Mese: Ottobre 2014

  • Psicoterapia e Medicina naturale a Roma – Dottor Aldo Cichetti

    Psicoterapia e Medicina naturale a Roma – Dottor Aldo Cichetti

    Psicoterapia junghiana, EMDR, omeopatia classica, floriterapia: una buona sinergia per la cura “ecologica”  del malessere psichico e fisico

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    L’abbinamento tra psicoterapia e medicina naturale può forse sorprendere, visto che, molto spesso, queste discipline fanno riferimento a mondi culturali molto lontani tra di loro; ma appare meno strano se si pensa che le psicoterapie – alcune in  particolare – hanno in comune con le medicine non convenzionali il  fatto di non imporre un percorso di guarigione esterno, ma di stimolare le ‘naturali’ forze di guarigione di cui sono  dotati gli esseri umani.

    Questa caratteristica è molto evidente, ad esempio, nella psicoterapia junghiana, basata sull’idea di un finalismo psichico e sul concetto di individuazione, con l’interpretazione dei sogni come ‘via maestra’ per cogliere il messaggio che viene dal ‘Sé guida’. Ma è presente, a ben vedere, anche in una psicoterapia  nuova e rivoluzionaria come l’ EMDR, che aiuta la psiche ferita da un trauma a compiere il proprio percorso di guarigione, stimolando il ‘Sistema di Elaborazione delle Informazioni’: un sistema innato di autoguarigione psichica che, nell’esperienza pratica, ha molte affinità con il costrutto junghiano del Sé.

    Sul fronte delle medicine naturali, invece, agiscono in questo modo, tra le altre, l’omeopatia classica e la floriterapia di Bach, che rinforzano la ‘Forza vitale’ dell’organismo umano.

    Si può dire, in sostanza, che tutte queste discipline agiscono sul medesimo nucleo vitale degli esseri umani, che ognuna di esse considera da una prospettiva diversa, un particolare punto di vista da cui guarda al medesimo Sistema innato di autoguarigione psico-fisica, che permette di guarire l’organismo malato (Forza vitale degli omeopati, o Vis Medicatrix Naturae degli antichi medici); di curare le conseguenze dei traumi psichici (Sistema di elaborazione dell’informazione, come lo definisce l’EMDR); ed anche di guidarci verso la nostra realizzazione individuale (compito del Sé nella teoria junghiana).

    Naturalmente, anche altre medicine agiscono rinforzando questo sistema di autoguarigione, e basti pensare alla medicina tradizionale cinese. Pur avendola studiata e praticata per molti anni, non la inserisco tra queste discipline soltanto per le difficoltà pratiche di abbinarla al ‘setting’ psicoterapeutico. Ma ho sempre presente la straordinaria ‘mappa topografica’ che ci fornisce, con le corrispondenze tra organi vitali, emozioni e distretti corporei.

    Il metodo di cura integrato che utilizzo comprende, quindi, da un lato la psicoterapia junghiana e l’EMDR, e dall’altro la medicina omeopatica e la floriterapia, di ognuna delle quali ho seguito lo specifico percorso formativo, dopo la laurea in Medicina, la specializzazione in Psichiatria e la qualifica di Psicoterapeuta.
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    Ogni disciplina viene applicata nel rispetto delle proprie regole, con colloqui periodici, ai quali si aggiunge la prescrizione di un farmaco omeopatico e/o di una miscela di fiori di Bach, il cui effetto viene monitorato durante la terapia.

    Questa è, a mio giudizio, la strategia ottimale per la cura di disturbi psicologici come ansia, depressione, problemi di relazione, fobie, i cosiddetti ‘attacchi di panico’,  e via dicendo. In alcuni casi, però, quando i sintomi sono più lievi (ad esempio, un’insonnia non grave), oppure nel caso di sintomi soprattutto fisici (cefalee, gastriti, problemi reumatici, malattie della pelle, ecc.) o, infine, se il paziente ha già in corso una psicoterapia, è possibile affidarsi soprattutto al potere terapeutico dei rimedi omeopatici, che agiscono, sempre e comunque, sia sulla ‘mente’ che sul ‘corpo’.

    Gli incontri, in questi casi, non differiscono molto dalle normali visite omeopatiche: sono più distanziati nel tempo, e gli elementi psicologici sono al servizio della terapia omeopatica: aiutano a cogliere il significato del sintomo ( che è sempre presente, sia nei sintomi psichici che in quelli fisici), ad inquadrare meglio le problematiche del paziente, e, quindi, a scegliere il rimedio omeopatico ed i fiori di Bach più adatti.

    In ogni caso, la cura prende in considerazione tutti i sintomi del paziente, sia psichici che fisici, con l’obiettivo di curarli, quando possibile, e, negli altri casi, di integrarsi con le altre terapie, rinforzandone l’effetto, grazie all’attivazione del sistema di autoguarigione.

    In questo senso, quindi, si può definire ‘ecologica’, perché non agisce soltanto su un particolare ‘distretto’ psichico o fisico, ma cerca di individuare le radici profonde del dis-agio che ogni individuo esprime attraverso i sintomi, per aiutarlo a raggiungere quel livello ottimale di equilibrio psicofisico che, come ben sapeva Jung, è anche la meta del cammino che proprio questi sintomi, se li si ascolta, permettono di intraprendere.

    QUesti i contatti per avere maggiori informazioni

    Dr. Aldo Cichetti
    tel. : 06/44291832 – 3292925811

    Roma
    Via Udine, 5 – 00161 Roma

    San Benedetto del Tronto (AP)
    via Simone Formentini, 80 – cap 63039

    E-mail   [email protected]

  • I mercati del quartiere Pigneto

    I mercati del quartiere Pigneto

    Lo scontro è tra i supermercati. come in tutta Italia anche a Roma e anche al Pigneto. ormai diventati ipermercati, ed intere cittadelle del consunto, e i vecchi mercati di quartiere, con i rapporti umani ira i clienti e i bancarellari. Un esempio per tutti, nella battaglia per il cibo pulito. non OGM e non contraffatto, ci dimentichiamo che la grande tradizione dei mercati ancora regge nei “vignaroli” che producono tutto, o comunque molto di quel che mettono sulla bancarella di frutta e verdura.  E questo significa davvero sapere cosa mangi e che mangi pulito. E il Pigneto ha tre mercati rionali (da difendere). E non ha supermercati.
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    Isola pedonale
    Il colorato mercato di via del Pigneto, con i suoi chioschi e i suoi banchi al riparo degli ombrelloni. é il centro pulsante dell’isola pedonale, mattutina, rilassata. umanissima.
    Mercato storico che sembra resistere nel tempo e che colpisce più per la varietà delle genti, che delle merci.
    Durante la settimana si vende frutta e verdura, carne o pesce, e in generale articoli a poco prezzo, che vengono dai paesi poveri, India e Cina. Ma ad osservare le facce al di qua e al di là dei banconi ci si accorge del sereno mescolarsi di vecchie e nuove generazioni, di etnie e culture diverse.
    Ogni quarta domenica del mese, poi. si tiene un mercatino che attira i curiosi di ogni età: modernariato, fumetti, stranezze kitsch, e ogni sorta di cimelio disotterrato da cantine e solai polverosi.

    Largo Bartolomeo Perestrello
    Mercato popolare, prevalentemente di frutta e verdura. Non manca un macellaio e un pescivendolo. Restano in tre “le vignarole” che di martedì, venerdì e sabato portano i propri prodotti al mercato. Approfittatene perché sono le cose con sapori e odori veri.Una ventina di chioschi che tendono a diminuire: lontano dai riflettori dell’isola pedonale e da ogni possibile circuito turistico. il mercato è frequentato da chi abita nelle immediate  vicinanze, per lo più anziani e quei pochi che riescono a trovare il tempo di fare la spesa in orari in cui siamo quasi tutti al lavoro. Mercato a rischio, dunque. Anche perché si parla di trasferirlo nella nuova struttura in costruzione nel vicino slargo, sul modello dell’area mercatale coperta in via Alberto da Giussano. l costi degli spazi naturalmente saranno più elevati, in considerazione dei (presunti) benefici che la struttura offrirà: sorveglianza, pulizia…

    Mercato Labicano
    Nuova area mercatale coperta. Varcato l’ingresso ci si ritrova in una sorta di piccolo centro commerciale a cielo aperto fatto di piccoli chioschi in muratura dove si vendono non solo prodotti alimentari ma anche abbigliamento, calzature, biancheria e articoli da regalo. Non manca un punto di ristoro dove riprender fiato tra un acquisto e l’altro.
    All’esterno, con accesso diretto dalla strada, un certo numero di box ospitano una cartoleria, un’agenzia di viaggi, uno studio di parrucchieri. un punto Tecnorete e un Centro Tim

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    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”

  • Ridere per vivere

    Ridere per vivere

    In un studio medico californiano, un dottore, dall’aria bonaria, sta scrivendo sul suo ricettario.
    La paziente, seduta un po’ curva davanti a lui, scruta dubbiosa il ritratto di Charlie Chaplin appeso alle spalle del medico, accanto alla laurea di Harvard.
    La poverina soffre di una grave forma di tendinite che le blocca ambedue le mani: la depressione in cui è prostrata ne è effetto e causa assieme.
    Sulla ricetta la donna legge, stupefatta:
    •1,5 g. al di di vitamina C per tre mesi.
    •Visione di almeno 1/2 h al giorno di “Candid Camera”.
    •1 film comico a scelta.
    •Letture umoristico-satiriche, Q.B.
    “Faccia esattamente come è scritto” dice il medico frugando distrattamente nelle tasche della donna che, sensibile al
    solletico, già ride…
    “Vedrà che la prossima volta sarà in grado di prendere da sola il portafogli per pagarmi!”

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    CORPO E MENTE PARLANO TRA LORO

    Come vi sentite dopo una sonora risata?
    Indubbiamente un po’ meglio di prima. Il corpo è più rilassato, il battito cardiaco è regolare dopo la violenta accelerazione dello scoppio di risa. I muscoli si distendono dopo il forte irrigidimento; se avete mangiato, la digestione sarà più facile e rapida. Se foste in grado di farvi un analisi del sangue sul posto, scoprireste che sono entrate in circolo sostanze clic aiutano il sistema immunitario a difenderci dalle malattie; tra queste sostanze, le endorfine, dette anche oppioidi endogeni, cioè autoprodotti.
    E’ ormai assodato clic il proverbio popolare “il Riso fa buon sangue” ha dei solidi supporti scientifici. Il prof. Susumo
    Tonegawa, premio Nobel per la medicina, riprendendo i grandi medici dell’antichità, Ippocrate e Galeno, asserisce che “Chi è musone, triste, depresso, non riesce a tener lontane le malattie”.

    Cerchiamo di comprenderne il perché.
    Si sa ormai da tempo che moltissimi malanni hanno cause nervose; sono le cosiddette malattie psicosomatiche: gastriti ulcerose da capufficio, emicranie d’origine coniugale, cancri rispecchianti vite piene solo di tristezza, sfortuna, depressione. Le emozioni negative, cioè, influenzano il sistema nervoso il quale, a sua volta, agisce malamente sugli altri organi del corpo.
    Una branca della medicina, la psico-neuro-cndocrino-immunologia (PNEI), solo da pochi anni si sta occupando di questi fenomeni; in particolare gli studiosi si pongono la domanda: se quello appena descritto è il percorso delle emozioni negative, ne esislerà uno inverso per le emozioni positive?
    In medicina è stato osservato, un fenomeno curioso, l’effetto placebo, che si origina quando – negli esperimenti clinici – un malato assume false medicine da lui credute vere.
    Molti pazienti, così trattati, migliorano e guariscono. É la fiducia nella cura che mobilita nel paziente la voglia di
    guarire?
    Certo è il sistema inmuunitario che, sotto la possente spinta dell’emozione positiva della speranza, si rafforza fino
    a sconfiggere il male.
    Dunque una via emotiva alla salute esiste; si tratta di scoprire se emozioni come l’ilarità, la gioia, la contentezza possano rappresentare un’accelerazione di questo percorso verso la salute, attraverso la valorizzazione di quell’accorgimento di natura che consiste nell’allargare la bocca, alzarne gli angoli, illuminare gli occhi, espirare a scatti l’aria ed emettere sonori vocalizzi.
    Gli studiosi hanno calcolato che ridere anche un solo minuto al giorno equivale a 45 minuti di completo relax psicofisico.Rod Martin, dell’Università dell’ Ontario meridionale, in Canada, ha fatto una scoperta chiave:il senso dell’umorismo modera gli effetti intmuno-soppressivi dello stress. il caso di Norman Cousins – guarito dalla spondilite anchilosante -è, a tutt’oggi, il più eclatante esempio di come si possa guarire anche ridendo.
    Non si tratta di aver scoperto il farmaco miracoloso, ma è assodato che alcune sostanze prodotte da un cervello ebbro di riso incidono positivamente sul garante della salute, il sistema immunitario (e in più lo fanno gratis!).
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    In Italia la terapia del sorriso si è sviluppata soprattutto nella direzione di assistenza ai bambini affetti
    da malattie gravi con la tecnica apparentemente  elementare della “Clownterapia“.
    I corsi di questa nuova discipiana sono numerosi in ogni regione ed anche le richieste di volontari
    negli ospedali.  A Cesena esiste un corso di Clownterapia di 250 ore (!) tenuto dai massimi esperti mondiali.
    La diffusione è ormai a livello internazionale.
    Le ultime ricerche confermano che Ridere fa bene alla salute: la clown terapia rende meno ansiosi i bimbi
    L’intervento congiunto di arte terapia e clown terapia riduce l’ansia preoperatoria dei bambini ed è apprezzato dai loro genitori. E’ quanto appunto emerge da una ricerca sperimentale condotta all’Ospedale Bufalini di Cesena dall’Università di Psicologia di Bologna e presentata in questi giorni a Cesena, in occasione della Settimana del Buon Vivere da Ausl,  Dipartimento di Psicologia sede di Cesena, Associazione l’Aquilone di Iqbal e ArtinCounselling, con il patrocinio della Federazione Nazionale dei Clowndottori.

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    “Ridere, essere più sereni, fa bene alla nostra salute – ha detto Jacopo Fo, intervenuto come ospite d’eccezione –  E’ sempre più dimostrato che tutta la sfera emotiva – comprendente la nostra percezione del mondo, il nostro stato d’animo, il nostro umore – condiziona la nostra fisiologia: ridere fa aumentare i livelli di dopamina e di tutte quelle “droghe benefiche”, che il nostro corpo produce naturalmente. Ecco perché l’aspetto psicologico è così importante quando una persona si trova a dover affrontare una malattia”

    FONTE: Presentazione attività Associazione Ridere per vivere – Ostia – Roma
    a cura di Leonardo Spina e Sonia Fioravanti

    La clownterapia per i bimbi – cesenatoday.it

  • Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    Storia del Pigneto, da bosco di Pini a quartiere operaio del primo novecento

    gnotiseatu2C’era solo un bosco di pini, un pigneto appunto, di proprietà  prima dei nobili Caballini poi dei nobili Buonaccorsi,
    circondato da campi e qualche casetta di contadini.  Quando comandava il Papa l’area tra la Casilina e la Prenestina, a ridosso di Porta Maggiore, era un bosco di pini mediterranei, punteggiato da ville e casali, traversato dalla prima ferrovia, Roma-Frascati, quando i piemontesi irruppero da Porta Pia.
    Roma capitale cambiò tutto.  II Papa si chiuse nel silenzio del suo Vaticano, dove è ancora oggi.
    I piemontesi arrivarono in frotte, costuirono ministeri, uffici governativi. caserme e scuole.  I palazzi Umbertini e i grandi viali furono figli della prima grande speculazione edilizia romana. la prima di tante.
    Cominciò cosi un grosso esodo dalle campagne verso la nuova capitale, che trovava i suoi punti di forza nella Roma dentro le mura Aureliane.
    II Pigneto, a sud di Porta Maggiore, rimaneva Pigneto,  anche se la Casilina, e la Prenestina, che ne facevano un triangolo,  diventavano, come erano gia state per la Roma antica, le due grandi vie che portavano a Porta Maggiore, l’ingresso più importante di Roma, venedo da sud.
    Nemmeno il Pigneto poteva rimanere intatto, in questo accrescimento tumultuoso della città.
    Verso la fine del XIX secolo, cominciarono a sorgere le prime abitazioni, a metà strada tra città e campagna. case. casette,  casupole, casali dentro e ai margini della pineta. il cui confine erano anche quegli archi dell’acquedotto romano che ancora vedete, sul lato della casilina. Arriveranno i tram che ancora ci sono. e percorrono. con buona frequenza, (il 5 e il 14) quel lato del quartiere.
    Del I890 è il primo stabilimento,  Omnibus e ‘Tranvays, ora deposito Atac destinalo allo smantellamento.
    Ma è nel 1906, un secolo fà, che il quartiere diventa quartiere. quando. in via Casilina 125  Cesare Serono fonda la sua industria farmaceutica. E inevitabilmente, mentre il centro dentro le Mura diventa più attillato e prezioso, preda di speculazioni che dilaniano i grandi parchi delle famiglie nobili, tranne quello di Villa Borghese, che viene lasciato alla cittadinanza,  il Pigneto scopre, con tram e Serono,  una sua vocazione operaia,  periferica a S.Lorenzo. a ridosso di Termini, ma pur sempre operaia.
    In quegli anni Giorgio Passerge. proprietario di due farmacie di piazza di Spagna e via delle Terme, costruisce il proprio lahoratorio tra via del Pigneto e via Casilina.  Nello stesso anno apre lo scalo ferroviario di San Lorenzo. a poche centinaia di metri da via del Pigneto.
    Spina dorsale di un quartiere non più verdissimo di pini medi-temitici, ma quartiere vero: in zona, sono stai posti serbatoi idrici e il deposito della nettezza urbana.
    Attorno a queste attività arrivano artigiani e nuovi abitanti. Accanto a case e palazzine costruite a cavallo del XIX e del XX secolo, nascono cooperative di lavoratori e operai con lo scopo di tirar su alloggi popolari.
    E così la vocazione popolare, e la collocazione verde, diventano caratteristica di questo quartiere che vivrà felicemente decentrato, apparentemente lontano dal centro borghese dei grandi edifici Umbertini, delle grandi ‘strade trafficate. delle botteghe ricche d’una capitale che comincia a riconoscere se stessa, e ad ingrossarsi sfigurandosi.
    La cooperativa Termini fu la più grande. Costituita da ferrovieri che, grazie a un mutuo cinquantennale concesso dal Regno d’Italia nel 1920, ideò e realizzò il progetto di una città-giardino. nell’area tra via del Pigneto, tratto compreso tra via Fanfulla da Lodi e piazza dei Condottieri, e via (‘anilina. Oggi il progetto dell’ambiziosa cooperativa (quasi quanto Garbatella) si chiama Villini. Ed è sicuramente la zona più elegante del quartiere, con villette basse color pastello, tutte circondate da giardini più o meno grandi e decorate con fregi e balconi. Alcuni degli abitanti la chiamano oggi ironicamente “Parioli dei Pigneto”.
    E lì a dimostrare quanto le Cooperative operaie, in periodi molto più poveri di questo, facessero meglio di quanto faranno le speculazioni private, quelli che oggi si chiamano i palazzinari.
    Nel 1913 intanto era arrivata la prima chiesa.  La volle espressamente papa Pio X. Voleva, disse,  contrastare il “degrado morale” imperante nelle zone al di là di Porta Maggiore.  La chiesa fù dedicata a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino e sepolta nel vicino mausoleo di Torpignattara.

     

    FONTE:   Guida al Pigneto –  malatempora editrice
    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario”

  • Il colosseo nella storia tra incendi, terremoti e l’uso come cava di pietra

    Il colosseo nella storia tra incendi, terremoti e l’uso come cava di pietra

    colosseo_romanewsL’anfiteatro Flavio — il Colosseo, secondo la dizione corrente — fu costruito dai tre imperatori della famiglia Flavia: il capostipite Vespasiano che iniziò i lavori nel 75 d.C., Tito che lo inaugurò nella primavera avanzata dell’80, e Domiziano che nell’82 aggiunse l’ultimo ordine di gradinate.
    Vennero impiegate 292.000 tonnellate di travertino e piperino delle cave di Albulae vicino Tivoli, e di tufo vulcanico di Preneste; 750.000 tonnellate di pietre squadrate, 8.000 tonnellate di marmo delle cave di Luni e Carrara.
    L’arena misurava 76 x 46 metri, l’altezza ben 57 metri distribuiti su quattro piani.
    Ottanta «vomitori» consentivano il rapido deflusso dei 45-50.000 spettatori che l’anfiteatro poteva contenere.
    Settantadue scalinate portavano ai sedili, tutti di marmo e tutti numerati: ognuno di essi misurava esattamente cinquantasette centimetri.
    Per l’inaugurazione, avvenuta nell’80 d.c. il programma prevedeva cento giorni di giochi circensi graziosamente offerti dall’Imperatore. Ne venne dato annunzio in ogni punto dell’Impero, e diecine di migliaia di forestieri convennero a Roma. Dall’Iberia, dalla Dalmazia, dalla Fenicia, dall’Illiria sbarcarono nei porti dell’Emporium accosto alla Porta Portuensis, e nei porti di Fiumicino e di Ostia.
    Le 15 strade che conducevano a Roma — La Flaminia, la Salaria, la Nomentana, la Tiburtina, la Collatina, la Prenestina, la Labicana, la Tuscolana, I’Asinaria, la Latina, l’Appia, I’Ardeatina, I’Ostiense, la Portuense, l’Aurelia — furono allargate dai quattro-cinque metri del disegno originario a otto metri e più.
    Venne rimessa in vigore una legge, risalente al consolato di Giulio Cesare, che consentiva la circolazione diurna nelle strade cittadine soltanto ai carri adibiti alla celebrazione dei giochi pubblici.
    La rete stradale urbana fu portata a 60.000 passi, ossia 85 chilometri di percorso: ma questo non impedi un ingorgo permanente sulla Sacra Via e la Nova Via che costeggiavano il Foro, e peggio ancora lungo le strade, i clivi, che scendevano dai sette colli, il Clivus Victoriae, Capitolinus, Argentarius, Sublicius. I turisti più abbienti trovarono alloggio nelle «tabernae» della Suburra. Gi altri, accampati nel Foro, negli Orti di Mecenate, sulle pendici del Palatino e dell’Aventino, nello sprofondo del Velabro, trascorrevano la notte all’aperto, nell’attesa che il Colosseo riaprisse per una nuova e intensa giornata di giochi.

    Nei secoli il Colosseo ha subito danni da incendi e terremoti senza contare l’uso come cava di pietra nel medioevo. Un primo restauro venne fatto già dall’imperatore Antonino Pio, imperatore romano nel 138.
    Un incendio distrusse le strutture superiori nel 217 DC . I danni furono  riparati da Eliogabalo  e da Alessandro Severo  e fu riaperto nel 222 senza finire i lavori. Gordiano III li fece terminare solo nel 240.
    Altri incendi nel 250/252 e nel 320 che conseguenti danni e altre ricostruzioni da Costantino e Odoacre, primo dei re barbari di Roma) tra il 476 e il 483 83.
    Valentiniano III nel 438  abolì gli spettacoli con i gladiatori.
    Altre ristrutturazioni dall’imperatore Onorio, dopo il sacco di Roma del 410 dei visigoti di Alarico
    e altri danni dopo il terremoto del 442 e quello del 484 e 508.
    Successivamente si arrivò all’abbandono e poi nel VI secolo l’uso come zona di sepoltura e poi
    addirittura come abitazione.
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    Fortezza  delle famiglie  Frangipane e  Annibaldi nel medioevo, l’imperatore Enrico VII lo riconsegnò al Senato e ai romani nel 1312.
    C’erano stati danni già nei  terremoti del 1231-55 e poi seguirono nel 1349 con conseguente rovina e nuovo abbandono.
    In questo periodo divenne una cava di marmo usato per costruire nuovi edifici tra i quali i più noti, il palazzo Venezia e della Cancelleria. I blocchi di travertino vennero asportati o vennero usati quelli caduti per opera delle catastrofi naturali, per costruire il palazzo Barberini nel 1703 e per il porto di Ripetta. A questi fatti fece seguito il detto famoso: “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini” (Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini).
    Nel 1744 Papa Benedetto XIV lo consacrò alla passione di Cristo e vi fece costruire le 15 tappe della Via Crucis, in memoria dei martiri cristiani sacrificati nell’arena.
    Seguirono altre opere tra il 1831 e il 1846 e e si iniziò sgombrarne le macerie con scavi ai sotterranei danneggiati e siamo arrivati al 1939.
    Le recenti opere sponsorizzate da Diego Della Valle, hanno riportato alla luce i colori originali del monumento.
    Le impalcature in tubi innocenti dal coronamento dell’attico dell’Anfiteatro, lato Fori Imperiali, sono arrivate a 52 metri d’altezza. La superficie occupata dalle impalcature è stata di 4.500 metri quadrati, e gli interventi di restauro sono stati eseguiti su 4.200 metri quadrati di travertino.

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