Mese: Novembre 2015

  • La rinascita della filiera corta

    La rinascita della filiera corta

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    In risposta alla convenzionalizzazione e alle diverse crisi finanziarie succedutesi nell’ultimo decennio, i movimenti biologici si sono evoluti orientandosi verso istanze di rilocalizzazione e ri-socializzazione del prodotto alimentare con l’obiettivo di reintegrare i valori del movimento biologico originale (Buck et al., 1997; Guthman, 2004; Lockie e Lyons, 2006; Fonte, 2008; Fonte e Agostino, 2008).

    La campagna, denominata “McItaly”, prevedeva la selezione di materie prime di origine nazionale.
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2010/01/26/visualizza_new.html_1677608423.html

    Oltre alla sovranità alimentarequesti movimenti organizzati focalizzano la loro azione sui temi della sostenibilità, del localismo e dello sviluppo rurale.

    La «sovranità alimentare» è definita come il «diritto dei popoli a un cibo salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici, in forza del loro diritto di definire i propri sistemi agricoli e alimentari». Definizione tratta dalla Dichiarazione di Nyéléni (Mali), al termine del Forum internazionale per la sovranità alimentare del 2007.

    La rinascita della filiera cortaNasce così quello che è stato definito il movimento postbiologico (Moore, 2006) mosso dallo spirito del consumo critico (o consumerismo) che rifiuta le scelte di acquisto basate sulle sole considerazioni economiche, integrando visioni altruistiche volte a evitare le disuguaglianze (Tosi, 2006). Il movimento post-biologico raggiunge l’apice della critica verso la modernizzazione, affrontando non solo questioni ambientali ed economiche, ma anche tematiche etiche e morali. Nasce così il paradigma dell’agricoltura sostenibile multifunzionale che valorizza le conoscenze agro-ecologiche e storico-sociali e favorisce il mantenimento e la valorizzazione dei beni pubblici. Inoltre risponde a una nuova  sensibilità delle amministrazioni pubbliche, dei consumatori e dell’opinione pubblica e poggia su una base produttiva composta in gran parte da piccole imprese (un segmento del mondo della produzione rimasto, in parte, volutamente estraneo ai processi di modernizzazione dell’agricoltura). La filiera corta riacquista forza con i movimenti post-biologici sulla base del concetto di ri-localizzazione che consiste principalmente nello spostamento dell’attività economica verso imprese presenti nella zona, che sono solitamente a carattere medio, piccolo o familiare, ma anche nel sostenere produzioni rispettose dell’ambiente e costruendo reti di relazioni tra consumatori e produttori (Norberg-Hodge, 2005). Si è aperta la nuova fase di ricerca del rapporto diretto tra consumatore e produttore con iniziative che pongono l’accento sulla vendita diretta e creando le cosiddette Reti Alimentari Alternative (Alternative Food Networks – AFN) (Marsden et al., 2000; Fonte e Papadopulos, 2010; Renting et al, 2003; Brunori, 2007; Goodman et al., 2012; Mariani et al., 2010).

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    Queste ultime non sono altro che l’espressione di nuove forme di vendita diretta. Il rapporto diretto tra agricoltore e consumatore è stato un elemento molto importante nella commercializzazione dei prodotti biologici sin dagli anni Novanta (Zamboni, 1993; Santucci, 1998). Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno arricchendo le modalità di vendita: ai punti vendita aziendali e ai banchi in mercati si aggiungono una serie di nuove forme come le vendite in abbonamento (box schemes o cassettoni) e i Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS) che, tra le altre cose, garantiscono al produttore la diversificazione e la programmazione delle vendite minimizzando le rimanenze (Fonte e Salvioni, 2013). Le prime caratteristiche che la vendita diretta ha messo in luce sono un migliore flusso di informazioni tra i soggetti coinvolti che rendono superfluo il ricorso alla certificazione convenzionale e il risparmio dei costi d’intermediazione, con una maggiore quota di valore aggiunto che rimane nelle mani del  produttore e con un prezzo inferiore per il consumatore (Verhaegen, 2001).

    Nelle AFN è frequente il ricorso alla Certificazione Partecipata (PGS – Participatory Guarantee Systems), un sistema in cui sono coinvolti tutti gli stakeholders che è costruito basandosi sulla fiducia, sullele reti sociali e sullo scambio di conoscenze”.(http://www.ifoam.org/about_ifoam/standards/pgs.html).

    Le istanze di ri-localizzazione mirano anche a contenere l’impatto ambientale, anche se questo potenziale non è condiviso da tutti allo stesso modo (Schonhart et al., 2008; Torquati B., Taglioni C., 2010). La caratteristica comune della maggior parte delle AFN è di essere promosse dalla domanda (in inglese sono dette “consumer driven”), per cui sono state ribattezzate “forme di co-produzione”, ovvero situazioni in cui le scelte di produzione sono condivise da produttori e consumatori (Brunori et al, 2010). Secondo dati recenti (Federbio, 2012), tramite questi nuovi canali di vendita le aziende agricole biologiche italiane stanno registrando consistenti aumenti di vendite (figura 1.6).
    La rinascita della filiera corta
    Tali iniziative si caratterizzano anche per la capacità di creare un’azione collettiva in grado di mantenere la sopravvivenza di forme di produzione che sono ritenute vitali per la sostenibilità sociale, economica e ambientale delle aree rurali (Soler et al, 2010). Inoltre, grazie all’eliminazione dell’intermediazione e alla collaborazione tra i membri del gruppo, le AFN perseguono un obiettivo di equità, che rappresenta la possibilità di dare accesso al consumo di prodotti biologici di qualità anche alle classi meno abbienti. Nel prossimo paragrafo vedremo come diversi studi vedono nelle AFN la risposta al sistema agro-alimentare reo di allontanare e separare la produzione del cibo dal suo consumo (Venn et al., 2006).

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    Forme di filiera corta

    Data la moltitudine di esperienze che sono state attivate nel mondo, nel presentare le principali forme di filiera corta non vi è lo scopo di essere esaustivi. Tali esperienze differiscono tra loro in primo luogo per i soggetti che le promuovono. Prevalentemente si tratta di consumatori o produttori che adottano le diverse tipologia in risposta all’insoddisfazione di un sistema distributivo di tipo industriale che ha Figura 1.6: canali di vendita per le aziende agricole biologiche italiane Fonte: FEDERBIO (2012) deluso le aspettative (Sonnino e Marsden, 2006; Raffaelli et. al., 2009). Le iniziative sono il frutto dell’auto-organizzazione dei gruppi che definiscono il loro operato nel rispetto di determinati e condivisi principi. Non mancano casi in cui i promotori sono esterni dalla filiera e vedono nel riavvicinamento tra produzione e consumo la possibilità di creare proficue attività. Inoltre, le varie forme di filiera corta si differenziano per lo spirito che anima la loro creazione. Le attività mosse dai consumatori sono nate prevalentemente con lo scopo di garantire accesso ai prodotti biologici a un giusto prezzo; in seguito si è aggiunto anche uno scopo più politico, volto a supportare le realtà agricole locali private del potere contrattuale dal mercato (Van Der Ploeg 2000). Le iniziative dei produttori hanno generalmente l’obiettivo di permettere la sopravvivenza delle piccole aziende agricole. Le aziende coinvolte sono solitamente a carattere familiare e, ristabilendo un rapporto diretto con la propria domanda, riottengono un certo grado di indipendenza e autonomia rispetto alle politiche pubbliche, percependo un reddito maggiore. È comprensibile che tali esperienze siano nate prima nei paesi industrializzati, dove il mercato è maggiormente strutturato e dove i problemi legati all’industrializzazione dei processi agricoli sono più tangibili che altrove.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

    Mettendo insieme le ville storiche e i giardini minori, le aree agricole e gli alvei del Tevere e dellAniene, la Tenuta Presidenziale di Castel Porziano e i diciotto tra Parchi e Riserve naturali istituiti intorno alla città, la Capitale vanta oggi 88.000 ettari di verde protetto, pari al 67% della su­perficie comunale.

    Com’è inevitabile e ovvio, queste aree sono molto diverse tra loro. Al verde monumentale di Villa Doria Pamphilj, del Giani­colo e di Villa Borghese si affiancano delle autentiche perle come il Villa Celimontana, l’Orto Botanico e il Roseto Comunale, il verde archeologico del Palatino e dei Fori, aree d’interesse natu­rale e storico ma assediate dall’espansione della città come i Parchi regionali dell’Appia Antica e di Veio.

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendenteVacche e pecore al pascolo e contadini al lavoro compaiono nelle distese agricole di Castel di Guido e di Decima-Malafede, e in aree più piccole e più vicine al centro come I’Insugherata, la Valle dei Casali. Le aree umide del Litorale Romano offrono un ottimo terreno al birdwatcher. Sulle Secche di Tor Paterno ci si immerge in cerca di pesci rari e posidonie.

    La differenza tra i luoghi determina condizioni altrettanto varie. Se il verde delle ville storiche è ordinato, pulito e periodica mente interessato da interventi di miglioramento e restauro (i problemi più seri di molte aree sono quelli legati al grande af­flusso di visitatori), alcune aree verdi oltre o accanto al Raccordo Anulare comprendono aree sorprendentemente integre, e altre che recano ancora i segni dell’inquinamento e delle discariche selvagge. Accanto alle aree sempre aperte si incontrano aree ar­cheologiche e giardini dove l’accesso è a pagamento e zone pri­vate chiuse al pubblico.

    Per visitatori e residenti, non da ieri, il problema più serio è di sapere quali zone possono essere visitate e quali no, quali in­gressi scegliere, quali attività praticare. Noi suggeriamo di esplorare parchi e ville con il mezzo più economico e semplice: le proprie gambe. Prima di mettersi in cammino è bene ricordare qualcosa sulla natura
    de­ll’Urbe e su come l’uomo l’ha trasformata nei secoli.

    Un fascino antico

    “Oggi ho visitato la Ninfa Egeria, poi il circo di Caracalla e i re­sti dei sepolcri lungo la via Appia e la tomba di Metella, che dà veramente l’idea della solida costruzione muraria. Quegli uo­mini lavoravano per l’eternità, e avevano calcolato tutto meno la ferocia devastatrice di coloro che sono venuti dopo, e innanzi ai quali tutto doveva cedere”.

    Così, nel suo Viaggio in Italia, Johann Wolfgang Goethe sintetizzava più di due secoli fa il fascino che Roma, i suoi resti archeologici, i paesaggi della Campagna Romana esercitavano sui viaggiatori del Grand Tour. Parole analo­ghe hanno scritto altri grandi nomi della cultura come Shelley, Keats, Gogol, Andersen, Melville e Stendhal.
    Non c’è nulla di cui stupirsi. Roma, fin dall’alba della storia, è stata una delle mète più desiderate e visitate d’Europa. Dall’alto Medioevo pellegrini e uomini di fede vi affluiscono da tutto il mondo cristiano. Dal Cinque al Novecento pittori, letterati e mu­sicisti sono arrivati alla scoperta dei paesaggi, dei monumenti, dello spirito dell’antichità classica. Alcuni, come il danese Bertel Thorwaldsen, si sono innamorati dell’arte di Roma antica fino a riprenderne le tecniche, i materiali e lo stile. Altri, come Simòn Bolivar, il Libertadòr del Sudamerica, hanno giurato nei luoghi di Cesare e di Mario di battersi per la libertà della loro terra. A loro si sono affiancati artisti e patrioti italiani come Antonio Canova, Giuseppe Garibaldi e molti altri.

    I viaggiatori del Grand Tour si preparavano a scoprire Roma con anni di studio, alimentavano il desiderio con le difficoltà del viaggio, una volta raggiunti il Colosseo e i Fori si concedevano settimane o mesi di tempo per vedere fino all’ultima pietra. Oggi Roma è una mèta del turismo di massa, e la straordinaria facilità del viaggiare moderno – oggi il Colosseo, domani il Partenone, tra qualche giorno le Piramidi o il Louvre – rende difficile per molti viaggiatori capire i luoghi che sono venuti a visitare.

    I problemi di una metropoli moderna, dal traffico al cemento, rendono difficile apprezzare la loro città anche a molti romani di oggi, che si spingono solo di rado verso i Fori, Villa Borghese, i sepolcri dell’Appia e gli straordinari panorami del Gianicolo. Per tutti l’antidoto è uno solo. Osservare con calma, non limitarsi ai monumenti più noti, tenere d’occhio, oltre alla storia, anche la natura di Roma. Una passeggiata nel Parco degli Acquedotti o sull’Appia Antica può essere interessante e istruttiva quanto una visita guidata al Colosseo.

    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente
    La natura di Roma
    Tutti sanno che Roma antica si è sviluppata sui proverbiali sette colli, e che la città moderna è cresciuta inglobando via via altre alture come il Gianicolo e Monte Mario. Meno noto è che queste colline sono formate da rocce vulcaniche, soprattutto pozzolana e tufi, eruttate dal Vulcano Laziale (gli odierni Colli Albani) che domina la metropoli da sud, est, e dal Vulcano Sabatino (i laghi di Bracciano e Martignano) che le si affianca a nord ovest. Ai piedi di queste rocce, in varie zone, compaiono sabbie di origine marina molto più antiche.

    ll,calcare appare nella Campagna Romana man mano che ci si sposta verso Tivoli e l’Appennino. Sono interamente calcaree le montagne (Terminillo, Lucretili, Monte Velino, Simbruini) che chiudono l’orizzonte di Roma, e che dominano i pa­norami dal Gianicolo e dai quartieri orientali della città. Il Tevere e l’Aniene, il suo principale affluente, si sono aperti il loro corso tra i colli. I detriti trasportati dal fiume hanno formato la pianura al­luvionale, acquitrinosa fino alle bonifiche di fine Ottocento, che si estende tra la città e il Tirreno.

    La varietà di esposizioni e di suoli e la presenza di vaste zone protette rendono molto varie la flora e la fauna di Roma. II paesaggio della Campagna Romana, che so­pravvive nelle riserve e nei parchi, alterna zone coltivate, pascoli, essenze piantate dall’uomo come pini, cipressi ed eucalipti a boschi di quercia un’importante risorsa economica), a leccete e a cerri secolari isolati. Nelle zone asciutte prevalgono la roverella e l’acero campestre. Nelle valli compaiono farnia, olmo e corniolo. Accanto al Tevere e all’Aniene crescono salice bianco, pioppo nero ed equiseto. La macchia mediterranea si colora a primavera con il giallo delle ginestre. Non mancano le orchidee selvatiche.

    Anche gli animali ci sono ancora. Nelle aree protette di Roma sono state censite circa 1200 specie vegetali (su 5599 dell’intera flora italiana), circa 5000 di insetti e 152 tra mammiferi, uccelli, anfibi e rettili. Nel solo Parco dell’Appia Antica vivono 15 spe­cie di mammiferi e di 51 di uccelli. La Riserva del Litorale Ro­mano ospita folaghe, anatre, cormorani, aironi, uccelli rari come il gruccione, l’airone bianco maggiore, il falco della regina, l’a­quila minore e il mignattaio, la tartaruga Testudo hernranni e la te­stuggine palustre Ennys orbiculnris.

    Tra i mammiferi, accanto a predatori come la martora e la volpe, compaiono lo scoiattolo, il riccio, il tasso, l’istrice, il ca­priolo, la lepre italica e il pipistrello nano. Tra gli uccelli spiccano l’airone cenerino, la gallinella d’acqua, l’usignolo di fiume, il rondone, il picchio verde e il picchio rosso maggiore. Nelle torri medievali e nelle zone archeologiche costruiscono i loro nidi il gheppio, il falco pellegrino e il barbagianni. Nelle zone coltivate si vedono la passera d’Italia, il piccione di città e la rondine. Sulle aree verdi suburbane cacciano la civetta, l’allocco, il nibbio bruno e la poiana. Sulle rive del Tevere sostano il martin pescatore, il cormorano, il gabbiano reale e il balestruccio.
    L’elenco degli anfibi include la rana verde, il rospo comune, il tritone crestato e il rospo smeraldino. Tra i rettili sono presenti il biacco, il saettone, la natrice dal collare, la lucertola muraiola e il geco dal collare. Nei corsi d’acqua vivono il barbo, il cavedano, la rovella, lo spinarello e il gambero di fiume. L’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno, al largo di Ostia, Castel Por­ziano e Torvajanica, ospita praterie di Posidonie, alcionari, gor­gonie, cernie, murene, saraghi e l’aquila di mare, parente degli squali e delle mante. In alcune stagioni si possono avvistare i delfini.

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    Natura verde a Roma, una realtà sorprendente

  • Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde

    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde

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    La svolta della qualità
    A partire dagli anni Settanta, gli effetti della Rivoluzione Verde sono stati sempre più chiari. Ciò ha comportato diversi cambiamenti nel panorama agroalimentare. Le crisi petrolifere e una serie di scandali di alterazioni alimentari, dovuti alla scarsa trasparenza della filiera (Pansa, 1972), hanno modificato i modelli di consumo che si sono sviluppati nella direzione del “quality turn” (Goodman, 2003; Goodman e Dupuis, 2002).
    A partire da quegli anni si è affermata sempre più la critica nei confronti del paradigma della modernizzazione (Van der Ploeg, 2006; 2008) dando luogo alla nascita di diversi movimenti ambientalisti/biologici in tutto il mondo.
    Qualità in agricoltura: dagli anni 70 la rivoluzione verde
    Tali movimenti contrappongono alla produzione intensiva quella biologica, con l’intento di attutire gli effetti delle ricadute negative sull’ambiente, sulla società e sulla qualità degli alimenti. Sono nati movimenti di produttori e consumatori che, in maniera distinta dal modello standardizzato, hanno creato una rete di distribuzione di prodotti biologici tramite botteghe specializzate di piccole e piccolissime dimensioni (Brunori et al., 1988; Miele, 2001). In breve tempo il movimento biologico, ha sviluppato reti nazionali e internazionali che hanno trovato spazio anche nel mondo politico con la nascita dei “partiti verdi

    Partito verde (o partito ecologista) è un partito politico organizzato sulla base dei principi che includono la giustizia sociale, il ricorso di base della democrazia, la non violenza, e il supporto per le cause dell’ambiente. I partiti verdi sostengono che l’esercizio di questi principi siano la guida per la salute del mondo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_verde)

    Gli anni Ottanta si caratterizzano per il crescente aumento dell’attenzione verso i temi ambientali anche grazie al lavoro di Vandana Shiva. Nel 1980, la studiosa indiana ha pubblicato il libro Rivoluzione del filo di paglia che mette in discussione l’operato delle maggiori istituzioni regolatrici a livello internazionale come l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), la Banca Mondiale, o il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e le imprese transnazionali della chimica e dell’alimentazione.
    Ha, inoltre, proposto un paradigma e una realtà alternativi a quelli dominanti. Di recente la Shiva ha reso esplicito il legame tra monocoltura e potere di mercato: “le monoculture si diffondono non perché permettono di produrre di più, ma perché permettono di controllare meglio. L’espansione delle monoculture dipende dalla politica e dal potere più che dai sistemi biologici della produzione”. Spiccano dunque sempre più, agli occhi dell’opinione pubblica, le gravi conseguenze dell’inquinamento dovuto alla produzione dei componenti chimici in agricoltura.
    I consumatori divengono più esigenti anche in seguito ai disastri di Bophal (1984) e Chernobyl del 1986.

    Tutt’oggi il numero di morti di Chernobyl direttamente e indirettamente associate al disastro è oggetto di discussione, si và dalle 40.000 del rapporto ufficale delle agenzie dell’ONU agli oltre 6 milioni secondo il rapporto di Greenpeace.

    La pressione della nicchia del biologico si fa più competitiva, l’offerta di prodotti biologici si specializza e si diversifica con un modello di business basato su piccole produzioni di alta qualità con prezzi più alti rispetto alla media (Brunori et al., 2013).
    In Italia nascono le prime associazioni in favore dell’agricoltura biologica (vedi Slow Food),
    Slow Food è un’associazione, fondata da Carlo Petrini nel 1986, che promuove “l’interesse legato al cibo come portatore di piacere, cultura, tradizioni, identità, e uno stile di vita, oltre che alimentare, rispettoso dei territori e delle tradizioni locali”. (www.slowfood.it)

    ma anche iniziative imprenditoriali su larga scala che vedono nell’aumento della domanda un’occasione di business. Avanza così la visione della campagna come arena di consumo per consumatori di nicchia (Marsden, 1995; Ray, 2003) accompagnata da una crescente globalizzazione della filiera del cibo (Murdoch, 2000; Bonanno et al., 1994; Higgins e Geoffrey, 2005; McMichael, 2004).

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    Negli anni Novanta sono stati introdotti gli Organismi Geneticamente Modificati (Renting et al, 2003) e si sono verificati numerosi allarmi alimentari come la BSE, encefalopatia spongiforme bovina

    La causa dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, ossia Bovine Spongiform Encephalopathy), meglio nota con il nome di “mucca pazza”, è stata imputata all’uso delle farine animali come supplemento proteico nell’alimentazione dei bovini. Lo scandalo ha avuto un’importante risonanza mediatica e ha portato la comunità europea a rivedere la regolamentazione nella produzione di farine destinate all’alimentazione animale.

    (BSE, diossina nei polli e nel latte, malattia del piede e della bocca di bovini e suini, ecc), che hanno messo in discussione la fiducia dei consumatori.)
    In seguito a questi eventi, i consumatori sono diventati dunque più esigenti nelle loro richieste. La domanda si segmenta: alcuni ricercano prodotti più compatibili con i nuovi ritmi domestici (Halweil, 2002); altri si orientano verso prodotti a basso costo; altri verso la ricerca di prodotti rispettosi dell’ambiente

    Per esempio quelli che prediligono prodotti locali per ridurre al minimo l’inquinamento da trasporto, a tal proposito molti consumatori fanno riferimento ai “chilometri alimentari” (“food miles”), cioè alla distanza tra il luogo di produzione e quello di consumo.

    e dei diritti umani .

    In tal senso, il più importante soggetto commerciale è rappresentato dal Commercio Equo e Solidale. Il Commercio Equo e Solidale è un approccio al commercio che promuove la giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica. Il Commercio Equo e Solidale promuove una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: dai produttori ai consumatori (Agices, Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale) (www.agices.org).

    Questi ultimi sono orientati a integrare nelle scelte alimentari la ricerca di una soluzione ai problemi socio-economico-politici legati al sistema agro-alimentare dominante. L’emergere dei ‘movimenti del cibo’

    Il “movimento” a cui ci riferiamo indica un insieme di gruppi, organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico e accomunati dalla critica all’attuale sistema economico neoliberista la cui prima comparsa si ritiene comunemente avvenuta intorno al 1999 in occasione del G8 di Seattle, con il “movimento no-global”. Il termine “movimento del cibo” è stato definito da Kloppenburg et al. (2000) come “uno sforzo collaborativo per costruire un’economia alimentare auto-sufficiente a livello locale – in cui la produzione, la trasformazione, la distribuzione e il consumo del cibo sono attività integrate nell’obiettivo di migliorare la salute economica, ambientale e sociale di un determinato luogo”.

    da ulteriore spazio alla diffusione delle produzioni rispettose dell’ambiente come quelle biologiche. Dal punto di vista dei produttori un importante evento è rappresentato dalla nascita, nel 1993, del movimento internazionale ‘Via Campesina18’ – www.viacampesina.org -( che raggruppa le organizzazioni contadine di svariate parti del mondo, con l’obiettivo principale di promuovere politiche agricole e alimentari solidali e sostenibili. In questi anni la filiera biologica si avvia verso la costruzione di reti commerciali e supermercati dedicati esclusivamente al biologico e si cominciano a registrare i primi investimenti della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in questo settore. L’esito di questo processo è stato definito ‘convenzionalizzazione del biologico’,

    Ci si riferisce al problema della  “convenzionalizzazione” che ha interessato l’agricoltura biologica e che sta coinvolgendo anche il sistema delle produzioni tipiche e locali, dal momento che gli inquadramenti istituzionali e/o politici di riferimento appaiono inadeguati e favoriscono un processo di erosione delle caratteristiche peculiari di questi sistemi (Buck et al., 1997; Guthman, 2004; Moore, 2004; Brunori et al., 2007).

    che secondo alcuni ha minato i valori alla base del settore biologico stesso (Kirwan, 2004; Guthman, 2002).

    Alcuni autori hanno interpretato quest’evoluzione come un processo di “appropriazione” di significati e valori da parte di realtà diverse da quelle originarie che hanno definito gli stessi.

    Con l’aiuto dei progressi nel settore dei trasporti, le produzioni biologiche passano in mano alle grandi aziende e si integrano progressivamente nel sistema alimentare sfruttando i canali distributivi della GDO. Un insieme di fattori quali le proteste dei movimenti anti OGM, le innovazioni commerciali (carte di credito) e le politiche  commerciali, come i sussidi, previsti dal WTO e dalla PAC, danno un’ulteriore spinta allo sviluppo delle filiere lunghe in tutto il mondo (Gardner et al, 2004). I concetti di locale e biologico diventano uno strumento di marketing, come nel caso della McDonald’s, coinvolta nel lanciare campagna di valorizzazione di prodotti tipici e locali.

    La campagna, denominata “McItaly”, prevedeva la selezione di materie prime di origine nazionale.
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2010/01/26/visualizza_new.html_1677608423.html

    A fronte di questa grande espansione, è dalle stesse aziende agricole facenti parte delle filiere lunghe che viene manifestata la crescente insostenibilità, soprattutto economica, del sistema della Grande Distribuzione e del sistema produttivistico dell’agricoltura.

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    Le critiche vengono recepite dall’UE a partire dal 1992 (Riforma Mc Sharry) con l’introduzione del secondo pilastro della Politica Agricola Comunitaria (PAC), la Politica di Sviluppo Rurale.
    Nell’ambito di una riflessione di ampio respiro sulle sfide poste dal processo di allargamento dell’Ue, nel documento “Agenda 2000” (1999) si riconosce la necessita di andare verso un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura.

    Articolo tratto dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci:
    “Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso
    dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma”

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013

  • Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    Economia solidale – Tornare alla filiera corta

    [corner-ad id=1]La modernizzazione dell’agricoltura e l’origine della “filiera lunga”

    Fino al XX secolo, per gli abitanti dei centri urbani i beni più facilmente reperibili erano quelli prodotti localmente (Schonhart, 2008) da artigiani e agricoltori, che di solito operavano in attività a carattere familiare. Erano quindi i contadini a raggiungere le città per offrire le proprie merci in un mondo dove il rapporto tra consumatore e produttore era alla base di qualsiasi tipo di commercio.
    Ma tra l’Ottocento e il ‘Novecento l’intero assetto sociale, economico e culturale ha subito radicali trasformazioni…

    Clicca quì per visualizzare l’articolo completo nella sezione WIKI del blog

    L’elenco aggiornato di tutti gli articoli pubblicati su Economia solidale e Gruppi di Acquisto solidale (GAS) sono nell’articolo di Introduzione alla sezione wiki che potete leggere cliccando nel link che segue:

    Filiera corta, prezzo giusto e sviluppo sostenibile: il caso dei Gruppi di Acquisto Solidale a Roma

    https://www.romanews.it/blog/wiki/economia-solidale

    Gli articoli sono tratti dalla tesi di laurea del Dr. Giacomo Crisci con il medesimo titolo di cui vedete quì la copertina.

    Università ROMA TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè” – Anno accademico 2012/2013
    Economia solidale - Tornare alla filiera corta