Come affrontare l’integralismo islamico?

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L’islam politicizzato

Da trentacinque anni a questa parte, l’estremismo religioso avanza in terra d’islam. In Iran, l’islam sciita a ripreso sull’onda rivoluzionaria che, dopo avere abbattuto il regime dello Scia, ha instaurato una teocrazia combinata con forme controllate di democrazia. In Arabia Saudita, l’islam saudita si impone nelle sue forme più rigoriste. In entrambi i paesi, la religione è al di sopra dello Stato e guida la società; la libertà di coscienza non esiste.

Altri paesi sono minacciati dalla sovversione di un islam fanatizzato. L’Egitto e la Turchia hanno resistito, ma non sono al riparo dagli attentati dell’integralismo islamico; il Marocco e la Tunisia hanno tenuto, come l’Indonesia e la Malesia. L’ Algeria, invece, ancora provata da un terrorismo che assume la maschera religiosa, e la Nigeria subisce al Nord l’influenza di tradizioni arcaiche.

Le pratiche violente e politicizzate dell’islam alimentano due offensive. La prima, terrorista e semimilitare, portata avanti da gruppi clandestini configurati in reti, il più famoso dei quali era al-Qaeda, cercava di colpire i principali paesi occidentali e quelli che sono considerati loro alleati. Lo scopo e quello di provocare il terrore e, se possibile, la destabilizzazione. Con l’Occidente, si tratta di instaurare la logica di una guerra inespiabile, a un tempo religiosa, politica e di civiltà. In Oriente, l’obiettivo a quello di rovesciare alcuni regimi —ad esempio, il regime dell’Arabia Saudita che regna su alcuni Luoghi santi dell’islam e sul petrolio — per punirli dei loro accordi con il nemico americano. In prospettiva, ha anche quello di ristabilire una universale e improbabile comunità dei credenti. Gli spaventosi attentati di New York e di Washington nel 2001, di Bali nel 2002, di Madrid nel 2004 e di Londra nel luglio 2005 hanno dimostrato la determinazione di questi gruppi, che sono all’opera anche in Iraq, sul terreno offerto dall’intervento americano. Le democrazie replicano. Lo hanno fatto in Afghanistan, eliminando il regime dei talebani e sloggiando al-Qaeda. Lo fanno ogni giorno combattendo questi gruppi grazie all’intervento combinato della giustizia, della polizia e dei servizi segreti. Sarà una lotta lunga.

La seconda offensiva, religiosa e culturale, cerca di diffondere nel mondo una versione radicale dell’islam, che può essere sia rivoluzionaria sia fondamentalista e che intende instaurare società e Stati islamici retti dalla legge divina (sharia). Ad essere presi di mira sono in primo luogo il mondo arabo-musulmano, ma anche i musulmani nel mondo occidentale. Al suo interno, questo duplice assalto preoccupa  e indigna, rischiando di portare al rifiuto dell’islam in quanto tale. E questo pone due interrogativi.

Come affrontare l'integralismo islamico?

L’islam è integralista per sua essenza?

Storicamente, la maggioranza dei musulmani hanno praticato un islam pacifico e dalle grandissime differenze. L’islam radicale, pur avendo rappresentato una corrente stabile dalla fine del XIX secolo, in un mondo arabo-musulmano destabilizzato, a sempre rimasto molto minoritario.

L’islam non è una religione del ripiegamento.

Fin dalla sua origine, nel VII secolo, è stato portatore di un messaggio universale, che predicava l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Intorno al profeta Maometto vivevano persiani, etiopi, yemeniti. Il Corano faceva esplicitamente riferimento al monoteismo ebraico e a quello cristiano, e l’islam riservava uno spazio alle altre dottrine religiose.

L’islam non è neppure una forma di oscurantismo.

II Corano fa appello continuamente alla ragione umana. I testi e la tradizione avvalorano la conoscenza, le scienze, lo studio delle lingue, gli incontri. Al momento della cosiddetta “età d’oro” degli abbàsidi (VIII-XI secolo) si sono delineate tendenze che potremmo definire razionaliste, si sono sviluppate le scienze teoriche pure (matematiche) e naturali (astronomia, medicina, botanica). Maestri e discepoli dell’islam hanno viaggiato molto tra l’Asia centrale e 1’Andalusia. Una simile fioritura intellettuale ha alimentato il successivo sviluppo del pensiero medievale occidentale, che ha fatto esplicito riferimento a grandi pensatori musulmani, come Averroè, per non citarne che uno soltanto.

L’islam non è intolleranza.

II mondo musulmano ha conosciuto lunghi periodi di coesistenza pacifica con altre culture e tendenze religiose. Non si è forse conservato il ricordo del “miracolo andaluso” dal IX al XII secolo? E non è stato l’Impero ottomano ad accogliere gli ebrei cacciati dalla Spagna dopo il 1492? La “maggioranza silenziosa” dei fedeli, nel grande islam di oggi, sembra non chiedere altro che vivere in pace e coabitare con le altre confessioni. L’islam popolare, l’islam vissuto quotidianamente, chiede ai fedeli la misericordia, la compassione e l’elemosina, la fraternità e la solidarietà.

Affrancare l’islam dalle sue versioni caricaturali non significa però idealizzarlo.

La condizione della donna nel mondo arabo-musulmano resta nella maggior parte dei casi quella di un essere inferiore, o addirittura di un minore, come è avvenuto per lungo tempo anche nelle nostre culture. In terra d’islam, lo Stato e la società civile si sono emancipati poco dalla religione, contrariamente a quanto avvenuto in Occidente dopo la rivoluzione democratica.

Ora, per gli occidentali, i due paesi più emblematici dell’islam sono l’Iran e l’Arabia Saudita. Il rivoluzionarismo sciita dell’uno e il rigorismo wah-habita dell’altro ispirano timore e incomprensione, anche se i musulmani nel nostro paese non si rifanno a quelle tradizioni. E quindi essenziale, in tempi come questi di interpenetrazione tra le aree culturali, conoscere l’islam, distinguere tra le sue vane correnti, rifiutare l’amalgama tra islam e integralismo, favorire il dialogo tra le religioni, facilitare finalmente l’organizzazione dei culti musulmani in Europa, come hanno cominciato a fare gli ultimi governi nel nostro paese, senza per questo cedere al “comunitarismo”. E questo ci porta al mio secondo interrogativo.

Come affrontare l’integralismo islamico?

Le principali democrazie hanno trascurato a lungo la lotta attiva contro il terrorismo che si richiama all’islam. Si pensava che l’integralismo islamico riguardasse soltanto i paesi musulmani. Gli Stati Uniti vi hanno visto addirittura, fino agli anni Ottanta, uno strumento di cui avvalersi nella guerra contro i tradizionali nemici: l’URSS e il comunismo. Hanno, pertanto, ignorato il pericolo che avrebbe potuto costituire il diffondersi della concezione wahh-bita dell’islam. Peggio ancora, hanno creduto di potere strumentalizzare il movimento dei talebani e il gruppo di Bin Laden contro l’occupante sovietico in Afghanistan. Allo stesso modo, gli israeliani sono stati compiacenti con il movimento di Hamas per tutta la fase in cui hanno avuto come principale nemico l’OLP di Yasser Arafat. Sia gli uni sia gli altri, perciò, hanno giocato a fare gli apprendisti stregoni.

Il cambiamento di atteggiamento degli americani a radicale dopo gli attentati dell’ 11 settembre 2001. La prima potenza mondiale colpita al cuore e negli stessi simboli della sua forza. Il terrorismo internazionale diventa a quel punto il nemico principale; passa in primo piano nelle preoccupazioni della diplomazia e della potenza militare americane. Resta però il problema di quali siano i mezzi migliori per combattere il terrorismo. Si troverà la soluzione entrando in guerra contro ogni dittatura medio-orientale sospettata di sostenere il terrorismo? L’intervento americano in Iraq è stato il frutto di questa strategia, ma ha fatto divampare il terrorismo anziché riassorbirlo. La risposta al terrorismo non passa, piuttosto, per la battaglia e la collaborazione internazionale dei sistemi giudiziari, delle polizie e dei servizi speciali di tutti i paesi — democratici o meno — che hanno l’interesse comune di sradicare il terrorismo? E l’approccio francese. Del resto, la lotta al terrorismo, per quanto indispensabile, non è la principale posta in gioco della vita internazionale.

Al di là del terrorismo, si impone la vigilanza nei confronti dei tentativi del fondamentalismo islamico di radicarsi la dove, nei nostri paesi, vive una popolazione di cultura musulmana. L’emarginazione dell’islamismo radicale non può avvenire soltanto con la sorveglianza poliziesca delle moschee, degli imam, o dei gruppi radicali, oppure, in modo pia positivo, con una buona organizzazione del culto musulmano. Essa richiede la piena integrazione dei nostri compatrioti e degli stranieri presenti sul nostro territorio, originari del Maghreb o dell’Africa. Spetta alla Repubblica affrontare questa sfida.

Rassegna stampa dal libro “Il mondo come lo vedo io” di Lionel Jospin

Brevi notizie sull’autore del libro:

Lionel Jospin (1937) nato in una famiglia protestante, intraprende gli studi classici e in seguito frequenta l’Istituto di studi politici di Parigi. Nel 1965 inizia la carriera diplomatica come Segretario agli Affari esteri e poi alla direzione della cooperazione economica dello stesso ministero. Nel 1970 aderisce al Partito Socialista. Nel 1980 è eletto deputato a Parigi e nel 1981, quando Mitterrand viene eletto Presidente della Repubblica, diviene Segretario del Partito Socialista. Nel 1988 lascia la direzione del partito per dirigere il ministero dell’Educazione. Sconfitto alle presidenziali del 1995, vince invece le legislative del 1997 e viene nominato Primo ministro dal presidente J. Chirac. Dopo aver guidato la Francia per cinque anni, si candida alle presidenziali del 2002 contro lo stesso Chirac che vince su Jospin, il quale si ritira definitivamente dalla vita politica.

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