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  • I GAS e il concetto di essere in rete

    I GAS e il concetto di essere in rete

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    Quando il GAS diventa Rete

    Nel 1997 nasce la Rete Nazionale dei GAS allo scopo di collegare tra loro i diversi gruppi, scambiare informazioni sui prodotti e sui produttori, e diffondere le idee alla base della creazione dei gruppi d’acquisto. La rete dei GAS lavora a diversi livelli: la rete nazionale e quelle locali, che fungono da punti di scambio e di confronto tra le varie realtà e come stimolo o “tutoraggio” per i nuovi gruppi. Nel 2001 la Rete si evolve con la creazione di uno spazio virtuale, rappresentato dal sito internet www.retegas.org, che realizza la volontà di un confronto costante tra le varie esperienze.

    I GAS e il concetto di essere in reteL’attività all’interno dei Gas permette di innescare un meccanismo virtuoso che porta a sviluppare una riflessione più ampia sugli aspetti della vita quotidiana (in particolare del consumo), e conduce consumatori e produttori verso la creazione di una rete di relazioni a livello locale e nazionale. Questa rete si concretizza nell’esperienza dei Distretti di Economia Solidale (DES) e della Rete Nazionale dei GAS. La prima è un’espressione creata e definita per la prima volta nel 2002 all’interno di un gruppo di lavoro che ha creato la “Carta per la Rete Italiana di Economia Solidale” (RES Italia). Tale gruppo si e evoluto nel “Tavolo nazionale RES”, disciplinato da un regolamento, visionabile sullo stesso sito. Il concetto di DES viene collegato con quello più ampio di RES. Queste ultime sono volte a creare

    “un’economia diversa, basata sulle seguenti caratteristiche: reciprocità, cooperazione, giustizia sociale, rispetto per la persona, rispetto per l’ambiente, partecipazione democratica, impegno nell’economia locale, rapporto attivo con il territorio, disponibilità a entrare in relazione di rete con le altre esperienze di economia solidale per un percorso comune e impiego degli utili residui per scopi di utilità sociale”.

    Per RES si intende il collegamento relazionale organico fra soggetti che intendono partecipare al progetto delineato nella carta, finalizzato alla creazione dal basso di una nuova economia con le caratteristiche sopra riportate.
    I DES si configurano come quei

    “laboratori di sperimentazione civica, economica e sociale, in altre parole come esperienze pilota in vista di future e più vaste applicazioni dei principi e delle pratiche caratteristiche dell’economia solidale”.

    Essi sono gli strumenti territoriali di base attraverso i quali le RES realizzano sui territori singoli il progetto dell’economia solidale. Attraverso il collegamento organico di tutti i DES si creerà la nuova economia solidale anche ai livelli provinciale, regionale e nazionale (www.retecosol.org).

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    Un DES e un territorio dove prendono importanza, crescono e si affermano sempre più alcune pratiche virtuose già esistenti, sulla base dei principi di contiguità territoriale, collegamento geografico, collegamento storico e contemporaneo negli scambi culturali ed economici, facilità di interazione fra i soggetti partecipanti. Il suo aspetto essenziale è che le pratiche virtuose crescono congiuntamente le une dalle altre, ma in una più efficace ottica di rete, organizzata e consapevole, democratica e orizzontale, sostenendosi e rafforzandosi reciprocamente sul territorio del DES, con un’ampia partecipazione della comunità cittadina e con il fine di creare dal basso una nuova economia ecologica e solidale. In questo modo i consumatori critici (già organizzati nei GAS) e i piccoli produttori possono mettersi in contatto con le altre realtà dell’ economia solidale e creare prodotti e servizi (botteghe equosolidali, turismo responsabile, finanza etica, cooperative sociali, ecc…), coinvolgendo anche le Pubbliche Amministrazioni e sensibilizzando le famiglie e i cittadini per farli incontrare in un circuito economico che si auto-sostiene.

    Un’iniziativa esemplare per capire quali sono le finality dei DES e rappresentata dal progetto Spiga & Madia , sorto su iniziativa del Comitato verso il DES della Brianza, un’associazione di promozione sociale creata a Monza nel 2006. Il progetto è nato con lo scopo di ricostruire una filiera di pane biologico interamente gestita in un territorio (la Brianza monzese) di circa 50 km di raggio. Nel 2006, con la stipula di un patto, gli attori coinvolti si impegnano a pianificare i propri consumi (in farina e/o pane) nell’arco di un anno. In funzione della richiesta effettiva la cooperativa si impegna alla semina di una equivalente superficie di terreno capace di produrre (biologicamente) il frumento tenero necessario a soddisfare i bisogni. Il gruppo di consumatori si impegna inoltre alla copertura di parte dei costi anticipati per la semina, subordinandoli al raggiungimento delle rese attese per ettaro. Si costituisce cosi un fondo di rischio e mutualità tra consumatori e produttori in cui i primi non solo partecipano con un prefinanziamento ma si impegnano anche a condividere il rischio imprenditoriale con il secondo. La cooperativa, in cambio, si impegna alla costruzione di un “prezzo trasparente”, che definisce preventivamente i prezzi riconosciuti ai produttori agricoli partecipanti al patto per tutta l’annata agraria. Al momento della rilevazione il pane veniva venduto a circa 3,3 euro al kg.

     https://www.romanews.it/blog/wiki/i-criteri-del-consumo-critico/

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  • Come affrontare l’integralismo islamico?

    Come affrontare l’integralismo islamico?

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    L’islam politicizzato

    Da trentacinque anni a questa parte, l’estremismo religioso avanza in terra d’islam. In Iran, l’islam sciita a ripreso sull’onda rivoluzionaria che, dopo avere abbattuto il regime dello Scia, ha instaurato una teocrazia combinata con forme controllate di democrazia. In Arabia Saudita, l’islam saudita si impone nelle sue forme più rigoriste. In entrambi i paesi, la religione è al di sopra dello Stato e guida la società; la libertà di coscienza non esiste.

    Altri paesi sono minacciati dalla sovversione di un islam fanatizzato. L’Egitto e la Turchia hanno resistito, ma non sono al riparo dagli attentati dell’integralismo islamico; il Marocco e la Tunisia hanno tenuto, come l’Indonesia e la Malesia. L’ Algeria, invece, ancora provata da un terrorismo che assume la maschera religiosa, e la Nigeria subisce al Nord l’influenza di tradizioni arcaiche.

    Le pratiche violente e politicizzate dell’islam alimentano due offensive. La prima, terrorista e semimilitare, portata avanti da gruppi clandestini configurati in reti, il più famoso dei quali era al-Qaeda, cercava di colpire i principali paesi occidentali e quelli che sono considerati loro alleati. Lo scopo e quello di provocare il terrore e, se possibile, la destabilizzazione. Con l’Occidente, si tratta di instaurare la logica di una guerra inespiabile, a un tempo religiosa, politica e di civiltà. In Oriente, l’obiettivo a quello di rovesciare alcuni regimi —ad esempio, il regime dell’Arabia Saudita che regna su alcuni Luoghi santi dell’islam e sul petrolio — per punirli dei loro accordi con il nemico americano. In prospettiva, ha anche quello di ristabilire una universale e improbabile comunità dei credenti. Gli spaventosi attentati di New York e di Washington nel 2001, di Bali nel 2002, di Madrid nel 2004 e di Londra nel luglio 2005 hanno dimostrato la determinazione di questi gruppi, che sono all’opera anche in Iraq, sul terreno offerto dall’intervento americano. Le democrazie replicano. Lo hanno fatto in Afghanistan, eliminando il regime dei talebani e sloggiando al-Qaeda. Lo fanno ogni giorno combattendo questi gruppi grazie all’intervento combinato della giustizia, della polizia e dei servizi segreti. Sarà una lotta lunga.

    La seconda offensiva, religiosa e culturale, cerca di diffondere nel mondo una versione radicale dell’islam, che può essere sia rivoluzionaria sia fondamentalista e che intende instaurare società e Stati islamici retti dalla legge divina (sharia). Ad essere presi di mira sono in primo luogo il mondo arabo-musulmano, ma anche i musulmani nel mondo occidentale. Al suo interno, questo duplice assalto preoccupa  e indigna, rischiando di portare al rifiuto dell’islam in quanto tale. E questo pone due interrogativi.

    Come affrontare l'integralismo islamico?

    L’islam è integralista per sua essenza?

    Storicamente, la maggioranza dei musulmani hanno praticato un islam pacifico e dalle grandissime differenze. L’islam radicale, pur avendo rappresentato una corrente stabile dalla fine del XIX secolo, in un mondo arabo-musulmano destabilizzato, a sempre rimasto molto minoritario.

    L’islam non è una religione del ripiegamento.

    Fin dalla sua origine, nel VII secolo, è stato portatore di un messaggio universale, che predicava l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Intorno al profeta Maometto vivevano persiani, etiopi, yemeniti. Il Corano faceva esplicitamente riferimento al monoteismo ebraico e a quello cristiano, e l’islam riservava uno spazio alle altre dottrine religiose.

    L’islam non è neppure una forma di oscurantismo.

    II Corano fa appello continuamente alla ragione umana. I testi e la tradizione avvalorano la conoscenza, le scienze, lo studio delle lingue, gli incontri. Al momento della cosiddetta “età d’oro” degli abbàsidi (VIII-XI secolo) si sono delineate tendenze che potremmo definire razionaliste, si sono sviluppate le scienze teoriche pure (matematiche) e naturali (astronomia, medicina, botanica). Maestri e discepoli dell’islam hanno viaggiato molto tra l’Asia centrale e 1’Andalusia. Una simile fioritura intellettuale ha alimentato il successivo sviluppo del pensiero medievale occidentale, che ha fatto esplicito riferimento a grandi pensatori musulmani, come Averroè, per non citarne che uno soltanto.

    L’islam non è intolleranza.

    II mondo musulmano ha conosciuto lunghi periodi di coesistenza pacifica con altre culture e tendenze religiose. Non si è forse conservato il ricordo del “miracolo andaluso” dal IX al XII secolo? E non è stato l’Impero ottomano ad accogliere gli ebrei cacciati dalla Spagna dopo il 1492? La “maggioranza silenziosa” dei fedeli, nel grande islam di oggi, sembra non chiedere altro che vivere in pace e coabitare con le altre confessioni. L’islam popolare, l’islam vissuto quotidianamente, chiede ai fedeli la misericordia, la compassione e l’elemosina, la fraternità e la solidarietà.

    Affrancare l’islam dalle sue versioni caricaturali non significa però idealizzarlo.

    La condizione della donna nel mondo arabo-musulmano resta nella maggior parte dei casi quella di un essere inferiore, o addirittura di un minore, come è avvenuto per lungo tempo anche nelle nostre culture. In terra d’islam, lo Stato e la società civile si sono emancipati poco dalla religione, contrariamente a quanto avvenuto in Occidente dopo la rivoluzione democratica.

    Ora, per gli occidentali, i due paesi più emblematici dell’islam sono l’Iran e l’Arabia Saudita. Il rivoluzionarismo sciita dell’uno e il rigorismo wah-habita dell’altro ispirano timore e incomprensione, anche se i musulmani nel nostro paese non si rifanno a quelle tradizioni. E quindi essenziale, in tempi come questi di interpenetrazione tra le aree culturali, conoscere l’islam, distinguere tra le sue vane correnti, rifiutare l’amalgama tra islam e integralismo, favorire il dialogo tra le religioni, facilitare finalmente l’organizzazione dei culti musulmani in Europa, come hanno cominciato a fare gli ultimi governi nel nostro paese, senza per questo cedere al “comunitarismo”. E questo ci porta al mio secondo interrogativo.

    Come affrontare l’integralismo islamico?

    Le principali democrazie hanno trascurato a lungo la lotta attiva contro il terrorismo che si richiama all’islam. Si pensava che l’integralismo islamico riguardasse soltanto i paesi musulmani. Gli Stati Uniti vi hanno visto addirittura, fino agli anni Ottanta, uno strumento di cui avvalersi nella guerra contro i tradizionali nemici: l’URSS e il comunismo. Hanno, pertanto, ignorato il pericolo che avrebbe potuto costituire il diffondersi della concezione wahh-bita dell’islam. Peggio ancora, hanno creduto di potere strumentalizzare il movimento dei talebani e il gruppo di Bin Laden contro l’occupante sovietico in Afghanistan. Allo stesso modo, gli israeliani sono stati compiacenti con il movimento di Hamas per tutta la fase in cui hanno avuto come principale nemico l’OLP di Yasser Arafat. Sia gli uni sia gli altri, perciò, hanno giocato a fare gli apprendisti stregoni.

    Il cambiamento di atteggiamento degli americani a radicale dopo gli attentati dell’ 11 settembre 2001. La prima potenza mondiale colpita al cuore e negli stessi simboli della sua forza. Il terrorismo internazionale diventa a quel punto il nemico principale; passa in primo piano nelle preoccupazioni della diplomazia e della potenza militare americane. Resta però il problema di quali siano i mezzi migliori per combattere il terrorismo. Si troverà la soluzione entrando in guerra contro ogni dittatura medio-orientale sospettata di sostenere il terrorismo? L’intervento americano in Iraq è stato il frutto di questa strategia, ma ha fatto divampare il terrorismo anziché riassorbirlo. La risposta al terrorismo non passa, piuttosto, per la battaglia e la collaborazione internazionale dei sistemi giudiziari, delle polizie e dei servizi speciali di tutti i paesi — democratici o meno — che hanno l’interesse comune di sradicare il terrorismo? E l’approccio francese. Del resto, la lotta al terrorismo, per quanto indispensabile, non è la principale posta in gioco della vita internazionale.

    Al di là del terrorismo, si impone la vigilanza nei confronti dei tentativi del fondamentalismo islamico di radicarsi la dove, nei nostri paesi, vive una popolazione di cultura musulmana. L’emarginazione dell’islamismo radicale non può avvenire soltanto con la sorveglianza poliziesca delle moschee, degli imam, o dei gruppi radicali, oppure, in modo pia positivo, con una buona organizzazione del culto musulmano. Essa richiede la piena integrazione dei nostri compatrioti e degli stranieri presenti sul nostro territorio, originari del Maghreb o dell’Africa. Spetta alla Repubblica affrontare questa sfida.

    Rassegna stampa dal libro “Il mondo come lo vedo io” di Lionel Jospin

    Brevi notizie sull’autore del libro:

    Lionel Jospin (1937) nato in una famiglia protestante, intraprende gli studi classici e in seguito frequenta l’Istituto di studi politici di Parigi. Nel 1965 inizia la carriera diplomatica come Segretario agli Affari esteri e poi alla direzione della cooperazione economica dello stesso ministero. Nel 1970 aderisce al Partito Socialista. Nel 1980 è eletto deputato a Parigi e nel 1981, quando Mitterrand viene eletto Presidente della Repubblica, diviene Segretario del Partito Socialista. Nel 1988 lascia la direzione del partito per dirigere il ministero dell’Educazione. Sconfitto alle presidenziali del 1995, vince invece le legislative del 1997 e viene nominato Primo ministro dal presidente J. Chirac. Dopo aver guidato la Francia per cinque anni, si candida alle presidenziali del 2002 contro lo stesso Chirac che vince su Jospin, il quale si ritira definitivamente dalla vita politica.

    Come affrontare l'integralismo islamico?

  • Come si gusta e riconosce un buon vino

    Come si gusta e riconosce un buon vino

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    Come si riconosce il gusto di un buon vino

    I vini sono cosi diversi l’uno dall’altro in primo luogo per le condizioni climatiche e geografiche che caratterizzano le varie zone di coltura e in secondo luogo per la qualità del terreno.
    Fino a qualche decennio fa il vino era per la maggior parte degli americani una bevanda piuttosto esotica. Benché lo Champagne fosse di prammatica ai matrimoni, il vino come componente regolare dell’alimentazione era limitato per lo più a famiglie agiate, i cui membri avevano viaggiato molto, e a famiglie di origine mediterranea o centro-europea, che avevano conservato le abitudini contratte in patria. Durante l’ultimo decennio la situazione ha cominciato a mutare e gli americani hanno cominciato a scoprire il vino. L’aumento nel consumo di vino è stato diffuso, costante e solo in parte capriccioso e non c’e alcun sintomo di inversione di tendenza.
    La generale adozione del vino è dunque relativamente recente e molti di coloro che lo bevono sono ancora incerti quando si tratta di distinguere un vino buono da uno cattivo e un grande vino da un vino semplicemente buono. La curiosità è grande ma la competenza piuttosto rara.
    Se questo è quindi normale per un americano non dovrebbe esserlo per noi Europei ed Italiani in particolare:
    In realtà per la maggior parte dei consumatori di vino rimane un mistero il fatto che i bevitori di vino esperti definiscano alcuni vini solo normali e nondimeno continuino a berli con soddisfazione mentre diventano improvvisamente attenti e pieni di rispetto quando ne assaggiano altri.
    I giudizi su un vino sono sempre un po’ soggettivi, nel senso che quasi tutti hanno i loro vini preferiti. Tali preferenze si fondano però su una base definita e oggettiva, in relazione alla quale diventano possibili le distinzioni. In quanto segue si cercherà di fissare gli elementi fondamentali che stanno alla base di alcune di tali distinzioni. Chiunque conosca i principi e abbia anche un sistema sensoriale sano e una buona memoria troverà che un vino può significare molto di più di quanto non appaia a prima vista. Le porte sono aperte. Lo stesso accade con la musica, la pittura e la letteratura.
    Consideriamo un bevitore esperto che non abbia molto interesse per vini con un retrogusto dolce. Questa è la parte soggettiva del suo giudizio. Nonostante la sua preferenza (o pregiudizio), egli è ancora in grado di riconoscere come qualche cosa di eccezionale uno dei grandi Sauternes francesi o dei trockenbeerenauslese (passiti)  i vini dolci del Burgenland austriaco : un prodotto della congiunzione unica di talune uve maturate in certe condizioni e di metodi speciali e rigorosi di preparazione. Come si gusta e riconosce un buon vinoEgli riconoscerà anche le differenze esistenti fra un tale vino e un altro « costruito » semplicemente con l’intenzione di farlo assomigliare al primo. Questo che si intende per distinzione oggettiva. I vari tipi di uva hanno tutti il nome di genere Vitis, il vocabolo latino che indica la pianta della vite.
    Il genere comprende alcune decine di specie d’uva che crescono in varie parti dell’emisfero boreale. La maggior parte di esse non ha alcuna importanza per la vinificazione, anche se alcune hanno altre proprietà importanti per la viticoltura contemporanea. Il vino che soddisfa gli standard europei viene ottenuto da una sola specie, quella eurasiatica della Vitis vinifera, e da pochi ibridi derivati dall’incrocio della Vitis vinifera con altre specie che forniscono frutti simili.
    La Vitis vinifera si suddivide in numerosi raggruppamenti, i quali sono spesso cosi diversi fra loro che molte volte e stato riproposto il problema se si tratti realmente di una specie pura.
    Se si considera la definizione di una specie come qualcosa di assoluto e non semplicemente come un’espressione puramente convenzionale dettata da ragioni di comodità, allora durante l’evoluzione delle uve da vino ci sono stati sicuramente molti incroci. Per ora e nondimeno sufficiente dire che i gruppi e gli individui abbracciati dal nome Vitis vinifera appartengono alla stessa specie generale e che le loro differenze si spiegano con l’eliminazione da parte della natura degli esemplari più deboli (selezione naturale) e con la scelta da parte dell’uomo dei tipi migliori (selezione artificiale). Considerati insieme, questi due tipi di selezione spiegano l’esistenza di vini cosi radicalmente diversi fra loro come il Retsina greco e lo Champagne o il Porto e il Beaujolais.
    Tutte le varietà di Vitis vinifera hanno taluni caratteri comuni. Esse sono decidue. Non sono in grado di resistere a taluni parassiti, e particolarmente alla fillossera e ad alcuni nematodi e sono estremamente sensibili a varie malattie fungine. Per portare a giusta maturazione i frutti hanno bisogno di molto calore e illuminazione solare. La loro resistenza ai rigori dell’inverno è limitata, cosicché  la loro sopravvivenza diventa incerta quando l’isoterma di gennaio scende molto al di sotto di un grado centigrado. Le parti del mondo in cui la vite può prosperare e produrre vino sono ristrette perché fortemente condizionate dal clima, benché l’area complessiva sia molto grande.

  • I GAS in Italia – Obiettivi

    I GAS in Italia – Obiettivi

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    I GAS in Italia – Obiettivi

    Si tratta di gruppi auto-organizzati di famiglie di consumatori che acquistano insieme prodotti (alimentari e non) attraverso una relazione diretta con i produttori, con riferimento a principi etici condivisi. Alla base della loro azione vi è un sentimento di sfiducia e insoddisfazione nei confronti del modello agroalimentare dominante, che rende inaccessibile il cibo sano, pulito e giusto. I GAS rappresentano una delle forme di filiera corta più spontanee e informali: si caratterizzano per essere una delle esperienze consumer-driven di maggior successo.
    Si sono sviluppati a partire dai GA (gruppi di acquisto tout court) che hanno lo scopo di spuntare un prezzo migliore, ma sono connotati come esperienze di consumo critico perché il loro obiettivo è di stabilire una “nuova economia delle relazione e dei luoghi” (www.retegas.it).

    AAVV, Fa la cosa giusta! Guida pratica al consumo critico e agli stili di vita sostenibili a Milano e in Lombardia, Terre di Mezzo, Emi, 2005

    I GAS in Italia - ObiettiviIl Documento Base dei GAS (Retegas, 1999) specifica che la finalità di un GAS è quella di “provvedere all’acquisto di beni e servizi cercando di realizzare una concezione più umana dell’economia, cioè più vicina alle esigenze reali dell’uomo e dell’ambiente, formulando un’etica del consumare in modo critico che unisce le persone invece di dividerle, che mette in comune tempo e risorse invece di tenerli separati, che porta alla condivisione invece di rinchiudere ciascuno in un proprio mondo (di consumi)” (Retegas, 1999).

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    Ogni GAS e formato mediamente da circa 30-80 nuclei familiari dove il singolo partecipante è definito con il termine di gasista. Ciascun GAS organizza autonomamente l’approvvigionamento di una determinata categoria di prodotti (verdure, frutta, latticini, carne bovina, ecc.) in base alle esigenze che emergono durante le riunioni, cuore pulsante di molti gruppi.

     

    I GAS sono stati riconosciuti dalla Legge Finanziaria 2008 che nell’Articolo 1 paragrafo 266, li definisce come “soggetti associative senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi senza applicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale, in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e vendita”.
    Inoltre il comma 267 sottolinea che non sono soggetti ai regimi di imposizione fiscale come le attività a fini commerciali: “le attività svolte dai soggetti di cui al comma 266, limitatamente a quelle rivolte verso gli aderenti, non si considerano commerciali ai fini dell’applicazione del regime di imposta di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, ferme restando le disposizioni di cui all’articolo 4, settimo comma, del medesimo decreto, e ai fini dell’applicazione del regime di imposta del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917“.

    Organizzazione

    L’organizzazione base dei GAS è quella di creare delle sotto-reti (sub-networks) in virtù della partecipazione volontaria dei gasisti. L’attività di un GAS comincia di solito con la raccolta di informazioni sui produttori che rispondono ai principi etici dell’economia solidale tramite contatti personali, ricerca sul territorio, ricerca online e informazioni dalla rete GAS. L’organizzazione di un GAS dipende dalla struttura che i partecipanti decidono di mettere in piedi.
    I coordinatori o referenti programmano i cicli di ordine e ritiro in riunione con tutti gli altri aderenti. Con riferimento alla definizione del ciclo si affrontano le questioni che riguardano: i prodotti ordinabili, i produttori che effettueranno la consegna, i tempi di apertura e chiusura degli ordini, il momento in cui il prodotto sara distribuito, le modalità di pagamento, i prezzi, la frequenza degli ordini e altro.

     


    I GAS in Italia - Obiettivi

    Non è infrequente che alcuni GAS decidano di non prendere in considerazione prodotti di provenienza animale, in un pieno stile vegano, o preferiscano evitare l’approvvigionamento di carne per sensibilizzare i partecipanti sui temi legati all’allevamento.
    In alcuni casi si può prevedere che un gasista venga retribuito per una mansione che svolge, in tale caso la retribuzione e le possibili alternative sono solitamente discusse all’interno del gruppo.

    Talvolta la figura dei coordinatori non coincide con quella dei referenti. In questi casi il referente è un gasista che si occupa esclusivamente di mantenere i rapporti con un singolo produttore. E la somma dei coordinatori-referenti che permette a un GAS di avere un’ampia offerta di prodotti e di essere attivo e coinvolgente nei confronti dei produttori e dei gasisti stessi.

    Nella figura è riportato un esempio di struttura organizzativa di un GAS dove le frecce di colore diverso rappresentano il grado di relazioni (più è scuro più il contatto è forte). I coordinatori interagiscono tra loro intensamente e comunicano con tutti gli altri aderenti, organizzano il lavoro e possono assegnare singoli compiti ai referenti.

    I GAS in Italia - ObiettiviIl compito dei referenti e quello di stringere i contatti con il produttore, aggiornare il listino e inviargli l’ordine in tempo utile alla consegna e che la stessa avvenga in un orario e luogo prestabilito, di solito la sede del GAS. I referenti mantengono un flusso costante e trasparente di informazioni verso i gasisti che non partecipano direttamente nella gestione del GAS, i quali ricevono le informazioni prevalentemente tramite internet o social network.
    In questo modo i GAS organizzano dei cicli periodici costanti di ordini e ritiri che avvengono per lo più settimanalmente. I prodotti freschi, come frutta, verdura e uova, sono generalmente ordinati e consegnati ogni settimana; mentre i prodotti conservabili (carne, marmellate, biscotti, pasta, olio, vino) o non deperibili (vestiti, detersivi, detergenti, carta) hanno cadenze diverse che possono essere mensili, bimestrali, trimestrali e cosi via.
    Dal canto loro, i singoli aderenti, che non hanno un ruolo definito all’interno del GAS, interagiscono in un’atmosfera amichevole e solidale, che è alla base di quello che può essere definito l’humus culturale che permette ai consumatori di cambiare le proprie abitudini. I produttori possono anche auto organizzarsi tra loro per offrire un migliore range di prodotti o ottimizzare alcuni passaggi produttivi (nella figura si può vedere un triangolo di tre produttori con tre frecce di colore scuro).

    Altre possibili strutture possono essere più o meno verticistiche con un diverso grado di interazioni. In alcune solo i coordinatori mantengono i contatti con i produttori e interagiscono tramite email con gli aderenti. In altre tutti i partecipanti mantengono i contatti con almeno un produttore e partecipano attivamente alle decisioni e al coordinamento del GAS. Tra questi si possono attivare delle sotto-reti tra coordinatori/referenti per attivare progetti specifici.

    Le sotto-reti sono caratterizzate da un alto grado di flessibilità per adattarsi alle caratteristiche peculiari del network. La flessibilità può comportare l’attivazione o disattivazione delle sotto-reti, nel rispetto dei bisogni personali degli aderenti (come esempio la rinuncia temporanea di un coordinatore a causa di motivi personali), alle necessità logistiche (per esempio la vicinanza di un gasista rispetto al punto di smercio), alle caratteristiche specifiche del prodotto (nel caso del Parmigiano Reggiano è necessario effettuare un ordine consistente) e alle necessità specifiche di un produttore, che può avere necessità di consegna particolari, come nel caso dei prodotti da frigorifero.

    Quando questi sotto-cicli lavorano a regime, è necessario un alto grado di interazione per variare la logistica e per far coincidere lo scarico dei prodotti con il ritiro da parte degli aderenti. Solitamente la consegna è circoscritta a un determinato periodo di tempo e luogo, in cui i consumatori e produttori possono incontrarsi e interagire, instaurando relazioni personali, immediate e legate a uno spazio condiviso. Un punto chiave dei GAS è quello della riunione periodica, solitamente organizzata su base mensile, alla quale è consentito partecipare a tutti i membri del gruppo. Gli argomenti della discussione sono frequentemente riferiti all’organizzazione interna, ai criteri di selezione dei produttori, a nuove iniziative e ai feedback per i prodotti ordinati in precedenza. Questo e in realtà solo uno dei modi più formalizzati con cui i partecipanti interagiscono. La maggior parte delle interazioni, infatti, avviene tramite internet, prevalentemente via email.

    Alcuni GAS hanno formalizzato la loro organizzazione in delle associazioni, di solito però si tratta di gruppi che operano in via informale, dove il processo decisionale è affidato prevalentemente alle riunioni. Quando un GAS cresce di dimensione, la struttura organizzativa può variare oppure il GAS si divide in due o più gruppi, con caratteristiche simili al precedente ma spesso anche con caratteristiche diverse.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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  • I GAS in Italia

    I GAS in Italia

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    I GAS in Italia

    Sin dagli anni Novanta sono iniziate a fiorire quelle attività volte a rispazializzare la filiera agricola mettendo in contatto produttori e consumatori. Il primo Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) è nato a Fidenza nel 1994 su ispirazione del convegno tenutosi l’anno precedente, organizzato all’Arena dai Beati Costruttori di Pace dal titolo “Quando l’economia uccide…bisogna cambiare”. Il cambiamento auspicato mirava a modificare la struttura del consumo familiare secondo criteri di rispetto dell’ambiente e delle persone. In quell’occasione un gruppo di famiglie di Fidenza decise di mettere in pratica il bisogno di cambiamento e di riflettere sui propri consumi, utilizzando criteri di giustizia e solidarietà. Mettendo a disposizione il proprio tempo libero, quelle famiglie hanno intrapreso la strada dell’acquisto diretto presso le aziende agricole che producevano prodotti “buoni e sani“.


    I GAS in Italia
    Gli altri GAS si sono sviluppati per contagio o per scissione. Il primo caso si verifica quando gruppi di persone interessate entrano in contatto con queste realtà e decidono di replicarla net loro territorio, con le loro forme e modalità.

    Associazione Nazionale di Volontariato. Sito internet: www.beati.org

    Sito internet: http://www.bilancidigiustizia.it

    Anonimo “a fidenza dieci anni fa”, Terre di mezzo n 123, marzo 2005, p 25

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    Valera Lorenzo, GAS. Gruppi di Acquisto Solidali, Terre di Mezzo, MILANO, 2005, P.18.

     

    I GAS in Italia

    Il secondo avviene quando un gruppo, diventato numericamente troppo consistente si scinde in due o più sottogruppi. Ciò può avvenire per evitare di snaturare la dimensione sociale della comunità, per difficoltà, organizzative o logistiche, ma anche per diversità, di vedute o divergenze tra i partecipanti. I GAS nascono dunque spontaneamente per iniziativa dei cittadini e si coordinano tramite il sito della Rete Nazionale dei GAS dove buona parte di essi sono registrati. Nel sito è possibile risalire a una scheda informativa che offre la descrizione del gruppo e i contatti. I gruppi nascono e si modellano a seconda del contesto in cui sono creati.

    Analizzando il numero di iscrizioni alla Rete Nazionale dei GAS, si può notare come questi si siano moltiplicati con un ritmo esponenziale fino a raggiungere le 959 unità, nell’Agosto 2013 includendo una decina di reti a livello locale. Il maggior incremento si è registrato tra il 2008 e il 2009 e il loro trend è in continua crescita. Sebbene sia possibile trovare alcuni gruppi non attivi iscritti alla rete, tali stime sono da considerare in difetto poiché molti gruppi decidono di non palesare la loro esistenza sul web, preferendo farsi conoscere sul territorio attraverso le associazioni di quartiere o il passaparola. I GAS sono spesso inseriti all’interno di associazioni che affiancano l’approvvigionamento di prodotti ad altre attività.
    Come per il GAS di Fidenza, anche i nuovi gruppi si sono strutturati a partire da amici e conoscenti, e sempre più spesso si appoggiano a realtà già esistenti, quali botteghe del Commercio Equo-solidale, organizzazioni di cooperazione internazionale, gruppi politici, parrocchie, Rete Lilliput, Banca Etica, Legambiente, ecc.
    Fonte: www.retegas.org

    I GAS in Italia

     

    I GAS sono distribuiti su tutto il territorio italiano, ma in quantità, maggiore nel Nord Italia (tabella 2.1) che conta 587 gruppi contro i 254 del Centro e i 118 del Sud. Secondo alcuni partecipanti ai GAS questi sono in rapida espansione per la continua crisi in cui versa il modello di sviluppo contemporaneo e la realtà dei GAS rappresenta “un luogo dove trovare un rifugio in cui le persone ritrovano un senso di soddisfazione ormai perduto”

     

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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  • I criteri del consumo critico

    I criteri del consumo critico

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    I criteri

    In “Guida al consumo critico” sono state elencate sei pratiche su cui basare la spesa responsabile: sobrietà, lotta ai rifiuti, consumo locale e naturale, commercio equo, attenzione al comportamento della imprese, consumo senza crudeltà. Queste sono più che altro delle indicazioni che invitano a porsi delle domande nell’ambito dell’acquisto di un prodotto. I principi etici si riferiscono sia all’attenzione verso le pratiche messe in atto dalle aziende, sia alle caratteristiche dei prodotti. I criteri del consumo critico
    Nei confronti delle aziende questi principi sono rivolti a:

    • Rispetto dei diritti dei lavoratori: sono evitate le aziende in cui non sono garantiti i diritti dei lavoratori e che delocalizzano la produzione. L’attenzione a massima per i produttori dei paesi a Sud del mondo per i quali e preferito l’acquisto dei prodotti equo-solidali che assicurano loro un compenso equo.
    • Rispetto dell’ambiente: le aziende che attuano pratiche dannose per l’ambiente sono escluse in favore di quelle che applicano criteri e certificazioni che garantiscono it rispetto dell’ ambiente.
    • Aspetti finanziari: sono evitate le aziende che investono in settori speculativi o che comunque non sono eticamente accettabili.
    • Dimensioni delle imprese: vengono preferite le aziende di piccole dimensioni, che hanno poco potere di mercato e che hanno un legame più stretto con le tradizioni e le usanze locali. Le imprese multinazionali sono invece evitate.
    • Boicottaggio: viene messo in pratica nei confronti di quelle aziende, soprattutto quelle internazionali, che adottano pratiche scorrette nei confronti dei lavoratori, dei consumatori o dannose nei confronti dell’ambiente.I criteri del consumo critico

    Per quanto riguarda i prodotti in se si tengono in considerazione diversi aspetti:

    • Imballaggi minimi: le consegne sono gestite per contemplare it minor numero di imballaggi. Al massimo questi devono essere riciclabili, riciclati, biodegradabili o compostabili. Spesso viene promosso it riciclo dei barattoli e di altri contenitori.
    • Ciclo produttivo: sono da preferire le materie prodotte con un basso impatto ambientale o provenienti dal riciclo. Sono preferite le produzioni da energie rinnovabili e poco inquinanti.
    • Durabilità: sono preferiti i prodotti che durano nel tempo a quelli usa e getta.
    • Provenienza: la provenienza del prodotto deve essere certa, tracciabile e locale, o comunque più vicino possibile, al fine di contenere le foodmiles, di tutelare la freschezza e di instaurare rapporti di vicinanza con i produttori (vedi gite o aiuto nella raccolta dei prodotti).
    • Freschezza e la stagionalità: sono da preferire i prodotti freschi e di stagione per contenere l’energia necessaria alla produzione in serra o al congelamento.

     Centro Nuovo Modello di Sviluppo (2011), “Guida al Consamo Critico” Ponte alle Grazie,

    Movimento Gocce di Giustizia,            Guida al consumo critico e al boicottaggio”, La Tortuga

    www.unimondo.org/Consumo-critico

     

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    Inoltre sono preferiti prodotti poco trasformati anche per promuovere la socialità e il recupero del piacere nel cucinare e condividere. Metodi di coltivazione naturali: i metodi biologici, biodinamici o naturali sono da preferire per il fatto di essere maggiormente rispettosi dell’ambiente e delle condizioni di lavoro.
    Quello del consumo critico è un pensiero che può essere portato avanti sia a livello singolo che collettivo. A riguardo i Gruppi di Acquisto Solidali rappresentano una realtà molto complessa dei fenomeni che costituiscono il consumo critico, apprezzabile soprattutto se osservata da vicino. Con queste pratiche i consumatori dimostrano che possibile conciliare il proprio benessere con l’acquisto di prodotti etici ed ecologici, rispettosi della società.
    Il fenomeno dei GAS appare un mondo molto compatto anche se presenta molte ambivalenze e contraddizioni: le sfide che si pongono sono soprattutto quelle di costruire un sistema alternativo di approvvigionamento alimentare che prenda in considerazione il cambiamento delle abitudini e il perseguimento del risparmio (Williams e Paddock, 2003).

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

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  • Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto Solidali

    Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto Solidali

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    Il Consumo Critico

    I GAS sono una realtà che prende forza dal concetto di consumo critico .

    Il consumo critico e una modalità di scelta di beni e servizi, che prende in considerazione gli effetti sociali e ambientali dell’intero ciclo di vita del prodotto, e determina gli acquisti dando a tali aspetti un peso non inferiore a quello attribuito a prezzo e qualità. Concretamente, il “consumatore critico” orienta i propri acquisti in base a criteri ambientali e sociali, che prendono in considerazione le modalità di produzione del bene, il suo trasporto, le sue modalità di smaltimento e le caratteristiche del soggetto che lo produce.

    Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto SolidaliIn questi contesti i consumatori superano le logiche legate alla produttività e spostano la loro attenzione su produzioni di qualità, legate al territorio. Sulla base di questo assunto, i consumatori sono convinti che esista un modo alternativo di lavorare, produrre e consumare, soprattutto beni alimentari, che porti a una crescita economica sostenibile a livello sociale e ambientale (D’Allestro, 2011).

    Prima di presentare il dibattito che si è articolato intorno alla questione del prezzo, aspetto centrale di questa tesi, in questo capitolo presentiamo due temi: in primo luogo, la realtà dei GAS (Gruppi di acquisto solidale) a partire dal pensiero del Consumo Critico; e la posizione della letteratura della transizione, che prefigura per loro un ruolo di primo piano nella costruzione di un sistema alternativo di produzione, distribuzione e consumo di prodotti alimentari.

    Il consumo critico
    Gia il concetto di attore sociale era stato accostato a quello di consumatore (Trentmann, 2006). Inizialmente fu posta l’attenzione sul rispetto dei lavoratori da parte delle aziende. Infatti i movimenti di cittadini chiedevano ai consumatori di adottare delle strategie per penalizzare le aziende che adottavano comportamenti scorretti nei confronti dei lavoratori, premiando invece quelle che si comportavano bene acquistando i loro

    Scheda “Consumo critico” di Unirilondo: www.unimondo.org/Temi/Economia/Consumo-critico

    prodotti (Glickman, 1997). Agli inizi del secolo scorso si svilupparono cosi diverse associazioni e movimenti che avevano lo scopo di estendere il peso della loro cittadinanza politica.
    A metà, degli anni Sessanta nacquero diverse associazioni in difesa dei consumatori ottennero una serie di vittorie politiche con l’introduzione dei “diritti dei consumatori“: sicurezza, scelta e informazione. Tramite le associazioni di consumatori si riuscì finalmente a dare una voce comune per garantire il rispetto dei diritti. Con l’istituzionalizzazione dei diritti dei consumatori (Sassatelli, 2003) si verifica un ulteriore passo verso la politicizzazione del consumo.
    Dagli anni Novanta in poi il consumatore ha assunto sempre più un ruolo politico (Leonini e Sassatelli, 2008) e si sono progressivamente diffuse le pratiche di boicottaggio dei prodotti delle multinazionali. I consumatori sono stati invitati a farsi carico degli effetti dei loro comportamenti privati con nuove forme di partecipazione politica, che sono state denominate “consumerismo politico“, identificate come nuove forme di “azione collettiva individualizzante”. In seguito, soprattutto dopo le conseguenze della Rivoluzione Verde, il consumo critico si è rivolto anche agli aspetti ambientali e ha abbracciato anche le novità, rappresentate dalla globalizzazione, dall’ecologismo, dal salutismo e da altre forme di edonismo come lo slow living, il veganesimo e il freeganesimo.

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    In questa fase, il concetto del “locale”, si e affermato come reazione alla globalizzazione e ha favorito la fuga dei consumatori dai meccanismi di consumo convenzionale spostandoli verso consumi di `nicchia’. I concetti di produzione locale e artigianale si sono affermati anche in movimenti di carattere internazionale come Slow Food.

    Negli ultimi anni questo pensiero si è evoluto verso un approccio responsabile anche verso il settore dei servizi. Il consumo critico si può rivolgere anche all’edilizia, alla mobilità,, al settore energetico, alla finanza e al turismo. Oggi arriva a promuovere uno stile di vita basato sull’approccio della sostenibilità, sulla base di una molteplicità, di motivazioni che spingono i consumatori a interessarsi a questa pratica. Il consumo critico è stato spesso associato a diversi concetti quali la salute, la genuinità„ il rispetto dell’ambiente (Demos-Coop, 2006), la qualità il gusto, l’eguaglianza (in particolare per il Fair Trade) (De Ferran e Grunert, 2005); mentre oggi si sono affacciati anche i concetti di solidarietà altruismo e socialità, (Leonini e Sassatelli, 2008).
    Attualmente, il lungo percorso di maturazione del pensiero del consumo critico ha preso coscienza delle potenzialità e dei limiti dell’azione personale ed è dunque culminato nell’attenzione alle pratiche di consumo quotidiane delle singole persone.
    La maggiore spinta per la nuova concezione di consumo critico è quella di sentirsi finalmente parte di un cambiamento storico che viene portato avanti collettivamente e che fa leva proprio sulle potenzialità strategiche dell’azione singolare (Holzer e Sorensen, 2003).

    I significati del consumo critico

    Non si tratta quindi di una visione idealistica e sconnessa dal mondo reale, al contrario sembra una realtà in cui gli attori sono molto consapevoli delle loro azioni e dei loro limiti, per questo regna un atteggiamento di prudenza (Leonini e Sassatelli, 2008). Vi è la consapevolezza di voler contrastare un sistema molto strutturato e complesso che difficile da controllare in modo sistematico (Beck, 1997). Le stesse pratiche di consumo critico sono molto frammentate e diverse tra loro; questo le rende difficili da interpretare e mettere in atto.

    Leonini e Sassatelli (2008) propongono due visioni del consumo critico: da un lato quello limitato alle proprie azioni quotidiane sotto il profilo critico, non necessariamente costruttivo; dall’altro quello che viene definito “Movimento dei movimenti” e che rappresenta la comune idea di dare un contributo personale a un movimento collettivo di cambiamento che si basa sul cambiamento delle singole abitudini di vita.
    A questo proposito, per interpretare i significati attribuiti al consumo critico e stata proposta una visione basata su due assi.

    Il Consumo Critico e i Gruppi di Acquisto Solidali
    Fonte: Leonini e Sassatelli (2008)

    Il primo caratterizza la dinamica delle scelte di consumo personali che devono fronteggiare i consumatori. Si divide tra la ricerca del benessere (cura di se, edonismo, miglioramento della qualità della vita) e la sobrietà dei consumi, che non significano però rinunce o austerità. Per quanto riguarda il benessere, vi è la ricerca di conciliare il benessere fine a se stesso con quello invece caratterizzato da atteggiamenti di responsabilità verso la società e l’ambiente. In questo contesto si apre il dibattito tra etica ed economia, tra consumo privato e gli effetti prodotti dal consumo sulla società. Viene quindi riconosciuta in questo campo l’importanza della coerenza e della consapevolezza dei propri atti di consumo. Ne emerge una nuova concezione di benessere che può essere coniugata a forme di critica sociale (Bovone e Mora, 2007; Rebughini, 2008). La sobrietà, invece, si contrappone al benessere e richiama ad altri concetti di qualità della vita che abbracciano tutta la sfera dei consumi (Leonini, 2000), dalle tecnologie all’alimentazione, soffermandosi anche sul tema della socialità. Nel caso dei GAS la sobrietà rappresenta una variabile fondamentale dalla cui applicazione dipende la capacità di cambiare la qualità della vita nel presente (Gesualdi, 2005; Bologna et al., 2000).

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    Il secondo asse rappresenta l’atto politico del consumo, che caratterizza il “Movimento dei movimenti”. E contraddistinto dalla solidarietà, da un lato, e la critica, dall’altro. La prima rappresenta una nuova rete di relazioni in quanto fa riferimento a concetti di responsabilità, etica, cooperazione e impegno. Questa rete si basa sul riconoscimento del valore di tutti i soggetti coinvolti nelle pratiche di consumo e apre uno spazio etico basato sulla reciprocità da contrapporre alle regole individualistiche del mercato. Questo rapporto di reciprocità è alla base della determinazione del prezzo che tratteremo più avanti. La tendenza verso la critica, invece, identifica quegli atti che vanno verso concetti di sfida, sovversione, resistenza, e che hanno una forte valenza politica. L’espressione della critica però non è fine a se stessa, ma incorpora valori di ricostruzione che vogliono rimanere liberi da compromessi. Tale spazio è fortemente connesso al tema dell’informazione e della trasparenza, sempre meno rintracciabile nelle aziende che operano su mercati globali. In questo spazio emerge l’interesse per l’acquisto locale.

    Nonostante la complessità della questione non vi è una vera e propria contraddizione in questi aspetti che mettono in atto il consumo critico (Leonini e Sassatelli, 2008).

  • Cosa sono le reti alimentari alternative

    Cosa sono le reti alimentari alternative

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     Le reti alimentari alternative nella letteratura scientifica

    L’affermarsi delle diverse forme di filiera corta ha suggerito agli studiosi diverse definizioni tra cui “alternative”, “locali”, “civiche”, “sostenibili”, “nuove”, “brevi” (Murdoch et al., 2000; Renting et al., 2003).
    In Italia vengono tutte chiamate comunemente con il nome di “filiera corta”. In generale la letteratura sull’argomento mette in evidenza come si tratti di un approccio alla filiera agroalimentare basato su una metrica nuova: non più quella della produzione di massa, ma quella dello sviluppo sostenibile e della multifunzionalità , in cui le attività produttive tornano a rapportarsi con le risorse – umane, sociali, ambientali, culturali, istituzionali – dei territori.
    Riscaldamento-globale_JsL’aspetto centrale è dato dalla volontà di ri-spazializzare, ri-socializzare ma soprattutto ri-localizzare il cibo attraverso relazioni dirette, credibili e autentiche che si creano tra produttori, consumatori e cibo.

    Riferimenti:
    http://www.bancoalimentare.it/

    http://www.lastminutemarket.it/

    http://freegan.info/

    Tale nuovo sistema ha la caratteristica di attribuire al cibo un valore addizionale rispetto a quello di bene alimentare. Un valore che incorpora anche quello di identificazione con il territorio, migliori relazioni sociali, riduzione dell’inquinamento e solidarietà nei confronti dei piccoli produttori. Aspetti che vanno ad abbracciare anche considerazioni politiche .
    Dal punto di vista economico, alle filiere corte viene riconosciuto il merito di redistribuire il potere contrattuale lungo la filiera, in particolare verso i piccoli produttori agricoli i quali hanno la possibilità di riposizionarsi rispetto ai processi di globalizzazione del sistema agroalimentare.
    La ri-localizzazione emerge come processo per contrastare la compressione dei prezzi sfruttando alcuni meccanismi per riottenere potere contrattuale: l’aumento del valore aggiunto per unità di prodotto, la diversificazione dei canali di vendita a livello territoriale e la riorganizzazione dei processi produttivi sulla base della valorizzazione delle risorse interne (van der Ploeg, 2003).
    In seno alle iniziative di filiera corta, inoltre, si è animato sempre più il sul prezzo giusto dei prodotti agricoli, che non deve solo integrare costi tradizionalmente inclusi dall’analisi economica, ma anche valori incorporati nel prodotto e nei servizi, come la conservazione delle risorse naturali, il rispetto per la dignità dei lavoratori, conservazione della biodiversità e delle conoscenze tradizionali, etc.

    Il concetto di località

    Riguardo alla diffusione dei movimenti per il cibo locale, recentemente il dibattito sulle reti alimentari alternative si è focalizzato sulla dimensione territoriale delle filiere corte.
    L’IAASTD (2009) ha riconosciuto che il sistema del cibo globale è economicamente insostenibile, ma non tutti sono convinti che la ‘località’ sia la soluzione migliore. La ‘località’ è intesa sia in termini di distanza, ricollegando consumatori e produttori nello stesso luogo, sia in termini di metodi di produzione tradizionali e a basso impatto (Fonte, 2008).
    Il movimento per il cibo locale considera il prodotto autoctono intrinsecamene migliore rispetto alla sostenibilità ecologica, alla giustizia sociale, alla democrazia, alla qualità degli alimenti o alla sovranità alimentare.
    Alcuni ammoniscono che questa visione può incorrere nella “trappola del locale” (Born e Purcell, 2006), e trascura aspetti come la distribuzione del potere lungo la filiera, allontanandosi dal concetto di ‘buono, pulito e giusto’ 37 (Hinrichs, 2000), oppure trascurare la diversità e il pluralismo culturale (DeLind, 2011). Altri autori richiamano la necessità di condurre una completa analisi delle cause (Allen e Wilson, 2008) o di effettuare una disamina completa sul ciclo di vita delle produzioni. Goodman et al. (2011) invocano invece un approccio più riflessivo ai movimenti per la localizzazione. Sia in termini ambientali che economici, le produzioni locali non sempre sono efficienti, soprattutto in fase di trasporto (Schonhart, 2008) dato che possono addirittura arrivare a inquinare di più (Standage, 2009). Secondo questa linea di pensiero, solo un’analisi del ciclo di vita del cibo può offrire un’accurata valutazione del volume totale delle emissioni di gas serra, per cui la distanza rappresenta un fattore superabile.

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    In seguito alle diverse critiche, Holloway et al. (2007) e Seyfang (2006;2009) hanno elaborato degli schemi interpretativi multidimensionali per analizzare le AFN. Holloway ha superato il dualismo tra sistema convenzione e alternativo per soffermarsi sulla natura multidimensionale della relazione tra produttori e consumatori, mentre Seyfang ha elaborato un quadro teorico dove la località è solo una delle cinque dimensioni alla base del consumo sostenibile (sostenibilità ambientale, costruzione di comunità, azione collettiva, costruzione di un nuovo sistema di approvvigionamento alimentare).
    Per ‘localizzazione’ Seyfang intende un processo verso una economia locale più auto-sostenibile (l’accorciamento delle catene di offerta, l’acquisto di prodotti locali, il rafforzamento dell’economia locale). La sostenibilità ambientale implica la diminuzione dell’impronta ecologica, la riduzione dell’uso delle risorse, la scelta di prodotti e servizi meno intensivi nell’uso di energia, l’adozione di uno stile di vita sobrio. La “costruzione di comunità” si manifesta nelle reti di sostegno e solidarietà sociale, nella crescente partecipazione e nella condivisione di idee e esperienze, nello scambio gratuito di lavoro e di competenze che rafforzano il carattere inclusivo delle relazioni sociali. L’azione collettiva rende possibile controllare le proprie scelte di consumo, cambiando il contesto e
    Lo slogan ‘buono, pulito e giusto’ indica un nuovo concetto di qualità alimentare lanciato da Slow Food (http://www.slowfood.it) nel suo Manifesto. Le tre parole rappresentano gli elementi di riferimento per costruire una via virtuosa che tutti i soggetti della filiera alimentare (da chi produce fino a chi consuma) dovrebbero seguire.
    Per esempio per le emissioni di CO2, recenti calcoli della Lincoln University dimostrano come la carbon footprint dell’agnello prodotto in Nuova Zelanda e consumato in Inghilterra sia nettamente inferiore a quella della produzione inglese, anche tenendo conto dei trasporti (Standage, 2009). Secondo i dati pubblicati, il trasporto incide soltanto per l’11% sull’energia consumata nella filiera produzione-consumo, a fronte del 26% delle lavorazioni e del 29% della cottura. le norme sociali.
    Infine costruire nuove infrastrutture è necessario per stabilire nuove forme di scambio tra persone e comunità, sulla base dei nuovi valori alla base della cittadinanza ecologica (Salvioni e Fonte, 2013).

     

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    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica

    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica

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    Cittadinanza alimentare e cittadinanza ecologica

    La cornice concettuale multidimensionale di Seyfang è una guida utile per esplorare le nuove pratiche di consumo alimentare. I nuovi valori a esse connessi vanno in una prospettiva olistica di consumo sostenibile, in cui ridurre l’impronta ecologica e rafforzare le economie locali sono parte integrante di un processo più complesso di ri-socializzazione e ricostruzione dei ‘luoghi’ e delle comunità (Hinrichs 2000; DeLind 2011).
    Il concetto di ‘locale’, in questo caso, non è solo identificato dal luogo geografico ma anche dai metodi e dalle conoscenze tradizionali necessari per produrre un cambiamento che sia in grado di stabilizzarsi e contagiare il regime dominante (Jasanoff e Martello 2004: 14).
    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologicaDal punto di vista del coinvolgimento attivo dei cittadini, Lamine (et al., 2012) propongono di abbandonare il termine ‘reti alimentari alternative’ e di chiamarle invece ‘reti alimentari civiche’ (Civic Food Networks-CFN) per sottolineare la peculiarità “consumer-driven”. Sotto il profilo della cittadinanza si parla di un nuovo concetto dove tutti gli attori sono chiamati a fare comunità e rete, sostenendosi l’un l’altro. Invece che essere visti come operatori economici indipendenti, produttori e consumatori, collaborano come cittadini in un ottica di cooperazione, sostenibilità e solidarietà (Lamine et al., 2012).
    La conoscenza e consapevolezza intorno ai temi legati al cibo, diverrebbe una sorta di trampolino di lancio per riappropriarsi del ruolo autonomo e attivo all’interno della società in una nuova dimensione che viene chiamata anche “cittadinanza alimentare” (food citizenship).

    Food citizenship” è un concetto nato in USA e Canada coniato da T. Lyson sotto il nome di “Civic Agriculture”.

    Lyson, definisce l’agricoltura civica come quel “sistema organizzato a livello locale del settore agricolo e produzione alimentare caratterizzato da reti di produttori che sono legati tra loro dal luogo”. Con ciò l’autore sostiene che l’agricoltura civica ha le potenzialità per trasformare le persone da passivi consumatori a cittadini alimentari attivi. Così il concetto di cittadinanza alimentare aiuta a definire quello di filiera corta ed è appropriato per identificare il grado di coinvolgimento degli attori all’interno della filiera. Anche Seyfang (2006) parla di cittadinanza, ma “ecologica” (ecological citizenship) (Seyfang 2006, Dobson e Bell, 2006) attenta alle responsabilità associate ai diritti: ad esempio il diritto a un ambiente sano, si associa alla responsabilità ecologica del cittadino consumatore. I cittadini si fanno dunque attivi nell’azione per ridurre l’impatto negativo dei loro acquisti e dei loro consumi sull’ambiente.
    Sotto un profilo istituzionale Lamine (2005) sostiene che le forme di agricoltura locale partecipativa, possono gettare le basi per una maggiore democratizzazione delle scelte da condividere a livello locale. Il coinvolgimento attivo dei cittadini nella ricercacostruzione di alternative indica un bisogno di impegno civico-politico e offre una forma accessibile di cittadinanza attiva (Sassatelli, 2004).
    Il riavvicinare produttori e consumatori prefigura la possibilità di creare un legame tra le istituzioni e i cittadini non solo nel settore agroalimentare (Leng e Heasman 2004, p262), e la crisi economica in atto ha rimarcato la necessità di un coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica.

    Filiera corta e forma di governance

    Il concetto di food citizenship non è limitato alle relazioni nello scambio di mercato e nell’approvvigionamento del cibo, ma anche a nuovi modelli di governance. Un primo esempio è la condivisione degli obiettivi della società attraverso la partecipazione civica, promuovendo la formazione di gruppi di pressione che agiscono nei confronti della collettività stessa e delle istituzioni per ridefinire i ruoli all’interno della società (Renting et al., 2012).
    La food citizenship è una pratica in grado di promuovere lo sviluppo di una democrazia socialmente ed economicamente giusta, oltre a sistemi agro-alimentari sostenibili (Wilkins, 2005, p. 271).
    Le forme di governance basate sulla società civile, sono oggi di crescente importanza e sono utili per comprendere le moderne dinamiche di governance dei sistemi alimentari. Inoltre, questa tendenza si sta rinforzando e accelerando, sia grazie all’avvento delle nuove forme di comunicazione (social network), sia a causa della crisi.
    Questi cambiamenti possono essere visualizzati a partire dal “triangolo della governance” (figura 1.7) che distingue tra stato, mercato e società civile e traccia uno schema dei meccanismi che spiegano il raggio di azione del comportamento umano all’interno della società e i potenziali cambiamenti nelle forme di governance (Rhodes, 1997; Renting, 2008; Renting e Wiskerke, 2010).
    Negli anni passati lo stato e il mercato sono stati i principali protagonisti nei meccanismi di governance. Lo stato si esprime prevalentemente attraverso la regolamentazione della res publica; il mercato tramite l’uso di meccanismi auto-regolanti tra cui i prezzi, il tasso di interesse e le liberalizzazioni. Invece, la società civile si esprime, invece, attraverso la partecipazione, l’auto-organizzazione e il controllo della democrazia.

    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica
    Applicando il triangolo della governance al sistema agro-alimentare attuale si nota che il ruolo dello stato e del mercato è stato predominante. Il controllo indiretto delle istituzioni democratiche tramite la partecipazione della società civile è limitato alle organizzazioni professionali o a gruppi di interesse come sindacati, organizzazioni di agricoltori e lobbies industriali. Il ruolo dei consumatori è stato dunque ridotto a quello di meri compratori passivi. Per molti anni questa struttura ha permesso il conseguimento di molteplici obiettivi, tra cui l’aumento della produttività, la disponibilità di cibo a basso costo e la stabilizzazione del regime fordista (Friedmann e McMichael, 1989). Il forte potere concesso al mercato ha permesso la creazione di quello che è stato chiamato “impero del mercato” (Hardt e Negri, 2000; Ploeg, 2008), in cui influenti aziende multinazionali hanno il potere di scavalcare la sovranità nazionale dei paesi in cui operano per conseguire i loro obiettivi privati. Questo modello ha anche portato a molteplici e recenti tensioni economiche e crisi sociali.
    La figura in basso visualizza un sistema atto a rivitalizzare e bilanciare i meccanismi di governance verso forme di democrazia più partecipate (Renting, 2012).
    Che cosa è la cittadinanza alimentare ed ecologica

    Il nuovo modo di concepire la struttura relazionale tra le istituzioni e la società civile accresce l’importanza di quest’ultima nei processi decisionali. Ciò è molto importante nei momenti di crisi: quando lo stato e il mercato non riescono ad arrivare a nuove soluzioni, la società civile può rappresentare un’importante fonte di innovazione attraverso l’apprendimento collettivo.
    Questo sistema può sembrare più complicato nel breve periodo, ma Renting et al. (2012) sostengono che a lungo può portare alla costruzione di nuove alleanze, regole e modelli organizzativi più sostenibili del sistema agroalimentare dominante. Esempi in tal senso sono le strategie di governance urbane e territoriali dell’approvvigionamento alimentare, in cui le decisioni sono prese congiuntamente dai governi e dalla società civile (Renting 2008; Lamine et al., 2012, Derkzen e Morgan, 2012).
    Così facendo le amministrazioni possono aumentare la domanda di prodotti locali e biologici (Morgan e Sonnino, 2008). La filiera corta diventa in questo caso anche uno strumento politico in grado di supportare le istituzioni per la tutela ambientale (Aubry et al., 2008).

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Chimica, Fisica e struttura dell’atomo

    Chimica, Fisica e struttura dell’atomo

    [corner-ad id=1]La chimica, come la matematica, può essere considerata una lingua universale comune a tutto il globo.
    La poesia descrive la conoscenza e le emozioni con armonia. Quando si inizia a parlare di chimica si deve immaginare un lungo percorso che conduce e spiega sia la diversità e la molteplicità dei vari elementi chimici, sia la definizione e creazioni di composti chimici.
    Il big bang, il collasso delle stelle, le supernove sono tutte manifestazioni che hanno causato la creazione di tutti gli elementi conosciuti e di cui sono composti tutti gli esseri viventi.
    La parte più piccola della materia viene considerata l’atomo.
    Per l’atomo il primo modello è quello planetario. Nell’immaginare la configurazione elettronica esterna al nucleo si possono utilizzare delle semplificazioni ammesse dalla comunità scientifica, per cui vengono usati dei modelli che calzano molto bene e facilitano la comprensione di realtà molto più articolate.
    Allora si prefigurano degli elettroni che ruotano attorno al nucleo come la luna e i satelliti artificiali ruotano attorno alla terra. In particolare l’atomo si ritiene costituito da una parte intima chiamata nucleo, che a suo volta è costituita da protoni, con massa e carica positiva, e da neutroni con massa ma senza carica. Attorno al nucleo ruotano uno o più elettroni con carica negativa e considerati senza massa, percorrendo precisi orbitali (s, p, d, f). A livello microscopico la distanza è notevole tra il nucleo e la configurazione elettronica esterna, per cui si parla di spazio vuoto. Come la gravità tiene legati la terra e la luna, così gli elettroni negativi sono fortemente collegati al nucleo positivo in modo elettrostatico.
    Si ribadisce che questo modello presenta dei forti difetti, ad esempio la fisica classica ci insegna che quando un corpuscolo carico come l’elettrone è dotato di un moto uniforme e non rettilineo esso deve irraggiare energia elettromagnetica (onde radio). L’errore risiede nel fatto che si cerca di applicare alla struttura dell’atomo, un mondo microscopico, le leggi fisiche, meccaniche ed elettromagnetiche proprie del mondo macroscopico, come i pianeti.
    Solo dopo il 1915 grazie all’ingegno di alcuni scienziati come Plank, Einstein, Bohr, De Broglie, Heisemberg, ecc., ci si rese conto che all’infinitamente piccolo vanno applicate leggi particolari: la teoria quantica; tale teoria si basa su un ben preciso postulato: l’energia di un sistema microscopico, di qualsiasi tipo essa sia, non corrisponde ad un insieme continuo di valori, ma può assumere solo alcuni e ben determinati valori; cioè si dice che è quantizzata.

    Tornando alla configurazione elettronica, questo significa che l’elettrone che possiede un orbita, nella teoria planetaria semplificata, può assumere solo precise e determinate posizioni energie di posizione: il moto dell’elettrone è quantizzato (N. Bohr). Questo modello quantizzato soddisfaceva anche altri principi della fisica classica in quanto l’emissione di energia elettromagnetica poteva avvenire solo quando l’elettrone effettua un salto quantico, da un orbita ad energia più elevata in una a più bassa energia.

    L’affinamento del modello proseguì nel corso degli anni e in seguito a dibattiti e colpi di ingegni si arrivò al 1925 quando si superò l’idea di un elettrone come una piccolissima pallina o corpuscolo con massa ben localizzata: l’ipotesi rivoluzionaria della meccanica ondulatoria propone un elettrone non ben localizzato, bensì ben diffuso come un onda.
    Questa teoria proposta da Heisemberg introduce il concetto di probabilità: in un mondo microscopico non si può conoscere con esattezza la traiettoria di un elettrone per localizzarlo, ma si può conoscere la probabilità di avere una frazione di tale elettrone in un certo istante, in un determinato punto dello spazio atomico.
    Nel XVIII secolo, scoprendo i vari elementi, si conoscevano sempre meglio le varie caratteristiche, e furono osservate come esistevano forti analogie fra alcuni gruppi di elementi, sia da un punto di vista fisico, sia chimico.

    Vi furono vari tentativi finché il chimico russo Dimitri Mendeleev propose nel 1869 una tabella che rappresenta le correlazioni periodiche delle proprietà dei vari elementi noti fino allora. Tale costruzione si basò sull’ipotesi che le proprietà periodiche fossero in relazione con i pesi atomici dei vari elementi.

    Chimica, Fisica e struttura dell'atomo

    Allora gli elementi che stavano sulla stessa colonna possedevano proprietà simili ma la cosa interessante è rappresentata dal fatto che, siccome alcune caselle rimanevano vuote, Mendeleev intuì che corrispondessero ad elementi sconosciuti ancora da scoprire: ne predisse con incredibile precisione le proprietà fisiche e chimiche. Va ricordato come nel 1869 solo i due terzi degli elementi erano stati caratterizzati con sicurezza.
    Gli elementi raggruppati in ordine crescente di peso atomico mostrano delle proprietà che si ripetono ad intervalli regolari (funzione periodica).
    Bisogna osservare con ammirazione come sia stato applicato agli albori il metodo scientifico: da un numero enorme di osservazioni riuscì a definire una regolarità che approdò alla legge periodica.
    Allora le colonne verticali si chiamano gruppi o famiglie chimiche, le righe orizzontali si chiamano periodi: un periodo corrisponde al completamento di un guscio elettronico: nelle prime due colonne sono presenti elementi in cui si riempie l’orbitale s più esterno; le ultime 6 colonne corrispondono agli elementi gli orbitali p più esterni.
    Gli elementi sono degli atomi che possiedono specifiche caratteristiche: un modello attendibile ma semplificato ci consente in modo utilitaristico di capire il comportamento di queste particelle infinitesimali.

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