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  • Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    [corner-ad id=1]La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni…

    Clicca quì per visualizzare l’articolo completo nella sezione WIKI del blog

    L’elenco aggiornato di tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS) sono nell’articolo di Introduzione alla sezione wiki che potete leggere cliccando nel link che segue:

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    https://www.romanews.it/blog/wiki/economia-solidale

    Gli articoli sono tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci con il medesimo titolo di cui vedete quì la copertina.

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013
    Economia solidale - Tornare alla filiera corta

  • La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    La filiera corta – Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    [corner-ad id=1]La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricolturaGià dagli anni 80, nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati, l’inattesa e vasta disponibilità di cibo standardizzato, importato e spesso già trasformato ha portato le famiglie a repentini cambiamenti di abitudini alimentari e stili di vita (Schmidhuber e Shetty, 2009).

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    La modernizzazione ha permesso l’ampia disponibilità di cibo pronto e a basso prezzo. Questo è apparentemente un vantaggio per i consumatori che possono risparmiare tempo e fatica delegando la coltivazione e la preparazione del cibo alle grandi azienda, ma ciò comporta anche alcuni rischi, soprattutto con riguardo alla qualità della dieta. In quegli anni, la diffusione dei supermercati e dei prodotti confezionati, infatti, ha permesso la sostituzione di buona parte delle calorie di origine vegetale con calorie di origine animale (Smil, 2000).

    Vedi http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=524

    Questa circostanza è eloquente nell’esperienza di alcune popolazioni delle isole del Pacifico (Naru, Cook, Tonga), in cui lo spostamento dalle diete tradizionali verso quelle a base di cibo trasformato ha indotto gravi conseguenze in termini di obesità, comportando l’abbandono di pratiche agricole tradizionali e conoscenze locali legati alla coltivazione e alla preparazione del cibo (Kirk et al., 2008). In alcuni di questi paesi la percentuale di persone in sovrappeso raggiunge il 92%; mentre quella di obesi oltrepassa l’80% (British Heart Foundation, 2006).

    British Heart Foundation Health Promotion Research Group

    Il processo di modernizzazione ha dunque avuto dei risultati positivi riducendo la quota di popolazione sotto nutrita, ma ha anche complicato il problema della malnutrizione nel contesto della salute globale. Oggi il numero di sottonutriti si aggira intorno a 870 milioni di persone, (14,9% nei PVS), ma le malattie collegate al sovrappeso e all’obesità sono in costante aumento. La Fao ha evidenziato che questa preoccupazione colpisce oggi il 20% della popolazione mondiale, vale a dire circa 1.400 milioni di persone tra cui 500 milioni sono obese (WHO, 2012).

    Obesity e overweight. Fact sheet No. 311. Geneva, Switzerlandon Agriculture document COAG/2010/6. 2008.

    Si è così giunti a una paradossale convivenza di sotto nutrizione e obesità in diverse regioni del mondo, come si può vedere dalla figura 1.2. Dal punto di vista ambientale la modernizzazione ha comportato due importanti conseguenze. La prima è riferita al fatto che la selezione di poche varietà ibride per ogni pianta ha comportato la scomparsa di un altissimo numero di altre varietà autoctone e metodi di coltivazione tradizionali. Si stima che per alcuni raccolti, la perdita di biodiversità sia stata anche del 90%. In India, per esempio, le varietà di riso, una delle specie maggiormente coinvolte nel cambiamento, sono passate da 100.000 a 10, e lo stesso è accaduto per gli allevamenti.
    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    Vandana Shiva (2001) ha reso noto che le razze di maiale commercializzate in tutto il mondo sono oggi ridotte al solo numero di quattro, quando fino a poco tempo fa solamente in Cina erano oltre 40. La perdita di biodiversità si traduce spesso anche in una perdita di fattori nutritivi inducendo gli individui che li consumano a un’alimentazione povera, come risultato del passaggio da diete varie, con molte fonti nutritive a diete basate su uno o pochi cereali.
    La modernizzazione dell’agricoltura, inoltre, basandosi sull’utilizzo di componenti chimici, ha impedito lo sviluppo adeguato dei microrganismi benefici del suolo e di altri organismi. Tale processo comporta la perdita totale di fertilità del suolo e la sua capacità di rigenerarsi (Venturini, 2007).
    La seconda difficoltà ambientale si riferisce al consistente utilizzo di sostanze chimiche in agricoltura, che provoca l’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere, causando problemi sanitari tanto agli agricoltori quanto ai consumatori entrati in contatto con prodotti a elevata tossicità.

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    Uno degli scandali che ha reso nota la pericolosità della produzione di componenti chimici in agricoltura (fitofarmaci) fu la tragedia avvenuta la notte del 3 dicembre 1984 a Bophal in India. In seguito a una serie di incidenti tecnici avvenuti in una fabbrica di pesticidi, si sprigionò una nube di fumi tossici che provocò la morte di quasi 4.000 persone e l’avvelenamento di altre migliaia. Da allora non è cambiato molto: in Italia l’ISPRA (2013) ha pubblicato un rapporto sulla presenza di pesticidi nelle acque italiane comunicando che tra il 2009 e il 2010 oltre la metà delle acque superficiali, e quasi un terzo di quelle sotterranee, erano contaminate da pesticidi e fertilizzanti, spesso al di sopra dei limiti di legge compromettendone la potabilità.
    Dal punto di vista economico la questione è più complicata. L’improvviso aumento delle rese agricole manifestò la difficoltà di assorbimento da parte del sistema e il conseguente crollo dei prezzi nei mercati internazionali. Risultò così pressoché impossibile rientrare dagli ingenti investimenti iniziali senza aiuti di stato o ulteriori indebitamenti. Ciò indusse un’ulteriore spinta all’acquisto di terra da parte delle grandi aziende agricole e l’abbandono da parte delle piccole imprese familiari, dando luogo alle pressioni sociali di cui sopra. Alla caduta del prezzo si aggiunse anche il problema della dipendenza da numerosi input quali tecnologia, fertilizzanti, sementi geneticamente modificate e combustibili fossili. Progressivamente l‘agricoltura si basò sui prodotti petroliferi, dipendendo quindi dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio. Con l’introduzione di fattori di produzione esterni, che presuppongono il loro impiego secondo la logica del sistema che li ha creati, si è determinata una standardizzazione dei processi produttivi sempre più sganciati dai contesti locali e sempre più dipendenti dalle prescrizioni esterne.
    In tal modo è stato circoscritto il lavoro degli agricoltori al ruolo di efficienti produttori agricoli, ed è stato delegato ad altri soggetti il compito di distribuirli. Si è così via via affermata la figura di una sorta di agricoltore “virtuale” (Van der Ploeg, 2003), capace di eseguire correttamente un complesso di operazioni prescritte dall’esterno e trasmesse attraverso un apparato di divulgazione e assistenza tecnica. È opinione condivisa che questo sistema abbia sottratto potere decisionale alle aziende agricole, piccole in particolare (Brunori et al., 2008), e abbia accentrato il potere (e i profitti) nelle mani dei soggetti al centro della filiera: gli intermediari. La progressiva perdita di potere decisionale degli agricoltori ha favorito i soggetti che dominano il mercato a monte e a valle, rispettivamente dal lato degli input e della distribuzione. L’aumento dei costi degli input è stato un importante motivo di sofferenza da parte degli agricoltori ma anche il nuovo meccanismo di distribuzione, necessario a gestire le ingenti derrate prodotte con metodi intensivi, ha contribuito alla compressione dei ricavi. I soggetti (grossisti, intermediari e soprattutto industrie alimentari) che hanno un maggior controllo dell’offerta (anche grazie alla pubblicità) essendo meglio integrate nei canali di commercializzazione, possono esercitare una pressione significativa sulle aziende agricole per comprimere il prezzo. Se si considera l’aumento del costo degli input e la pressione esercitata dai soggetti intermedi alla filiera, per i produttori si verifica una pressione economica insostenibile – definita “squeeze on agriculture– determinata da una costante riduzione del rapporto tra ricavi e costi di produzione (Van der Ploeg, 2003) (figura 1.3).

    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

    Per Van der Ploeg (et al., 2000) lo squeeze si è intensificato a partire dagli anni Ottanta ed è necessario un nuovo paradigma di sviluppo rurale per allentare questa strettoia.
    Secondo l’osservazione di Van der Ploeg il paradigma della modernizzazione agricola, che ha ispirato le politiche agricole mondiali degli ultimi anni, non si è rivelato molto ‘razionale’. I motivi principali sono il fatto che riducendo sensibilmente l’occupazione e la ricchezza sociale, la qualità dei prodotti diminuisce e l’ambiente non è in grado di sostenere un simile cambiamento. Ecco perché alcuni identificano questo modello non più come il progresso, ma come il degrado dell’agricoltura.

    PLOEG VAN DER JAN DOUWE, Oltre la modernizzazione. Processi di sviluppo rurale in Europa. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2006, p51.

    In virtù delle ingenti derrate prodotte dalle grandi aziende, si è predisposto, infatti, un sistema detto di “filiera lunga”, basato sul ruolo di numerosi intermediari con il compito di distribuire le derrate a livello sempre più locale. Le produzioni vengono acquistate in grande quantità dai grossisti alla produzione che a loro volta li distribuiscono ad altri numerosi intermediari, integrati col territorio o con i mercati internazionali.La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricoltura

     

     

    Alle estremità della clessidra si trovano i milioni di produttori e consumatori, mentre al centro si riscontra un esiguo numero di intermediari e acquirenti aziendali. Secondo Grievink, il potere è concentrato nel collo di bottiglia, dove 110 intermediari hanno il controllo delle derrate offerte da oltre 3 milioni di produttori .
    La filiera corta - Vantaggi e svantaggi della modernizzazione in agricolturaAnalizzando la remunerazione delle aziende agricole, la polverizzazione dell’offerta (in presenza di alti volumi di produzione) e la presenza di pochi compratori, (quali sono le industrie alimentari), è possibile osservare che esse portano all’affermarsi di un regime di oligopsonio

    Nel caso della pasta, per esempio, l’AGCM ha accertato che le principali aziende produttrici, per difendersi dagli aumenti del prezzo della semola e della farina del 2007, concordavano incrementi minimi dei prezzi di listino, riuscendo così a trasferire una parte dei costi maggiore di quella che avrebbero potuto trasferire senza restringere la concorrenza. Quest’operazione è stata denominata “cartello della pasta” ed è stata sanzionata per 12 milioni di euro.

    in cui la domanda è concentrata in un ristretto numero di operatori mentre l’offerta è frammentata in un numero indefinito di operatori. A tale proposito Pantini (2008) sostiene che queste sono logiche di mercato tipiche delle commodity.

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    Dall’indagine conoscitiva condotta dall’AGCM (Tabella 1.1) è emerso che, per il settore dell’ortofrutta in Italia, la catena distributiva comporta in media più di 2,5 intermediazioni tra produzione e consumo finale. In Italia solo il 9% delle filiere si caratterizza per una catena “corta”, il 44% da più di 2 passaggi, mentre il 15% registra la presenza di 4 o 5 intermediari. Secondo Berger (2005) in alcuni casi si arriva anche a 7-8 passaggi. Di conseguenza i prezzi finali oltrepassano del 294% i prezzi alla produzione, generando un ricarico medio che può superare l’80% del prezzo finale.
    Le difficoltà del caso italiano non risiedono solo nella presenza di troppe fasi di intermediazione, ma anche nell’inefficiente sistema infrastrutturale, che comporta l’aumento dei costi sostenuti per l’acquisizione di prodotti e servizi offerti da imprese esterne alla filiera agroalimentare: trasporto, logistica, energia, acqua.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Economia solidale… conosciamola con i fumetti!

    Economia solidale… conosciamola con i fumetti!

    Noi, del blog di romanews.it, ci teniamo  a scrivere contenuti originali e assolutamente NON copiati ma, proponendo una sezione WIKI dedicata all’economia solidale ed ai GAS (gruppi di acquisto solidale), siamo rimasti conquistati dalla descrizione in chiave “cartoons” fatta da Topolino nel 2011 magistralmente descritta dal blog
    https://fumettologicamente.wordpress.com/tag/topolino/page/3/
    Vi proponiamo quindi, in modalità “RASSEGNA STAMPA”, l’articolo pubblicato alla URL indicata:

     

    Il businessbuonismo di Paperone, e la pedagogia economica
    Posted on 18/10/2011 by matteos

     

    In uno degli ultimi numeri (2913), Topolino apriva con la storia Zio Paperone e la campagna in città (testi Marco Bosco, disegni Marco Mazzarello).
    Mi è parsa una storia più interessante del solito. Ma non tanto perché era dedicata al tema attuale del cibo biologico. Come sapete, che Topolino produca storie ispirate all’attualità – dai fatti puntuali ai temi nell’agenda dei media – non è una novità. E che questa abitudine sia anche una leva di marketing per il settimanale, è pure cosa nota. Infine, che l’ecologia sia un tema da tempo presente nelle storie Disney italiane, e che questo sia attraversato da ampie dosi di buonismo, è altrettanto evidente arcinoto. Basti pensare a un anno fa, quando Topolino 2834 ospitò la storia Paperinik e il mistero a impatto zero, sul tema delle emissioni di co2.

    Per precisione, dunque: nel numero in questione, la cui copertina portava lo strillo “numero speciale Topogreen”, il tema ecologico era declinato anche come strumento di marketing, per accompagnare la decisione (argomentata anche nell’editoriale dalla direttrice) di iniziare a stampare il giornale su carta riciclata con certificato PFEC.
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    Sbrigate le premesse, gli aspetti che mi sono parsi interessanti sono questi:

    1- Il primo è quello più evidente: il tema del cibo biologico è affrontato attraverso una chiave di lettura che non è solo valoriale. Non si tratta di una generica catechesi ecologista, del tipo “ciò che rispetta la natura è cosa buona in sé. Punto”. La lettura immaginata da redazione e autori è invece economica: il biologico come *modello differente* nella produzione e mercato dell’alimentazione. Al centro non c’è il valore del BIO in sé, ma il valore specifico della filiera corta.

    La storia si apre con un canonico shock imprenditoriale di Paperone, disperato per il declino delle vendite di frutta e verdura coltivate (e commercializzate) dalle sue imprese del settore. La ragione è che i consumatori sembrano avere cambiato le loro abitudini di acquisto, abbandonando i supermarket P.d.P per il nuovo “Mercato dei contadini”:
    Economia solidale... conosciamola con i fumetti!Economia solidale... conosciamola con i fumetti!

    In questa rappresentazione, Nonna Papera incarna la filiera corta, mentre Paperone è il simbolo dell’agricoltura industrale. Una trovata sensata e brillante, perché è perfettamente giustificata dall’identità dei personaggi, ma al contempo ne offre una specie di rilettura alternativa e/o aggiornata, che sovrappone il tema odierno agli stili di vita tradizionalmente diversi dei due paperi. Il cibo di Nonna Papera, proverbialmente “più buono”, si rivela tale non solo grazie alle sue abilità in cucina, e non è semplicemente ‘genuino’: proviene da un altro modello di produzione agricola. La Coldiretti sembra avere apprezzato.

    2- Da qui viene un secondo aspetto che mi pare ancora più interessante. La narrazione non si limita a mettere in scena una sorta di invenzione o scoperta. Non si ferma alla descrizione di una eccentrica (esotica, fantasiosa, eccezionale) diversità, ma la rappresenta in azione nel ‘normale’ contesto paperopolese, ovvero di una città i cui modelli di produzione imperanti sono altri, e in cui i principali imprenditori (Paperone e Rockerduck) non sono disposti a farsi facilmente bypassare. Zio Paperone e la campagna in città prova quindi a mettere in scena il conflitto tra diversi modelli economici: quello dei contadini organizzati, e quello degli industriali dell’agricoltura.

    La storia racconta quindi la reazione di Paperone, imprenditore in crisi che decide di cambiare strategia, affrontando la nuova concorrenza sullo stesso terreno: la vecchia tuba si lancia nella produzione di cibo biologico. Un percorso cui non mancano gli ostacoli. Dapprima cerca di acquistare qualche terreno agricolo; ma non ne trova disponibili (e anzi una sua offerta è respinta a pallettoni da Dinamite Bla). In seguito cerca una soluzione diversa, per certi versi coraggiosa e inventiva: attraverso la riqualificazione di una antica miniera di carbone sepolta sotto al centro di Paperopoli, arriva a realizzare “Underland P.d.P.”, la prima azienda ortofrutticola sotterranea:
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    L’operazione è un successo: prodotti di qualità, in grandi quantità – dunque a prezzi bassi – e in un contesto che per i clienti è anche un piacere ‘divertente’ (la surreale idea dello shopping-raccolta diretta dalle piante). E questo successo mette presto in crisi il “mercato dei contadini”. In uno scambio di vedute con i nipotini, preoccupati anche per Nonna Papera, il capitalista Paperone teorizza:

    la libera concorrenza ha le sue leggi! A volte sono dure, ma vanno rispettate! Entrando nel mercato, i contadini se ne sono assunti il rischio!

    Già, il mercato premia chi rischia e innova, e lo zione prospera. Al punto che il concorrente Rockerduck (il cui analogo business ‘tradizionale’ è anch’esso in crisi) non può restare a guardare. Ecco dunque entrare in scena l’antico rivale, che ‘copia’ il concorrente con un’iniziativa non da meno: un’azienda ortofrutticola subacquea, ancora più vasta e spettacolare. Risultato: un successo che spiazza lo stesso Paperone.

    Ma de’ Paperoni è l’imprenditore indomito che sappiamo, e avvia una contromossa: accelera la produzione, per tornare a superare Rockerduck sia sulla stagionalità dei prodotti che (ci immaginiamo) sui prezzi. Rockerduck lo segue subito, ma nella sua serra sottomoarina le condizioni climatico-produttive sono particolarmente rischiose, come nota un suo tecnico. Tuttavia vediamo Rockerduck assumersi in toto il rischio: piuttosto che vedersi superato se ne frega delle conseguenze, e ordina che si acceleri la produzione senza rispettare i tempi naturali di crescita delle piante.
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    Inizia così una catastrofe. Cominciano a verificarsi problemi serissimi: frutti e verdure marciscono in un baleno, con inevitabili contestazioni dei consumatori. Idem accade alla Underland P.d.P.. La credibilità delle “megafattorie” è distrutta, e la valutazione di Rockerduck è impetosa: inutile rimediare tornando ai metodi precedenti:

    l’immagine dell’azienda ormai è compromessa e, in questi casi, il consumatore non perdona!

    Resta da fare solo una cosa: abbandonare del tutto il business. Si chiude. Ai nipotini il ruolo di esplicitare la morale:

    Che batosta per lo Zio Paperone! Ci ha rimesso una vagonata di dollari! Per non parlare di Rockerduck! La cupola sottomarina sarà costata anche di più! […] Con la natura non si scherza! Maltrattandola, ne ricavi solo guai!

    Insomma, il racconto sul conflitto tra modelli industriali che ne esce è certo molto semplifice, ma non anestetizzato. Lo vediamo quindi messo in scena in tuttte le sue fasi, dall’analisi dello scenario competitivo alle strategie di creazione del valore aggiunto, dalla fase di innovazione fino al (drammatico) run-out-of-business. Una piccola lezione di didattica industriale, compiuta e coerente.

    3- Nel post-finale, con il “ritorno alla normalità”, la storia aggiunge un ingrediente ulteriore. La scena di Paperopoli, dopo il tracollo dei due antagonisti, torna ad essere dominata dal “mercato dei contadini”. E proprio lì si ritrovano Nonna Papera e Paperone, con quest’ultimo ormai in veste di (scornato) cliente. E’ qui che la parabola disneyana trova un compimento non solo didattico, ma propriamente pedagogico. Lo rivela Battista, maggiordomo di Paperone, chiacchierando con Nonna Papera cui svela come sono andate ‘veramente’ le cose nel momento cruciale della scelta di “alzare il rischio”:
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    Ebbene la scelta di Paperone a favore di un processo produttivo aggressivo e distruttivo, non era finalizzata al recupero della posizione dominante su Rockerduck. Si trattava di un fallimento industriale intenzionale, il cui obiettivo era altro: fare marcia indietro rispetto a un modello industriale che stava distruggendo un business “sano” come quello della filiera corta, alimentato dai contadini.

    Ovviamente una storia Disney come questa, breve e semplice, si apre a diverse letture, tra cui:

    • lettura economicista: a trionfare è il cinismo imprenditoriale di Paperone, che piuttosto di perdere la leadership preferisce sfasciare l’intero mercato (Paperone è un capitalista spietato, e così si è comportato anche stavolta, al di là della facciata buonista)
    • lettura sarcastica: queste cose possono accadere solo in storielle immaginarie (Paperone è un imprenditore lontano anni luce dalla realtà imprenditoriale e dall’economia reale)

    Tutte legittime. E non c’è dubbio che ciascuno sia libero di scegliere la propria. Ma quel che mi pare importante è riconoscere anche il peso e il valore di quel che una volta si sarebbe chiamato il “messaggio”: l’obiettivo esplicito, l’intenzione comunicativa della storia.

    Ed è in questo senso che mi sembra utile sottolineare come Zio Paperone e la campagna in città, grazie alla sequenza nel post-finale, non sia solo una storiella su un sano principio (‘rispetta la natura’) condita dalla descrizione (compiuta) delle sue implicazioni economico-industriali. Più ampiamente, è una storia su un modo di guardare al business: non solo didattica industriale, ma pedagogia economica. Dietro alle scelte di business, anche le più paradossali e impossibili come un *maxifallimento intenzionale*, c’è una visione del contesto sociale in cui vanno a radicarsi. Un contesto in cui non tutto è utile, non tutto è opportuno, non tutto è sviluppo.

    E per quanto assurdo, illusorio, buonista, credibile-solo-nei-fumetti possa sembrare il messaggio di un Paperon de’ Paperoni, in fondo è proprio di questa pedagogia che sembriamo avere più bisogno oggi, per lo sviluppo della nostra acciaccata società moderna.

  • La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

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    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni. A partire da quegli anni il modello agroalimentare può essere analizzato in tre fasi (Brunori et al., 2013).
    La prima è caratterizzata dalla modernizzazione dei processi agricoli, che si è intensificato dopo la seconda guerra mondiale. La seconda fase si distingue per una maggiore attenzione verso la qualità degli alimenti, divenuto con il tempo uno strumento di marketing. La terza fase intende rispondere alle crisi economiche e alimentari degli ultimi anni, in un’ottica di sostenibilità e di integrazione multidimensionale.

    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    La Rivoluzione Verde: nascita e crisi della modernizzazione in agricoltura

    Nell’Ottocento la crescita della popolazione sembrava un fenomeno inarrestabile, in grado di minare la sopravvivenza dell’umanità stessa. La questione è stata affrontata prima con la tesi di Malthus (1798), secondo cui la crescita della popolazione avrebbe costretto l’umanità a uno stato di indigenza; poi con quella di Helrich (1968), che ipotizzava gravi crisi alimentari tra gli anni Sessanta e Settanta; infine con quella di Meadows (et al., 1972) che sostenevano l’impossibilità di una crescita positiva illimitata e invocavano piuttosto la necessità di un modello di produzione e consumo stabili.
    Queste tesi sono state smentite nel corso degli anni poiché non hanno tenuto conto dell’innovazione e del progresso tecnologico che, in occidente, ha portato alla modernizzazione in agricoltura dando vita alla cosiddetta Rivoluzione Verde. Tale processo è caratterizzato da tre importanti cambiamenti (Grigg, 1992): 10

    1) L’utilizzo delle macchine agricole in sostituzione del lavoro, umano e animale, per ridurre i costi di produzione dei prodotti agricoli. Se prima l’agricoltura era dominata da un sistema relativamente stabile grazie alla forza dell’uomo, degli animali domestici e degli animali selvatici (soprattutto impollinatori), con l’introduzione delle macchine agricole viene inserita una nuova energia capace di essere aumentata a piacere con l’uso dei combustibili fossili. Le macchine rappresentano una tecnologia importata in grado di ridurre sensibilmente il tempo di raccolta delle derrate e il costo del lavoro, anche se richiede ingenti investimenti per l’acquisto e la manutenzione.

    2) L’introduzione di sostanze chimiche in agricoltura (fertilizzanti, pesticidi e diserbanti), necessarie da un lato per eliminare i parassiti che rischiavano di deteriorare le coltivazioni causando inaspettate perdite di raccolto; dall’altro per bilanciare l’imponente sfruttamento del suolo dato dalla monocoltura, che aveva bisogno di un continuo nutrimento, non avendo il tempo adatto per rigenerarsi.

    3) La diffusione di sementi ibride, chiamate anche “varietà ad alta resa”, in grado di garantire una produzione maggiore di quella parte edibile e commercializzabile della pianta, e un migliore adattamento all’uso delle macchine. Alcune di queste sementi, ancora in commercio, hanno la caratteristica di essere sterili, vanno pertanto acquistate annualmente da chi ne detiene il brevetto.
    Negli Stati Uniti le multinazionali Monsanto, DuPont, Novartis e Stoneville controllano, ogni anno, il 65% delle sementi per la produzione di mais e l’84% di quelle per la produzione del cotone.

    Si è trattato di un processo di modernizzazione rivolto ad aumentare la produttività agricola e ridurre la scarsità alimentare sulla base dei processi di specializzazione e intensificazione. Il grande merito e scopo dell’operazione è stato quello di ridurre la fame e la sottonutrizione di ampi strati della popolazione mondiale, tramite miglioramenti nelle rese delle coltivazioni.
    In realtà gli obiettivi della modernizzazione agricola non erano solo umanitari, come dimostra la stessa origine dell’espressione “Rivoluzione Verde”. Il termine fu utilizzato per la prima volta da William Gaud dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale in un discorso alla Società per lo Sviluppo Internazionale. Nel discorso, Gaud presentò la Rivoluzione Verde come un’iniziativa mirata a evitare che l’eredità di miseria e tensione sociale del colonialismo spingesse i paesi del sud del mondo ad abbracciare la “rivoluzione rossa” comunista.

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    Questo processo è stato caratterizzato da un’intensa crescita economica, i cui modelli di distribuzione e consumo hanno influito fortemente non solo sulle tecniche di produzione, ma anche sulle abitudini della popolazione mondiale (Schmidhuber e Shetty, 2009).
    A partire dagli anni Sessanta si è registrato un aumento della produttività agricola costante nelle coltivazioni interessate dall’innovazione: riso, mais e grano (figura 1.1).
    La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    I principi della Rivoluzione Verde sono stati estesi anche all’attività di allevamento e hanno portato, nel corso del tempo, un cambiamento radicale dei principi che fino a quel momento caratterizzavano l’attività agricola. Cambiarono anche i paesaggi rurali in virtù dell’uso delle monocolture praticate su vaste estensioni a scapito dell’agricoltura diversificata dei piccoli contadini, che non avevano mezzi e risorse per partecipare al processo di trasformazione.
    In seguito, si è fatta luce sulle conseguenze dei principi della Rivoluzione Verde, in particolare è emersa la preoccupazione per gli ingenti costi economici, ambientali e sociali, riassunti nel termine “esternalità negativa”.
    Un’esternalità negativa si ha quando l’attività di produzione o consumo di un soggetto influenza negativamente il benessere di un altro soggetto, senza che questo riceva una compensazione economica o di altro genere. Fonte: Tirelli M., Politca economica e fallimenti del mercato, Torino, Giappichelli, 2009.
    Dal punto di vista sociale, il sistema agroalimentare modernizzato è ad alta intensità di capitale e fu impiantato in un mondo dove l’agricoltura era ancora di sussistenza e dominata già di per sé da una drammatica sovrabbondanza di lavoro. Le prime conseguenze dell’introduzione delle macchine agricole furono fenomeni quali disoccupazione di massa, fuga dalle campagne e urbanizzazione forzata. La velocità con cui si sono diffusi questi fattori fu tale da non consentire un graduale assorbimento dei nuovi arrivati, producendo gravi tensioni sociali (Venturini, 2007).

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    Gli effetti demografici si possono analizzare a partire dagli USA, dove prima di altrove si è manifestata la
    modernizzazione.
    Infatti, tra il 1900 e il 1985, la popolazione americana è passata 30 a 5 milioni di residenti e gli occupati in agricoltura da 14 a 3,5 milioni (Molnar, 1986).
    In Italia le cose hanno seguito un andamento simile: nel 1950 il numero di occupati in agricoltura era di oltre 8,5 milioni (44%); nel 1970 tale numero è sceso a 3 milioni (15%), nel 2009 a sole 874 mila unità con un’incidenza del 3,7% (Istat, 2011). Altro aspetto rilevante sul tessuto sociale sono le conseguenze nelle abitudini di consumo: il modello agroalimentare “verde” ha influito sulle abitudini della popolazione mondiale con un fenomeno denominato transizione alimentare (o nutrizionale).
    Per transizione alimentare s’intende un mutamento nei livelli di assunzione media pro capite di calorie e soprattutto nella composizione della dieta.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

     

     

     

  • Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

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    WIKI_STUDY_fucsia_OK1_350_economiaS

    Che cosa è  l’economia solidale ed, in particolare, cosa sono i gruppi di acquisto solidale (GAS) ?
    Abbiamo pensato di dare chiare e precise risposte pubblicando  una serie di articoli estrapolati dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci (2013), aggiungendo ulteriori riflessioni di approfondimento in chiave  semplificata e divulgativa.
    In particolare si approfondiscono i concetti di “filiera corta” vedi wikipedia (inglese: Short food supply chains) e di GAS (gruppi di acquisto solidale). Saranno pubblicate presto anche delle videoclip su youtube.

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    FILIERA CORTA
    I passi fondamentali attraverso cui il sistema agroalimentare si è modificato nel corso degli anni, dando vita a diverse forme operative di filiera corta, tra cui farmers’ markets, box schemes e GAS

    L’indice degli articoli pubblicati è presente nella colonna qui a destra (sidebar)  nella “SEZIONE WIKI” ed è generato in automatico ad ogni nuova pubblicazione.


    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    TERMINI UTILI

    G.A.S. (gruppi di acquisto solidale)
    “….gruppi auto‐organizzati di consumatori che acquistano
    collettivamente attraverso una relazione diretta con i produttori,
    con riferimento a principi etici condivisi” (Rossi e Brunori 2011)

    Consumo critico
    “Tiene conto degli effetti sociali e ambientali
    dell’intero ciclo di vita del prodotto” (Unimondo)

    Solidarietà
    Con i soci
    Con i produttori
    Con i paesi a Sud del mondo
    (Saroldi 2002)

    Sicurezza alimentare
    “…situazione in cui tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico,
    sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano
    le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e
    sana…” (FAO, 1996).

    Disponibilità, Accesso, Utilizzo, Stabilità (Segrè, 2008)

    La visione dei GAS di Roma:
    …. costruire un sistema per l’approvvigionamento di alimenti
    biologici accessibile anche a redditi medi e medio‐bassi
    (Fonte e Salvioni, 2013)

     

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  • Roma ed il tevere: storia del Circolo Canottieri Aniene

    Roma ed il tevere: storia del Circolo Canottieri Aniene

    [corner-ad id=1]L’Aniene affluente di sinistra del Tevere, nasce nei Simbruini in due rami, l’Aniene vero e proprio e il Simbrivio. Scorre dapprima in una vallata stretta ed incassata, non ricevendo fino ad Agosta cospicui contributi. Poi, tra Agosta e Roviano, è accresciuto da altre sorgenti, delle quali le più copiose sono riservate all’approvvigionamento idrico di Roma. Più oltre la valle muta direzione facendosi più ampia. Il fiume, a monte di Tivoli, salta il ripido orlo del Subappennino calcareo, con un gruppo di cascate. Nel corso inferiore, invece, divaga a meandri nella campagna romana fino a gettarsi nel Tevere alle porte della Capitale.

    Il Tevere, fiume di Roma, vanto ma anche preoccupazione per la città: dopo la rovinosa piena del 29 dicembre 1870, per far sì che episodi del genere non si ripetessero, il governo piemontese preparò un progetto di fusione Tevere – Aniene, che avrebbe dovuto condurre ad una grande fascia d’acqua oltre la quale si sarebbe dovuta espandere e crescere la moderna Roma. Progetto ambizioso ma rimasto nei sogni, irrealizzabile per gli enormi costi e la mancanza di adeguati macchinari. Vennero invece realizzati i famigerati “muraglioni“, tanto detestati dai romani, sulle fiancate del fiume e Roma, come se non bastasse, perse il porto di Ripetta. Così iniziò l’allontanamento della città dal Tevere.

    Tevere e Aniene, due fiumi e due nomi destinati ad unirsi, non solo nel paesaggio laziale ma anche nella nostra storia in un coacervo misterioso ed esaltante.

    Nome prestigioso di fiume questo “Aniene“, che nell’antichità era pure chiamato “Teverone“, forse navigabile secondo il geografo e storico Strabone.

    Salpavano le zattere dalla zona di Barco, nelle adiacenze di Ponte Lucano, cariche di travertino, alabastro e pietra quintilina, con approdo a Roma. Le contrassegnavano la scritta A.U.F., ad usum fabricorum.

    Diogini di Alicarnasso, storico greco, precisò che “l’Aniene dalla città di Tiburto si precipita da un’alta rupe”, e Grazio: “l’antro di Albunea, risonante del precipitoso Aniene“.

    Tevere più Teverone, dunque.

    Un legame quello tra Roma ed il Tevere indissolubile ed affascinante, un legame che ha fatto la storia di Roma sportiva. Tanti campioni di tutti gli sport hanno passeggiato sulle sue rive millenarie, intere generazioni hanno dato vita ad un’epoca indimenticabile, lasciando le proprie impronte sull’argilla biondastra che dona alle sue acque il caratteristico colore.
    Canottieri, nuotatori, lottatori, pesisti, ginnasti, calciatori, rugbisti, pugili di tutte le categorie. Un mondo favoloso che non tornerà più, l’autentica culla dello sport romano.

    Epoca spensierata dello sport pour le sport, segnata da innumerevoli imprese atletiche, che aveva come epicentro il fiume echeggiante di allegre risate, teatro di scherzi incredibili, di formidabili tuffatori che, a volte, travestiti da donna, saltavano giù dai ponti e facevano accorrere “questurini” ed ammassare i passanti, sbalorditi e impauriti, lungo i muraglioni. Irripetibili episodi di folklore tiberino che hanno fatto un’epoca e che resteranno come pietre miliari della storia capitolina.

    Ed in un’atmosfera del tutto particolare, tra lo sportivo, il goliardico ed il bohémien, un po’ “bullesca” e un po’ menefreghista, nasceva il Circolo Canottieri Aniene, il 5 giugno 1892. Non rappresentava una novità, ma veniva ugualmente accolto con sorpresa.

    Già nel 1867 la Società Ginnastica Semy (presidente Guglielmo Grant) vedeva la luce, società coraggiosa visto che i suoi componenti si esercitavano sul fiume con esemplare sprezzo del pericolo essendo spesso presi a fucilate da gendarmi pontifici (acerrimi nemici dei garibaldini) che, appena vedevano “rosso” (il colore delle maglie dei ginnasti), sparavano. Nel 1872 nasceva anche il Circolo Canottieri Tevere, che avrebbe poi mutato il suo nome, undici anni dopo nel 1883, in Reale C.C. Tevere Remo. Illustre progenitore di quel Circolo del Remo che, nato nel 1884, si fuse poi con il “Tevere”. Circolo del Remo nato con una chiara impronta aristocratica, o meglio aristocratico-nera, in quanto decisamente più vicino sentimentalmente alla cattedrale di San Pietro che non al palazzo del Quirinale dove, da qualche anno, si erano installati i Savoia. Negli ambienti tiberini il Circolo del Remo passava infatti come il “circolo dei preti”.

    E proprio per il fatto di non condividere le idee dei rappresentanti dell’aristocrazia nera, quattro suoi soci, veri amanti del canottaggio più che dei giochi di carte, più sportivi che perdigiorno, decidevano di presentare le dimissioni: erano Alessandro Morani ed i tre fratelli Ettore, Alfredo e Giulio Fasoli.
    Il 5 giugno 1892, essi fondavano un nuovo Club al quale imposero il nome di “Aniene Club Nautico”, nome prescelto alla luce del connubio Tevere-Aniene di cui si parlava in apertura. Colori sociali il giallo ed il celeste, primo presidente Alessandro Morani, immediata iniziativa, l’acquisto di una barca da “Peppaccione” al vicolo del Cefalo. Vicolo del Cefalo era ed è tuttora una piccola strada che unisce via Giulia al Lungotevere del Sangallo, nel rione Ponte, nel cuore della vecchia Roma. Una strada che ha preso il nome dalla famiglia Cevoli. Pochi metri che ospitano quattro antichi palazzi ed un edificio, sede, nei primi del Novecento, di una ditta fornitrice di calce e dal 1930 trasformato in autorimessa. Al numero civico 11 oggi c’è l’Associazione cerignolani; nel 1892 il palazzetto ospitava una delle più note famiglie di “fiumaroli” romani, la famiglia Tavani, gente rude, muscoli d’acciaio e cuor d’oro, pronta a dare tutta se stessa per quel fiume tanto amato e tanto vissuto.
    E proprio da Peppaccione Tavani si recarono i tre fratelli Fasoli e Alessandro Morani. Una trattativa breve e convinta, poi la gioia più grande: l’Aniene aveva la sua prima barca.
    Storia-Canottieri_Aniene

    Una delle primissime gite organizzate dall’ancora sparuto gruppo dell’Amene nell’estate del 1892. Purtroppo, seguendo l’inveterata abitudine di non descrivere e non datare le fotografie, e soprattutto non esistendo come oggi l’obbligo della foto di ogni singolo socio all’atto dell’iscrizione, molti personaggi sono destinati a restare senza nome. Fortunatamente in questa fotografia quattro di essi sono individuati e sono proprio i quattro fondatori del nostro sodalizio: sulla destra della foto i tré fratelli Fasoli, tutti e tré barbuti e in divisa sociale, sono raggruppati accanto al presidente Alessandro Morani (appoggiato alla staccionata col feltro chiaro).


    E così la vita del Club potè prendere il via nel galleggiante concesso in uso proprio dal Circolo del Remo ai suoi vecchi soci. Una prova di simpatia e rispetto reciproco che, negli anni seguenti, ispirerà sempre i rapporti tra i circoli remieri capitolini. Un mondo, quello dei canottieri, che proprio pochi anni prima aveva vissuto momenti di grande importanza, nel 1889, quando sorse la Federazione Italiana delle Società di Canottaggio sotto il nome di “Rowing Club”. Cinque società e 120 soci che assunsero questo nome sull’esempio dei Rowing Clubs inglesi che, già all’inizio dell’Ottocento, nascevano a Eton e Westminster, prima che vedesse la luce il leggendario “Leander Club” (cravatta e calze rosa). Società di canottaggio davvero gloriose che hanno fatto la storia del remo in Italia.
    E ci riferiamo alla Eridano e alla Cerea di Torino, fondate nel 1863, al Tevere di Roma, nato nel 1872, alla Ticino di Pavia, alla Alfredo Cappellini di Livorno, alla Nino Bixio d Piacenza, e alla Bucintoro di Venezia, che videro rispettivamente la luce nel 1876, 1877, 1880 e 1883.

    L’Aniene nasce quindi qualche anno dopo, quando già il movimento è in pieno fermento, e, per curiosa coincidenza, venti giorni prima che a Torino venga costituita la Federazione Internazionale delle Società di Canottaggio (Fédération Internationale des Sociétés d’Aviron). Sette le nazioni fondatrici: Italia, Belgio, Francia, Svizzera, Alsazia Lorena, Spagna e Austria.
    Anno importante il 1892 se, con l’Aniene e la Federazione Internazionale, nacque il Campionato per barche ad otto vogatori, una disciplina destinata ad entusiasmare praticanti e spettatori per la sua esaltante spettacolarità.
    Un tipo di barca che avrebbe avuto gran parte nella storia del canottaggio.
    Quando nacque l’Amene, Roma era capitale d’Italia solamente da ventidue anni, immersa quasi perennemente in una atmosfera turbolenta, provocata soprattutto dalla prorompente febbre edilizia sfociata poi in una terribile crisi causata, tra l’altro, dal particolare tipo di operatori del settore, dall’acquisto di vasti appezzamenti di terreno edificabile da parte di persone poco solvibili, dall’enorme tasso di interesse richiesto dalle banche su ogni forma di finanziamento, dal gran giro di cambiali, la maggior parte protestate…
    (dopo un secolo, in fondo, a Roma, non è cambiato quasi nulla). Crisi edilizia che, invece, secondo il poeta romanesco Cesare Pascarella — fiumarolo anche lui — autore oltre che della Scoperta dell’America anche di Storia nostra, era “schioppata” per colpa del Palazzo di Giustizia (“Er Palazzaccio”) la cui costruzione, affidata all’architetto Calderini, scatenò un mare di tempestose polemiche.
    Nascita in tempi duri, insomma, quella dell’Aniene. Sindaco di Roma nel 1892 era Onorato Caetani, duca di Sermoneta, principe di Teano, la cui onestà, unita alla ferma volontà di restaurare le finanze, già esaurite a quei tempi, del Comune di Roma, giungeva al punto da farsi portare dal suo palazzo la legna da ardere per il riscaldamento del suo ufficio in Campidoglio.
    Volendo identificare oggi il punto nel quale emerse l’Amene, basta guardare il Tevere a riva destra, immediatamente a valle del ponte Cavour, il ponte sorto qualche anno dopo, nel 1901 (nel periodo in cui sindaco era divenuto Prospero Colonna, principe di Sonnino) per sostituire il vecchio ponte di Pipetta, divenuto ormai pericolante, a seguito delle numerose piene del fiume.
    Per cento anni la storia dell’Aniene è corsa parallelamente a quella di Roma (e così sarà anche nel futuro) con i suoi alti e bassi, provocati dalle crisi a ripetizione, dagli avvenimenti più strani ed importanti, sempre seguiti con particolare attenzione dai soci del circolo tra i quali molti rappresentanti dell’aristocrazia romana, ma per la maggior parte professionisti di grido, alti ufficiali, studenti universitari, facoltosi commercianti, una autentica élite della Capitale.

    Per la stesura di questo articolo è stato utilizzato il lavoro svolto da Alberto Marchesi e Gianfranco Tobia, autori del libro
    “Storia del Circolo Canottieri Aniene”, pubblicato nel 1982,

     

  • romanews.it – wiki index

    romanews.it – wiki index

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    romanews.it - wiki indexProposta in chiave WIKI dell’associazione link UP Europe! di Roma con i notissimi meccanismi del portale Wikipedia.
    Il progetto è partito su due argomenti  poco noti al grande pubblico nei principi e negli aspetti storici anche se spesso molto citati dai grandi mezzi di comunicazione: il volontariato e l’economia solidale.
    Successivamente, grazie alle specifiche competenze di nuovi soci, ci siamo voluti cimentare su un titolo classico del genere giornalismo investigativo: “Misteri di Italia“. La nuova sezione è partita con una precisa retrospettiva dei fatti del caso dell’incendio doloso del Teatro Petruzzelli di Bari avvenuto nella notte tra il 26 ed il 27 Ottobre 1991.

    Vai all’Indice della sezione WIKI su ECONOMIA SOLIDALE
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    Vai all’Indice della sezione WIKI su Misteri d’Italia
    Misteri d'Italia


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    Wikipedia

  • Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovani

    Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovani

    [corner-ad id=1]La società attuale è foriera di problematiche per tutti: mancanza di lavoro, famiglie troppo spesso allo sbando, scuole sempre più nel caos, carenze sanitarie, l’economica in dilagante crisi ed una sempre più estesa crisi dei valori non potevano non incidere sui anche sui giovani e sulle loro insicurezze. Ecco quindi spiegato il dato allarmante di queste ore: nei ragazzi tra i 10 ed i 19 anni sono in continuo aumento le patologie provocate dall’abuso di alcol e sostanze stupefacenti. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) che si riunirà a Milano per il 19° Congresso Nazionale dal 23 al 26 febbraio. L’assunzione di droghe oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche (solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone), come schizofrenia e disturbo bipolare. In questi ultimi anni tra i ragazzi che non hanno ancora compiuto 20 anni si registra un numero sempre più elevato di domande di aiuto per ansia e disturbi depressivi, spesso accompagnati da eccesso di alcol8che provoca anche insonnia) e droghe.
    E’ quindi necessario porre un limite a questa devastante deriva e rinforzare le strategie volte a migliorare la salute ed il futuro delle giovani generazioni: questo può avvenire solo grazie ad assistenza e cure mirate. Ad avvalorare l’allarme lanciato dalla SOPSI sono diversi studi. Ad esempio, da una ricerca sull’abuso di sostanze (alcol, caffè ed energy drink) che sarà presentata all’incontro internazionale e condotta su 3011 adolescenti e giovani adulti italiani di entrambi i sessi di età compresa tra i 16 ed i 24 anni, emerge che il 53,6% consuma bevande alcoliche; tra questi, l’89,6% ha avuto comportamenti di binge drinking (l’ingestione di 5 o più bevande alcoliche, 4 per le donne, in un’unica occasione, almeno una volta a settimana), nel campione complessivo la percentuale di binge drinkers si attesta al 48,1%. Dunque, dal campione emerge che quasi il 90% dei giovani adulti consumatori di alcol è anche bevitore binge.
    Un altro studio si sofferma poi sugli effetti dell’uso della cannabis e la loro relazione con i sintomi psicotici. Dei 116 soggetti reclutati, il 50% ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita e il 22% ne risulta essere consumatore. I consumatori abituali di cannabis sono più spesso maschi e disoccupati: quanti fanno uso di cannabis provano allucinazioni visive e rallentamento del tempo, mentre la percezione di spavento è associata all’interruzione del consumo, così come l’esperienza di allucinazioni uditive è legata all’assunzione di cannabis oltre 50 volte nell’arco della propria vita. L’assunzione di droghe oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche, che solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone, come schizofrenia e disturbo bipolare e pregiudicano il funzionamento del sistema nervoso centrale e le sostanze assunte regolarmente possono provocare alterazioni anatomiche della massa cerebrale”.
    A tal proposito la testimonianza di G.LP farmacista capitolino: “Ho lavorato per due anni di notte nella farmacia di fronte la stazione Termini ad angolo con via Cavour.

    Ogni notte vendevamo almeno un cartone di siringhe da insulina ed un altro di acqua distillata usati dai tossicodipendenti per sciogliere ed iniettarsi l’eroina.
    Alcool e droga sempre troppo diffuse tra i più giovaniVenivano a decine anche più volte (a dottò fai presto che stò a rota). Imparai che bisognava trattarli come bambini e quindi non averne paura ma essere comunque fermi, assolutamente non indecisi. Funzionava e mi rispettavano anche se rifiutavo di dare sedativi e ipnotici che chiedevano con insistenza quando non trovavano l’eroina o non avevano i soldi per comprarla. Qualche ragazza mi offriva anche di scambiarli con prestazioni sessuali. Era impegnativo ma non mi faceva paura.
    Mi sentivo utile, semplicemente utile anche se, fresco di studi avrei preferito fare cose più gratificanti e mostrare le mie conoscenze. Sbagliavo. Il farmacista sta quasi sulla strada ed il suo ruolo più prezioso è proprio nell’immediatezza del suo intervento e del suo consiglio.
    Non è cambiato molto dagli anni 80 anche se le forze dell’ordine grazie a leggi più restrittive tengono più “pulite” le strade e i tossicodipendenti sono meno “invadenti”. Ad una conferenza del Professor Silvestrini”, ha aggiunto GLP, “un bravo farmacologo che è stato anche mio professore all’Università ho conosciuto forse l’interpretazione per me più convincente sulle possibile cause del dilagare della tossicodipendenza alle droghe e all’alcol. In natura il meccanismo principe di regolazione della maggior parte dei fenomeni fisiologici è il feedback negativo (esempio se aumenta l’acidità del mio stomaco, dei sensori, quando si supera una certa soglia, inibiscono la ulteriore produzione di acido).
    Quindi normalmente in una persona l’eccesso di stress porta ad una specie di desensibilizzazione e il desiderio di rallentare fino a dormire. Conrad Lorenz scienziato premio Nobel nel 1972 e famoso per gli studi sul comportamento degli animali, ha evidenziato però che coesiste sia negli animali che negli uomini anche un meccanismo di feedback positivo (se un animale viene attaccato da un’altro animale la sua aggressività si autopotenzia e invece di bloccarsi quando aumenta, viene ancora di più stimolata). Ovviamente è un meccanismo fondamentale con cui la natura porta a “raschiare il fondo” delle prestazioni nervose e muscolari per salvarsi. In conclusione, nelle persone ben adattate, il meccanismo a feedback negativo prevale e, se succede qualcosa di grave (un lutto in famiglia, la perdita del lavoro, etc) la sensibilità diminuisce. Nelle persone predisposte alla tossicodipendenza, anche solo in periodi particolari della propria vita, prevale invece il feedback positivo ed il persistere dell’esposizione al dolore aumenta la sensibilità ed anche il grado di sofferenza. Così per tanti la soluzione della droga è un modo per bloccare questa sofferenza.
    Eroina e alcool sono fondamentalmente dei calmanti. L’alcool è stato usato fino all’ottocento come anestetico” Per concludere il farmacista ha aggiunto: “Ho visto più di una volta ragazzi tossicodipendenti piangere per la morte di un cane o un gatto. Ho detto tutto, non trovo ne una morale ne una conclusione. In questi tempi di crisi i giovani sono i più sensibili e quello che la società non risolve si ripercuote sempre sui più deboli. Il farmacista può fare poco se non indirizzare alle comunità dei tossicodipendenza ma è una operazione complicata e ci vuole competenza anche nella comunicazione.
    Assolutamente sconsiglierei di dare alcun tipo di farmaco.
    Parlare può però essere una medicina ed il ruolo del farmacista subito contattabile dalla strada è
    proprio questo. C’è un vecchio motto che i più giovani troveranno stucchevole ma può dare una motivazione o un semplice promemoria: divinum opus est sedare dolorem”. E se la vera soluzione fosse nel cercare il giusto cammino della propria vita?

    Raffaele Dicembrino

  • STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI

    STORIA DEL PIGNETO, DAGLI ANNI 30 AD OGGI

    [corner-ad id=1]E arriviamo alla seconda guerra mondiale.
    Per la prima parte dell’articolo vedi
    Pigneto da bosco di Pini a quartiere operaio del primo Novecento
    S. Lorenzo fu colpita duramente, e per via dello scalo ferroviario ed anche perché la ‘Roma città aperta’ permise agli Americani di colpire là dove era più devastante, il nodo ferroviario appunto, ed anche lontanodal Vaticano. Ma anche il Pigneto non se la passò bene. Alcuni ancora ricordano le bombe, e poi i rastrellamenti tedeschi, e gli invii ai campi di concentramento di gente del Pigneto. E il dopoguerra fu duro, povero per tutti. ancor più per il Pigneto che viveva delle paghe operaie e dell’artigianato di sopravvivenza.
    C’è un bar, che, aperto nel 1924, ed ancora felicemente attivo, intatto nel suo bancone e con il bel giardino, é li a testimoniare una continuità che il quartiere tutto difende, oggi come ieri. Uno ieri che vede qui Pasolini fare il suo film Accattone, ed incontrare i suoi ‘Ragazzi di vita’ e forse ritrovare in questo Pigneto ancora pineta, uno degli ultimi luoghi di una Roma poverissima ma idilliaca, dove la vita é duro lavoro ma anche tramonti e sere nelle osterie ancora intatte, fuori dal tempo, forse ancora con le lucciole la cui morte lui raccontò, con angoscia. come morte della civiltà contadina.
    Mentre il Pigneto, luogo incantato nel suo essere fuori dal tempo romano, viveva una simbiosi tra vita contadina e vita operaia, con le sue piccole case e il suo tranquillo scorrere del tempo. Che però fa ora crescere Roma smisuratamente. L’immigrazione dal Sud si fa valanga, e tocca anche al Pigneto assorbire, vicino come è a Porta Maggiore, i nuovi arrivi.
    Negli anni ’60 il quartiere appare, sostanzialmente, come è ora. Via del Pigneto, la sua dorsale, curva ed elegante, divide in due il quartiere. L’origine, l’angolo acuto del triangolo, là dove Casilina e Prenestina si biforcano, é diventato sede di un grande mercato che serve tutta la zona, ormai molto urbanizzata. Lo chiamano l’isola, ed è un’isola felicemente pedonalizzata, interrazziale, popolare, studentile e di artisti di oggi.
    La zona di via Malatesta, da Piazza dei Condottieri a via dell’Acqua Bullicante e stradine limitrofe, è abitata per lo più da impiegati, liberi professionisti. insomma, da una middle-class all’italiana. Quasi uno spaccato dell’Italia, se volete.La parte nord del quartiere è operaia ormai da decenni. E come in S. Lorenzo si è radicata una visione proletaria della vita, ed anche una cadenza quotidiana legata a quei ritmi di vita delle industrie: la Serono tra via Casilina, subito dopo il ponte e l’Isola Pedonale restano l’insediamento più antico e più forte.
    Ma sono arrivate anche l’Algida, la Pantanella, nel primissimo tratto di via Casilina a ridosso di Porta Maggiore, una fabbrica di gazosa tra via del Pigneto e via Casilina a rafforzarne la vocazione industriale, sicuramente diversa, e lontana, dalla Roma del centro, borghese e ministeriale. Ora il Pigneto è fittamente popolato, il mercato dell’isola pedonale é rimpicciolito. I suoi locali serali ne sono la sua vera anima, fatta di un tessuto fittissimo di relazioni e di attività e di vita di strada. Di giorno c’era un enorme mercato che occupava tutta l’attuale area pedonale più un pezzo di via del Pigneto fino alla Circonvallazione Casilina e molte delle stradine limitrofe.
    Attorno a quello nacquero e si svilupparono numerosissime botteghe di tutti i tipi, vestiario, accessori per la casa, mercerie. Anche un fiorente artigianato che sempre aiuta l’autosufficienza dei quartieri operai: falegnami, arrotini, stagnai, carpentieri, muratori e ovviamente idraulici. Insomma tutto quello di cui il quartiere ha bisogno e non vuole andare a prendere fuori, né a S. Lorenzo vicina, né dentro le mura Aureliane, considerate lontanissime.
    Ma siamo già arrivati alle memorie orali.
    Tutti i vecchi residenti del quartiere ricordano con nostalgia quel periodo, forse il più vitale e prospero nella storia del Pigneto. Uno di loro. Gianfranco Bini (” B-I-N-I! non Fini!” ci tiene a sottolineare) che ci ha dedicato molto tempo con i suoi ricordi, descrive quegli anni in maniera folgorante: “Negli anni’60 ar Pigneto se sturato più osterie che portoni!” La proliferazione di botteghe e attività artigianali commerciali di tutti i tipi e tutti i possibili negozi della zona erano aperti e funzionanti era possibile a causa dell’alta densità abitativa di quegli anni.
    Un altro residente storico, Peppe Pietrolucci, proprietario dell’omonima bottega di pasta all’uovo del numero 32, aperta dal ’51, nel cuore dell’isola. ci racconta che all’epoca “la gente viveva addirittura nelle cantine, perché gli appartamenti erano tutti pieni”. Poi, nei primi anni ’70 arrivarono gli esuli Cileni, in fuga dal golpe fascista, e Argentini, in fuga anche loro dalla dittatura dei militari.
    Il Pigneto, quartiere proletario, da sempre schierato a sinistra, fu all’altezza della sua storia: trovarono accoglienza. L’integrazione, si direbbe oggi, fu perfetta. Comparirono anche alcune botteghe di artigianato sudamericano.
    E non fu che l’inizio di una serie di arrivi che si sarebbero infittiti nelle decadi successive, sino a inglobare poveri di ogni parte del mondo approdati qui e qui accettati.
    Al Pigneto era anche arrivato un famoso cinema d’essai – la sede era quella dell’attuale cinema a luci rosse Avorio – che attirava spettatori da tutta Roma. Ed anche questo, insieme con il Pasolini dei film, fu l’inizio di una vocazione cinematografica di questo Village, per dirla all’americana.
    Quì veniva puntualmente la sinistra romana giovane, e tanto per far nomi oltre al canonico Pasolini, frequentava anche un giovanissimo Nanni Moretti. Presto non fu solo vocazione cinematografica. Divenne anche più estesamente artistica e troverà mille risvolti: visiva, musicale tra l’altro, si arricchiranno col tempo. Tuttavia sul finire degli anni ’70 la prosperità del quartiere -che comunque non è mai stato ricco – sparisce.
    Le fabbriche che fino a quel momento avevano dato lavoro a larga parte degli abitanti cominciano a chiudere. Gli operai si trasferiscono in cerca di lavoro. Molte attività chiudono, lo stesso mercato si riduce.
    In particolare residenti e bottegai ricordano con tristezza la chiusura dello stabilimento Serono, che dava lavoro in quel periodo a 350 operai, la maggior parte dei quali abitava le vie nei dintorni con le rispettive famiglie e ne costituiva il nucleo forte. I vuoti lasciati dagli operai degli stabilimenti chiusi non vengono colmati: il quartiere non è abbastanza attraente per la borghesietta che vuole altri luoghi ed altri appartamenti così molte attività commerciali chiudono. Ancora una volta, e questa volta non in positivo, il quartiere ha una storia tutta sua, diversa dalla Roma dentro mura. La vicina S. Lorenzo dello scalo, della Stazione Termini che ormai è lo snodo ferroviario principale italiano, regge bene, e comincia anche a diventare quartiere giovanile, studentesco. di decine di migliaia di studenti, delle nuove generazioni, quelli che vengono dalla provincia, hanno bisogno di stanze, appartamenti che le amministrazioni si guardano bene dal fare. Lentamente, molto lentamente, la marea studentesca deborda ed arriva tino al Pigneto. E con loro arrivano anche una nuova generazione romana meno affascinata dal prestigio del centro e dall’appartamento convenzionale, affascinata da un quartiere ancora a misura d’uomo. Siamo arrivati ai primi anni Novanta. Il Pigneto ha un comitato di quartiere forte, che si rende protagonista di una dura e lunga battaglia contro l’apertura di un centro commerciale nell’area dell’ex SNIA Viscosa.
    fabbrica_Snia-Viscosa
    L’opposizione vede tutto il Pigneto compatto nel dire ‘no’ al progetto imprenditoriale. Ciò porta il quartiere sui giornali. Chi può, e vuole rifiutare un supermercato? Solo chi ha un mercato antico e radicato, dove i rapporti sono umani, e dove nessuno ama una invasione commerciale. che tale è sentita dagli abitanti.
    A poche centinaia di metri da porta Maggiore, quindi dal cuore più antico di Roma, dimenticato da tutti, c’è un quartierino, dove giardini con pini mediterranei, animali (c’è chi ricorda i molti pavoni) hanno vita accettabile. come hanno vita accettabile le biciclette, e dove, a parte le terribili vie Casilina e Prenestina, come per magia molto è rimasto intatto, le vie sono silenziose, le macchine poche.
    I grandi casermoni speculativi sono solo sull’orlo delle vie consolari.
    La battaglia alla fine è vinta, il centro commerciale non verrà costruito più. In ricordo dello scontro rimane ancora l’immenso moloch di cemento armato in mezzo al laghetto del parco ex SNIA. Laghetto “creato” dagli scavi per le fondazioni del centro, che risvegliarono la falda d’acqua che dà il nome a via dell’Acqua Bullicante.
    E lì, ma è già ieri, si insedieranno, in una situazione che inevitabilmente si degraderà, molti immigrati da un lato, e un attivissimo centro sociale che ancora è al suo posto, e, guarda caso, molto si occupa di biciclette. Encomiabilmente.
    Nello stesso periodo. all’incirca, nasce “L’Infernotto”. Nel 1994. Dario e Franco, figli del quartiere, già gestori de ‘I Giacobini’, noto locale del centro storico, decidono di tornare alle origini. ed aprire il primo locale dell’isola pedonale. L’Infernotto ha il merito di portare al Pigneto la clientela del precedente locale gestito dai due proprietari: giornalisti. intellettuali, professionisti.
    Vengono qui e si accorgono che, a poche centinaia di metri dal centro di Roma sopravvive un quartiere profondamente popolare e ancora vivibile come ormai a Roma non ce ne sono più.
    Cominciano così a uscire i primi articoli (il primo è a firma di Corrado Zunino), e cominciano piano piano a ripopolarsi le case. Mutatis mutandis, succede quello che negli anni Settanta era successo a Trastevere, quartiere che era stato della mala nel dopoguerra (vedi Ladri di biciclette di De Sica), poi scoperto da alternativi, artisti e stranieri che ne seppero vedere la bellezza dei vicoli e della vita ancora antica, dove poco costavano gli affitti e poco le osterie. E per questo ci vennero ad abitare e lo resero vivo, animato, godibile finché, lentamente ma inesorabilmente, nel ventennio tra gli Ottanta e i Novanta, diventò alla moda, e poi caro, e e turistizzato a morte.
    È un fenomeno che colpisce le grandi metropoli, e che ha preso l’avvio negli anni Settanta. A Londra è Portobello Road, ora costosissima, a Parigi il Quartiere Latino, Pigalle, che hanno una storia antica di un secolo.
    pigneto_murales
    I quartieri popolari vengono animati da artisti e alternativi, e poi, quando la loro vivacità li ha resi “alla moda” vengono invasi dalla borghesia guardona, che insegue una creatività che non ha, e cerca di comprare.
    Il piccolo Pigneto, fuori dalle mura e fuori da ogni giro che conta è una specie di bella addormentata, che negli anni Novanta viene scoperto perché costa poco, perché non è invaso dalle macchine, e perché ha una magia che ormai la città dentro le mura non ha più. Alternativi di varia estrazione, ma anche nuove famiglie, pittori, musici, creatori d’ogni genere, anche del web, e poi studenti universitari, attirati dai prezzi più che convenienti e dalla vicinanza con il centro cominciano a venirci a vivere. Poco più che quindici anni fà con 100 milioni di lire si comprava un appartamento. Gli affitti erano molto più che convenienti che nelle tradizionali zone universitarie di San Lorenzo e Piazza Bologna. La sede centrale de ‘La Sapienza’ è raggiungibile con un quarto d’ora di tram. I prezzi salgono inesorabilmente. Frenati, forse, dall’arrivo di immigrati d’ogni genere e colore. Non è invasione. ma infiltrazione si, e questo dà al quartiere una pennellata di colore. di vita, inevitabilmente qualche problema, ma sicuramente una ricchezza che solo altre culture possono portare.
    Arrivano insieme, i ristorantini. i negozi d’artigianato nuovo, con le piccole immobiliari che si scatenano: salgono i prezzi delle case ed anche quelli degli affitti per gli studenti. Arrivano, puntuali, gli articoli sulle cronache romane dei giornali, il quartiere ha una sua movida unica in città.
    Il resto è storia di oggi: il Pigneto è da molti considerato uno dei quartieri più vivi e ‘trendy’ della capitale. Sempre più case e palazzi degli anni Venti dello scorso secolo vengono ristrutturati, contribuendo all’abbellimento della zona, che da sonnolenta e sgarrupata diventa un mix unico e irripetibile di palazzine e palazzetti, casine ma anche, ahinoi, palazzoni anonimi, specie nella parte che va da piazza dei Condottieri, non certo una bella piazza, giù per via Malatesta, verso via dell’Acqua Bullicante, al di la della quale c’è ancora qualche terrain vague, ultima rimasuglio quasi fuori porta.
    Mentre l’Isola, come ormai tutti la chiamano. si impreziosisce di locali e di ristoranti, e si tiene anche il suo kebab, i suoi call centre, persino il suo alimentari del Bangladesh, in un mix allegro. improbabile, imprevedibile, unico .Sicuramente non può competere con posti come Trastevere per i suoi vicoli e piazze, né con la S. Lorenzo ora esplosa e diventata quartiere rutilante. Ma, con i suoi palazzi primo ‘900, le sue casette basse, i suoi giardinetti e cortili privati, ha una dimensione più che vivibile che le altre non hanno. Ben lontano dalla cementiticazione soffocante che caratterizza molti dei quartieri romani al di fuori delle mura aureliane.Insomma, con gli ultimi ristoranti e locali, con gli articoli di giornale (si parla di degrado, il prive più osè di Roma, Vladimir Luxuria ed altri trans conosciuti ci abitano da un pezzo…) il tocco finale è una micromovida notturna dell’isola che ne fa luogo trendy, senza locali e costi turistizzati come il centro.
    Prendete la parola trendy con le molle, come fanno i vecchi abitanti, ed anche i nuovi degli ultimi dieci anni che lo hanno amato e lo amano per quel che è, e non vorrebbero si snaturasse, ovviamente. Ma nel bene e nel male, ormai, il quartiere è un village metropolitano, cosmopolita, variegato di culture e di persone. Un luogo dove lo scorrere del tempo, e la gioia del vivere quotidiano. hanno ancora importanza, significato.

    FONTE:
    Guida al Pigneto
    malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”
    George Orwell

    Pigneto e quartieri
    “La corona di spine
    che cinge la città di Dio”
    Pier Paolo Pasolini

     

  • IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA

    IL MUSEO MANZU’ AD ARDEA

    [corner-ad id=1]Spesso al centro di polemiche per l’assenza di iniziative di valorizzazione, il Museo Manzù ad Ardea, ospita una ricca collezione di opere del maestro bergamasco, un nome spendibile a livello internazionale e forse un po’ trascurato dai suoi connazionali -in ciò probabilmente ha ragione la figlia Giulia, quando si dice “non soddisfatta di ciò che è stato fatto per la vitalità del museo”-.
    Lo scultore Giacomo Manzoni (Bergamo 1908 – Ardea 1991), in arte Manzù, divenne piuttosto noto nel mondo dell’arte già a partire dagli anni ’30, quando si stabilì a Milano e, giovandosi anche di proficue frequentazioni con gli artisti Sassu e Birilli (poi sfociate nel movimento di Corrente tra il 1938 e il 1940), diede vita a tendenze c.d. antinovecentiste (comuni anche alla poesia di Saba, Caproni,Penna e altri di quegli anni). In particolare, Manzù in quel periodo (ma un po’ in tutta la carriera) realizzò un felice connubio tra forme tradizionali e contemporanee, influenzato anche da un certo “primitivismo”; trattò i più svariati temi, dai religiosi (Deposizioni, Crocifissioni, la serie dei Cardinali, numerose porte per chiese importanti un po’ in tutta Europa –tra cui spicca senz’altro la Porta della Morte per S. Pietro a Roma-,…)

    manzu_Giovanni-XXIII


    ai profani (vari ritratti, il grande Monumento al partigiano a Bergamo,…).
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    Molto noto in vita, oggi sembra essere presente più sui manuali di Storia dell’arte che nella memoria degli italiani (popolo notoriamente portato per creare arte bella e sublime ma non per valorizzarla).

    Giacomo Manzù si trasferisce a Campo del Fico Il 15 ottobre 1964, un pianoro di tufo tra i Colli Albani ed il mare, di fronte all’antica acropoli di Ardea.  Così lo scultore racconta il suo rapporto con Ardea. “Sono nato al Nord…poi scesi a Roma per la Porta di San Pietro. E lavoravo e andavo in giro, facevo le passeggiate verso il mare e sono arrivato qui ad Ardea. E’ stato come aprire una finestra sullo spazio, sulla luce…ad Ardea ho avuto una nuova nascita…non devono disturbarsi a portarmi via quando verrà il momento, perché voglio essere seppellito in questo luogo”.
    La Raccolta Giacomo Manzù, nata per volontà del Comitato Amici di Manzù nel 1966 ed inaugurata nel 1969, è stata donata allo Stato nel 1979 ed aperta al pubblico nel 1981. Curatrice della Raccolta è attualmente la dott.ssa Marcella Cossu.
    giuseppe_manzuS

    Il nucleo più consistente delle opere che vi sono conservate appartiene agli anni compresi tra il 1950 e il 1970, periodo della maturità dell’artista, in cui molti dei temi nati fin dagli esordi, negli anni ‘30 del secolo scorso, vengono ripresi e rielaborati. La Raccolta possiede pochi ma validi esempi del periodo iniziale, tra cui il bassorilievo in bronzo Adamo ed Eva del 1929. L’arcaismo dei primi anni viene abbandonato per un ritorno ai valori del sentimento e della vita quotidiana nella plastica soffusa delle prime testine in cera, iniziate nel 1934. Il Ritratto della signora Birolli e il David, entrambe del 1937, sono esempi del nuovo discorso che s’impernia sullo studio degli effetti della luce sulla materia.
    Molto si è discusso del modo per rivitalizzare il suddetto museo, e molto si discuterà. Momentaneamente scartata l’ipotesi di trasferire la collezione a Bergamo, è stata presa in considerazione l’idea di trasferirne una parte a Roma affinché abbia una maggiore visibilità. Se possiamo permetterci un consiglio, non concordiamo molto con quest’ultima ipotesi: solitamente le maree di turisti giungono nella capitale per ammirare le opere di Raffaello e Michelangelo più che quelle del pur bravissimo Manzù (con tutta la stima e la sincera ammirazione che abbiamo per il maestro del ‘900), ed è già abbastanza sconsolante vedere la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane ed altri capolavori archittettonici del genio di Borromini desolatamente semideserti…
    Nel frattempo consigliamo a tutti gli affamati di buona arte che volessero per una volta uscire dalle mura della città eterna senza allontanarsi troppo, una piacevole gita fuori porta per ammirare le opere di un grande artista come Manzù. Il museo è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, con orario continuato.

    Gabriele Fratini

    NB: Sul sito del ministero dei beni culturali http://www.beniculturali.it, un ottima fonte di informazioni per tutti gli appassionati di arte, si può consultare una guida al museo ed eventi correlati
    http://www.museomanzu.beniculturali.it/
    museo_manzu

    Raccolta Manzù
    Via Laurentina km. 32
    00040 Ardea, Italia
    Tel. 0039 06 9135022
    www.museomanzu.beniculturali.it