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  • Il giallo del Teatro Petruzzelli di Bari del 1991

    Il giallo del Teatro Petruzzelli di Bari del 1991

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    Il giallo del Teatro Petruzzelli di Bari del 1991

    Una vicenda molto complessa che ha avuto una “verità processuale” nel 2007 che ha condannato gli esecutori materiali dell’incendio ma non ha identificato i mandanti che restano uno dei tanti “Misteri d’Italia”.

    Ventisei anni fa un evento eccezionalmente tragico sconvolse la natura stessa di una città che nel suo teatro più bello aveva trovato una dimensione culturale e sociale molto avanzata.Il Giallo del Petruzzelli

    UN ROGO UN PERCHÉ?

    A ventisei anni da quel disastro, a fronte di un’inchiesta giudiziaria e di una sentenza che hanno lasciato molte domande senza risposta, è necessario prendere l’impegno di non dimenticare. Nessuno, né a Bari, né altrove, vuole che anche il rogo del Petruzzelli finisca nell’elenco sterminato e desolante dei misteri d’Italia. Un rosario di vicende dove la giustizia ha sempre perso. E la verità è sempre stata umiliata. Eppure anche per il Petruzzelli questo è il rischio. Un rischio quanto mai concreto. A tanti anni da quel rogo il Politeama Petruzzelli è sempre lì. Un guscio vuoto. Un orrendo, vacuo buco nel cuore di una città nobile e antica.

    Una suggestione letteraria contribuisce ad ammantare di mistero quello che potrebbe, sulle prime, sembrare un semplice fatto di cronaca. Anche l’ultimo spettacolo in scena si é concluso con un rogo: il rogo della Norma.

     

    I FATTI

    L’incendio esplode attorno alle quattro e trenta di mattina. il teatro, fino a poche ore prima, era in funzione, in occasione del “Forex club”, il congresso degli agenti di cambio, era an­data in scena una replica straordinaria della Norma. Tra il pubblico anche una personalità illustre come il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Che l’opera del Bellini si concluda con un’immenso rogo appare sulle prime poco più che una suggestione letteraria. La singolare coincidenza tra la scena finale dell’ultima rappresentazione del Petruzzelli e la tremenda fine del teatro lascerà del tutto indifferenti gli investigatori. Perché?

    L’ULTIMA SCENA

    Poco prima che l’incendio divampasse il Petruzzelli era pieno di spettatori. Una speciale messa in scena della Norma, riservata ai partecipanti ad un convegno, si era da poco conclusa. In platea anche il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.

    Si raccolgono le prime testimonianze. La più incisiva sembra essere quella di Gennaro Polieri, cameriere del Circolo Unione, le cui sale si trovano al primo piano dell’edificio:
    “Fino all’una e mezza di questa mattina abbiamo avuto una festa nuziale” racconta Polieri. Ma dopo la festa il lavoro nel Circolo Unione e nel teatro si era protratto sino a molto più tardi, una circostanza decisiva per dimostrare la dolosità dell’in­cendio e le sue caratteristiche devastanti. infatti sempre Polieri racconta: “Nel circolo siamo rimasti solo noi camerieri e i cuochi a sistemare tutto. Dopo le quattro ho sentito un sibilo, poi un boato e uno spostamento d’aria e perciò ho pensato ad un terremoto. Dalla finestra però ho visto le fiamme ed ho chiamato subito i vigili del fuoco”.
    I pompieri lottano fino a giorno inoltrato con l’incendio. Una lotta vana, anche perché il sistema antifiamme non ha funzionato e per un semplice motivo: non c’era. L’interno ligneo del teatro si trasforma in pochi attimi in un furioso rogo che nulla risparmia. Fanno fatica i vigili anche a trarre in salvo Enza e Pinuccio Tisci, i custodi del teatro, figli a loro volta di custodi, rimasti intrappolati nel loro appartamento che andrà interamente distrutto.
    Che l’incendio sia doloso lo capirebbe anche un ceco. I vigili del fuoco stabiliscono senza esitazioni che una delle porte del teatro è stata forzata dall’interno e proditoriamente lasciata aperta (per consentire una rapida via di fuga in caso di scoperta). Il lucchetto che tratteneva la catena di sicurezza e stato tranciato. Un’altra entrata e stata trovata aperta. C’è poi quella strana telefonata anonima arrivata al centralino del “113” attorno alle 22.15 e che avvisava la polizia che una bomba era stata collocata all’interno del Petruzzelli. Stando al questore Renato Capasso, il teatro era stato perquisito prima e dopo la rappresentazione, ma con esito negativo. Nonostante questi indizi, il procuratore capo di Bari Giovanni De Marinis preferisce non sbilanciarsi. La dichiarazione che rilascia alla stampa è quella di rito: “Stiamo indagando in tutte le direzioni”

    Personaggio centrale in tutta la vicenda è il direttore del Teatro, Ferdinando Pinto che sarà al centro di un lungo processo pieno di colpi di scene e accuse da parte di pentiti di mafia, che poi saranno smentite.

    MA CHI E’ FERDINANDO PINTO?

    Ferdinando PintoFerdinando Pinto è nato a Molfetta (Bari) nel 1947. Fino a 28 anni si e occupato di cinema, essendo stato iI padre, Nicola. tra i primi distributori di film in Italia. prima a Napoli e poi a Bari. Ha assunto la gestione del Petruzzelli nel 1979, mantenendola per oltre un decennio. fino al giorno dell’incendio (27 ottobre 1991). Nell’88 era stato nominato commissario straordinario dell’Opera di Roma. incarico che aveva mantenuto per poco più di due anni. Dopo il rogo di Bari, ha assunto la presidenza del Teatro di Roma (per cinque anni).
    Per il Petruzzelli, nell’87 organizzò una rappresentazione dell’”Aida” al Cairo. Nello stesso anno ospitò nel Petruzzelli le riprese del film “II giovane Toscanini” di Franco Zeffirelli, con Elisabeth Taylor.
    Le stagioni di “Teatrodanza” del Petruzzelli, dall’80 in poi, sono state tra le piu ricche per la rilevanza degli spettacoli e per la fama di alcuni dei protagonisti. Tra quelli di maggior rilievo, l’”Apres midi d’un faune” con Margot Fontaine in una delle sue ultime apparizioni in pubblico e Rudolf Nureyev.
    Nell’81 (in un libro dello scrittore Giorgio Saponaro) Pinto raccontò di se e del Petruzzelli: “In famiglia abbiamo sempre avuto una forte attrazione per il mondo dello spettacolo e per il teatro in particolare. Quando nel 1973, mi occupai della produzione di “Polvere di Stelle” di e con Alberto Sordi ho avuto il classico colpo di fulmine peril Teatro Petruzzelli. Alla fine delle riprese, naturalmente, ero completamente conquistato ed ora sono felice di occuparmene”. L’arresto di Pinto ha destato stupore nell’ambiente teatrale romano, dove si e fatto un buon nome come organizzatore teatrale e imprenditore in proprio.
    II presidente dell’Agis Carlo Maria Badini ha detto: “Per un uomo di spettacolo la sola idea di perdere it proprio teatro è sconvolgente. Pensare di commissionarne la distruzione a una cosa orribile, un vero sacrilegio: non riesco a credere che possa essere successo”.

    Pinto, mentre era ancora presidente del Petruzzelli, nell’88, dopo la morte di Antignani, divenne commissario del teatro dell’Opera di Roma, raccogliendo consensi per il suo operato. La logica della lottizzazione chiuse dopo due anni quell’esperienza. In seguito ad una nuova tornata di nomine negli enti culturali della città, la Democrazia cristiana impose Gian Paolo Cresci al vertice dell’Opera. A Pinto, socialista, toccò in seguito la presidenza del Teatro di Roma, nell’agosto del 1991, con Pinto presidente e Pietro Carriglio (Dc) direttore artistico, it teatro di Roma ha concluso negli ultimi mesi l’iter di trasformazione in ente morale, adeguandosi (primo in Italia) alla legge Tognoli. lnoltre ha cominciato ad uscire da un travagliato biennio segnato da deficit miliardari e da un interminabile regime di proroga degli organi sociali.
    (ANSA, 8 luglio 1993)

     

  • Paracelso tra realtà e mito

    Paracelso tra realtà e mito

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    Paracelso tra fumi di zolfo, scintille di genio, ecco la sua difficile eredità.

    Figura dissipata e bizzarra, stretta tra Medioevo e Rinascimento, Paracelso fu protagonista di una difficile
    transizione. Quanto diversa da quella che viviamo oggi?

    Medico, ma anche alchimista e chimico esperto. E poi filosolo e, insieme, cabalista, mago e mistico, e
    ancora astrologo e politico. A 500 anni dalla nascita (avvenuta a Einsiedeln, in Svizzera, tra la fine
    del 1493 e l’inizio del 1494), quella di Philippus Aureolus Theophrastus Rombastus Hohenheim, meglio noto come Paracelso, a una figura ancora controversa e dai molti lati oscuri. Una figura sulla quale il
    giudizio della storia continua a restare sospeso: fu davvero un geniale precursore della medicina
    moderna, come vorrebbero i suoi sostenitori, o un avventuriero “ladro, ubriacone ed eunuco”, come dissero di lui i medici del suo tempo?
    Un dubbio difficile da sciogliere, anche perché, probabilmente, Paracelso fu l’uno e l’altro.
    Spirito inquieto, dopo i primi studi sotto la guida del padre Wilhelm, medico, comincia già a quindici anni a girare per le università d’Europa.
    Vienna, Colonia. Parigi, Montpellier, Bologna, Padova. Ferrara (dove si laurea in medicina con Niccolò Leoniceno), quindi Granada, Lisbona e Oxford sono le tappe del suo ricco e itinerante “cursus studiorum”.
    Primo segnale di un carattere eccentrico, indipendente e comunque poco disposto a venire a patti con il prossimo, l’irrequieto nomadismo del suo apprendistato condizionerà anche il resto della sua esistenza.
    Servirà anche a manifestare la netta insofferenza per l’establishment, per le tesi precostituite, per le convenzioni.
    Nel suo viaggio iniziatico Paracelso non si limita, però, alle frequentazioni di atenei: spesso al seguito di compagnie di zingari a saltimbanchi raggiunge i Paesi Bassi, la Danimarca e la Scandinavia, e poi, attraverso molti altri paesi — la grande Russia.
    Facile intuire dopo le conoscenze maturate in questa vera e propria odissea formativa protrattasi dal 1514 fino al 1522, come e quanto andassero stretti a Paracelso i recinti della conoscenza medica ufficiale dell’epoca, basata sulla tradizione galenoaraba. Non é certo un caso, quindi, se, appena nominato a Basilea ufficiale sanitario e professore di medicina e chirurgia nella locale università, egli comincia la sua guerra personale contro la tradizione accademica e scolastica, fino a giungere a vere e proprie provocazioni come quella che, nella notte di San Giovanni del 1527, lo porta a bruciare pubblicamente tutti i classici universitari di medicina. Il rogo dei libri di Avicenna, IppocrateGaleno, in realtà, è qualcosa di più che un gesto simbolico. E piuttosto un atto di fede in quella che
    probabilmente è la più importante e geniale elle intuizioni paracelsiane: alla base della farmacologia non può che esservi la chimica. Un assunto rivoluzionario, che viene da chi attraverso un’intensa ricerca sperimentale è giunto a isolare lo zolfo, lo zinco e il bismuto e a preparare alcuni sali di antimonio, ferro e mercurio, che poi impiega con successo in terapia. Le idee di Paracelso, nella transizione tra il vecchio del Medioevo che resiste al nuovo del Rinascimento che avanza, non trovano ovviamente udienza negli ambienti della cultura e del potere ufficiale. Cosi il singolare e rissoso medico che, in dispregio all’accademia paludata e dogmatica, insegna in tedesco anziché in latino, viene isolato e avversato in ogni modo. Anche allora, del resto, gli interessi in gioco erano molti, basta pensare a come i potenti Fugger, i banchieri tedeschi che monopolizzavano l’importazione dall’America della lucrosissima corteccia di guaiaco (usata come rimedio contro la sifilide) riuscirono a impedire a Paracelso di continuare nella sua battaglia volta a smascherare l’inutilità terapeutica della sostanza, bloccando la pubblicazione di altri libri sull’argomento e ottenendo anche l’ostracismo della comunità scientifica del tempo nei confronti dello studioso. Come dire, insomma, che certe scandalose abitudini, in materia di salute pubblica vengono da lontano e non sono un patrimonio soltanto italiano.Paracelso
    Paracelso (che, è il caso di ricordarlo. ebbe tra i suoi nemici anche i farmacisti, dei quali denunciò a più riprese l’ignoranza e la malafede tanto da chiedere alle autorità di Basilea un’ispezione periodica alle farmacie) fù insomma un “uomo contro” fino alla sua morte, avvenuta in miseria nel 1541 a Salisburgo. Un uomo che discuteva tutto, anche se stesso, e che pagava sempre di persona le proprie scelte.
    Un esploratore non solo del mondo, ma anche dei mutevoli confini della conoscenza, che certo contribuì a spostare in avanti, pur tra eccessi, contraddizioni e, in qualche caso, vere e proprie farneticazioni di impronta esoterica. Ci ha lasciato preziose suggestioni scientifiche e, soprattutto, una certezza: il cammino del sapere è stretto, lungo e aspro. Per percorrerlo, l’intelligenza non basta, occorre anche il coraggio. Una lezione sulla quale vale ancora la pena di meditare.

  • Come si fa a  riconoscere un sapone naturale da quelli industriali?

    Come si fa a riconoscere un sapone naturale da quelli industriali?

    [corner-ad id=1]Il sapone è un prodotto chimico usato dagli essere umani da probabilmente 4000 anni.
    Si hanno infatti ritrovamenti di sostanze chimiche analoghe al sapone in Mesopotamia in insediamenti umani risalenti al 2800 avanti Cristo ed istruzioni per preparare il sapone in una tavoletta con caratteri cuneiformi del 2200 avanti Cristo.
    Resta comunque un prodotto chimico e quindi artificiale ma è considerato, anche se impropriamente, un prodotto naturale. Probabilmente perché si è soliti definire naturale tutto ciò che non è pericoloso per la salute o per l’ambiente. In effetti il sapone prodotto da grassi organici e soda per la sua biodegradabilità al 100% si può considerare naturale.
    Bisogna comunque aver chiaro che il sapone senza la chimica non potrebbe esistere come anche la stessa vita degli esseri viventi.

    Ma come si fa a  riconoscere un sapone naturale da quelli industriali?

    Vi è mai capitato di comprare un sapone e di leggere sull’etichetta vera Marsiglia? Oppure sapone naturale all’olio di oliva? Quanto c’è di vero e di naturale nei saponi acquistati? Per rispondere a questa domanda dobbiamo imparare a leggere l’INCI ( International Nomenclature of Cosmetic Ingredients).

    Si tratta dell’elenco degli ingredienti che la legge impone di riportare in etichetta su tutti i prodotti di cosmetica, ma purtroppo non sui detersivi, per i quali bisogna cercarlo su Intenet. Non è di facile comprensione, ma vale la pena capire un po’ come si compone, almeno per orientarvi in parte degli acquisti). Gli ingredienti sono riportati in ordine decrescente, per primo si trova quello contenuto in percentuale maggiore e via via si scende fino agli ingredienti presenti in minore quantità. Non esiste alcun obbligo di riportare in etichetta le percentuali precise degli ingredienti, sia per quelli contenuti in quantità elevate sia per gli altri.
    Questo può essere ritenuto ingannevole per noi consumatori, in quanto per esempio nulla vieta in un sapone venga evidenziata la presenza dell’olio d’oliva anche se contenuta in percentuali irrisorie come l’1% o il 2%.

    Gli ingredienti vegetali che non sono stati lavorati chimicamente vengono espressi con il nome botanico il latino  a cui fa seguito il nome in inglese della parte utilizzata del vegetale. Per esempio in etichetta per l’olio di lavanda si troverà scritto “Lavandula Angustifolia oil” ove “Lavandula Angustifolia” corrisponde al nome botanico latino della pianta e “oil” al termine inglese che sta per olio. Oppure se sono presenti i fiori di lavanda si leggerà “Lavandula Angustifolia flower”  dove “flower” è termine inglese per fiore.
    Gli ingredienti che invece hanno subito una lavorazione chimica prendono direttamente il nome inglese corrispondente, per esempio per l’acido citrico  si leggerà Citric Acid.

    Nei saponi gli oli saponificati vengono espressi con il termine “Sodium” se si tratta di saponi dove è stato impiegato idrossido di sodio e “Potassium” se invece è stato utilizzato l’idrossido di potassio (in genere nei saponi liquidi ) per la saponificazione, a cui fa seguito il nome in inglese dell’olio seguito dal suffisso “ate” che ha lo scopo di distinguere un olio saponificato da uno che non lo è.

    Esempi:
    Sodium Olivate
    Olio di oliva saponificato nei saponi solidi
    Sodium Cocoate
    Olio di cocco saponificato nei saponi solidi
    Sodium Peanutate
    Olio di arachide saponificato nei saponi solidi
    Sodium Tallowate
    sego bovino saponificato nei saponi solidi
    Potassium Castorate
    Olio di ricino saponificato nei saponi solidi
    Potassium Palmate
    Olio di palma saponificato nei saponi solidi

    Informazioni tratte dal libro
    Saponi e detersivi naturali di Liliana Paoletti in vendita presso helpinthecity.org/libri solidali
    NB: Il ricavato della vendita dei libri verrà utilizzato per il progetto helpinthecity.org dedicato alla  conoscenza della presenza delle associazioni di volontariato sul territorio.

  • Che cosa é il getto polare antartico

    Che cosa é il getto polare antartico

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    Il Getto Polare Antartico è un massiccio sistema meteorologico che circonda perennemente l’intero continente meridionale; se si mettono insieme le immagini di 17 satelliti diversi, che monitorano il polo sud, è possibile osservare un gigantesco mulinello, alimentato e sospinto dal movimento della rotazione terrestre.

    Quando l’aria calda e umida migra a sud comincia a girare vorticosamente e forma un enorme sistema invisibile chiamato appunto “getto polare”; di conseguenza i venti incessanti spingono l’acqua del mare verso il basso.

    L’oceano antartico è l’unico parallelo al mondo su cui non c’è traccia di terra ferma; per cui un enorme corrente circolare volteggia senza tregua: la corrente oceanica è la più forte ed insistente del pianeta, è una combinazione di vapore, acqua, vento e forma della terra che fa urlare i “60”.
    Il getto polare è tanto potente che isola l’Antartide da resto del mondo, impedendo al calore e all’umidità di raggiungere l’interno, creando dunque il luogo più secco, freddo e ventoso del pianeta.
    Qui le tormente sono causate dalle raffiche che sollevano la neve dal suolo piuttosto che dalle precipitazioni. L’aria, densa e gelida, causa diretta del getto polare, mantiene l’intero continente estremamente freddo.

    In inverno le condizioni estreme innescano un meraviglioso processo vitale che avviene sotto lo strato di ghiaccio; avviene se si supera una “soglia critica”, cioè quando lo strato superiore dell’oceano scende sotto lo zero di un grado e mezzo.
    Che cosa é il getto polare antarticoA questo punto si attiva allora un’altra importante proprietà dell’acqua salina: in superficie il mare comincia a gelare, a livello microscopico piccoli cristalli di ghiaccio cominciano ad espandersi, legandosi gli uni agli altri.

    Ghiacciandosi l’acqua di mare è costretta a rilasciare il sale che contiene, così l’acqua ghiacciata diventa ancora più salata e forma una corrente salmastra che gocciola in tubi, stretti ed allungati, nel ghiaccio appena formatosi.

    L’acqua salata è più densa della comune acqua marina e tende a scendere verso il fondale: l’acqua salata è pesante e porta con sé l’ossigeno dell’aria presente in superficie, trasferendolo negli abissi dell’oceano.
    La formazione di ghiaccio aumenta in proporzioni e rapidità, ben presto cominceranno ad apparire larghe chiazze in superficie, che si ispessiranno in una massa solida.
    Ciò che iniziato con un processo microscopico sarà visibile dallo spazio in soli pochi giorni, grazie ai satelliti artificiali.
    Negli ultimi rilevamenti satellitari i sensori sottomarini mostrano un’antica eppure invisibile conseguenza di questa eccezionale trasformazione: ogni secondo un milione e mezzo di metri cubi d’acqua densa e salata cala verso il fondale, una corrente verticale irrefrenabile; quando l’acqua tocca il fondale si espande per centinaia di chilometri, e scende a cascata sulla piattaforma continentale.
    E’ una gigantesca cascata sottomarina, mai vista da occhio umano, un getto paragonabile a 500 milioni di cascate del Niagara.
    L’acqua salata densa fredda e ricca di ossigeno cade lentamente e senza rumore sul fondo degli abissi. Non tornerà in superficie per almeno 1000 anni.
    Ma c’è un’interessante animazione che sfruttando i dati del satellite ci illustra la meraviglia che avviene dopo.
    Si può ammirare come, congiuntamente ad altre misurazioni, il “flusso antartico” riporta l’acqua verso l’equatore; una corrente di fondo costante di liquido freddo e salato che migra verso nord.
    Mentre queste correnti viaggiano silenziosamente, rimescolano e raffreddano tutti gli oceani del pianeta: questo antico sistema regola la temperatura media dell’acqua affinché non superi il mezzo grado.
    E’ proprio tale stabilità che ha permesso alla vita di prosperare proteggendola dagli eccessivi sbalzi climatici dell’intero pianeta.
    Quando finalmente le acque profonde ritornano in superficie comincia un’esistenza più dinamica, determinata dal rimescolamento con correnti più calde e veloci: visto dei satelliti l’insieme degli oceani appare come una unica e sconfinata massa turbinosa.
    Queste correnti superficiali hanno una temperatura variabile a seconda dell’energia che ricevono dal sole, questo a sua volta determina la quantità di vapore rilasciata nell’atmosfera: sono queste le variazioni che influenzano i cambiamenti stagionali, sia sulla terra che negli oceani.
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    Che cosa é il getto polare antartico

  • Il caso delle Madonne ex voto a Roma – Largo Preneste

    Il caso delle Madonne ex voto a Roma – Largo Preneste

    [corner-ad id=1]La popolare frase dialettale che Roma “c’ha le Madonne” è evidente a chiunque si avvicini alla città eterna. Continuamente vilipesa dall’incuria degli amministratori locali e anche dai suoi stessi abitanti , non può certo godersi in pace il suo primato, Urbi  et Orbi, di prima città d’arte del mondo. Se andate negli Stati Uniti, vedrete che i centri storici di quelle città sono tenuti in maniera esemplare ed immacolata… il problema è che di storia ce ne hanno pochina e quindi, ad esempio a Orlando, gli edifici storici in centro città sono costituiti da… due Saloon perfettamente ricostruiti con  tanto di Colt e ragazze in giarrettiera che distribuiscono carte da gioco. Pensate  se  avessero … la Cappella Sistina.
    Distinguendo  comunque tra “ Madonne” nel senso di arrabbiature e Madonne in immagini votive di quest’ultime  a Roma ce ne sono di tutti i tipi, da bizantine a gotiche, da rinascimentali a medioevali. In genere sono poste agli angoli della strada quasi ad invocare pietas e protezione per il viandante che si trova a  percorrerle.

    Il caso delle Madonne ex voto a Roma - Largo PrenesteA questo punto chiunque volesse intraprendere  questo singolare “Tour delle Madonne ex voto “si accorgerà che alcune sono circondate da una serie di quadretti  in simil – argento che  spesso recano al centro un cuoricino sempre in argentone su fondo di velluto rosso o blu. Sono gli ex voto delle persone che, avendo richiesto l’intervento della Madonna per alleviare i loro affanni, una volta beneficati da lassù, si ricordano del loro impegno (voto) e vanno ad appiccare il loro quadretto di ringraziamento vicino all’immagine della Madonnina.  Per questo si chiamano ex-voto. Sicuramente la collocazione in quartieri più abitati favorisce un numero maggiore o minore di ex voto, ma in certi casi alcune immagini raccolgono più ex voto di altre pur essendo distanziate di pochi metri.

    In un’era come quella che viviamo, dove si stanno riproponendo i grandi dissidi religiosi tra l’Islam che avanza ed il Cristianesimo che resiste, per molti c’è bisogno di appoggiarsi psicologicamente al trascendentale e di conseguenze, senza nessun avallo da parte nostra, andiamo a segnalare una singolare classifica fotografica delle Madonnine che hanno meglio “operato” in favore dei loro fans.

    Il “Record” degli ex voto spetta naturalmente alla Madonna del Divino Amore che però vanta anche un’apparizione divina, molto bene però si “difendono” anche Madonne meno illustri che però hanno fatto tanto anche “nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi ( Fabrizio De Andre’)”
    Nelle immagini i 50 ex voto (stime 2011) affissi all’angolo della Piazza di Largo preneste a Roma.
    Il caso delle Madonne ex voto a Roma - Largo Preneste

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  • Cosa sono spazio e tempo nella nuova fisica

    Cosa sono spazio e tempo nella nuova fisica

    [corner-ad id=1]LO SPAZIO-TEMPO

    Lo Spazio-Tempo è un concetto rivoluzionario, né lo spazio, né il tempo vengono considerati più immutabili, secondo newtoniana memoria, bensì sinergici, collaborativi.

    Albert Einstein nasce alla fine dell’800: sono tempi della rivoluzione industriale, dell’elettricità, delle innovazioni tecnologiche e dei progressi che Newton neanche si sarebbe sognato; però fin da bambino il piccolo Albert era attratto dalla luce, non quella delle lampadine, ma dalla natura della luce stessa.

    Cosa sono spazio e tempo nella nuova fisicaE’ proprio con il concetto di velocità della luce che inizierà lo sconvolgimento del concetto newtoniano dello spazio.

    Se si suppone di viaggiare su un treno, la variazione della sua velocità può essere facilmente misurata, anche la velocità della luce che fuoresce dai fari del treno può essere misurata e vale circa 1.080.000.000 km/h. Ora se il treno acquista velocità sempre più crescenti ci si potrebbe attendere che anche la velocità della luce aumenti, come se il treno desse una spintarella alla luce stessa: invece non è così, resta costante e questa riflessione porterà allo sconvolgimento della fisica nel xx secolo.

    Come è possibile l’immutabilità della velocità della luce? L’unica spiegazione secondo Einstein è che lo spazio e il tempo “collaborino”, essi non sono più immutabili, bensì si concertano a vicenda affinché la velocità della luce resti costante: se aumenta l’uno diminuisce l’altro, in un balletto cosmico strabiliante: infatti la velocità per qualsiasi corpo si misura dividendo lo spazio percorso per il tempo impiegato (V = S/t).

    Questa flessibilità del tempo e dello spazio può risultare strana perché nei movimenti umani quotidiani la velocità è bassa, ma se ci si potesse muovere alla velocità delle luce se ne vedrebbero delle belle.
    Un osservatore che vede un treno passare alla velocità della luce, vedrebbe lo spazio aggiustarsi e il treno diventare lungo pochi centimetri, l’osservatore vedrebbe anche l’orologio, di un passeggero su quel treno, camminare molto lentamente.

    Ma dentro il treno un passeggero vedrebbe le cose normalmente, anche il suo orologio camminare normalmente. Se però guardasse fuori dal finestrino vedrebbe lo spazio deformarsi, al fine, appunto, di mantenere costante la velocita della luce: lo spazio e il tempo non sono più assoluti, ma fusi insieme con il moto.

    E’ nata così una nuova entità lo “SPAZIO-TEMPO”.

    Grazie ad Einstein ci si incammina allora verso il mistero della forza più conosciuta del cosmo, la Gravità.

    Le leggi formulate da newton definivano, con straordinaria precisione, le relazioni intercorrenti tra gli oggetti in movimento, ma non spiegavano il perché: come fa la terra ad attrarre verso di se la luna, come se vi fosse una fune invisibile di collegamento.

    Einstein scoprì che la gravità newtoniana non aveva una interpretazione chiara; la spiegazione poteva risiedere nella natura dello spazio-tempo, che risulta essere molto flessibile e che può deformarsi come un tessuto: è una nuova rivoluzione.
    Gli oggetti potrebbero viaggiare in linea retta solo se lo spazio fosse piano, però il “tessuto” spazio temporale è flessibile al punto che, se un oggetto pesante ne viene introdotto, si produce un avvallamento, per cui gli altri oggetti, in movimento nelle vicinanze, ne vengono attratti, ruotando attorno all’oggetto più pesante; allora la luna non viene attratta dalla terra, bensì ruota nella deformazione, la curvatura, creata dalla terra stessa: la gravità è la forma dello spazio-tempo.

    Lo spazio dunque non è passivo ma dinamico, è interconnesso con il tempo e determina le modalità con cui le cose si muovono: non è più il palcoscenico immobile di newtoniana memoria, bensì lo spazio è diventato il protagonista nella commedia dell’universo.
    C’è un regno dove la visione di Einstein dello spazio non esiste: è il mondo microscopico; le leggi che vi sono in vigore sono molto diverse: qui vige la Meccanica Quantistica.

    In questa visione, anche se si eliminassero tutte le particelle, lo spazio non sarà mai vuoto. Le particelle compaiono e spariscono continuamente, e possono mettere in movimento gli oggetti.

    Compaiono dal nulla, annichiliscono e poi scompaiono di nuovo; però anche se non è possibile vedere le particelle, se ne possono vedere però gli effetti nello spazio vuoto.

    Nel CERN di Ginevra, un acceleratore costoso, si riesce a portare le particelle subatomiche alla velocità prossima alla luce (99,99%), al fine di farle scontrare l’una contro l’altra: dagli innumerevoli collisioni si produce una serie di detriti, costituiti da una gamma di nuove strane particelle.

    E’ interessante riuscire ad osservarne una tra le più sfuggenti; è considerata di fondamentale importanza nel poter dare forma al tutto, dagli atomi del corpo umano fino, alle stelle più lontane.

    Se trovata si ridefinirà la visione dello spazio dopo decenni di ricerca: è la particella di Peter Higgs.

    Ora ci si potrebbe porre la seguente domanda: perché particelle diverse hanno massa diversa?

    Higgs immagina che le particelle siano immerse in un fluido, tipo oceano, e che acquisiscano massa muovendosi: più le particelle spingono nell’oceano per farsi strada, più interagiscono con l’oceano stesso, raccogliendo sempre più massa.
    Oggi il campo di Higgs viene accettato dalla comunità scientifica, ed è cruciale per la comprensione dello spazio.

    Il campo di Higgs è ovunque, anche nello spazio più vuoto in assoluto, fa sentire il suo effetto, generando massa: lo spazio è concreto, possiede qualità intrinseche che non possono essere eliminate. Ma non ci sono prove dell’esistenza del campo di Higgs e si spera nel CERN.
    Infatti con le collisioni a forte energia delle particelle subatomiche nell’acceleratore, si spera di poter staccare un pezzo del campo di Higgs, al fine di produrre una minuscola particella, riuscendo a scheggiare lo spazio: è tanto importante tale sperimentazione che se non esistesse il campo di Higgs, tutto ciò che ora si sa sulla materia crollerebbe.
    Ma lo spazio contiene un ingrediente ancora più esclusivo di quello immaginato da Higgs, e che potrebbe dare la spiegazione del vero destino del cosmo.
    Nel Big Bang la violenta esplosione ha spazzato via in una frazione di secondo tutto lo spazio, e lo spazio si espanse; per decenni ci si è posta questa domanda: l’espansione potrebbe rallentare a causa della gravità, per poi ricollassare, oppure lo spazio si espanderà all’infinito?

    Dalle osservazioni astronomiche sulle supernove sembrerebbe che l’espansione stia accelerando.
    Esiste come una forza all’interno dell’universo che tende ad estendere lo spazio, il tessuto dell’universo, in contrasto con la gravità. Viene chiamata l’Energia Oscura e capovolge la visione del cosmo: si considera che sia l’elemento più abbondante dell’universo, circa il 70%, ma non si sa precisamente cosa sia.
    Il fatto che il peso dello spazio vuoto sia il 70% del peso dell’intero universo, fu previsto da Einstein nella sua costante cosmologica.
    Se l’universo fosse in espansione c’è da chiedersi se, come ipotizza Einstein, anche l’energia oscura possa mantenersi costante. Se aumenta con l’espansione dell’universo le galassie si allontanerebbero sempre più le une dalle altre, il gradiente dispersivo, disgregante verso l’esterno, disintegrerà i pianeti e ogni tipo di organizzazione materiale, atomi compresi.
    Quando ci sarà sufficiente energia oscura tra nucleo ed elettroni in un atomo, lo spazio subirà un “grande strappo” il “Big Rip.
    E’ stato calcolato che il tempo intercorrente da oggi alla fine dell’universo è dato da:

    Cosa sono spazio e tempo nella nuova fisica

     

    Ma alcuni scienziati, tra i più innovativi, si stanno ponendo questa domanda: e se lo spazio fosse un ologramma?

    Tokke_sign8

  • Conosciamo le competenze dei farmacisti?

    Conosciamo le competenze dei farmacisti?

    [corner-ad id=1]I sondaggi da parecchi anni evidenziano il notevole gradimento di cui la professione del farmacista usufruisce da parte della maggioranza degli italiani. L’immediata disponibilità a qualunque ora del giorno e della notte di una farmacia aperta sicuramente gioca un fattore importante a favore ma anche ovviamente la competenza e affabilità che tale categoria professionale dimostra. Non è chiaro però se tutti conoscono quali sono le reali competenze professionali del farmacista. Le convinzioni al riguardo sono estremamente eterogenee, come ci hanno raccontato alcuni dipendenti di farmacia, al punto da poter affermare, senza scherzare, che si passa da chi, per principio, non accetta mai un consiglio fino a chi addirittura si farebbe operare :).
    Ovviamente esistono delle disposizioni di legge molto precise e rigorose che definiscono il ruolo sanitario del farmacista ma il vissuto quotidiano e, alcuni momenti di urgenza, mettono spesso i farmacisti nella necessità di intervenire anche quando la legge non lo permetterebbe. Conosciamo alcune farmacie rurali dislocate in località lontane decine di chilometri dal più vicino ospedale dove si arriva a fare medicazioni di pronto soccorso per non pregiudicare la salute di persone che hanno avuto incidenti di una certa gravità.
    Comunque queste sono eccezioni e casi molto particolari.
    Su molti giornali, nelle classiche lettere o email alla redazione può capitare di leggere di persone che esprimano perplessità sul fatto se un farmacista abbia le carte in regola per suggerire medicinali, e poi, altro problema causa di insofferenza, la cronica mancata disponibilità immediata di molti farmaci che poi però arrivano anche solo dopo una o due ore.
    Vogliamo quindi chiarire che il farmacista è un operatore sanitario il cui ruolo non consiste solo nello stare dietro il banco a vendere prodotti, ma anche nell’esercitare un controllo sulla loro dispensazione e nell’indicarne l’uso corretto in caso di dubbio (per esempio sulle modalità di assunzione). E’ inoltre una persona di fiducia. alla quale si possono chiedere consigli per la cura di piccoli malanni, dal mal di gola alla stipsi, dalia cefalea ai bruciori di stomaco, o cui ci si può rivolgere per medicare piccole ferite. Un’altra funzione del farmacista, anche se oggi poco esercitata, a quella di preparare direttamente (dietro ricetta medica) alcuni medicinali (preparazioni magistrali), come era consuetudine fare prima della nascita dell’industria farmaceutica. II farmacista poi oggi è generalmente informato sui rimedi cosiddetti “alternativi”, fornisce cioè farmaci omeopatici o preparati erboristici.
    E infine è in grado di suggerire un medicinale sostitutivo, contenente cioè gli stessi principi attivi di quello richiesto, quando quest’ultimo non sia disponibile.
    In genere ciò accade nelle ore notturne o nei giorni festivi; nei giorni feriali infatti, ormai da decenni é possibile reperire in pochissime ore il prodotto mancante grazie alle società di distribuzione, che si incaricano di recapitare in tempi brevissimi i prodotti richiesti. L’attuale sistema capillare di informatizzazione delle farmacie permette di fare ordinazioni per via telematica cercando facilmente il deposito o grossista che abbia immediatamente disponibile il prodotto. La conoscenza aggiornatissima dei farmaci nuovi, da poco in commercio, e, vecchi, non più disponibili è un ulteriore servizio offerto a tutti gli utenti evitando errori e perdite di tempo in ricerche inutili.
    Altro servizio molto utile è la fornitura e la ricarica delle bombole di ossigeno, necessarie a chi soffre di crisi acute di asma o ai malati terminali.
    Oltre alle specifiche competenze scientifiche e professionali, uno dei ruoli che da solo giustifica l’alto gradimento sociale del farmacista e delle farmacie è il costante sostegno psicologico che ogni giorno questa categoria offre alle famiglie che hanno bambini da allevare e a tutte le persone che hanno malattie croniche e, quotidianamente, necessitano di farmaci e rassicurazioni psicologiche.

    Conosciamo le competenze dei farmacisti?

  • In che modo gli esseri umani cambiano il clima e l’ambiente

    In che modo gli esseri umani cambiano il clima e l’ambiente

    [corner-ad id=1]Gli esseri umani cambiano il clima e il pianeta e l’attività umana è da considerarsi un processo naturale che incide profondamente su gran parte dei cicli terrestri: l’uomo è una forza globale, al pari del fuoco, dei fulmini e dei vulcani.
    L’ossigeno può essere considerato fondamentale per la vita terrestre, ma sembra avere un lato oscuro, è talmente volatile da innescare violente reazioni: la più letale in assoluto è il fuoco.
    Molti incendi spontanei divampano allo stesso modo con la scintilla scoccata da un fulmine caduto dal cielo. Osservando un incendio si assiste al rilascio dell’energia solare trattenuta dalla vegetazione per centinaia di anni: il materiale organico conservato negli arbusti per secoli e secoli si trasforma dunque subito in cenere. Le fiamme eliminano anche gli organismi morti e malati che abitano nella foresta, restituendo i minerali che contengono al terreno.
    In che modo gli esseri umani cambiano il clima e l'ambiente
    Visto in questo modo il fuoco diventa un meraviglioso processo di rigenerazione e rinascita. Grazie ai satelliti artificiali specializzati, dallo spazio è possibile vedere gli effetti del fuoco sul pianeta: ad ogni incendio segue un impulso alla rinascita. Gli incendi spontanei preservano la salute di molti habitat della terra ed ecosistemi che altrimenti stagnerebbero vengono invece rigenerati.
    Se si osserva la notte, vista dallo spazio, il buio è squarciato dai fulmini, e gli astronauti della stazione spaziale internazionale restano spesso stupiti dall’intensità e dalla frequenza delle tempeste elettriche che, si sviluppano sotto i loro occhi.
    Da ogni nube temporalesca si solleva una gigantesca colonna di cariche elettriche: questa forza invisibile si muove alla velocità della luce verso lo strato più esterno dell’atmosfera.
    Questo strato prende il nome di ionosfera, un velo sottile composto in gran parte da idrogeno ed elio: ora per la prima volta si può assistere all’interazione tra le cariche elettriche ed il campo rarefatto della ionosfera.
    La ionosfera agisce come un conduttore di elettricità distribuendo le cariche su tutta la superficie del globo: ora sappiamo con certezza che, senza questa circolazione globale di elettricità, la vita sulla terra non sarebbe possibile. Ciò è dovuto ad una spettacolare reazione chimica che avviene all’interno della nube temporalesca al momento che si produce il fulmine.
    In che modo gli esseri umani cambiano il clima e l'ambienteInfatti le cariche elettriche all’interno della nube aumentano fino a diventare talmente forti, da scindere l’aria in ioni: si forma quindi un minuscolo canale in cui può fluire la corrente elettrica.
    Nel giro di un millesimo di secondo si scatena il fulmine: all’inizio è poco più spesso di un pollice eppure è più caldo di cinque volte della superficie solare, e bruciando, scinde le molecole di azoto presenti nell’aria. Le particelle di azoto e di ossigeno si legano creando una sostanza chiamata nitrato di azoto.
    Circa 14.000 tonnellate di nitrato viaggiano ogni giorno negli strati superiori dell’atmosfera e cadono sulla terra sotto forma di pioggia. Il nitrato è essenziale per ogni forma di vita, dalla fotosintesi delle piante alla respirazione degli organismi più complessi: il nitrato avvia una serie di importanti reazioni chimiche negli esseri viventi da milioni di anni.
    Guardando la terra dei satelliti dunque, emerge un intricato meccanismo che definisce ogni singolo istante della nostra vita ed innesca ogni singolo battito di ogni cuore del pianeta.
    C’è anche un’altra importantissima componente del sistema, ovvero il profondo ed innegabile effetto sul pianeta di una particolare specie animale: la razza umana.
    L’umanità dunque è l’ultimo grande fenomeno naturale, la conseguenza diretta di un sistema che ha creato e sostentato la vita per 3 miliardi e mezzo di anni; intelligenza umana si è evoluta ed è stato questo a permette al genere umano di intervenire sugli antichi processi della terra.
    L’uomo ha trasformato il pianeta, sfruttando il complesso sistema che lo ha prodotto, è riuscito persino ad allargare lo sguardo verso lo spazio.
    Solo ora stiamo finalmente cominciando a capire come funziona il mondo e qual è il nostro ruolo sulla terra. Questo momento è cruciale della storia della vita sul pianeta: guardando il mondo dai satelliti ci si è accorti di essere diventati anche noi una forza globale. Infatti il genere umano produce ormai più nitrato dei fulmini, immette più zolfo e rilascia nell’atmosfera più anidride carbonica di quanta ne assorbe l’Amazzonia: le città generano polveri, innescano tempeste elettriche e condizionano le precipitazioni.
    Vista dallo spazio l’influenza del genere umano è spettacolare, ma deve essere considerata un processo naturale: infatti i gas rilasciati da navi, aeroplani, auto e centrali energetiche sono causati da un animale che la terra stessa prodotto.
    Ma l’uomo però ha una responsabilità: a differenza dei vulcani, dei movimenti delle correnti oceaniche, dell’ossigeno prodotto dalle foreste e della fioritura di plancton, lui dispone del libero arbitrio.
    I satelliti permettono non solo di comprendere l’impatto umano sul mondo, ma anche di prendere decisioni consapevoli, in merito all’eccessivo consumo delle risorse terrestri: i suoi occhi nello spazio dovrebbero aiutare dunque a preservare l’equilibrio e rendere possibile la sopravvivenza del mondo naturale.
    Tokke_sign8

  • Cosa si intende per consumo critico?

    Cosa si intende per consumo critico?

    [corner-ad id=1]Si sente spessissimo parlare di consumo critico ma poi ci si concentra soprattutto su singoli casi sfuggendo ai temi principali del concetto. Nella serie di articoli dedicati all’economia solidale ed ai GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) abbiamo pubblicato questa settimana due contributi molto approfonditi sulla storia più recente del consumo critico e le sue implicazioni politiche come strumento di “dissuasione” a metodi lavorativi disumani nei confronti dei produttori. Degna di nota anche l’analisi sulla “localizzazione” della produzione agricola (prodotti a chilometro zero) come reazione alla globalizzazione e la sua sostanziale insostenibilità se applicata al settore alimentare.
    Non mancano però esempi paradosso di prodotti importanti da paesi dell’altra parte del mondo che bruciano meno anidride carbonica di quelli prodotti in casa nostra.
    Quì l’articolo sulla localizzazione dei consumi
    https://www.romanews.it/blog/wiki/reti-alimentari-civiche/
    e quì la storia recente della nuova coscienza sul consumo critico
    https://www.romanews.it/blog/wiki/il-consumo-critico-e-i-gruppi-di-acquisto-solidali/

    Gli articoli sono tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Gli  Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni  farmaceutiche

    Gli Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni farmaceutiche

    [corner-ad id=1]Verso il 570 d.C. nasceva alla Mecca Muhammad, consegnato alle lingue neolatine col nome di Maometto, padre del Corano a conquistatore dei luoghi santi nel 630. Dopo la sua morte, avvenuta nel 632, i Musulmani occuparono tutte le coste dell’Africa mediterranea, invasero la Spagna e furono fermati, come tutti sanno, a Poitiers da Carlo Martello net 732 d.C.
    La conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II° nel 1453 impose la cultura musulmana nelle manifestazioni artistiche a scientifiche dell’Europa meridionale. Gli Arabi ebbero, come è noto, letterati, filosofi, astronomi, matematici e medici di prima grandezza. Questi ultimi ripristinarono le regole igieniche che avevano protetto dalle epidemie l’impero romano, riattivarono le terme ed i bagni pubblici ed imposero, con l’autorità religiosa, regole dietetiche collettive e norme di comportamento individuale che lasciarono tracce profonde nella medicina e nella farmacia europea. L’obbligo di leggere il Corano combatté efficacemente l’analfabetismo e promosse la compilazione di trattati che, tradotti in latino, ebbero influenza nel modificare e rinnovare, come un innesto rivitalizzante, la tradizione culturale greco-romana. Gli artefici principali di questa opera paziente di traduzione furono i monaci delle più celebri abbazie, soprattutto in Spagna, Francia ed in Italia. Un esempio valga per tutti: I’eremo di Montecassino, fondato da San Benedetto nel 528 e sopravvissuto a guerre, incendi a saccheggi fino ai giorni nostri.
    Gli Arabi hanno contribuito alla nascita dell’arte delle preparazioni farmaceuticheL’introduzione dello zucchero di canna nella preparazione degli sciroppi, in sostituzione del miele, ed i metodi di elaborazione e di incorporazione delle droghe in nuove forme farmaceutiche diedero origine ad una polifarmacia rinnovata anche nella nomenclatura dei medicamenti. Alambicco, alcool, giulebbe, alcanna, elisir, roob, looch, canfora ed il famoso « balsamo opodeldoch » traggono il loro nome dal vocabolario arabo.
    I musulmani attivarono fiorenti scuole di farmacia in Spagna, In cui esistenza è, tra l’altro, testimoniata da preziose ceramiche di stile ispano-moresco. In questi laboratori la tecnica della distillazione cominciò ad essere applicata alla farmacia e l’armamentario terapeutico del tempo si arricchì con la cassia, la senna, il rabarbaro, il tamarindo, la noce vomica, il seme santo, il legno di sandalo, la canfora, il crotontiglio ed altre droghe importate dall’oriente.
    Questi nuovi medicamenti si diffusero in tutta l’Europa e, siccome erano molto costosi, contribuirono al fiorire dei commerci delle nostre repubbliche marinare.  Amalfi, Pisa, Genova e Venezia che fecero eccellenti affari con i musulmani; a Venezia i fondachi nei quali si vendevano le spezie presero il nome di « spezierie » ed il loro gestore fu chiamato « speziale ».
    Potremmo citare una lunga lista di trattatisti siriani, persiani, ebrei e anche cristiani, che scrissero o tradussero in arabo opere di medicina attingendo alla cultura greca, egiziana od orientale. Forse il più noto è Avicenna (in lingua persiana lbn-Sinna) vissuto tra il 980 ed il 1037 autore del celebre « Canone »; altri nomi ricorrenti nei Ricettari e « Antidotari » dell’evo medio e del rinascimento italiano furono quelli di Giovanni da Damasco, detto Mesué, e del famoso medico-filosofo di Cordoba, Averroès (Ibn-Rushd), vissuto fra il 1126 ed il 1198.
    Le opere attribuite a questi autori si debbono considerare in gran parte postume, redatte dai seguaci del maestro e rimaneggiate nelle successive edizioni. Esse costituiscono tuttavia, nella storia medico-farmaceutica dell’Occidente, un contributo fondamentale all’evoluzione della tecnica farmaceutica rudimentale del periodo greco-romano. Gli arabi non soltanto mescolarono, sciolsero o polverizzarono le sostanze cosiddette « semplici », ma le cimentarono, per provocarne la decomposizione o la trasformazione, con tecniche e strumenti che costituirono la matrice dell’alchimia e della iatrochimica nei secoli successivi.

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