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  • I prodotti dell’agricoltura e la gastronomia tipica di Roma e del Lazio

    I prodotti dell’agricoltura e la gastronomia tipica di Roma e del Lazio

    Roma e Lazio sono territori molto differenziati per caratteristiche climatiche, entità di urbanizzazione e grado di sviluppo economico.  Di conseguenza anche l’agricoltura è estremamente differenziata come produzioni e tipologia di accessibilità a opportunità di mercato.
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    Nella nostra analisi la localizzazione produttiva dell’agricoltura laziale è stata presa in esame suddividendo il territorio regionale in aree omogenee per indirizzo produttivo. Sono stati identificati otto gruppi di comuni. ognuno dei quali caratterizzato da un indirizzo produttivo medio e da un insieme di indicatori della variabilità all’interno del gruppo e tra i diversi gruppi.
    il primo gruppo (80 comuni) è prevalentemente specializzato nelI’olivicoltura, attività che fornisce
    oltre il 55% del reddito lordo agricolo. Altre attività importanti sono la zootecnia e la viticoltura. I comuni che appartengono a questo gruppo sono per la gran parte localizzati nella Sabina, a cavallo tra le province di Roma e Rieti, e nella collina interna della provincia di Latina.
    Il secondo gruppo. di minore importanza. riguarda solo 13 comuni localizzati nella montagna interna del reatino. al confine con la provincia dell’Aquila, nella zona a sud del lago del Salto.
    Il loro ordinamento produttivo e concentrato sulle “altre coltivazioni permanenti” (oltre il 56%) mentre secondaria importanza assume l’allevamento ovino.
    Data la forte presenza di vecchi boschi di castagno, questa zona è stata definita come l’area della castanicoltura.
    II terzo gruppo è caratterizzato prevalentemente dalla frutticoltura, che genera oltre il 57%
    del reddito lordo agricolo dell’area e dall’olivicoltura (più del 10%). Questo gruppo nasconde. tuttavia. due realtà distinte.
    La gran parte dei comuni della provincia di Viterbo (zona dei monti Cimini) è caratterizzata dalla forte specializzazione nella corilicoltura.
    I restanti comuni. localizzati nelle province di Latina e di Roma. evidenziano una rilevante
    presenza di frutticoltura non da guscio (prevalentemente pesco, ciliegio, albicocca e kiwi).
    II quarto gruppo è prevalentemente caratterizzato dall’orticoltura. che produce quasi la metà del reddito lordo agricolo della zona. e dai seminativi.
    I 28 comuni di questo gruppo sono tutti localizzati nella fascia costiera delle province di Viterbo,  Roma e Latina.
    Il quinto gruppo è caratterizzato dalla zootecnia bovina ed ovina. La prima determina oltre il 27% del reddito lordo, mentre la seconda quasi il 15%. A questa va aggiunta un 20% di reddito prodotto dalla cerealicoltura, in parte foraggera.  Un ulteriore a apporto al reddito è fornito dalle attività viticola ed olivicola.
    Questo gruppo. del quale fanno parte 132 comuni, comprende la quasi totalità della provincia di Frosinone, buona parte della montagna interna del reatino e circa metà della provincia di Viterbo.
    Da un analisi più in dettaglio emerge una chiara differenziazione interna al gruppo.
    La Ciociaria è specializzata nella zootecnia bovina da latte. La montagna interna del reatino evidenzia un sostanziale
    equilibrio tra bovinicoltura da latte, da carne ed ovinicoltura.
    Ed infine. la provincia di Viterbo è specializzata nella zootecnia ovina.
    Il sesto gruppo. che comprende 78 comuni, localizzati prevalentemente nella collina asciutta del viterbese e della provincia di Roma, assume una configurazione media che si potrebbe definire di agricoltura mista a prevalenza di seminativi.  In questo gruppo il reddito lordo agricolo viene mediamente prodotto per oltre il 45% da seminativi e per un altro 25% da viticoltura ed olivicoltura.
    Non trascurabile è il ruolo degli allevamenti bovini ed ovini.
    Il settimo gruppo è costituito da un solo comune nella provincia di Frosinone (Patrica) che è fortemente specializzato nella suinicoltura.
    L’ottavo gruppo, che comprende gli 11 comuni dei castelli romani. è quello della vitivinicoltura
    Che genera oltre la metà del reddito lordo agricolo. Accanto alla vitivinicoltura si affianca l’olivicoltura.

    Gastronomia tipica nel Lazio
    Dalla Tuscia alla pianura Pontina, dal litorale romano ai monti della Sabina e della Ciociaria, la gastronomia laziale pur nella sua varietà presenta una costante: quella della sua marcata impronta popolare e paesana che predilige ingredienti tra i più semplici e sapori tra i più naturali.
    Una cucina che si è voluto sempre definire “povera”.  Forse perché dal “quinto quarto”. come era chiamato ciò che veniva scartato o meno dopo la mattazione. e cioè frattaglie, pelle, coda, zoccoli, trippa,  la virtù alimentata dal bisogno riuscì a ricavare alcuni piatti tra i più elaborati della cucina romana.
    Bisognerebbe invece osservare che nel Lazio la tradizione della tavola continua a tenere fede a tre elementi essenziali: pane, olio, vino.
    Tre voci che, considerata la loro genuina qualità, fanno pendere la bilancia verso la cucina laziale, nei confronti di quella romana, ormai in pane viziata, anche perché incrociata con altre, fin quasi a rischiare la perdita della propria identità.
    Ma vediamo più da vicino cosa offre la gastronomia della nostra regione, quali i piatti più rinomati, la loro composizione, le varianti culinarie e linguistiche in materia, riferite ad ogni singola provincia del Lazio.

    ROMA E PROVINCIA

    coda-alla-vaccinara3Coda alla vaccinara (pezzi di coda di manzo cotti in umido con pomodoro, prosciutto e aromi vari).
    Fettuccine all’uovo (pasta fatta in casa, condita con sugo di carne, piselli e prosciutto o con sugo di rigaglie di gallina o con salsetta a base di burro).
    Gnocchi di patate (impasto di patate e farina in piccoli pezzi, condito con burro, sugo di
    carne e formaggio parmigiano).
    Penne all’arrabbiata (pasta condita con salsa di pomodoro e una buona dose di peperoncino
    piccante).
    Penne alla gricia (pasta condita con olio, listerelle di guanciale. peperoncino o pepe e formaggio pecorino).
    Spaghetti aglio olio e peperoncino (condimento: olio, aglio, peperoncino e prezzemolo).
    Spaghetti alla caffettiera (condimento: salsa di pomodoro, aglio, funghi secchi, tonno, prezzemolo e pepe).
    Spaghetti cacio e pepe (condimento: formaggio, pecorino e pepe).
    Spaghetti o bucatini all’amatriciana (condimento: guanciale, pomodoro, olio, basilico, formaggio pecorino e pepe).
    Spaghetti alla carbonara (condimento: olio, pancetta, uovo, formaggio pecorino, pepe).
    Quadrucci con piselli (pasta tagliata in quadratini, piselli e brodo di pesce).
    Pasta e ceci (condimento: olio, rosmarino, aglio, acciughe salate e un po’ di salsa di pomodoro). Stracciatella (brodo con uova sbattute, formaggio parmigiano, pangrattato o semolino, noce moscata).
    Abbacchio alla cacciatora ( agnello macellato a 25-30 giorni di età, cotto in tegame con sale, pepe e un pesto di aglio, alici e rosmarino in fusione di aceto).
    Abbacchio alla scottadito (costolette unte di strutto, condite con sale e pepe e arrostite su brace di carbone).
    Pollo con i peperoni. Pollo alla diavola ( pollo svuotato, aperto in due e appiattito, condito con olio, sale e pepe e
    cotto in tegame o alla griglia ).
    Porchetta (maiale magro, riempito di sale, pepe, rosmarino. aglio e semi di finocchio e messo nel
    forno).
    Involtini di manzo (fettine di carne avvolte su un ripieno di prosciutto, sedano, carote, sale e pepe). Saltimbocca (fettine di vitello coperte di prosciutto e salvia, infarinate e cotte nel burro).
    Trippa alla romana (stomaco di bovino adulto pulito e tagliato in listerelle, cotto con pomodoro, aromi vari e condito con formaggio parmigiano).
    Anguilla alla marinara ( piatto caratteristico di Bracciano).
    Filetti di baccalà (baccalà spinato, bagnato in una pastella di uova, farina, sale e pepe e
    fritto).
    Carciofi alla giudia (carciofi schiacciati e fritti).
    Pangiallo (dolce di farina, miele, olio, uva passa, pinoli, mandorle, noci, nocciole, arancia candita e cannella ).
    Tozzetti (Biscotti con mandorle tritate, semi di anice, vino bianco, vaniglia).
    Vini: Frascati, Marino, Velletri, Colli Albani, Zagarolo, Cesanese di Olevano Romano, Cerveteri, Bianco Capena, Colli
    Lanuvini, Montecompatri Colonna.

    PROVINCIA DI FROSINONE
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    Macaruni (sottili tagliolini all’uovo conditi con sugo di rigaglie di pollo).
    Timballo di riso (riso condito con salsa di pomodoro, animelle di abbacchio, fegatini di pollo, creste e granelli, funghi
    secchi, salsiccia, prosciutto, il tutto cotto nel forno).
    Timballo Bonifacio III ad Anagni (maccheroni alla ciociara conditi con sugo di carne, rigaglie di pollo, polpettine, funghi,
    tartufi, il tutto avvolto in fette di prosciutto, chiuso in timballo e cotto nel forno)
    Rigatoni alla ciociara. Gnocchi di patate a Ceccano. Polenta con salsiccia a Campo Staffi.
    Zuppa di fagioli.
    Acqua-cotta (zuppa fatta con verdure, fette di pane con o senza uova, erbe aromatiche, olio e pepe).
    Ravioli ripieni di verdura e ricotta. Abbacchio al forno. Abbacchio allo scottadito. Zampa di maiale ciociaro.
    Tra i prodotti locali da ricordare: anguille e gamberi di Aquino; trote del Liri; salsicce di Filettino; formaggio pecorino
    del Piglio.
    Vini: Cesanese del Piglio.

    PROVINCIA DI LATINA
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    Fettuccine (tagliolini, spaghetti alla chitarra conditi con sugo di rigaglie di pollo o abbacchio). Spaghetti alle vongole,
    alle cozze o ai frutti di mare (lungo il litorale).
    Spaghetti al sugo di aragosta a Ponza. Zuppa di fagioli (fagioli lessati con cipolla e conditi con olio d’oliva crudo).
    Ciammotte (lumache in salsa piccante). Granunchi (ranocchi al forno o arrosto). Minestra dei mariti di Sezze e Cianfotta di Gaeta (zuppa di melanzane, peperoni, patate, cipolle, pomodori, zucchine e quant’altro è disponibile per cuocere in poco tempo e bene).
    Jotta di Gaeta e Bazzòffia di Sezze (zuppa con carciofi e piselli).
    Zuppa di pesce a Formia. Tiella di Gaeta (pizza rustica ripiena di un impasto di scarola, cipolla, sarde, polipi, calamaretti ).
    Favetta di Ventotene (purea di fave condita con acciughe salate, aglio e olio di oliva).
    Prodotti tipici: mozzarella di bufala, caciotte e ricotte dell’agro pontino; salsicce piccanti di Monte S. Biagio; prosciutto di Rocca Massima; carciofi di Priverno; agrumi di Fondi; olive nere di Itri.
    Vini: Moscato di Terracina, Cecubo e Falernum di Formia, Merlot, Sangiovese e Trebbiano d’Aprilia, Cori Bianco e rosso.

    PROVINCIA DI RIETI
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    Bucatini e spaghetti all’amatriciana. Spaghetti alla carrettiera. Spaghetti alla carbonara. Fregnacce alla sabina (pasta fatta in casa. tagliata a rombi e condita con spezie, aglio olio e pomodoro.
    Stracci di Antrodoco pizzette ripiegate in due, a mezzaluna, ripiene di carne, verdura tritata, formaggio e cotte al f orno).
    Jaccoli o Maccheroni a fezze (pasta all’uovo manipolata in maccheroncini a forma di funicelle e conditi con sugo di carne e formaggio).
    Ciamarughe (lumache in umido). Porchetta. Abbacchio o agnello in guazzetto (cotto in padella e condito con salsa di
    stracciatella all’uovo). Pollo alla sabinese (cotto in padella e condito con salsa piccante di acciughe, capperi e olive).
    Bruschetta (fette di pane abbrustolite, condite con olio e strofinate di aglio)
    Nociata di Natale (biscotti fatti con miele e noci pestate).
    Pizza Pasqualina (pasta lievitata mestolata con uova e zucchero).
    Prodotti tipici; salumi di Leonessa e Amatrice; formaggio pecorino di Accumoli e formaggi di Valle Cupola.

    PROVINCIA DI VITERBO
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    Acquacotta. Fettuccine al lasagnolo (condimento: salsa di pomodoro con salsiccia e formaggio pecorino). Fieno alla canepinese  (pasta all’uovo tagliata finemente e condita con sugo di rigaglie di pollo e formaggio pecorino).
    Imbracata (minestra di pasta, fagioli bianchi e cotiche di maiale).
    Pignataccia (capra con verdure fatte cuocere per un’intera giornata in una padella di coccio). Anguille alla bisentina
    (anguille tagliate a tocchi, fritte con l’aggiunta di aceto bianco, lauro e pepe). Zuppa di pesce di Montalto e Tarquinia.
    Lepre alla bracconiera (lepre marinata nel vino, farcita con pancetta di maiale, cipolla, timo, aglio, cotta nel forno).
    Crespelle viterbesi (frittelle di pasta non lievitata, riempite di cavolfiore o fettine di mele). Maccheroni con le noci
    (dolce natalizio).
    Cicerchiata di Vasanello (grani di pasta disposta nell’alloro e ricoperta di miele).
    Carote di Viterbo (carote con cioccolata in barattoli sigillati).
    Prodotti tipici: porchetta viterbese; cacciagione; pesci del lago coregone e anguilla ).
    Vini: Est! Est! Est! di Montefiascone; Aleatico di Gradoli, Orvieto.romanews.it_Blogger

  • UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA

    UNA FESTA DEL CINEMA A ROMA

    La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima diretta dal presidente Marco Müller, si conclude per la prima volta, nel suo breve e appassionato percorso di amore per il cinema, con i premi dati dal pubblico.
    A loro le briglie dei risultati finali a conclusione di un festival che ha tanto diviso, a partire proprio dall’etichetta che il direttore ha deciso di affibbiargli: festa.
    Una festa del cinema che sia fruibile per tutti (agevole meno per gli spostamenti con l’assenteista navetta ma concentrata nell’accesso alle sale, tutte vicine) e soprattutto intelligibile; quindi, una selezione di film più di “cassetta” e una varietà di generi più ampia (seppur di minor qualità), per un risultato complessivamente deludente, privo di picchi, con tanti film medi e anche qualche caduta di tono e di stile non indifferente (vedi Tre Tocchi e Love, Rosie).
    Cosa diventerà dal prossimo anno, il decimo, questo festival del cinema più odiato che amato dai romani?
    Sono tanti gli interrogativi che il pubblico e anche gli assenteisti (cassintegrati?) si pongono.
    Vale davvero la pena spendere per un nuovo festival in Italia? Perché non accorparlo con quello che solitamente si svolge a settembre e che riguarda la fiction?
    Tante teorie, supposizioni, pensieri.
    Poca solidità e nuove sterili polemiche. Nella confusione generale, emerge lo stesso l’impegno di Müller nel cercare di amalgamare tutta una serie di richieste e di suggestioni, di certo non facile ma coraggioso, considerate anche le problematiche logistico-gestionali degli assetti amministrativi e degli impegni economici prestabiliti (il fondo della Bnl, pari al 40% del totale, è stato a rischio per diverso tempo).
    La scelta di aprire e di chiudere questa edizione del festival con due commedie pensate appositamente per il grande pubblico (Soap Opera e Andiamo a quel paese di e con Ficarra & Picone) ha suscitato le paternali di una frangia della critica; se questa è la nuova commedia all’italiana (di derivazione televisiva, nonché cabarettistica), allora cosa recuperare di prezioso da un festival studiato soprattutto per un processo di riavvicinamento alla settima arte di una parte di quel pubblico che ignora ma che può condividere o tornare a farlo, ripartendo da ciò che è più facilmente comprensibile?
    A mancare sono stati i grandi nomi, poche stelle sfilanti sul red carpet (giusto qualche incontro speciale con vip del passato e del presente, più e meno conosciuti o apprezzati come Tomas Milian, premiato con il Marc’Aurelio alla carriera, tomas-milian
    di Kevin Costner che ha partecipato ad una cinechat con il pubblico, Clive Owen, Geraldine Chaplin, Brad Anderson), molte delle quali hanno declinato l’invito con motivazioni fra le più disparate, e una selezione di film pericolosamente vicina al format di fiction televisiva (ma d’altronde è una tendenza che ha preso forma anche nelle ultime due edizioni del festival di Venezia).
    ferilli-scarlett-johansson_sGli scenari futuri (si vocifera di una direzione affidata a Gianni Amelio) possono riservare più di una sorpresa, si spera gradita stavolta, più a quegli addetti ai lavori che hanno seguito l’evoluzione della storia moderna del cinema e che continuano a volerla seguire nei suoi contemporanei sviluppi, che si aspettano una caratura di maggiore livello internazionale e una rivalutazione delle presenze qualitative, pertanto molti più grandi nomi fra i grandi cineasti. Ma veniamo ai premi dati dal pubblico.
    Il premio principale, Premio del Pubblico Bnl Gala, lo riceve Trash di Stephen Daldry (regista di film noti come Billy Elliott e The Hours), appassionante e rocambolesca, avvincente e vorticosa avventura ambientata nella favelas di Rio de Janeiro che scuote e commuove anche e soprattutto attraverso l’intrattenimento dato da una invidiabile riuscita dell’insieme delle componenti filmiche, data dall’ottimo contributo degli operatori e dagli addetti al montaggio, nonché dalla fresca spontaneità e dalle spiccanti doti acrobatiche dei tre piccoli protagonisti.
    “Trash”, che riceve anche il Premio della Giuria di Alice nella città,  è stato girato in una favela ricostruita appositamente per il film nelle vicinanze di quelle reali presenti sul territorio brasiliano.
    Il Premio del Pubblico per il Miglior Film Italiano lo riceve il regista italo-americano Roan Johnson per la vaporosa commedia universitaria Fino a qui tutto bene che evidentemente ha leggermente rinfrancato le corde emotive del giovane pubblico, immedesimatosi nelle speranze e nelle delusioni di un quartetto di giovani emergenti. Il premio per il Miglior Documentario Italiano va a Looking for Khadija di Francesco G. Raganato, interessante esperimento meta-cinematografico ambientato in Eritrea. Vincono i premi delle sezioni “Cinema d’oggi” e “Mondo genere”, rispettivamente i film 12 Citizens del regista cinese Ang Xu, ennesimo remake del capolavoro di Sidney Lumet “La parola ai giurati” del 1957, e Haider di Vishal Bardwaij, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
    La sezione collaterale, “Alice nella città”, sin dal primo anno dedicata all’infanzia e all’adolescenza e che prende il nome in prestito da “Alice nelle città” film di Wim Wenders (che è stato ospite di una masterclass con il pubblico, sul docufilm Il sale della Terra realizzato col fotografo Luis Salgado e presentato all’interno dello stesso festival nella sezione Wired Next Cinema), premia invece “The Road Within”, diretto dal regista americano Gren Wells, un “road-movie” di formazione. Vince il Premio come Miglior Opera Prima, Escobar: Paradise Lost, di Andrea Di Stefano, con Benicio Del Toro a margine di un fosco melodramma sentimentale che filtra fatalità a iosa sin dalle prime battute.
    Nonostante il pubblico non poteva apprezzare fino in fondo gli oscuri film di David Fincher (Gone Girl, parabola spietata sulla  morte del matrimonio e la sepoltura della privacy in pasto ai media), e dell’esordiente Dan Gilroy (Nightcrawler, incalzante noir sulla famelia umana che attraversa iconico il cinema notturno americano degli anni ’80), di gran lunga i migliori di tutta la selezione, il premio dato a “Trash” si rivela molto più sensato e stimabile rispetto a quello dato, nell’edizione dello scorso anno da un’apposita giuria, al grigio e dimenticabile documentario “Tir”. Se queste sono le premesse, allora ben venga il democratico giudizio degli spettatori, purché si aggiunga anche un premio della critica, quella non di parte che si batte da anni per una dignità stipendiata e favorevolmente accomodata, come del resto avviene persino in certi Paesi del Terzo Mondo.

    a cura della redazione di romanews.it

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  • Psicoterapia e Medicina naturale a Roma – Dottor Aldo Cichetti

    Psicoterapia e Medicina naturale a Roma – Dottor Aldo Cichetti

    Psicoterapia junghiana, EMDR, omeopatia classica, floriterapia: una buona sinergia per la cura “ecologica”  del malessere psichico e fisico

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    L’abbinamento tra psicoterapia e medicina naturale può forse sorprendere, visto che, molto spesso, queste discipline fanno riferimento a mondi culturali molto lontani tra di loro; ma appare meno strano se si pensa che le psicoterapie – alcune in  particolare – hanno in comune con le medicine non convenzionali il  fatto di non imporre un percorso di guarigione esterno, ma di stimolare le ‘naturali’ forze di guarigione di cui sono  dotati gli esseri umani.

    Questa caratteristica è molto evidente, ad esempio, nella psicoterapia junghiana, basata sull’idea di un finalismo psichico e sul concetto di individuazione, con l’interpretazione dei sogni come ‘via maestra’ per cogliere il messaggio che viene dal ‘Sé guida’. Ma è presente, a ben vedere, anche in una psicoterapia  nuova e rivoluzionaria come l’ EMDR, che aiuta la psiche ferita da un trauma a compiere il proprio percorso di guarigione, stimolando il ‘Sistema di Elaborazione delle Informazioni’: un sistema innato di autoguarigione psichica che, nell’esperienza pratica, ha molte affinità con il costrutto junghiano del Sé.

    Sul fronte delle medicine naturali, invece, agiscono in questo modo, tra le altre, l’omeopatia classica e la floriterapia di Bach, che rinforzano la ‘Forza vitale’ dell’organismo umano.

    Si può dire, in sostanza, che tutte queste discipline agiscono sul medesimo nucleo vitale degli esseri umani, che ognuna di esse considera da una prospettiva diversa, un particolare punto di vista da cui guarda al medesimo Sistema innato di autoguarigione psico-fisica, che permette di guarire l’organismo malato (Forza vitale degli omeopati, o Vis Medicatrix Naturae degli antichi medici); di curare le conseguenze dei traumi psichici (Sistema di elaborazione dell’informazione, come lo definisce l’EMDR); ed anche di guidarci verso la nostra realizzazione individuale (compito del Sé nella teoria junghiana).

    Naturalmente, anche altre medicine agiscono rinforzando questo sistema di autoguarigione, e basti pensare alla medicina tradizionale cinese. Pur avendola studiata e praticata per molti anni, non la inserisco tra queste discipline soltanto per le difficoltà pratiche di abbinarla al ‘setting’ psicoterapeutico. Ma ho sempre presente la straordinaria ‘mappa topografica’ che ci fornisce, con le corrispondenze tra organi vitali, emozioni e distretti corporei.

    Il metodo di cura integrato che utilizzo comprende, quindi, da un lato la psicoterapia junghiana e l’EMDR, e dall’altro la medicina omeopatica e la floriterapia, di ognuna delle quali ho seguito lo specifico percorso formativo, dopo la laurea in Medicina, la specializzazione in Psichiatria e la qualifica di Psicoterapeuta.
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    Ogni disciplina viene applicata nel rispetto delle proprie regole, con colloqui periodici, ai quali si aggiunge la prescrizione di un farmaco omeopatico e/o di una miscela di fiori di Bach, il cui effetto viene monitorato durante la terapia.

    Questa è, a mio giudizio, la strategia ottimale per la cura di disturbi psicologici come ansia, depressione, problemi di relazione, fobie, i cosiddetti ‘attacchi di panico’,  e via dicendo. In alcuni casi, però, quando i sintomi sono più lievi (ad esempio, un’insonnia non grave), oppure nel caso di sintomi soprattutto fisici (cefalee, gastriti, problemi reumatici, malattie della pelle, ecc.) o, infine, se il paziente ha già in corso una psicoterapia, è possibile affidarsi soprattutto al potere terapeutico dei rimedi omeopatici, che agiscono, sempre e comunque, sia sulla ‘mente’ che sul ‘corpo’.

    Gli incontri, in questi casi, non differiscono molto dalle normali visite omeopatiche: sono più distanziati nel tempo, e gli elementi psicologici sono al servizio della terapia omeopatica: aiutano a cogliere il significato del sintomo ( che è sempre presente, sia nei sintomi psichici che in quelli fisici), ad inquadrare meglio le problematiche del paziente, e, quindi, a scegliere il rimedio omeopatico ed i fiori di Bach più adatti.

    In ogni caso, la cura prende in considerazione tutti i sintomi del paziente, sia psichici che fisici, con l’obiettivo di curarli, quando possibile, e, negli altri casi, di integrarsi con le altre terapie, rinforzandone l’effetto, grazie all’attivazione del sistema di autoguarigione.

    In questo senso, quindi, si può definire ‘ecologica’, perché non agisce soltanto su un particolare ‘distretto’ psichico o fisico, ma cerca di individuare le radici profonde del dis-agio che ogni individuo esprime attraverso i sintomi, per aiutarlo a raggiungere quel livello ottimale di equilibrio psicofisico che, come ben sapeva Jung, è anche la meta del cammino che proprio questi sintomi, se li si ascolta, permettono di intraprendere.

    QUesti i contatti per avere maggiori informazioni

    Dr. Aldo Cichetti
    tel. : 06/44291832 – 3292925811

    Roma
    Via Udine, 5 – 00161 Roma

    San Benedetto del Tronto (AP)
    via Simone Formentini, 80 – cap 63039

    E-mail   [email protected]

  • I mercati del quartiere Pigneto

    I mercati del quartiere Pigneto

    Lo scontro è tra i supermercati. come in tutta Italia anche a Roma e anche al Pigneto. ormai diventati ipermercati, ed intere cittadelle del consunto, e i vecchi mercati di quartiere, con i rapporti umani ira i clienti e i bancarellari. Un esempio per tutti, nella battaglia per il cibo pulito. non OGM e non contraffatto, ci dimentichiamo che la grande tradizione dei mercati ancora regge nei “vignaroli” che producono tutto, o comunque molto di quel che mettono sulla bancarella di frutta e verdura.  E questo significa davvero sapere cosa mangi e che mangi pulito. E il Pigneto ha tre mercati rionali (da difendere). E non ha supermercati.
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    Isola pedonale
    Il colorato mercato di via del Pigneto, con i suoi chioschi e i suoi banchi al riparo degli ombrelloni. é il centro pulsante dell’isola pedonale, mattutina, rilassata. umanissima.
    Mercato storico che sembra resistere nel tempo e che colpisce più per la varietà delle genti, che delle merci.
    Durante la settimana si vende frutta e verdura, carne o pesce, e in generale articoli a poco prezzo, che vengono dai paesi poveri, India e Cina. Ma ad osservare le facce al di qua e al di là dei banconi ci si accorge del sereno mescolarsi di vecchie e nuove generazioni, di etnie e culture diverse.
    Ogni quarta domenica del mese, poi. si tiene un mercatino che attira i curiosi di ogni età: modernariato, fumetti, stranezze kitsch, e ogni sorta di cimelio disotterrato da cantine e solai polverosi.

    Largo Bartolomeo Perestrello
    Mercato popolare, prevalentemente di frutta e verdura. Non manca un macellaio e un pescivendolo. Restano in tre “le vignarole” che di martedì, venerdì e sabato portano i propri prodotti al mercato. Approfittatene perché sono le cose con sapori e odori veri.Una ventina di chioschi che tendono a diminuire: lontano dai riflettori dell’isola pedonale e da ogni possibile circuito turistico. il mercato è frequentato da chi abita nelle immediate  vicinanze, per lo più anziani e quei pochi che riescono a trovare il tempo di fare la spesa in orari in cui siamo quasi tutti al lavoro. Mercato a rischio, dunque. Anche perché si parla di trasferirlo nella nuova struttura in costruzione nel vicino slargo, sul modello dell’area mercatale coperta in via Alberto da Giussano. l costi degli spazi naturalmente saranno più elevati, in considerazione dei (presunti) benefici che la struttura offrirà: sorveglianza, pulizia…

    Mercato Labicano
    Nuova area mercatale coperta. Varcato l’ingresso ci si ritrova in una sorta di piccolo centro commerciale a cielo aperto fatto di piccoli chioschi in muratura dove si vendono non solo prodotti alimentari ma anche abbigliamento, calzature, biancheria e articoli da regalo. Non manca un punto di ristoro dove riprender fiato tra un acquisto e l’altro.
    All’esterno, con accesso diretto dalla strada, un certo numero di box ospitano una cartoleria, un’agenzia di viaggi, uno studio di parrucchieri. un punto Tecnorete e un Centro Tim

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    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”

  • Ridere per vivere

    Ridere per vivere

    In un studio medico californiano, un dottore, dall’aria bonaria, sta scrivendo sul suo ricettario.
    La paziente, seduta un po’ curva davanti a lui, scruta dubbiosa il ritratto di Charlie Chaplin appeso alle spalle del medico, accanto alla laurea di Harvard.
    La poverina soffre di una grave forma di tendinite che le blocca ambedue le mani: la depressione in cui è prostrata ne è effetto e causa assieme.
    Sulla ricetta la donna legge, stupefatta:
    •1,5 g. al di di vitamina C per tre mesi.
    •Visione di almeno 1/2 h al giorno di “Candid Camera”.
    •1 film comico a scelta.
    •Letture umoristico-satiriche, Q.B.
    “Faccia esattamente come è scritto” dice il medico frugando distrattamente nelle tasche della donna che, sensibile al
    solletico, già ride…
    “Vedrà che la prossima volta sarà in grado di prendere da sola il portafogli per pagarmi!”

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    CORPO E MENTE PARLANO TRA LORO

    Come vi sentite dopo una sonora risata?
    Indubbiamente un po’ meglio di prima. Il corpo è più rilassato, il battito cardiaco è regolare dopo la violenta accelerazione dello scoppio di risa. I muscoli si distendono dopo il forte irrigidimento; se avete mangiato, la digestione sarà più facile e rapida. Se foste in grado di farvi un analisi del sangue sul posto, scoprireste che sono entrate in circolo sostanze clic aiutano il sistema immunitario a difenderci dalle malattie; tra queste sostanze, le endorfine, dette anche oppioidi endogeni, cioè autoprodotti.
    E’ ormai assodato clic il proverbio popolare “il Riso fa buon sangue” ha dei solidi supporti scientifici. Il prof. Susumo
    Tonegawa, premio Nobel per la medicina, riprendendo i grandi medici dell’antichità, Ippocrate e Galeno, asserisce che “Chi è musone, triste, depresso, non riesce a tener lontane le malattie”.

    Cerchiamo di comprenderne il perché.
    Si sa ormai da tempo che moltissimi malanni hanno cause nervose; sono le cosiddette malattie psicosomatiche: gastriti ulcerose da capufficio, emicranie d’origine coniugale, cancri rispecchianti vite piene solo di tristezza, sfortuna, depressione. Le emozioni negative, cioè, influenzano il sistema nervoso il quale, a sua volta, agisce malamente sugli altri organi del corpo.
    Una branca della medicina, la psico-neuro-cndocrino-immunologia (PNEI), solo da pochi anni si sta occupando di questi fenomeni; in particolare gli studiosi si pongono la domanda: se quello appena descritto è il percorso delle emozioni negative, ne esislerà uno inverso per le emozioni positive?
    In medicina è stato osservato, un fenomeno curioso, l’effetto placebo, che si origina quando – negli esperimenti clinici – un malato assume false medicine da lui credute vere.
    Molti pazienti, così trattati, migliorano e guariscono. É la fiducia nella cura che mobilita nel paziente la voglia di
    guarire?
    Certo è il sistema inmuunitario che, sotto la possente spinta dell’emozione positiva della speranza, si rafforza fino
    a sconfiggere il male.
    Dunque una via emotiva alla salute esiste; si tratta di scoprire se emozioni come l’ilarità, la gioia, la contentezza possano rappresentare un’accelerazione di questo percorso verso la salute, attraverso la valorizzazione di quell’accorgimento di natura che consiste nell’allargare la bocca, alzarne gli angoli, illuminare gli occhi, espirare a scatti l’aria ed emettere sonori vocalizzi.
    Gli studiosi hanno calcolato che ridere anche un solo minuto al giorno equivale a 45 minuti di completo relax psicofisico.Rod Martin, dell’Università dell’ Ontario meridionale, in Canada, ha fatto una scoperta chiave:il senso dell’umorismo modera gli effetti intmuno-soppressivi dello stress. il caso di Norman Cousins – guarito dalla spondilite anchilosante -è, a tutt’oggi, il più eclatante esempio di come si possa guarire anche ridendo.
    Non si tratta di aver scoperto il farmaco miracoloso, ma è assodato che alcune sostanze prodotte da un cervello ebbro di riso incidono positivamente sul garante della salute, il sistema immunitario (e in più lo fanno gratis!).
    barze2a

    In Italia la terapia del sorriso si è sviluppata soprattutto nella direzione di assistenza ai bambini affetti
    da malattie gravi con la tecnica apparentemente  elementare della “Clownterapia“.
    I corsi di questa nuova discipiana sono numerosi in ogni regione ed anche le richieste di volontari
    negli ospedali.  A Cesena esiste un corso di Clownterapia di 250 ore (!) tenuto dai massimi esperti mondiali.
    La diffusione è ormai a livello internazionale.
    Le ultime ricerche confermano che Ridere fa bene alla salute: la clown terapia rende meno ansiosi i bimbi
    L’intervento congiunto di arte terapia e clown terapia riduce l’ansia preoperatoria dei bambini ed è apprezzato dai loro genitori. E’ quanto appunto emerge da una ricerca sperimentale condotta all’Ospedale Bufalini di Cesena dall’Università di Psicologia di Bologna e presentata in questi giorni a Cesena, in occasione della Settimana del Buon Vivere da Ausl,  Dipartimento di Psicologia sede di Cesena, Associazione l’Aquilone di Iqbal e ArtinCounselling, con il patrocinio della Federazione Nazionale dei Clowndottori.

    corsoclown_cesena_facebook

    “Ridere, essere più sereni, fa bene alla nostra salute – ha detto Jacopo Fo, intervenuto come ospite d’eccezione –  E’ sempre più dimostrato che tutta la sfera emotiva – comprendente la nostra percezione del mondo, il nostro stato d’animo, il nostro umore – condiziona la nostra fisiologia: ridere fa aumentare i livelli di dopamina e di tutte quelle “droghe benefiche”, che il nostro corpo produce naturalmente. Ecco perché l’aspetto psicologico è così importante quando una persona si trova a dover affrontare una malattia”

    FONTE: Presentazione attività Associazione Ridere per vivere – Ostia – Roma
    a cura di Leonardo Spina e Sonia Fioravanti

    La clownterapia per i bimbi – cesenatoday.it

  • Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    gnotiseatu2C’era solo un bosco di pini, un pigneto appunto, di proprietà  prima dei nobili Caballini poi dei nobili Buonaccorsi,
    circondato da campi e qualche casetta di contadini.  Quando comandava il Papa l’area tra la Casilina e la Prenestina, a ridosso di Porta Maggiore, era un bosco di pini mediterranei, punteggiato da ville e casali, traversato dalla prima ferrovia, Roma-Frascati, quando i piemontesi irruppero da Porta Pia.
    Roma capitale cambiò tutto.  II Papa si chiuse nel silenzio del suo Vaticano, dove è ancora oggi.
    I piemontesi arrivarono in frotte, costuirono ministeri, uffici governativi. caserme e scuole.  I palazzi Umbertini e i grandi viali furono figli della prima grande speculazione edilizia romana. la prima di tante.
    Cominciò cosi un grosso esodo dalle campagne verso la nuova capitale, che trovava i suoi punti di forza nella Roma dentro le mura Aureliane.
    II Pigneto, a sud di Porta Maggiore, rimaneva Pigneto,  anche se la Casilina, e la Prenestina, che ne facevano un triangolo,  diventavano, come erano gia state per la Roma antica, le due grandi vie che portavano a Porta Maggiore, l’ingresso più importante di Roma, venedo da sud.
    Nemmeno il Pigneto poteva rimanere intatto, in questo accrescimento tumultuoso della città.
    Verso la fine del XIX secolo, cominciarono a sorgere le prime abitazioni, a metà strada tra città e campagna. case. casette,  casupole, casali dentro e ai margini della pineta. il cui confine erano anche quegli archi dell’acquedotto romano che ancora vedete, sul lato della casilina. Arriveranno i tram che ancora ci sono. e percorrono. con buona frequenza, (il 5 e il 14) quel lato del quartiere.
    Del I890 è il primo stabilimento,  Omnibus e ‘Tranvays, ora deposito Atac destinalo allo smantellamento.
    Ma è nel 1906, un secolo fà, che il quartiere diventa quartiere. quando. in via Casilina 125  Cesare Serono fonda la sua industria farmaceutica. E inevitabilmente, mentre il centro dentro le Mura diventa più attillato e prezioso, preda di speculazioni che dilaniano i grandi parchi delle famiglie nobili, tranne quello di Villa Borghese, che viene lasciato alla cittadinanza,  il Pigneto scopre, con tram e Serono,  una sua vocazione operaia,  periferica a S.Lorenzo. a ridosso di Termini, ma pur sempre operaia.
    In quegli anni Giorgio Passerge. proprietario di due farmacie di piazza di Spagna e via delle Terme, costruisce il proprio lahoratorio tra via del Pigneto e via Casilina.  Nello stesso anno apre lo scalo ferroviario di San Lorenzo. a poche centinaia di metri da via del Pigneto.
    Spina dorsale di un quartiere non più verdissimo di pini medi-temitici, ma quartiere vero: in zona, sono stai posti serbatoi idrici e il deposito della nettezza urbana.
    Attorno a queste attività arrivano artigiani e nuovi abitanti. Accanto a case e palazzine costruite a cavallo del XIX e del XX secolo, nascono cooperative di lavoratori e operai con lo scopo di tirar su alloggi popolari.
    E così la vocazione popolare, e la collocazione verde, diventano caratteristica di questo quartiere che vivrà felicemente decentrato, apparentemente lontano dal centro borghese dei grandi edifici Umbertini, delle grandi ‘strade trafficate. delle botteghe ricche d’una capitale che comincia a riconoscere se stessa, e ad ingrossarsi sfigurandosi.
    La cooperativa Termini fu la più grande. Costituita da ferrovieri che, grazie a un mutuo cinquantennale concesso dal Regno d’Italia nel 1920, ideò e realizzò il progetto di una città-giardino. nell’area tra via del Pigneto, tratto compreso tra via Fanfulla da Lodi e piazza dei Condottieri, e via (‘anilina. Oggi il progetto dell’ambiziosa cooperativa (quasi quanto Garbatella) si chiama Villini. Ed è sicuramente la zona più elegante del quartiere, con villette basse color pastello, tutte circondate da giardini più o meno grandi e decorate con fregi e balconi. Alcuni degli abitanti la chiamano oggi ironicamente “Parioli dei Pigneto”.
    E lì a dimostrare quanto le Cooperative operaie, in periodi molto più poveri di questo, facessero meglio di quanto faranno le speculazioni private, quelli che oggi si chiamano i palazzinari.
    Nel 1913 intanto era arrivata la prima chiesa.  La volle espressamente papa Pio X. Voleva, disse,  contrastare il “degrado morale” imperante nelle zone al di là di Porta Maggiore.  La chiesa fù dedicata a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino e sepolta nel vicino mausoleo di Torpignattara.

     

    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”

  • Il colosseo nella storia tra incendi, terremoti e l’uso come cava di pietra

    Il colosseo nella storia tra incendi, terremoti e l’uso come cava di pietra

    colosseo_romanewsL’anfiteatro Flavio — il Colosseo, secondo la dizione corrente — fu costruito dai tre imperatori della famiglia Flavia: il capostipite Vespasiano che iniziò i lavori nel 75 d.C., Tito che lo inaugurò nella primavera avanzata dell’80, e Domiziano che nell’82 aggiunse l’ultimo ordine di gradinate.
    Vennero impiegate 292.000 tonnellate di travertino e piperino delle cave di Albulae vicino Tivoli, e di tufo vulcanico di Preneste; 750.000 tonnellate di pietre squadrate, 8.000 tonnellate di marmo delle cave di Luni e Carrara.
    L’arena misurava 76 x 46 metri, l’altezza ben 57 metri distribuiti su quattro piani.
    Ottanta «vomitori» consentivano il rapido deflusso dei 45-50.000 spettatori che l’anfiteatro poteva contenere.
    Settantadue scalinate portavano ai sedili, tutti di marmo e tutti numerati: ognuno di essi misurava esattamente cinquantasette centimetri.
    Per l’inaugurazione, avvenuta nell’80 d.c. il programma prevedeva cento giorni di giochi circensi graziosamente offerti dall’Imperatore. Ne venne dato annunzio in ogni punto dell’Impero, e diecine di migliaia di forestieri convennero a Roma. Dall’Iberia, dalla Dalmazia, dalla Fenicia, dall’Illiria sbarcarono nei porti dell’Emporium accosto alla Porta Portuensis, e nei porti di Fiumicino e di Ostia.
    Le 15 strade che conducevano a Roma — La Flaminia, la Salaria, la Nomentana, la Tiburtina, la Collatina, la Prenestina, la Labicana, la Tuscolana, I’Asinaria, la Latina, l’Appia, I’Ardeatina, I’Ostiense, la Portuense, l’Aurelia — furono allargate dai quattro-cinque metri del disegno originario a otto metri e più.
    Venne rimessa in vigore una legge, risalente al consolato di Giulio Cesare, che consentiva la circolazione diurna nelle strade cittadine soltanto ai carri adibiti alla celebrazione dei giochi pubblici.
    La rete stradale urbana fu portata a 60.000 passi, ossia 85 chilometri di percorso: ma questo non impedi un ingorgo permanente sulla Sacra Via e la Nova Via che costeggiavano il Foro, e peggio ancora lungo le strade, i clivi, che scendevano dai sette colli, il Clivus Victoriae, Capitolinus, Argentarius, Sublicius. I turisti più abbienti trovarono alloggio nelle «tabernae» della Suburra. Gi altri, accampati nel Foro, negli Orti di Mecenate, sulle pendici del Palatino e dell’Aventino, nello sprofondo del Velabro, trascorrevano la notte all’aperto, nell’attesa che il Colosseo riaprisse per una nuova e intensa giornata di giochi.

    Nei secoli il Colosseo ha subito danni da incendi e terremoti senza contare l’uso come cava di pietra nel medioevo. Un primo restauro venne fatto già dall’imperatore Antonino Pio, imperatore romano nel 138.
    Un incendio distrusse le strutture superiori nel 217 DC . I danni furono  riparati da Eliogabalo  e da Alessandro Severo  e fu riaperto nel 222 senza finire i lavori. Gordiano III li fece terminare solo nel 240.
    Altri incendi nel 250/252 e nel 320 che conseguenti danni e altre ricostruzioni da Costantino e Odoacre, primo dei re barbari di Roma) tra il 476 e il 483 83.
    Valentiniano III nel 438  abolì gli spettacoli con i gladiatori.
    Altre ristrutturazioni dall’imperatore Onorio, dopo il sacco di Roma del 410 dei visigoti di Alarico
    e altri danni dopo il terremoto del 442 e quello del 484 e 508.
    Successivamente si arrivò all’abbandono e poi nel VI secolo l’uso come zona di sepoltura e poi
    addirittura come abitazione.
    roman_colosseum_inside
    Fortezza  delle famiglie  Frangipane e  Annibaldi nel medioevo, l’imperatore Enrico VII lo riconsegnò al Senato e ai romani nel 1312.
    C’erano stati danni già nei  terremoti del 1231-55 e poi seguirono nel 1349 con conseguente rovina e nuovo abbandono.
    In questo periodo divenne una cava di marmo usato per costruire nuovi edifici tra i quali i più noti, il palazzo Venezia e della Cancelleria. I blocchi di travertino vennero asportati o vennero usati quelli caduti per opera delle catastrofi naturali, per costruire il palazzo Barberini nel 1703 e per il porto di Ripetta. A questi fatti fece seguito il detto famoso: “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini” (Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini).
    Nel 1744 Papa Benedetto XIV lo consacrò alla passione di Cristo e vi fece costruire le 15 tappe della Via Crucis, in memoria dei martiri cristiani sacrificati nell’arena.
    Seguirono altre opere tra il 1831 e il 1846 e e si iniziò sgombrarne le macerie con scavi ai sotterranei danneggiati e siamo arrivati al 1939.
    Le recenti opere sponsorizzate da Diego Della Valle, hanno riportato alla luce i colori originali del monumento.
    Le impalcature in tubi innocenti dal coronamento dell’attico dell’Anfiteatro, lato Fori Imperiali, sono arrivate a 52 metri d’altezza. La superficie occupata dalle impalcature è stata di 4.500 metri quadrati, e gli interventi di restauro sono stati eseguiti su 4.200 metri quadrati di travertino.

    roma_collosse

  • L’evoluzione dell’informazione è Twitter !

    L’evoluzione dell’informazione è Twitter !

    Il popolare social network sta attraversando il momento di maggior sviluppo nel contesto tecnologico italiano. La crescita esponenziale di traffico generato, inteso come iscrizioni e frequenza di utilizzo da parte degli utenti, si sta esprimendo anche attraverso nuove direzioni di utilizzo del mezzo. Nel mondo dell’informazione e quindi del giornalismo, lo strumento è entrato nella quotidianeità di addetti ai lavori e lettori, sempre più alla ricerca di nuove notizie aggiornate in tempo reale.

    Il punto. L’architettura e l’usabilità dello strumento, hanno già mutato il modo di diffusione delle “breaking news”, portando il giornalista ad avere un contatto sempre più diretto con i propri lettori. Eventi, manifestazioni, conferenze stampa sono solo alcuni dei casi in cui Twitter viene utilizzato come strumento utile all’aggiornamento continuo degli accadimenti in corso. Alcuni lo hanno definito “un flusso di lanci di agenzia”. Le peculiarità del social network fanno in modo che quello delle notizie flash sia il naturale sviluppo del mezzo, capace di arrivare in tempo reale al lettore ancor prima di tanti altri mezzi di comunicazione. Rispetto a Facebook, Google+ o altri canali concorrenti, Twitter fa dell’immediatezza e della capacità di sintesi i propri punti di forza.

    Lo sviluppo. Fatte queste considerazioni è evidente quanto, l’assunto che i giornalisti abbiano bisogno dei social media tanto quanto i social media hanno bisogno dei giornalisti, sembra quanto mai verosimile. Il giornalismo e la diffusione delle notizie hanno trovato terreno fertile in un nuovo canale di distribuzione, che alimenta la rapidità della diffusione e la risonanza mediatica delle notizie, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di numerose reti sociali.

    In conclusione. Il giornalismo e i giornalisti si trovano davanti ad un cambiamento epocale. Abituati a ridurre il contatto con i propri lettori a brevi interventi pubblici, si ritrovano davanti ad un nuovo modello di giornalismo che muta radicalmente l’intera concezione della professione. La presenza costante, e di conseguenza la conversazione, assumno un ruolo fondamentale in termini di credibilità e diffusione del proprio pensiero. I social network premiano la partecipazione, stimolano l’interazione e alimentano la capacità di diffusione della notizia attraverso le reti sociali create dagli utenti.Da parte delle imprese editoriali, ignorare questa considerazione sarebbe un errore imperdonabile. Anticiparla sarebbe stata un’intuizione che avrebbe potuto creare un notevole vantaggio rispetto ai propri competitor. Consapevolizzarsi e agire di conseguenza è diventato oramai quasi una questione di sopravvivenza.

  • Italia Paese di santi, poeti, navigatori e… farmacisti

    Italia Paese di santi, poeti, navigatori e… farmacisti

    I NUMERI DEL SETTORE FARMACIA
    In attesa dei concorsi indetti con le nuove leggi degli ultimi anni, attualmente esiste una farmacia ogni 3.465 abitanti, in media col resto d’Europa. Secondo i dati forniti da Assofarm, nel territorio italiano esisterebbero infatti ben 16.726 farmacie.
    In Italia il settore farmaceutico è soggetto a rigide e datate normative: in base al testo unico delle leggi sanitarie del 1934, la vendita di medicinali e prodotti per l’automedicazione può avvenire esclusivamente attraverso il canale delle farmacie e parafarmacie, ma queste sono soltanto un anello della catena distributiva dei medicinali in Italia, catena che vede coinvolti altri due attori, le industrie farmaceutiche e i distributori farmaceutici.

    Le industrie farmaceutiche in Italia, secondo i dati forniti da Farmindustria, sono 294 e danno lavoro a oltre 83mila persone per un fatturato che supera i 17 milioni di euro. La concentrazione più forte si ha in Lombardia con 127 industrie, seguita a distanza da Lazio e Toscana rispettivamente con 69 e 31 industrie, mentre tutte le altre regioni sono molto distanziate.
    Se a queste aggiungiamo le aziende produttrici di articoli per l’automedicazione (i cosiddetti prodotti da banco) il numero sale ulteriormente, pur mantenendo inalterata la predominanza del polo lombardo e di quello tosco-laziale. In base ai dati Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione) in Italia esistono 212 imprese che producono farmaci per l’automedicazione.
    In molti casi si tratta di industrie che producono sia farmaci dietro prescrizione medica, sia quelli da automedicazione, quindi non è possibile fare una somma algebrica delle due cifre, ma si superano comunque di gran lunga le 300 unità. Le imprese Anifa sono in genere di dimensioni medio-piccole i cui fatturati non superano i 2,5 milioni di euro (65% del totale). Soltanto una piccolissima percentuale supera i 50 milioni di euro all’anno. A queste possiamo poi aggiungere le industrie omeopatiche, in Italia rappresentate dall’Aio (Associazione italiana omeopatia) che conta 39 associate.

    A parte i medicinali che le industrie vendono direttamente a ospedali e case di cura (circa il 12%), tutti gli altri passano dai 141 distributori farmaceutici che, considerando anche le filiali dipendenti da una sede principale, diventano 262 unità distributive, in media una ogni 60 farmacie circa (dati Adf, Associazione distributori farmaceutici).
    Il comparto farmaceutico è, quindi, una realtà molto variegata, con numeri decisamente interessanti e un dato è certo: non può fare a meno di soluzioni informatiche ovviamente molto verticali, che devono far fronte alla complessità del settore, con le specificità di ognuno dei tre anelli della catena distributiva.
    Le farmacie devono vedersela con oltre centomila prodotti ipoteticamente vendibili, seimila dei quali da custodire negli scaffali, un magazzino che immobilizza ingenti risorse finanziarie, un Servizio Sanitario Nazionale lentissimo nei pagamenti. E poi con i rapporti con i fornitori e con la gestione della contabilità e dell’inventario, per non parlare del tempo necessario per essere aggiornati sulla mutuabilità o meno dei farmaci e su tutte le variazioni che quotidianamente riguardano i farmaci.
    Una farmacia non può fare a meno di modem, computer, software gestionale ad hoc e penne ottiche per leggere i codici a barre dei medicinali, fonte di tutte le informazioni necessarie per l’immagazzinamento e la vendita di ogni singolo farmaco. “Ogni giorno dobbiamo collegarci alla banca dati centralizzata di Federfarma per scaricare gli aggiornamenti sui prodotti farmaceutici – ci spiega Riccardo Perrier, titolare della farmacia Perrier di San Gavino Monreale in provincia di Cagliari – e dobbiamo farlo due volte al giorno per essere costantemente aggiornati sulle disposizioni relative ai farmaci. Il tutto via modem”.
    La farmacia Perrier ha una rete composta da un server e quattro personal computer, di cui tre alle casse, tutti dotati di penna ottica. Per la gestione di tutto il processo di vendita utilizza un software verticale messo a punto da Elabora, una software house di Cagliari che non si limita al semplice supporto tecnico, ma è anche l’intermediario per accedere alla banca dati e fornisce assistenza telefonica continua.
    “La nostra esigenza principale – prosegue Perrier – è poter effettuare la vendita sapendo che tutti i dati in nostro possesso su quel determinato farmaco sono aggiornati in tempo reale, cioè sapere se è mutuabile, se non lo è più, se lo è diventato… e allo stesso tempo dobbiamo aggiornare i dati del nostro magazzino per sapere cosa è necessario ordinare dai distributori cui facciamo gli ordini due volte al giorno.
    Ogni volta che arrivano i nuovi farmaci bisogna poi fare il caricamento ordine sul programma leggendo i codici a barre di ogni singola confezione con una penna ottica che automaticamente carica i dati. Per legge dobbiamo fare l’inventario una volta all’anno e il programma ci aiuta anche in questo: usandolo bene e aggiornando i dati tutte le volte che è necessario, l’inventario è praticamente già fatto”.
    Il software utilizzato dalla farmacia Perrier permette di gestire le giacenze, di sapere quanti pezzi di quel prodotto ci sono ogni giorno in magazzino e crea per ogni farmaco una scheda molto dettagliata. “Il programma è addirittura troppo ricco – spiega Perrier – molti moduli non li usiamo neppure perché non ci servono. Mi resta solo un sogno: poter controllare dal computer anche le scadenze dei singoli farmaci, invece questo dobbiamo ancora farlo a mano controllando una per una periodicamente tutte le singole confezioni, per poi mandare al “macero” i farmaci con la data in scadenza”.
    I “grossisti del farmaco” devono vedersela con altri problemi. Come quelli che comunica l’Adf, “la distribuzione dei medicinali dev’essere tempestiva, capillare ed efficiente. Tempestiva, perché gli ordini inviati giornalmente dalle farmacie ai distributori intermedi vengono evasi, nel caso dei medicinali, entro un intervallo di 12 ore lavorative. Capillare, perché le farmacie vanno rifornite tutte, indipendentemente dalla loro dislocazione, dalle loro dimensioni e dalla consistenza economica dell’ordine. Efficiente, perché a ogni paziente deve essere assicurata la disponibilità di qualunque medicinale, nel minor tempo possibile e in condizioni di perfetta conservazione”.
    Per le industrie farmaceutiche le esigenze sono legate a una produzione sottoposta a rigidi vincoli normativi, alla gestione della supply chain, alla distribuzione dei farmaci e alla gestione degli informatori scientifici, ormai tutti dotati di notebook per trasmettere giornalmente i propri dati alla sede centrale.
    Un mondo antico quello dei medicinali, ma che ha un bisogno imprescindibile di soluzioni verticali ad hoc e di fornitori di tecnologia preparati e in grado di suggerire soluzioni innovative.

    FONTE:  www.01net.it

  • Quali farmaci inserire nell’armadietto medicinali di casa?

    Quali farmaci inserire nell’armadietto medicinali di casa?

    Ecco i  consigli delle associazioni dei  farmacisti  su quali farmaci devono esserci nel nostro armadietto dei medicinali.

    1) Quali gli articoli sanitari che conviene tenere in casa?
    2) E che cosa mettere in valigia quando partiamo per una vacanza o per motivi di lavoro?
    3) Come regolarsi con le dosi e le misure?

    1. Medicine in casa

    Quali medicine tenere in casa?
    E’ difficile dare una risposta esauriente, forse è più corretto fare un elenco di quei prodotti che non dovrebbero mai mancare, elenco che potrai completare con quei farmaci specifici che la tua condizione può richiedere.

    Quali sono i farmaci da tenere in casa?
    Farmaci elencati per categoria farmaceutica:
    Antidiarroico; antidolorifico; antifebbrile; antispastico; antistaminico cpr; antistaminico pomata; carbone attivo; collirio; digestivo; disinfettante; emostatico; fialette odontalgiche; lassativo; pomata cicatrizzante; pomata per contusioni; pomata per ustioni; sciroppo per la tosse; stick per puntura di api;

    Quali sono gli articoli sanitari da tenere in casa?
    Articoli sanitari, acqua ossigenata, bende, garza, borsa per acqua calda, borsa per ghiaccio o ghiaccio istantaneo, compresse di garza, cerotti medicati, cerotto rocchetto, cotone idrofilo, fazzoletti di carta, forbici, laccio emostatico, misurini, pinzette, siringhe sterili, spille di sicurezza, succhiaveleno, termometro, tappi auricolari.

    2. Medicine in viaggio

    Se la destinazione del viaggio è all’ interno della Comunità Europea, ricorda di ritirare presso la Unità Sanitaria Locale il modello E111 che dà diritto di usufruire delle stesse prestazioni dei residenti.
    Portate con voi, nel quantitativo necessario, i farmaci che usate abitualmente e, se possibile, la relativa prescrizione medica. Predisponete un elenco ed in ogni caso consultate preventivamente il medico e il farmacista.

    All’ estero i farmaci conservano lo stesso nome?
    Spesso i farmaci all’estero hanno un nome diverso, in questo caso può essere utile annotare in modo completo il loro principio attivo ed il dosaggio.

    Durante il trasporto dove vanno riposti i farmaci?
    Conservate nel bagaglio a mano i prodotti che potrebbero occorrere, evitando loro gli shock termici tipici delle merci trasportate in aereo o in nave;

    E i farmaci che devono mantenere una certa temperatura?
    Esistono contenitori speciali per prodotti, come l’insulina, che devono rispettare particolari fasce di temperatura.

    Come ci si deve comportare al di fuori dell’ Unione Europea?
    · vaccinazioni e chemioprofilassi antimalarica: programmare entrambe per tempo informandosi dei problemi specifici della zona in cui ci si reca;
    · vaccinazioni: alcuni Paesi richiedono obbligatoriamente specifiche vaccinazioni (es. febbre gialla). Informarsi presso il Servizio internazionale per le vaccinazioni, il Consolato o l’Agenzia di viaggi;
    · informarsi presso la Unità Sanitaria Locale se esistono specifici accordi bilaterali e farsi rilasciare la documentazione necessaria;
    · assicurazione sanitaria privata: verificare la scadenza, se è valida all’estero e portare con sè una copia del contratto;
    · passaporto sanitario: può essere utile portare con sè una copia compilata dal medico curante.

    trucco Ecco di seguito delle tabelle di conversione tra volumi di uso comune e pesi equivalenti.

    DAL VOLUME AI GRAMMI
    Liquido cucchiaio da minestra cucchiaio da dessert cucchiaino da caffè
    Acqua 15g 10g 5g
    Liquidi acquosi 16g 12g 5g
    Tintura e liquidi alcolici a 60° 12g 9g 3g
    Sciroppi 21g 16g 6,5g
    Olii 12g 9g 3g

     

    DAI GRAMMI ALLE GOCCE
    1 grammo gocce corrispondenti
    Acqua distillata 20
    Tinture alcoliche 52/60
    Olii essenziali 50
    Soluzioni acquose 20

    FONTE: federfarma-mo.it

    trucco