse dosi di un rimedio per stimolare l’organismo a reagire contro quella stessa causa, o contro cause che producono gli stessi sintomi.
Come scegliere il giusto rimedio L’omeopatia è una medicina molto difficile: la scelta del rimedio va esclusivamente lasciata al medico omeopata, poiché ogni persona può reagire in maniera diversa allo stesso sintomo e quindi aver bisogno di un rimedio diverso; per capire la complessità della scelta va detto che i rimedi omeopatici possono essere di estrazione animale, vegetale o minerale e i cosiddetti ceppi omeopatici sono migliaia. Per venire incontro alle esigenze del soggetto che si cura con l’omeopatia esistono in commercio i rimedi “complessi”, che contengono contemporaneamente più rimedi; anche in questo caso è consigliabile un consiglio professionale del medico o del farmacista.
Forme farmaceutiche
Granuli: Piccole sfere di saccarosio e lattosio impregnate con il rimedio omeopatico; si usano per via orale, attraverso assorbimento sublinguale 3/5 alla volta, più volte al giorno secondo il caso. Globuli: Sfere più grandi dei granuli, contenute in un tubo, somministrate in un’unica volta. Esistono altre forme farmaceutiche quali gocce, compresse, pomate…Le diluizioni omeopatiche
Le più comuni sono le CH (centesimali, 5CH, 30CH..) e le K (Korsakoviane, 35K,1000K….), così chiamate in base al metodo di preparazione. I numeri indicano il diverso grado di concentrazione, o meglio di diluizione del principio attivo; più alto è il numero maggiore è la diluizione, cioè minore è la concentrazione, più in profondità si dice agisce il rimedio, cioè più sulle cause che sui sintomi.Da segnalare
L’omeopatia non ha effetti collaterali: ciò è vero, ma non significa che si può prendere alla leggera, poiché se non giustamente consigliata può non avere alcun effetto sulla patologia in corso.I rimedi vanno presi per via orale, facendoli assorbire per via sublinguale, poiché in questo modo l’assorbimento è molto rapido. È preferibile assumerli lontano dai pasti, evitando la contemporanea assunzione di alcune sostanze tra cui, per esempio la canfora e la menta, per la loro possibile azione vasocostrittoria che ridurrebbe l’assorbimento e quindi l’efficacia del medicinale omeopatico.
FONTE: http://www.omeopatianews.it
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Think green ECOFESTIVAL DAL 26 al 28 settembre all’Appia Antica
Think green ECOFESTIVAL e’ una manifestazione che nasce nel 2011 per promuovere e sostenere la cultura ambientale attraverso l’arte, laboratori, convegni e workshop, con lo scopo di creare una rete di legami tra gli addetti ai lavori e non. Il suo territorio di appartenenza è Roma, dove matura l’interesse per tematiche quali orti urbani, ciclabili, km 0, artigianato del riciclo, educazione ambientale, riuso, etc. I principali sostenitori del festival sono l’associazione think green factory ed alcune realtà attive nel Municipio VIII. Di anno in anno il festival si arricchisce di contenuti e protagonisti che rendono ogni edizione un’esperienza unica: volontari, politici, associazionisti e cittadini volenterosi di far crescere l’iniziativa, senza i quali non sarebbe possibile.
Ci sono poi gli organizzatori che si affiancano a Francesca, la fondatrice del festival, ognuno con il proprio bagaglio culturale, risorse preziose per la crescita della manifestazione. Tra questi ricordiamo Karima ali Moselhi, Emanuela Marchetti, Maya Vetri, Maria Veronica Fortunato, Giuliana Lipparini, Gianluca Peciola, Luigi Di Paola, Gloria Salvatori, Fabrizio Villegia, James Limongi. L ‘edizione 2014 è organizzata da Francesca Cencetti in collaborazione con Silvia Polli e Lucilla Pezzetta, la grafica è di Ombretta Gamberale, l’organizzazione del punto ristoro a cura di Irene e Stefano di strafood srl.THINK GREEN Eco Festival
nasce per portare l’ecologia al centro della città attraverso la diffusione di idee concrete per una città ecologica, per la diffusione della bioedilizia, della mobilità sostenibile, dell’agricoltura biologica, del consumo consapevole, delle energie alternative, dell’importanza del riuso e del riciclo e per l’esercizio pratico e creativo di riutilizzo di materiali nonché per sostenere un alto livello di qualità della vita. Stimolare la creazione di nuove reti e rafforzare quelle esistenti.
Le tematiche di quest’anno:. Transition Town
. Permacultura
. Consumo consapevole
. Architettura sostenibile e bioedilizia
. Rifiuti e riciclo creativo
. Genitori a impatto zero
. Orti urbani e terre pubbliche
Per iscriversi all’ECOFESTIVAL come Artigiano o commerciante è semplicissimo!
1) leggi il regolamento ed il documento di adesione
2) valuta se partecipare per l’intera manifestazione o solo per 1/2 giorni
3) scarica, stampa firma e rinviaci via mail la domanda di partecipazione ( scrivi ad [email protected] OGGETTO: iscrizione ecofestival)
4) prosegui al pagamento via iban oppure contatta il tuo referente
5) aspetta la conferma di adesione da parte della think green factory:
Affrettati a prenotarti se sei interessato alle 18 postazioni con tavolo e sedia!Per maggiori informazioni vedi
http://www.thinkgreenecofestival.it
ENTE PARCO APPIA ANTICA:Ingresso principale (solo pedonale) Via Appia Antica, 42.
Parcheggio interno:
via Appia Antica n. 50 ingresso accanto fontanella dopo parcheggio Ristorante Escargot (c/a 40 posti).Bus 118 e 218, o tutte le linee che fermano sulla Cristoforo Colombo all’altezza della Circonvallazione Ardeatina (30, 714, 715 eccetera)
Bici: ciclabile Colombo raccordo Circonvallazione Ardeatina. Disponibili rastrelliere
La domenica la via Appia Antica è chiusa al traffico privato dalle 9 alle 18 si consiglia di lasciare la macchina a Largo Galvaligi e dintorni (5 minuti a piedi).
Per il programma completo della manifestazione nei tre giorni e per scaricare i modulidi partecipazione vedi il sito ufficiale
http://www.thinkgreenecofestival.it







